monthlymusic.it

CunninLynguists – Strange Journey Volume Three

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Le un miliardo e centotredici meraviglie del mondo

Vivere nella città, sinonimo di avversità e sopravvivenza, è sempre stata una facile soluzione. Tra negozi piatti e larghi agli angoli delle strade, quartieri uno identico all’altro, il tedio prendeva tutti sotto braccio come una badante per persone troppo stanche per vivere. Eravamo stati tutti cresciuti al dovere della rassegnazione, al rassicurante tocco dell’uniformità, costretti in un ghetto dove parole come pretesa, insoddisfazione, richiesta, erano scritte sugli zerbini davanti ad ogni porta.
Prima di incontrarti mi accontentavo di essere consapevole di questo modo di vivere trattato come un gioco al ribasso, in cui la puntata minima era una parola, esistenza, che veniva tenuta in bocca come un alimento senza sapore. L’unico squarcio sarcastico in quella tela monocromatica era un graffito disegnato sulle saracinesche di un negozio che non avevo mai visto aperto. Quelle lettere grigie dai contorni rossi formavano la parola normalità, ed erano viste da tutti e dimenticate in fretta, a favore di parole scritte meglio o adornate da disegni più complessi. Ho sempre immaginato che la mano che tratteggiò quel concetto sintetico e brillante appartenesse ad un ragazzo che da lì a poco sarebbe partito per il mondo per proseguire lungo la strada che un’illuminazione sincera gli aveva appena mostrato. Vedevo, in quei punti dove la vernice era colata lungo la parete di metallo, la fretta di condividere la bellezza e la voglia di vivere la vita, qualunque essa fosse. Guardando quelle macchie sull’asfalto, distinte e scure, mi ero fatto l’idea che il ragazzo piangesse di gioia mentre la sua mano dipingeva il più bel quadro mai pensato.

Sei arrivata a bordo della tua macchina sgangherata, con una portiera di un colore diverso e la ruggine a tenere tutto insieme. Hai fatto gli ultimi metri con quella navicella spaziale color verde muschio che procedeva a singhiozzo, per poi fermarsi con un boato mentre dal cofano usciva del vapore bianco, a salutare un viale in cui non c’era nessun altro a parte noi. Mi sono tolto il cappuccio e ti ho guardata armeggiare con il cruscotto e, anche se non ti sentivo, vedevo che stavi parlando ad alta voce come se qualcuno o qualcosa, il volante o la frizione, potessero capirti. Dopo poco mi hai notato e, continuando a parlare ad alta voce con tutti i finestrini chiusi, mi hai regalato il primo sorriso sincero della mia vita, subito prima che il fumo bianco inondasse l’abitacolo nascondendoti alla mia vista.
Siamo diventati amici, come in quel cartone animato con la volpe ed il cane che ti ha fatto piangere non so quante volte. Mi hai insegnato a scrivere e a leggere in molte lingue, mettendo la tua mano sopra la mia e aiutandomi a trasformare delle singole immagini in un torrente di lettere, prese da alfabeti presenti passati dimenticati e mai esistiti, e di colori.
Ho capito che, prima o poi, te ne saresti andata quando, guardando una nuvola attraverso il tettuccio della macchina, mi dicevi che era bellissima… che non aveva importanza se non aveva una forma poetica o singolare… esisteva, era sufficiente, e forse quei contorni morbidi erano stati i protagonisti dell’inizio di una storia d’amore, o la prima cosa che un bambino aveva notato.
Hai preso la tua decisione di notte, ed è stato come togliersi una spina dalla bocca dopo aver dato un morso ad un frutto estremamente dolce. Sfogliavi il regalo che ti avevo dato una settimana prima e che, seguendo il filo di una sensazione, avevi aspettato a scartare. Si intitolava Le un miliardo e centotredici meraviglie del mondo, ed era pieno di luoghi che avevamo visto e che si erano impressi nella nostra memoria, di frasi rubate a conversazioni appoggiate su una panchina di legno giovane e morbido. Dopo tutto questo c’erano centinaia, migliaia, di pagine bianche. Tu le hai sfogliate ed ogni foglio ignoto era un desiderio inespresso che voleva solo essere soddisfatto, ma anche un passo che ti allontanava da ciò che conoscevi. Arrivata al foglio bianco numero centotredici ti sei fermata e hai spalancato gli occhi…
Io ti immagino ora, felice ed inarrestabile in chissà quale regione del mondo, a saltare, ridere, ad emozionarti. Così come immagino le tue dita quella notte, mentre scrivevano la parola grazie sotto quelle lettere scritte nel mezzo del foglio bianco centotredici.

Si perde solo quello che smettiamo di cercare.
E anche su quello ho dei forti dubbi.

Filippo Righetto

Comments are closed.