monthlymusic.it

HTRK – Psychic 9-5 Club

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Jeanine aveva deciso di riporre in un cassetto la sua vita totalmente sbagliata, aveva deciso di chiuderlo e gettare via la chiave per sempre. Trent’anni e strade di Londra battute più la notte che con la luce del sole, le mani nervose che si grattavano l’un l’altra e poi salivano fino ai gomiti lasciando i segni sulla pelle bianca, sotto le magliette attillate di un nero assoluto; buchi in vena, plurimi e recidivi, buchi nelle calze ogni giorno più logore, buchi nei conti scarni che segnava su scontrini di fortuna nel suo appartamento, la testa pesante sorretta dalla parete accanto ai fornelli mentre farneticava parole disperate al telefono. Quel telefono che non la piantava mai di suonare nemmeno la notte, e gli uomini che la aspettavano sotto casa ad ogni ora, la pedinavano, insistevano, non accennavano a mollare la presa. Non era mica colpa loro se quella donna li accecava col suo fascino malato, li circuiva calcolando con estrema lucidità ogni mossa approfittandosi delle loro umane debolezze, poi scompariva. Aveva cambiato appartamenti Jeanine, quasi con la stessa frequenza con cui cambiava versione dei fatti per svignarsela da scomode situazioni ingombranti. Era una tossica atipica, alternava periodi di miracoloso equilibrio in cui riprendere il fiato e pianificare mosse future ad altri estremamente scuri e confusi, affondata nella palude di contesti ingarbugliati e guai, che attirava a sé come campi gravitazionali di forza inaudita.
I suoi genitori avevano strenuamente tentato di influire in qualche modo disperato nelle sue scelte, di aiutarla per quanto potevano; in cambio avevano soltanto ricevuto porte sbattute in faccia e insulti irripetibili, nel migliore dei casi la reazione scaturita era mutismo ostinato. Decisero infine di farsi da parte e lasciarla a se stessa, da qualche anno avevano smesso di vedersi e di parlarsi, come se ambo le parti avessero di comune accordo convenuto che la dissoluzione del vincolo fosse l’unica strada praticabile. Jeanine non lo avrebbe mai ammesso, se non altro per ragioni di orgoglio, ma da quella volta un senso di vuoto latente non la lasciò mai completamente in pace; per fortuna le era rimasto Chad, energumeno di colore, suo unico amico. Soltanto a lui dischiudeva i cancelli delle confidenze, soltanto lui era riuscito a vedere i suoi aridi occhi inumidirsi per la paura e la malinconia.
Un giorno, dopo l’ennesima disintossicazione, Chad le disse che l’unica salvezza sarebbe arrivata soltanto con una nuova identità: documenti vergini intestati a chissà quale nome asettico e insignificante che di lì in avanti si sarebbe dovuta sforzare di accettare, vita nella brughiera al riparo dai fumi di Londra, taglio netto col passato. Il problema è che lei questo proprio non lo voleva, non avrebbe mai rinunciato a se stessa, al suo nome francese rimastole come unica eredità del padre d’oltremanica.
Trascorse la notte insonne, contò gli autobus passare, e le auto, e poi venne il turno dei netturbini; sul fare dell’alba la soluzione arrivò nitida come una rivelazione, e il suo orologio biologico sembrava regolato in sincrono con ciò che andava fatto: si sentiva inaspettatamente pronta, e anche in grado. Alcuni aerei e dei continenti da frapporre tra il passato e il futuro la facevano sentire al riparo da ogni ipotetica minaccia, le apparivano come il terreno ideale sul quale gettare le basi per una ripartenza. L’Australia, inedite prospettive.
Salutò Chad in aeroporto con un abbraccio drammatico e al contempo vigoroso, una forza ritrovata; il filo non si sarebbe comunque mai spezzato tra loro. Il suo corpo, avvezzo finora a oscurità malate e a un masochismo intimista e fragile, aveva adesso bisogno impellente di bianco e di luce. Cose del genere accadono tutte insieme come uno tsunami, incalcolabili, imprevedibili.
Una volta atterrata, coi pochi soldi che aveva a disposizione prese in affitto un minuscolo appartamento in un vecchio stabile; le dimensioni minime, gli infissi male coibentati e la posizione periferica erano ampiamente ripagati dal mare che, imperioso e immenso, entrava da protagonista nei suoi spazi dalle ampie vetrate a tutt’altezza. In particolare perdeva la cognizione del tempo sul terrazzino di un metro quadro, fumando qualche sigaretta mentre odorava la salsedine e ascoltava i gabbiani. Si muoveva con naturalezza in un fresco equilibrio non più precario, irrobustito dalla serenità di lunghe passeggiate tra la spiaggia e i meditativi giardini zen, una musica digitale e delicata a far da cornice, quella di sempre ma ora spogliata di ogni traccia morbosa e oscura, un nuovo riflesso azzurro creava riflessi vibranti e rassicuranti. Blue sunshine.
Aveva sempre odiato il rock, non concepiva il bisogno del fragore degli strumenti suonati per evocare chissà quale stato d’animo. Adesso che la guarigione stava avendo atto, le melodie insane e sincopate e i sussulti tra le coperte madide di sudore avevano gettato la spugna; Sydney sapeva di brezza e di fiori, di giorni semplici da trascorrere col sole alto e un lavoro normale che scandisse dei tempi più umani, regolari, curativi. Trovarsi dall’altra parte del mondo le rendeva in qualche modo più semplice ribaltare la vita. Senza dover essere altro da sé.
Quando Chad decise di sacrificare la sua fobia per gli aerei e la raggiunse, per poco faticava a riconoscerla: nessuna traccia di nero inglese, Jeanine si era convertita a seta e viscosa dai colori chiari e delicati; i luminosi capelli erano raccolti in una treccia lasciata cadere di lato su una spalla, il trucco era leggero. Seduti a un chiosco sulla spiaggia lei scelse un infuso fruttato lasciandolo solo alle gradazioni alcoliche, gli illustrò la nuova occupazione da segretaria presso un medico sportivo e gli parlò con voce ferma e posata. Anche il gesticolare nervoso era sparito.
L’eccezionalità della normalità.
Se solo i suoi cari sapessero – rimase in bilico lei in un’istantanea riflessione. Ma ben presto ricacciò indietro i pensieri pesanti e tuffò lo sguardo oltre il molo.
Probabilmente per questo non era ancora pronta. C’è un tempo giusto per ogni cosa.

Federica Giaccani

Comments are closed.