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Fennesz – Bécs

Data di Uscita: 28/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Baeetch chiamano Vienna gli immigrati ungheresi venuti ad abitare la città austriaca.

La simbiosi con l’ambiente circostante attraverso strutture cicliche ridondanti, minimali e scarne per rappresentare fedelmente la propria visione. L’astrazione concettuale illumina strade e costruzioni dai contorni scolpiti dal passare dei secoli, mentre il susseguirsi di pioggia e cielo sereno scandisce una sperimentazione che è divenuta ormai familiare. Assestata in forme a volte acuminate e altre volte vellutate questa tensione costante si dipana a macchia d’olio. Superato un certo pubblico ci si trasforma in monumenti, come le città dopo un certo numero di eventi storici importanti mutano la propria cultura, restando fedeli ad una natura immutabile. L’articolazione multidimensionale di questa importanza si staglia viva più che mai nel razionalismo di Adolf Loos, nello Jugendstil di Joseph Maria Olbrich e nella metropolitana costruita in quel periodo. Lo sfruttamento costruttivo che porta alla congestione è tramutato in un brulicare ordinato lungo i nuovi negozi che pullulano nel centro di Baeetch. L’infinito numero di premi Nobel, quando ancora l’Istituto era serio, le teorie economiche che hanno agilmente smontato i falsi miti del 1900, e infine le aperture ai cambiamenti pervadono ogni angolo della città. Trovano spazio la distorsione ed il rumore ridefinito e curato per creare la melodia, laddove si è sempre pensato che una melodia fosse impossibile da ricreare. Le vere rivoluzioni austriache a cavallo del 1900, quasi ad indicare un terreno fertile sul quale scoprire nuovi lidi da esplorare, hanno avuto sviluppi anche meno lontani nel passato, quando la ricerca del glitch ha aperto strade prima difficili da percorrere. Non c’è più nulla o quasi ma il retroterra rimanere saldo anche in questo nuovo affresco, dove il sacro rumore viene trasportato in una gloriosa melodia.
C’è tutto il lascito industriale e non in una città che si fonde con l’artista e viene riproposta dallo stesso senza alcuna ansia personale che potrebbe portare ad una banalizzazione del risultato, se di risultato si può parlare. La torsione verso l’astrattismo è una forza perfettamente contrastata dal razionalismo di cui si parlava sopra, lo scorrere rumoristico si lascia trasportare equilibrato dalle acque del Duna. L’ambiente riproposto con rigore lascia tranquillamente lo spazio all’evasione più totale, proponendo viaggi pindarici pur restando ancorati ad un suolo asfaltato e pulito.
Un gorgogliare confuso dà il via alla composizione che tra le frizioni si rischiara catapultando la mente in una piazza circolare illuminata da immensi lampioni a tre luci che mandano segnali intermittenti. Static Kings. La luce scompare rapidamente in alcuni vicoli centrali ma periferici nello stesso momento. Qui una cappa scura opprime gli avventori che tuttavia paiono proprio ricercare questo tipo di ambiente. Un noise disturbato si interseca con una chitarra elettrica annegata nei sintetizzatori che accresce pathos e tenebre. The Liar. Lo sviluppo è una cavalcata che intende riportare in zone più illuminate, ancora un poco storditi ma rafforzati da una chitarra che solenne raggiunge una potenza inaudita e commovente. Monumento inarrivabile di un qualcosa che resterà indelebile nella mente di chi, predisposto, si sia aperto al suono. Liminality. L’organismo ormai entrato totalmente nell’ambiente circostante viene cullato da un synth che bucolico si dipana tra i rumori nascosti dietro l’angolo, tra i palazzi e le chiese. Pallas Athene. Gli angoli più remoti del ghetto ebraico, il circolo formato dalle vie centrali, il zigzagare impazzito in un rumore che assorda ma non nasconde mai fino in fondo il cuore melodico. Una fuga che si tramuta in ricerca grazie ad una bellezza ancora una volta pura e semplice, che commuove. Lacrime di gioia è questa Bécs.

Un lungo viaggio notturno su un taxi di Vienna guidato dall’autista magiaro che pur restando muto per tutto il tempo è riuscito a farti da guida lasciandoti poi scendere senza nulla chiedere in cambio. La promesso di tornare a visitare, ad ascoltare e a respirare quell’aria.

Alessandro Ferri

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