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Timber Timbre – Hot Dreams (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per molto tempo sono andato a letto tardi la sera. Questo fino ai ventitré anni, ultima età in cui ho avuto l’illusione della purezza, di forme belle e oneste che potevano rallentare la marcia spietata e rumorosa del dolore. Ora che mi rendo conto di quanto sia inarrestabile il battito dell’orrore non ho più molta voglia di andare a dormire tardi.

Ora vado a dormire molto presto e dopo aver guardato immagini di sculture di Brancusi o di pittori italiani del rinascimento cado in un violentissimo e disperato sonno che verso le quattro di mattina comincia ad essere delicato fino alla malattia. Tengo un fucile a pompa dietro il ripiano dei testi sacri della mia libreria perché voglio ringraziare con un buco nella pancia e un salto d’orrore chi mi viene a disturbare nella notte. Ma il vero scopo di questo oggetto, che vi avrà già destato inquietudine o una piccolo-borghese disapprovazione, non è quello di sorprendere un ladro nello squallore della notte, ma è molto più violento ed inquietante: è la vendetta.
Se poteste capire, con un vero slancio di empatia, quanto mi faccia stare male rimanere invendicato, formereste un vero e proprio esercito, e insieme a me distruggereste bandiere, statue, città squallide, penisole e arcipelaghi nidi di bassezze morali, dispensatori di complimenti come “che bei capelli” e raccoglitori di questi complimenti, nonché narcisisti imbecilli che cedono a misere seduzioni.

Quando siamo sbarcati in America abbiamo innalzato profumate chiese a un Signore che non ci sta a sentire, ma alcuni di noi – quelli coscienti – hanno continuato ad innalzarsi nonostante tutto. In duecento anni sono nati grandi poeti e filosofi che hanno popolato porti foreste laghi redazioni di giornali. Io sono il più pazzo di loro e le mie coordinate spaziali sono del tutto diverse e sconfinano nella grande terra allucinata della pazzia, dove si è dei puritani che si svegliano all’alba.

È difficile risorgere: ho iniziato da poco ma ricado nella morte di continuo e soltanto quando sarò tornato definitivamente alla vita potrò lasciare andar via l’idea della vendetta, di una notte passata in un piacere analogo, di un ritorno a casa ubriaco dove si pensa a come vantarsi del proprio squallido successo. Solo allora potrò sotterrare la metafora del mio fucile a pompa e la violenza reale del mio dolore. Ma sarà solo grazie a me, grazie ai mei sforzi.

Mi hai lanciato in un deserto spinoso su una macchina destinata ad esplodere e me l’hai detto con un sorriso da imbecille narcisista, da persona priva di coscienza quale eri e sei. Sei stato tanto idiota da ammazzarmi e dirmelo con quel sorrisino velenoso, e ora il veleno mi sta uccidendo. È il succo squallido di un peyote qualunque e io sanguino di dolore in questa sete sgrammaticata di un deserto che mi è estraneo. La chitarra che un tempo suonava la gioia mi sembra uno stridore che mi strappa i nervi e la carne, e non la riesco più a suonare. Mi può guarire solo quello sciamano che ha il mio stesso volto, che io posso trovare soltanto svuotandomi di tutto, anche di te.

Un giorno, mangiando uno stroopwafel, ricorderò con una travolgente sensazione, quella vastità, quell’ossigeno, quella meraviglia, quella sofferenza talmente vaga e nascosta bene da farmi sentire la felicità. E manca solo una cosa per distruggere questo anno questa vita e il suo distruttore: mi hai deluso.

Marco Di Memmo

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