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Archive for maggio, 2014

Plaid – Reachy Prints

Data di Uscita: 19/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nella mente

Come si assorbe un lutto?

Nella mente una casa dove sono cresciuto, un albero che d’autunno mi regalava fruste sottili di rami che nelle mie mani diventavano spade, un soprammobile d’epoca di mia nonna raffigurante due personaggi da primo ‘800 imbellettati per la festa, il coltellino svizzero di mio nonno da cui non si separava mai, la scala a chiocciola come rifugio ed i soldi sotto al piatto da scoprire a pasto terminato…

Poi il cuore si stringe e la mente vola a quando avevo la febbre e la loro presenza rassicurante a farmi visita, mani premurose a toccarmi la fronte mentre altre stringevano il cappello e il cappotto attendendo il proprio turno…

Mi ritrovo in buona compagnia su un piccolo trattore che si arrampica su una strada tortuosa per arrivare in cima alla montagna dove c’è una fonte di acqua gelata, un getto esuberante dal quale non riesco a bere senza ritrovarmi bagnato da capo a piedi…

D’improvviso arrivano immagini recentissime, il dolore e la dignità di affrontarlo a viso aperto, i sorrisi e le rassicurazioni anche quando sono per finta, la necessità di accettare il naturale volgersi degli eventi…

Le corse sotto il sole e le passeggiate misteriose in un paesino tutto da scoprire, vie alternative da percorrere con la curiosità di calpestare un selciato per la prima volta…

La sala giochi a 500 lire a partita e il forno utilizzato da tutte le signore del paese dove andare a respirare aria di dolci e di pane, farsi offrire un bicchiere d’acqua dalla vicina di casa per proseguire il cammino, senza meta, senza tempo…

Una musica che aiuti a visualizzare i ricordi…

ad occhi chiusi

Maurizio Narciso

Chatham County Line – Tightrope

Data di Uscita: 20/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Gli zaini sono pronti e il preside del mio liceo sta per chiamare il mio nome. Sbircio dalle quinte, posso vedere mia madre in terza fila, con quel completo pacchiano a fiori che le piace tanto e la macchina fotografica carica come una M60 disposta a far fuoco. Al suo fianco mio padre, accaldato dal sole di mezzogiorno, sembra infastidito nella sua camicia migliore di qualche taglia fa. Ricorda un animale annoiato, costretto in una gabbia troppo stretta per il piacere di un pugno di ragazzini chiassosi. Mi chiamo Gordie Lachance, sto per diplomarmi alla Rolesville high school e, a cerimonia terminata, partirò con i miei migliori amici verso la California. 2660 miglia, in bicicletta.
Il programma era stato disposto da Chris ed io, ognuno di noi risparmiava per questo viaggio da circa due anni. Prevedevamo di partire nel pomeriggio e la nostra idea era di attraversare il paese fino a raggiungere la costa ovest in 30 giorni. Naturalmente nessuna delle nostre famiglie avrebbe mai approvato l’eventuale richiesta di passare più di un mese fuori di casa, Vern sarebbe dovuto restare tutta l’estate ad aiutare il padre al piccolo market di famiglia, Teddy ed io avevamo da preparare la partenza per il college e Chris.. della sua situazione non sapevamo molto. Abitava col padre in una roulotte poco fuori città, ma non ci ha mai permesso di passare da lui. Con la scusa di trascorrere una notte fuori insieme, avremmo pedalato quanto più possibile così da superare i confini del North Carolina. Una volta fuori avremmo avuto premura di chiamare casa e lasciare i nostri prevedibilmente irritati con la promessa che saremmo rientrati prima della fine dell’estate.
Una stretta di mano, il discorso di Teddy (lo studente migliore del nostro anno), un paio di foto per compiacere le lacrime dei presenti commossi, e raminghi cavalcammo le nostre selle in direzione sud ovest verso Perry Street, carichi della voglia di conoscere il mondo che altro non faceva che aspettarci. Il giovane sole pomeridiano non era affatto nostro complice, ma la foga era tanta. Dovevamo superare i confini con il Tennessee il prima possibile, come se questo ci desse la certezza che non saremmo stati seguiti, come se quello stato porta, ci avrebbe concesso il suo abbraccio di protezione in un piglio di approvazione. Dopo circa sette ore di viaggio, Vern quasi sveniva per la stanchezza. Era da molto passata l’ora di cena e le barrette di cioccolato dietetico della madre non riuscivano più a zittirlo, decidemmo quindi di fermarci poco dopo Morristown. Con l’unica tenda che portavamo a turno, tirammo su un bivacco riparati dagli alberi vicino al Cherokee. Passammo la notte più intensa della nostra vita, penso fosse opinione condivisa da tutti, a speculare inconsciamente del nostro futuro di audaci vagabondi, in compagnia della bottiglia di rum più cheap dello store, rubata allo zio di Chris, crollato sul divano all’ennesima sbornia. La mattina successiva, ci alzammo molto presto e ci rimettemmo in viaggio. Dopo poche miglia, quasi raggiunta Strawberry Plains, Vern cominciò ad accusare un malore. Sosteneva di non essere in grado di proseguire oltre. Con qualsiasi mezzo, abbiamo provato a convincerlo a proseguire, ma nulla sono valsi i tentativi di trattenerlo con noi. Decidemmo quindi, di comune accordo, di separarci alla cabina telefonica più vicina con la promessa che mai avrebbe rivelato il nostro percorso e abbiamo proseguito lungo la nostra rotta che vedeva come prossima meta la lontana Jamestown. L’odore della sera ci avvolgeva e le gambe stentavano a sostenerci. Chiedevamo a noi stessi ancora uno sforzo, incentivato dalla vista delle pudiche luminarie a distanza che ci hanno dato la forza di non fermarci a tratta incompiuta.
Una volta raggiunto il Kentucky, la nostra fuga disperata cominciò a mutare in qualcosa di più vicino alla definizione di tragitto esplorativo che avevamo programmato. Con un battito più rilassato, in sei giorni raggiungemmo Boonville nel Missouri. Ho sempre sognato di percorrere il Mississippi e per la prima volta nella mia vita, nei pressi di St. Louis, l’ho visto incontrare il suo affluente. Guardavo i ragazzi sonnecchiare sulle sue sponde e mi rendevo conto che un’esperienza di tale portata emotiva non l’avrei mai più vissuta. Ci sentivamo padroni del mondo, liberi di scegliere per noi stessi nella più totale autonomia, quando responsabilità e vincoli non rimangono che un ricordo sfocato. Eravamo fuori di casa da poco più di nove giorni e avevamo percorso circa mille miglia.
Dopo aver scoperto che Kansas City è ancora nel Missouri e non nel Kansas come ho sempre pensato (l’unico a esserne informato pare fosse Teddy), superammo il quarto stato per raggiungere Pleasanton. Li facemmo un po’ di rifornimenti al Dollar General sulla 605 Holly st. La cassiera era una donna stanca dalla voce flemmatica. Senza guardarci negli occhi pronunciò la frase di rito “tornate a trovarci”, a quel punto capimmo che il Kansas doveva essere un posto veramente noioso, la cui unica probabile attrazione erano gli innumerevoli centri commerciali che incontravamo per strada e i tornado che sollevano le case di zii farmer. Confesso che il paesaggio pressoché pianeggiante, che scorreva come la pellicola di un vecchio film, non mi trovava indifferente o addirittura infastidito come capitava ai miei compagni di viaggio. Se riuscivi a mantenerti distante dai grandi centri abitati, cosa effettivamente non troppo difficile, potevi respirare un’aria di genuina semplicità, senza considerare che la regione delle grandi pianure assisteva la nostra stanchezza regalandoci un tratto meno faticoso dei precedenti. Avevamo quasi del tutto esaurito le scorte d’acqua quando raggiungemmo Meade Center, erano da poco passate due settimane dalla nostra partenza e l’affaticamento cominciava a essere meno tollerato. Decidemmo quindi di fermarci in città per il tempo necessario, spinti anche dalla curiosità a notizia udita che parlava di una festa prevista per la sera stessa. Gironzolavamo tra le strade del centro addobbato come un regalo natalizio, con quel gusto tra il consumato e il pacchiano. Ad ogni angolo potevi trovare un banchino oltre il quale qualcuno proponeva i più svariati articoli, dal vaso in terra cotta al sacchetto di caramelle. Ma una vocina gentile attirò l’attenzione di Teddy: “ragazzo, se butti giù cinque latte, vinci un bacio”. Provo tutta la sera a vincere premio promesso, ma non ci riuscì. In compenso la sua tenacia deve aver svegliato qualche particolare forma d’interesse, perdemmo le sue tracce verso le 10 pm del diciassettesimo giorno di viaggio e lo vedemmo riapparire in compagnia di Meggy verso il primo pomeriggio del giorno successivo. Tenendole la mano ci comunicò che era sua intenzione trattenersi ancora qualche giorno con la sua nuova amica e ci chiese di proseguire senza di lui. Chris aveva l’aria di qualcuno che conosce il mondo, sembrava aver capito qualcosa che mi sfuggiva. Io ripensavo alla delusione d’aver perso un altro pezzo della nostra spedizione. Rimanevamo io e lui, ancora trecento miglia ci separavano dal Messico, tra noi l’Oklahoma e il Texas.
Il giorno successivo arrivammo a Dalhart, ci fermammo in una lavanderia a gettoni come abitudine settimanale, la tv passava un telegiornale locale e il giovane commesso con i gonfi baffi pieni, sembrava sbirciare le immagini senza prestare troppa attenzione. Le parole del giornalista catturarono il nostro interesse quando sentimmo pronunciare il mio nome seguito dall’identikit pronunciato da mia madre in lacrime intervistata che forniva una descrizione che mi rappresentava fedelmente con tanto di foto trasmessa in primo piano. I ricordi a questo punto sono confusi, però ho ben presente l’urlo del commesso che lancia in aria il cappello e prende a rincorrerci. Senza curarci dell’asciugatrice in azione, salimmo rapidamente sulle nostre biciclette nel tentativo di fuggire al segugio improvvisato che nel frattempo chiamò la polizia per specificare la nostra direzione: Verso ovest, sembra vogliano prendere la FM694. Sono probabilmente diretti in Messico. Passarono pochi minuti, quando cominciammo a percepire l’avvicinarsi delle sirene, il suono era sempre più violento e il tempo era poco. Il pensiero che a separarci dal confine erano circa 50 miglia mi impediva di respirare. Non saremmo mai riusciti ad arrivare dall’altra parte in tempo. Gli occhi cominciarono a riempirsi di delusione. Non vedevo altro che la fine del nostro viaggio, quando mi resi conto che l’intervista era volta al mio ritrovamento, di Chris non era stata fatta alcuna menzione, così chiesi di fermarsi, gli intimai di proseguire da solo e promisi che non sarebbero arrivati a lui. Aveva l’aria di qualcuno che conosce il mondo, sembrava aver capito qualcosa che a me sfuggiva, sorrise riconoscente e mi porse la mano in una stretta adulta. Sono rimasto per un pò a guardarlo allontanarsi pieno di energia e dopo venti giorni di presente, mi son voltato a guardare il mio passato ormai pronto a riprendermi.
Ho ritrovato Teddy e Verne solo dopo aver scontato una settimana di arresti domiciliari imposta dei miei genitori. Verne era molto dispiaciuto d’aver raccontato tutto, mia madre gli ha sempre messo una gran paura. Mi chiesero del quarto travel buddy, gli raccontai che era riuscito a passare il confine del Messico, anche se non potevo esserne sicuro, ma volevo che fosse ricordato da tutti noi come un avventuriero. Il mese successivo sono partito per il college. Di Chris non abbiamo avuto più notizie.

Giulia Delli Santi

Mick Flannery – By the Rule

Data di Uscita: 09/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo osserva da lontano. Quest’uomo che cammina con il volto basso, lo sguardo fisso a terra. Stringe nella mano destra dei piccoli fiori, tenuti assieme, miseramente, da un nastro blu. Sembrano vogliano cadere giù, morire per poi rinascere, ma lui non li lascia scivolare via. Sente addosso a sé, d’improvviso, il peso che lui porta sulle spalle, una montagna che le fa curvare, delle braccia che oscillano a fatica, come un vecchio pendolo.

Ha un’espressione persa, come chi più non sa nulla. Si ferma, voltandosi verso la vetrina di un bar. In quell’immagine riflessa sul vetro riconosce un uomo. Sembra avere lineamenti a lui familiari, ma non è in grado di attribuirgli un nome. Abbassa di nuovo il volto e riprende a camminare.

I shut my eyes in order to see. Come Gauguin prima di macchiare la tela, così la donna chiude gli occhi prima di lasciare che un pensiero prenda vita e si impossessi di quanto c’è di più prezioso in lei: la purezza nell’osservare con meraviglia ciò che attraverso i sensi giunge ad accarezzare il cuore. I passi dell’uomo sono ormai lontani. Lei apre le braccia ed inizia a roteare nel vuoto, con la leggera spensieratezza di una giovane fanciulla. All you want is to be free / in a pair you don’t believe / I should have seen it in your eyes / that you could now take the time. Continua a volteggiare, allontanando da sè tutto ciò che la circonda. I must send your love away. Assieme a lei, viaggiano nell’aria odori dolciastri che la guidano fino a farle raggiungere una piccola stradina.

Rallenta, quasi a volersi fermare. Apre la bocca, lentamente, emettendo suoni spezzati, rochi. Non riconosce più la musica, i profumi. Spalanca gli occhi e si ritrova davanti ad un muro imponente. Quasi si sente soffocare, continua a voltarsi per cercare quella libertà che fino ad un secondo prima le apparteneva, ma non ne è rimasto nemmeno un soffio. Agita le braccia, vorrebbe scappare correndo all’indietro, ma la strada è completamente buia e lei troppo poco temeraria per affrontarla. Search for the past, for the bad that is in me / I’m trying to see if I’ve lost anything. Poggia le spalle al muro e si lascia scivolare a terra. A lonely life / miles away / a man could no longer stay and live by little rules. Si guarda attorno e nota dei piccoli batuffoli colorati ai piedi del muro. Si avvicina con cautela e ne prende uno tra le mani. E’ un fiore. Li raccoglie, con cura, uno per uno. Vicino all’ultimo c’è un nastro. Un nastro blu. Li lega assieme, si stende, e li poggia sul petto. Chiude di nuovo gli occhi e così, secondo dopo secondo, viene avvolta da una luce che la solleva e la porta altrove. Altrove.

Ora il mare. L’immensità. L’aria attorno. Il fuoco dentro. Chairs facing out to sea / One for you / One for me. Una foto di Ghirri. Due sdraio abbandonate su una riva deserta. Il vento è una culla. La donna è lì. L’uomo è altrove. Into his love he said I’ve built a house.

Altrove. Altrove. Come risuonano queste piccole parole. – W. Szymborska

Valentina Loreto

Sharon Van Etten – Are We There

Data di Uscita: 27/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

In un imprescindibile film per chi ama tutta quella letteratura che può girare intorno ad una manciata di canzoni, le quattro parole che ne compongono il titolo ricordano molto da vicino quelle di questo lavoro. Cambiano i pronomi personali. I, we. Cambia la loro situazione. Nel primo la presenza è negata, al contrario di quanto accade nel secondo. Non cambia l’indicazione di luogo che chiude entrambe le proposizioni. There. Là, in lontananza. Come a dire non guardare lì dentro, tra quelle parole. Ci potrai trovare nessuna o qualsiasi cosa. Come sempre la verità sta nel mezzo. Come sempre il confine tra autobiografia, scene di vita quotidiana e tutto quello che di fatto poi entra in una canzone è una zona molto poco facilmente descrivibile. Qui però di indizi ne abbiamo tanti, che paradossalmente può diventare uno svantaggio più che un vantaggio. Certamente un segno dei tempi. Non che nei testi manchi totalmente una narrazione, è piuttosto una disarmante sincerità che ne riempie quasi tutto lo spazio. E disarmante è una parola corretta, soprattutto se associata alla reazione dell’ascoltatore, che rimane in rispettoso silenzio o in adorazione ad ascoltare, aggiungendo varie intensità di empatia a piacere. Basterà una sola risata a sciogliere o complicare definitivamente il mosaico. Ironia. Un’ironia conquistata, che non viene apparentemente da lontano. Un’ironia che si avvicina alla consapevolezza. Un certo tipo di distacco, di volta in volta o dal soggetto o dall’oggetto. Una conquista che va a rafforzarne un’altra che è precedente e che dovrebbe essere sempre sottintesa e pronta a spazzare via momenti di sconforto ma che, per motivi strutturali, della creazione artistica e della vita di tutti i giorni, non risulta mai facile da gestire e questa è la conquista raggiunta tramite lo status riconosciuto di cantautrice di talento e prospettive. Andando per un istante più in là basta sottolineare come solo un connubio tra un certa maniera di comunicare attraverso la musica e testi spesso laceranti può portare a consolare e addirittura rafforzare. E’ una sensazione di forza e fragilità. Soprattutto di forza. E, parlando di forza, si può provare a fissare una pietra miliare in questa storia. Tra i tanti tatuaggi (rigorosamente non colorati) che trovano spazio sulla pelle delle braccia della nostra cantautrice ce n’è uno, sul braccio sinistro, che da lontano potrebbe ricordare uno strano simbolo geometrico disegnato all’interno di una fascia di inchiostro nero ma che, in realtà, raffigura e incide per sempre le lettere iniziali del suo cognome, intrecciate tra di loro. Sono una V e una E, chiaramente. Van Etten. Altro che pietre miliari, verrebbe da dire. Qui c’è molto di più. Per la cronaca, sull’avambraccio destro , un compito simile tocca alla sagoma di una chitarra. Le idee sembrano molto chiare. Dire che queste canzoni parlano di una chitarra e di un cognome non sarebbe assolutamente sbagliato. Addirittura quasi esaustivo. Grazie a quello che possiamo sapere, le sue canzoni sono una perfetta radiografia delle sue relazioni amorose, dei suoi equilibri esistenziali, delle sue fughe e dei suoi rapporti con le città, spesso legate alla persona amata. Come titolo di una recente intervista a Sharon una bravissima giornalista americana ha scelto I’ll be your mirror, sottotitolato dalle parole Sharon wants to save herself, and you too. Rapportare queste parole al discorso sull’autobiografismo, alle pietre miliari e chiudere il cerchio. Forse è proprio per questo che girare tanto intorno alle parole e alle sensazioni evocate da queste canzoni non ha molto senso. Non ci sono personaggi fittizi da narrare, scene da abbellire e romanzare o immagini e nomi lontani da menzionare. O meglio, ci possono anche essere ma difficilmente considerabili in autonomia, senza prima citare la loro creatrice, e difficile risulta non pensarli vissuti da lei stessa. Più o meno questi passaggi sono validi per tantissimi suoi colleghi. Parlare di un disco però vuol dire parlare di un disco qui e ora e recensire una nuova creazione di Sharon in questo momento non può prescindere dall’identificarlo con la sua crescita e con la sua forte personalità. Il genere stesso aiuta molto. Americana è una parola francamente facile da abusare quando si scrive di musica che nasce negli States. Queste canzoni sono americane per essenza, per come si intrecciano parole e autobiografia, confessione e tormento, calma inseguita e ritrovata, ricerca di senso, luoghi raggiunti e abbandonati, vagabondaggi e radici. Questo lavoro è stato scritto interamente tra New York e New Jersey ma mai come in queste canzoni le atmosfere riportano alla mente ampi spazi, della natura e dell’animo. Sharon non ti racconta cosa vuol dire vivere a New York nel XXI secolo anche se da poco ha scelto di trasferirsi in città, lei che viene dal già menzionato New Jersey. Scrive di cosa resta delle sue relazioni e lo fa come se ogni canzone fosse appena stata scritta alla vigilia di un concerto in un bar ancora deserto del Texas o dell’Illinois, mentre le cameriere apparecchiano i tavoli e qualcuno prepara la disposizione degli strumenti sul palco. Così nascono canzoni allo stesso tempo strettamente legate a un contesto socioculturale musicale ben in vista e ad esperienze ed episodi per altri motivi universali. Un connubio oggi non così facilmente riscontrabile a questi livelli. Un connubio meno riscontrabile nel precedente Tramp, quello sì, anche se instabile per definizione, più radicato in un sentire contemporaneo e newyorchese. Prendere una canzone qualsiasi di Tramp e una di Are We There e mettere a confronto i paesaggi suggeriti e raccontati. Interni rigorosamente notte, da dietro una finestra con vista luci cittadine possibilmente, nella prima e tiepidi ma fieramente stabili esterni giorno nella seconda. Questo nella maggior parte delle combinazioni possibili. Sono una novità le canzoni al pianoforte in questo ultimo lavoro, forti punti della situazione sulla natura sua e del suo essere cantautrice. Mancano canzoni più dirette e arrabbiate, propriamente da chitarra elettrica. Crescono, come già detto, i momenti d’ironia, già abitudine nel mezzo dei concerti (il disco finisce addirittura con una piccola improvvisazione seguita da una risata di gruppo). E così i paesaggi da viaggio, che favoriscono la già citata natura essenzialmente americana, non nel senso di costituirla dove prima inesistente (chi l’ha detto che una canzone Americana oggi non può essere identificata con New York?) ma piuttosto in un suo appropriasi di un più sconfinato orizzonte. Aumentano le ondate di sole. Quale sia l’importanza del titolo rimane una questione irrisolta, come il valore del suo pronome personale e di quel there, che non si sa dove è situato. Potrebbe racchiudere la storia di una relazione, non avere un significato preciso, non avere per davvero quel significato plurale, oppure avere lo scopo di fissare un istante come, a sua volta, la polaroid in copertina ha fatto nella vita di Sharon. Citare a questo punto il titolo di una canzone sarebbe sbagliato. La scelta di una gerarchia potrebbe risultare mai come questa volta sbagliata. Si potrebbe scegliere di prediligere passaggi ad alta intensità ma questi non sono uniformi, perché alcuni possono ricordare più facilmente vecchie atmosfere mentre altri le portano da un’altra parte dove la liberazione si trova più lontana dalle parti del tormento e più vicina a quelle della serenità. A tutto questo possono essere contrapposte sensazioni decisamente più rilassate che, proprio perché (ri)conquistate, non meritano di passare in secondo piano. Ognuna può raccontare a suo modo un momento di una vita. Quale sia però il soggetto di tutta questa storia e di tutte queste parole e quanto sia imprescindibile per la loro esistenza credo sia abbastanza superfluo da specificare, e comunque di nome fa Sharon e di cognome Van Etten.

Filippo Redaelli

Ben Frost – A U R O R A

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Non avrai altro Dio al di fuori di me.”
Sembrava impossibile crederci, o almeno così appariva a me, miscredente impenitente.
Rifuggivo la religione come fosse un’appestata, per coerenza a convinzioni radicate in anni e anni di esperienze, per testardaggine col tempo tatuata addosso. Lui, un dio terreno e immanente, stava tessendo tappeti sonori ai confini del mondo, mescolando luci e tenebre, synth bianchissimi e nere percussioni, il bene e il male.
La pelle indurita dal peregrinare per le dure terre dei Carpazi, i graffi di lupi e le escoriazioni di vetri rotti richiedevano tempo necessario come minimo a ricucire le ferite e riappropriarsi della forza primordiale per governare il mondo. La guarigione era quantomeno necessaria per intraprendere una nuova missione tanto impegnativa quanto epica.
Egli cercò il ritorno in Patria, perché sì il culto prevede l’universalità della risposta, ma le basi per irrobustire una certa dottrina impongono concentrazione e dedizione assolute; protetto da terreni di nota asprezza, sapeva bene dove scovare insolite fascinazioni e i segreti di reazioni chimiche debordanti, al riparo da qualche curioso disturbatore che di tanto in tanto andava accenando incursioni per verificare coi propri occhi anziché credere senza riserve. A quanto pare San Tommaso non era soltanto un biblico ricordo.
Di contro, erano anni che dinnanzi a Lui avevo imparato a plasmare la mia Weltanschauung. Cieca fiducia e totale abbandono. Attesa paziente, congiunta a simili attese disseminate per i continenti, silenti ma conscie di trovarsi in stasi apparente, ché era questione di giorni – se non di ore. Quando il momento arrivò, nessuno seppe se la gioia stesse superando la sorpresa, o meglio ancora lo stordimento; in questa religione le epifanie scuotono l’anima tanto quanto il corpo, non vi è modo di farsi coinvolgere spiritualmente senza avvertire le membra possedute da tale forza (sovran)naturale.
Le percussioni battevano impazzite come ingrediente inedito in una tavola periodica già satura di elementi pre-combinati e lasciati reagire in giochi di esplosioni metalliche e parentesi di quiete destinate a essere spezzate all’improvviso. Sembrava che il nostro demiurgo avesse imbastito un dialogo complesso tra la natura e suoi derivati; talora il confronto prendeva pieghe drammatiche tramutandosi in disputa e mostrava le due parti battersi strenuamente per avere una certa rivalsa, altre volte si conveniva presto a un accordo spontaneo, fatto di trame dense e fitte, di avvolgimenti reciproci e passaggi di palla armoniosi.
Il rito pagano aveva luogo alle pendici di un vulcano, ma aveva richiesto un cammino impervio per guadagnarsi la meta agognata, tra sbruffi di geysers e distese lunari. Non bastavano quindi le cicatrici avute come pegno dalle imprese passate, la catarsi andava completamente portata a termine. E a quel punto egli si trasformò in un sapiente direttore d’orchestra, facendo imbracciare gli strumenti musicali alla natura stessa, la quale si prodigò in una miriade di declinazioni sonore da lasciare tramortiti, sovrastati, affascinati. Gli acciai affilati innestavano tagli netti alle superfici rugose di rocce e terre più morbide, piogge di lapilli iniettavano il cielo di materia incandescente su musica battente dalle derive industrial e il ruggire delle lamiere. Si palesarono due aiutanti, eletti prescelti per potenziare ulteriormente la funzione: frustavano tamburi con violenza liberatoria e occhi chiusi, incarnando, in danze convulse e tribali, il cuore pulsante del centro della Terra. Intorno era tutto un andare e venire di coordinazioni e asincronie, di sublimi contrasti tra atmosfere sintetiche che lambivano i territori della techno e soavi aperture riappacificanti, rintocchi di campane lontane. In un simbolico moto ascensionale ci si andava nutrendo di sussulti infernali oscuri, animaleschi, di cenere grigia che sporcava qualsiasi accennata melodia con substrati gracchianti, di ghiacci acuminati, mentre il climax in progressione si stava dirigendo furioso verso il suo acme a lungo desiderato.
L’Aurora deflagrò nella volta celeste, stupenda e commovente, abbracciando di un chiarore bianco e vitreo tutti noi al cospetto. Gli sguardi fissi in alto per rapire una ad una tutte le sfumature, pupille affamate e ingorde, finché arrivarono al punto in cui la luce divenne davvero accecante e oscurò di colpo retina e campo visivo, ché rivelazioni come quelle sono irripetibili e hanno comunque un prezzo da pagare, anche caro. A single point of blinding light.
Rimasero le emozioni, a fatica comunicabili a parole ma ancora saldamente vive nello stomaco impregnato di meraviglia e di turbamento, nel tremore delle mani, nella pelle d’oca, nella memoria colpita affondata e riempita, nel cuore devoto.
E quando ci chiederanno le ragioni che sottendono la resa incondizionata sapremo tutti avvalerci dell’ineffabilità della fede. Sola fide.

Federica Giaccani

Kode9 @ Pika Future Club, Verona (10/05/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

Vino, vino, tagliata di manzo, vino, tiramisù, cavallo, patate, salumi, vino, birra, birra, vino, aceto balsamico, grana. Acqua, acqua, acqua.
A Verona nei negozi di vinili non conoscono Fatima Al Qadiri, l’ignoranza è una colpa e meriterebbero la chiusura, ma riescono a farti mangiare bene e a bere anche meglio.

Taxi volanti e industrie parallele si aprono oltre la stazioni, spazi si aprono sotto i cavalcavia e la mancanza di vero degrado rende il tutto meno affascinante. I capannoni del nord est dappertutto. Fortunatamente alcuni di questi, adibiti allo svago, diventano contenitori di altri luoghi. Un Regno Unito tanto ci manca, tanta la confusione, troppe le difficoltà a decifrare una dubstep ormai assuefatta e stravolta da fenomeni da baraccone con capigliature assurde. (altro…)

Fire! Orchestra – Enter!

Data di Uscita: 26/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per entrare in un culto esoterico sono molte le cose da abbandonare, quasi tutte le cose vecchie, i pensieri, le persone e molto spesso anche la propria anima. Poi bisogna sentire che tutte le cose vecchie sono andate via, che la propria vecchia anima ha abbandonato la propria sede immateriale.

Noi imparammo a vorticare come i dervisci da ragazzi, quando anziché ascoltare la musica dei nostri coetanei, per intercessione della nostra vaghezza e del nostro incomprensibile distacco, iniziavamo a dimenarci e a roteare al ritmo del sax tenore di Ornette Coleman. Ma altro non posso dire, altrimenti la segretezza del nostro ordine verrebbe sciolta e diverrebbe una normale setta accessibile a qualsiasi esaltato.
Alcuni di noi facevano parte del grande popolo ormai distrutto degli Inuit e i loro gorgheggi facevano danzare i pesci nei fondali delle acque ghiacciate e rendevano gli orsi bianchi innamorati. Altri invece venivano dall’altro grandioso popolo devastato degli aborigeni australiani che con le loro danze evocavano gli spiriti attorno ai fuochi. La maggior parte però erano volgari europei. Una volta entrati nell’Ordine non fummo più niente se non dei mezzi nei quali il Grande Spirito soffiava la sua anima dentro a degli ottoni o premeva il suo spirito su tasti e superfici vibranti.
Noi non siamo nessuno, siamo gli Entrati, che prima hanno dovuto fare uscire tutto. Noi non abbiamo mai fatto del male a nessuno ma ne abbiamo subito tanto e sfoghiamo il nostro furore e la nostra gioia (che nonostante tutto rimane) in quel gigantesco e poliedrico delirio chiamato Jazz (e in altre esoteriche bellezze di cui non possiamo parlarvi).
Abbiamo abbandonato il sorriso cinico per incontrare la sincope, abbiamo distrutto la maldicenza per costruire l’armonia, ci siamo liberati della nostra mediocrità per essere inconsistenti e di conseguenza siamo saliti, senza neppure saperlo, nel leggerissimo strato di Assoluto che nessuno può toccare con la parola. Noi lo sfioriamo con la musica, come le proprie dita possono solo sfiorare il proprio polso, ed entriamo in esso col nostro spirito. Noi che sappiamo che sulla terra non c’è nulla di puro, abbiamo trovato la purezza oltre la terra, ed ancora oltre abbiamo trovato il Tutto, che supera di intensità e bellezza la somma di tutte le sue parti, che è maggiore grazie alla sua aura (questa oscura cosa che nessuno vuole più nemmeno cercare) la cui luce è raggiungibile solo da chi, dopo essersi dato la pena di Uscire, è riuscito ad Entrare.

Marco Di Memmo

Fatima al Qadiri – Asiatisch (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 05/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Megastore galattici, luci come se fosse sempre Natale e l’immancabile dragone rosso incollato alla bell’e meglio in cima all’edificio. Il sapore di plastica affumicata e l’impressione di ritrovarsi davanti ad un patchwork pacchiano e senza un minimo di gusto. L’ennesimo devastante magazzino cinese prese il posto della piccola casa editrice underground, a nulla erano servite le proteste degli operatori culturali. L’ennesimo affronto alla tradizione ed alla Cultura, con la c maiuscola. Mentre dei giovanotti barbuti inveivano contro le autorità i gestori del locale guardavano privi d’espressione lo spettacolo e le cariche della polizia. I lineamenti di Wang parevano liquefatti e la sua mente iniziò a ragionare numericamente sui prezzi da esporre in vetrina per attirare i clienti, il giorno dopo ci sarebbe stata l’apertura.
Nella notte delle scritte offensive comparvero sui muri della palazzina, ancora una volta senza apparente emozione Wang e la moglie impartirono pacatamente i propri ordini. Un lontano parente della coppia, cugino di zii rimasti in Cina, di buona lena rimosse le minacce senza capire una parola tra quelle cancellate con una passata di bianco.
La superficie quadrata del locale fu riempita di merce a basso costo, nel megastore era possibile trovare qualsiasi cosa: dalla cianfrusaglia tipica all’abito firmato chissà dove, tastiere per computer e strambi portalettere, boxer di ogni taglia e legno per il camino. I giocattoli per bambini riempivano totalmente l’ala est e le infinite variazioni proposte consentivano un affare sicuro per l’acquirente.
L’odore stantio di chiuso – non c’era una finestra aperta – e la scarsa sicurezza dei materiali utilizzati era l’unico deterrente per i clienti. L’era degli sconti selvaggi copriva però qualsiasi magagna ambientale e l’organizzazione perfetta delle casse faceva il resto, il boom di vendite obbligò Wang ad assumere altri commessi, ovviamente cinesi. L’unica posizione scoperta, alla cassa numero 74, era stata assegnata ad un nipote della moglie che sarebbe dovuto arrivare dalla periferia di Pechino. Il ragazzo era entusiasta per l’occasione – prima libera uscita dalla Repubblica Popolare – ma non arrivò mai a destinazione. L’ultimo suo avvistamento risale alla settimana scorsa quando un conoscente della famiglia lo ha visto in Polonia, ubriaco e appena cacciato a pedate fuori da un noto bordello locale.
Lividi di vergogna sul volto della consorte e comunicazioni tagliate con il ramo della famiglia che aveva partorito il dissoluto nipote. Rimaneva il problema della cassa 74 e all’annuncio scritto in un tremolante cinese rispose solo una ragazza araba. Fatima conosceva la lingua alla perfezione, ma non volle rivelare come aveva appreso quel difficile intreccio di linee che formava i pittogrammi. In fondo a Wang serviva solo un addetto alla cassa, la discrezione poi era considerata un’arte nobile dalla sua famiglia e poco gli importava della ragazza.
Una volta assunta nessuno le parlava, una situazione in altri frangenti potenzialmente imbarazzante lì dentro si rivestiva di normalità. L’attenzione totale al dettaglio e i visi scavati formavano uno strato impenetrabile di silenzi e sguardi fissi, nessuno poi sapeva o voleva parlare inglese. Anche i vuoti parevano artefatti e plastificati, i rumori dei prodotti passati con velocità pazzesca sul lettore del codice a barre aprivano un buco nero emotivo in grado di risucchiare tutto, noia e fatica comprese.
Se solo Wang avesse saputo il reale interesse di Fatima probabilmente la ragazza non sarebbe mai entrata. Non è questione di chiusura culturale, ma di voler massimizzare il profitto senza temi sociologici a distrarre la relazione lavorativa.
Quando la ragazza – senza apparente motivo – lasciò libera la cassa 74, un ennesimo parente della coppia la sostituì. Il lavoro di Fatima si era concluso, il suo perfetto studio delle abitudini cinesi era compiuto e non vi erano più motivi per rimanere nel megastore.
Futurismo, synth, vertigine e grime. Fatima produceva musica, suoni e samples raffinati per cercare di creare passaggio d’informazioni dal compartimento stagno cinese al resto del mondo. Una coerenza sintetica tipicamente occidentale, messa in campo da una ragazza araba per riprodurre una propria visione della Cina in via di globalizzazione.
Il successo fu immediato: interviste, dj set, menzioni speciali sui libri di antropologia e di moda. Beat utilizzati dalle pubblicità dei maggiori brand mondiali di profumi e gioielli, vernissage patetici e lezioni universitarie.
Quando Fatima passava vicino al megastore faceva l’inchino. Wang e la moglie non leggevano i quotidiani del luogo, non avrebbero mai ascoltato i suoni di Asiatisch.

Alessandro Ferri

Inga Copeland – Because I’m Worth It

Data di Uscita: 15/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

ALL IS FULL OF POP, EVEN INGA COPELAND

Il pop è quel genere di musica che riesce ad unire le sensibilità di un numero di persone potenzialmente infinito. Una canzone pop viene comunque percepita in modi diversi perché l’essere umano è unico, nonostante i tentativi di appiattirlo. Tuttavia c’è una corda spessa e lunga che nel pop lega queste diverse percezioni e anche grazie ai media il tutto si unisce in un omnicomprensivo calderone magico dai mille colori.
Le pubblicità con gli artisti, le riviste patinate con matrimoni sfarzosi, gli editoriali che cercano di indagare il vero potere del pop, le sfilate di moda dove gli stessi musicisti presentano le loro creazioni. Tutto può trasformarsi in un oggetto, un evento, un modo di essere pop. Il pop è ovunque.

Accanto a questa presenza c’è anche un’assenza, spesso voluta, di cellulari che squillano a vuoto. Gli sguardi sfuggenti sulla metropolitana quando si finge di leggere il giornale per poi ributtare gli occhi su di una qualche bellezza pallida seduta dall’altra parte, sfasata due posti a destra rispetto alla visuale frontale. Le voci compresse dal rumore della carrozza quando frena su rotaie vecchie, consumate dal tempo e il muoversi delle persone che scendono, come in una partita a scacchi.
L’assenza data dall’osservazione attenta di tutto questo immenso spettacolo si fonde con una pressione psicologica del tipo: “Sto perdendo il mio tempo”. E un’altra serie di piccole ansie si fondono. E allora il trovare un parcheggio facile e sicuro, per contemporaneamente non urtare macchine ed essere pronti a partire senza manovre complesse, diventa primaria fonte di quiete. Il controllare più volte se tutte le portiere della macchina sono chiuse, il ritornare indietro cento metri dopo per verificare l’ultima volta non ricordando se la precedente prova era andata a buon fine. Un’infinita serie di urgenze di poco conto che fanno da quadro alla vita. Le perdite di tempo e i pensieri del tipo: “quanto tempo ho perso nella mia vita in attesa del verde davanti a questo immortale semaforo?”.
La capacità di estraniarsi e la ricercata irreperibilità totale a lungo andare possono prendere le sembianze di un gioco in cui specchiare le proprie ansie per esorcizzarle. I distacchi e le nuove strade ricalcano i medesimi errori del passato ma chissenefrega, ci si casca nuovamente e basta.

Prendersi gioco delle aspettative altrui, incentrate sul primo LP diventa naturale in un modo nuovo di intendere le situazioni. Il mettere a nudo le piccole ansie di ogni giorno, di ogni minuto quasi, davanti ad una platea sempre più ampia di persone può paradossalmente riportare il tutto sotto apparente controllo. E l’apparenza scompare divenendo controllo reale se si riesce ad aggiungere quella dose di sfrontatezza e divertimento.
Può succedere che un dialogo diretto con la club music diventi una ricerca di luoghi urbani capaci di sferzare e infastidire l’ascoltatore poco attento, magari deludendo anche chi era pronto ad una quasi forma canzone.
Rapidamente e con l’urgenza sincera raccontata prima si corre tra frequenze che creano onde sonore melmose e metalliche. L’apertura che fatica ad aprirsi prima di giungere ad una nenia sporca, rapidamente morta in un sibilo lontano. Faith OG X. E scattano dei rapidi consigli a giovani ragazze, dove i cellulari come solito squillano a vuoto, in uno scheletro strumentale monotono che circonda una capacità infinita di ipnotizzare l’orecchio abile a captare le variazioni. La stranezza di questa serie di anonime raccomandazioni splende di luce propria, per mettersi a nudo ancora una volta. “City is yours”. Advice To Young Girls. Rimane agganciato ad un 2-step chiaramente britannico questo spogliarsi. Prima duro e puro e poi capace di creare un immaginifico ed ulteriore spazio grazie ad una voce che prende per mano tra le strade sporche. Il tutto prima di trasformarsi in uno spettrale richiamo. Insult 2 Injury & Fit 1.
E la presa per il culo delle ossessioni che prende il sopravvento per ingannarsi nuovamente con le stesse ansie, tra synth cupi e disgreganti che sommessi si disperdono. DILIGENCE.

Uscite a ballare pieni di ansie e problemi, andrà tutto bene se sapete scegliervi la musica adatta a voi. Questa è decisamente fatta su misura per me L’oreal & Inga. Potete tentare, in caso di non digestione resta il pop, anch’esso spesso e volentieri sublime.
Alla fine tutto è pop in misure diverse.

Alessandro Ferri

Swans – To Be Kind

Data di Uscita: 13/05/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Dal libro di Υπηρέτης

Mi rivolgo a voi. E per mezzo di me anche Lei si rivolge a voi. Voi che sentirete le mie parole e vi darete ascolto. Voi che vi salverete quando Lei poserà lo sguardo alle vostre opere. Alle vostre vite. E con occhi pieni di temibile misericordia pronuncerà la parola. Υπηρέτης. Servo. Perché solo asservendovi totalmente al Suo volere sarete meritevoli di misericordia. Mi rivolgo a voi. Fratelli. Che ascolterete la mia parola. E attraverso la mia parola la Sua. E sarete timorosi. E chinerete il capo. E seguirete la Sua volontà.
Io sono solo un umile servo. Non ero nulla se non un peccatore. E niente della mia vita passata ha senso prima di quel giorno. Il giorno in cui Lei mi apparse come in un sogno che sogno non era. Come di veglia in un mondo senza giorno. E le ombre erano immobili alla luce tremolante dei falò.
Sono stato un peccatore. Nei lidi ai quali approdavo il calore era solo ebbrezza. L’amore era solo decadenza putrescente al fragile riparo di un obolo. La luce era solo rifiuto. La salvezza scorreva nelle vene sotto forma di veleno. La vita giaceva abbandonata ai piedi di sentieri di tenebra. Il tempo non esisteva in quei lidi. E Lei venne per condurmi in un porto di acque sicure. Mi apparve con le sembianze di un gabbiano dorato. E teneva nel becco una squamosa lucertola. Quella lucertola era la vita mia. Una vita di soli peccati. E come in un lampo. In un fragore solenne. Strinse la presa e la lucertola venne tagliata in due. Ed il suo sangue si riversò copioso sul mio capo. Mentre un dolore inimmaginabile mi prendeva tutto. Poi il sangue smise di cadere. Ed il gabbiano si posò davanti a me. Al suo fianco sinistro vi si trovava un feto a me legato. Dal suo equilibrio al mio. E sentivo la sua vita pulsare attraverso di me. Il dolore si placò e la sofferenza abbandonò le mie membra. E attraverso gli equilibri quella vita ancora da nascere faceva rinascere me. E potei sentire la Sua parola. E capii che ero stato salvato. E che dovevo incamminarmi per essere il Suo strumento tra gli uomini. Il gabbiano annuì. Mi ridestai da quel sogno che sogno non era. Mi addormentai in quella veglia priva del giorno. E mi ritrovai inginocchiato sulla via. Con in bocca il sapore del sangue. E davanti a me un frammento di quel sogno che sogno non era. Che mai ha respirato all’infuori di me. Che mai ha visto la luce se non attraverso i miei occhi. Il cui cuore non ha mai battuto se non nel mio.
Io non ho più un nome perché nessuno può chiamarmi se non Lei. Io sono. Υπηρέτης.

* * *

Peregrinavo. E incanutivo nel mio vagare. Una città di luci comparve davanti ai miei occhi. E potevo vedere uomini e donne perdersi in quello splendore che nascondeva lo squallore dei nostri tempi. Vedevo l’affaccendarsi di piccole creature così simili a me alla ricerca vacua del piacere. Che celebravano con riti pagani il totale asservimento all’edonismo. E vidi che la città di luci era in realtà la tenebra più nera. E capii perché Lei trovasse così ripugnanti le sue stesse creature. Creature che avevano rinnegato il Suo nome. E che si credevano liberi padroni del Suo Regno. Ed ecco che sentii la mia natura abbandonarmi per trasformarsi in collera. E nelle mie mani comparve un bastone di fuoco. E mi diressi verso la città di luci.
I peccatori mi deridevano indicandomi col dito. Si facevano beffe di me. Ma non mi feci fermare perché sentivo che il Suo volere stava per compiersi. E dal bastone che stringevo tra le mani uscirono lingue di fuoco che andavano ad abbattere coloro che ridevano di me. Che ridevano di Lei. E questi caddero riversi al suolo nel loro stesso sangue. Le luci si squarciarono di fronte al terrore suscitato dalla Sua potenza. E sentii Lei ridere attraverso la mia bocca. Mentre uno alla volta i peccatori precipitavano sulla terra che tanto amavano ma che non poteva dare loro la vera Salvezza.
Ecco. Io dico a voi che mi ascoltate che quella notte Lei ha condotto alla rovina la città di luci per mezzo del Suo servo. Perché il Suo giudizio è verità. E non c’è redenzione nella colpa. Non c’è speranza nel peccato. E la morte non sarà un sollievo per i peccatori che nell’assenza della Storia moriranno ancora infinite volte.

* * *

Non ci è dato sapere quando l’aria smetterà di scorrerci nelle vene. Ma il profeta ha sentito il Suo sussurro e sa che il proprio destino è stato tracciato sino alla fine. Un sentiero tortuoso. In mezzo alle spine. Sassi appuntiti. Bestie feroci. Infinite insidie. Perché Lei ha voluto saggiare l’obbedienza del proprio servo. E ha guardato a lui con occhio severo. Ed è stata con lui più intransigente. Ma quando giungerà il momento lo eleverà sopra tutti. Il Suo alito si poserà sul suo dormire. E lo avvolgerà il sonno eterno. Perché le labbra del profeta hanno reso Lei il giusto onore.
E voi che ascoltate le mie parole. Che sono le Sue. Anche voi non dovete temere la morte. Non abbiate paura di dire addio a questo mondo. La Sua volontà si compirà nel sonno. In una giornata privata del sole. E non stupitevi se non sarà un comodo giaciglio ad ascoltare i vostri ultimi sogni. Non disperatevi se qualche mercante di false speranze vi chiederà di rivolgere a lui le vostre ultime parole. Non angosciatevi se i vostri panni non saranno degni dell’occasione. Non piangete per lo scadere delle vostre ore da umili servi. Perché per voi Lei ha riservato il posto migliore nei cieli. Farà riecheggiare le Sue parole tramite la vostra voce per i secoli a venire. Vi vestirà con la Sua benevolenza e risplenderete di grazia sopra tutti gli uomini.
Prestate orecchio. Lei attraverso me vi ha parlato. Io sono. Υπηρέτης.

Dalle lettere di Υπηρέτης alla madre

Madre,
un sogno inquietante una notte ha turbato il mio dormire. Una visione terribile e rivelatrice. Mi sono risvegliata in un bagno di sudore. Nel terrore di una vita persa. Nel dolore di una morte improvvisa. Ti sono vicina. E spero che anche il tuo pensiero sia rivolto a me in questo momento. Tu che conosci bene la sofferenza di veder fuggire la vita cresciuta nel proprio grembo.
Piango con te Madre perché so di averti deluso. Perché so di non aver prestato ascolto ai tuoi avvertimenti. Ai tuoi consigli. Ho voluto seguire la strada che mi ha condotto lontano da te e dalla tua grazia. Ma mi sono persa. Imploro il tuo perdono per aver condotto una vita dedicata alla perdizione. Ho creduto di poter trovare la salvezza nel veleno. La libertà nella lontananza da ciò che ero. Nella lontananza da te. L’amore in letti sconosciuti. Ero convinta con una certa arroganza di poter bastare a me stessa.
Ma una notte un sogno mi ha risvegliato. Ho perso tutto. Non ho più niente. La vita nel mio grembo si è spenta nel sangue delle mie colpe. E sono sola. Questo mondo non conosce che cosa sia l’amore. E’ l’uomo stesso ad allontanarlo da sé per poi rimpiangerne l’assenza. Che cosa ci meritiamo se non tutto il male che procuriamo a noi stessi? Che pietà cerchiamo quando siamo i primi a non concederla? Siamo peccatori senza redenzione. Siamo costantemente alla ricerca del dolore per poter compatire la condizione che noi stessi abbracciamo.
Madre. Tu solo puoi capire le mie lacrime. Tu solo puoi asciugarle. Io non permetterò più a me stessa di affogare in questa feccia. Non ricercherò più un barlume di luce nei sentieri di tenebra. Troverò la forza di liberarmi dal giogo delle mie colpe. Se solo troverai la forza di perdonarmi. Se solo riuscirai a passare la tua mano tra i miei capelli come facevi un tempo cercando di preservare la mia innocenza. Quando ancora infante io ti amavo senza saperlo.
Mi ritrovo ora nel deserto. Tra luci accecanti e suoni falsi. Mentre l’umanità che mi circonda si affanna a vendere la propria anima demolendo il tempio che la contiene. Come io ho fatto un tempo. E mi accorgo che non sono mai stata così sola.
Madre. L’uomo non merita alcuna pietà se non è capace di risollevarsi da solo. Deve perdere tutto per rendersi conto che già prima di raggiungere il fondo non aveva niente. Le genti mi deridono per il mio aspetto. Per le mie parole. Per i miei avvertimenti e per la mia storia. L’uomo che brancola nel buio del peccato è convinto di essere forte. Ma l’uomo non è forte Madre. E se ha bisogno di un segno per capirlo io darò all’uomo questo segno. Distruggerò queste luci. E illuminerò la sua fragilità. Altro non siamo che debole carne. E basta un nulla per ritrovarsi al suolo in mezzo al sangue. Farò vedere a questi peccatori quanto è fugace la nostra esistenza se non siamo in grado di discernere ciò che illumina da ciò che acceca.
Distruggerò la città di luci per dimostrarti che sono cambiata. Ma dammi un segno della tua presenza.
Amami ancora.

* * *

Madre.
Questa sarà la mia ultima lettera. Perché è giunta la mia ora. Io ti amo. Amo te e te soltanto.
Un mercante di false parole è venuto a chiedermi se volessi rivolgermi al suo dio per implorare perdono. Ed io presa dalla rabbia ho voluto strappargli gli occhi. Perché è già cieco. E non ha visto che io sono già stata salvata. Mi hanno percosso ancora e ridotto il mio corpo in sterili macerie. Non riusciresti più a riconoscere il mio volto Madre. Mi hanno denudata. Inflitto dolore alla mia carne credendo che così facendo mi sarei sentita punita. Ma non ho dato loro alcuna soddisfazione perché tanto io lo so che devo morire. E la mia lingua ha cantato salmi di gioia perché seppur piangendo per le ferite sulla mia pelle non ho sofferto. Io solo per la tua mancanza soffro.
Madre. Sii sempre gentile con chi ti chiede una carezza. Ed anche se non mi rispondi io so con certezza che tu ci sei. E mi osservi. Mi osservi vero? Perché mi manchi tutti i giorni. Lo vedi che sono diversa? Lo vedi che ora puoi amarmi? Amami anche solo per un secondo. Per quel secondo prima che il loro odio venga iniettato nel mio corpo. Per quel secondo prima che il mio cuore smetta di battere. Per quel secondo in cui dormirò e non mi accorgerò di nulla. Distesa su uno scomodo giaciglio artificiale al quale mi legheranno. Come vengono legati i capretti prima di essere macellati. Come vengono imbrigliati i cavalli prima di essere soppressi. Ma per quel secondo. Per quell’immobile secondo. Pensami.
Addio Madre.
Amami ancora.

Pietro Liuzzo Scorpo