monthlymusic.it

Archive for aprile, 2014

Kelis – FOOD

Data di Uscita: 21/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo scambio di valigette

Nei film sembra fottutamente semplice!

Non so cosa diavolo ci sia di così importante in quella ventiquattrore ma mi hanno riempita di soldi per un lavoretto “veloce”, almeno è così lo hanno chiamato.

Sono chiusa nel bagno di un aeroporto con indosso un vestito da hostess due taglie più piccole, perlomeno fisseranno la ma scollatura anziché il mio volto. Mi hanno assicurato che una delle assistenti di volo avrà un improvviso malore in aeroporto, un attimo prima di salire a bordo, ed è allora che con gli altoparlanti avvertiranno i sevizi in staff di dover effettuare un cambio di personale. Dovrò dirigermi al gate 43 presentando un grande sorriso ed i documenti che mi hanno “consigliato vivamente” di non perdere. A bordo ci sarà un signore distinto con una valigetta, dello stesso tipo che è nella mia borsa; a questo punto avrete capito anche voi che il mio compito è quello di inventarmi qualcosa e di effettuare lo scambio. La cosa più facile del mondo, soldi facili per un lavoretto veloce.

Cazzo, l’orario stabilito è passato da venti minuti…

Avviso urgente per i Servizi in Staff, Hostess al Gate 43, ripeto Hostess al Gate 43, è un codice H.

E’ il momento! Mi precipito fuori del bagno e cerco di assumere un’espressione professionale; su questi tacchi sembra che ci sia nata, sarà un gioco da ragazzi. Arrivo al gate con tutti gli occhi puntati addosso, il pavimento in marmo riflette la mia biancheria rosa, a contrasto con la mia carnagione scura, mi presento mostrando i documenti falsi ed i miei denti splendenti. Sono sull’aereo, un attimo prima del decollo.

Mi hanno istruita a dovere e prendo posto nella cabina antistante quella del comandante in attesa della stabilizzazione del velivolo. Lascio la mia borsa nell’apposito scomparto e infilo la replica della ventiquattrore sotto il carrello delle vivande. Dopo dieci minuti, insieme al collega, iniziamo a servire i clienti di coda.

Caffè; snack dolce; bibita gassata e snack dolce; salatini e aranciata; caffè; caffè ed un bicchier d’acqua; tramezzino e bibita gassata; caffè… ed ecco che ci siamo, a due file da me ci sono due posti occupati da un uomo di mezza età e da una ventiquattrore! Dico al collega che sono terminate le bibite gassate e mentre lui va a recuperarle sono accanto all’uomo X che, composto, mi chiede un caffè. Passandoglielo me lo faccio sfuggire di mano versandoglielo sulla giacca e nel colletto, il suo sobbalzare mi fa intendere di avergli ustionato anche il collo; chiedo scusa e mi propongo di accompagnarlo in bagno. Lui rifiuta ma lo seguo lo stesso, considerando che nel frattempo è tornato il belloccio con le bibite di riserva.

Estraggo dalla tasca un deodorante stick e tiro via la pellicola con l’accurata descrizione degli ingredienti per spacciarlo per uno smacchiatore universale e, preso un nuovo rifiuto dal signore, mi accorgo che ha la valigetta legata ad un braccio con delle cazzo di manette. Di scatto mi chiudo nel bagno con lui assestandogli un colpo improvviso, quanto preciso, sulla carotide: cade a terra svenuto.

Esco e lo chiudo dentro mentre recupero la mia borsa che nasconde un coltellaccio con il quale potrei riuscire a forzare le manette oppure… a tagliargli l’arto grigio e sottile. Inizio a destare l’attenzione del collega, ma non mi importa, mi richiudo nel bagno con il vecchietto in terra facendo l’occhiolino allo Stewart. Prima di procedere decido di aprire quella maledettissima ventiquattrore per scoprire finalmente cosa ci sia dentro. Non si apre, allora faccio leva con la lama, in modo sempre più insistente, fino a quando sento un click…

L’esplosione fu devastante, illuminò il cielo, strappando l’aereo in due; ma questo potete saperlo solo voi che state guardando dalle vostre fottute poltrone di casa, di me non rimane altro che un frullato sparso tra i 9.000 e i 12.000 metri di altezza!

The end

Maurizio Narciso

Eels – The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett

Data di Uscita: 22/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Memories of Mistakes

“Trouble is a friend of mine; I’d like to leave behind.”

Per quanto esili in attenzione, il vento introverso di primavera poteva appena smuovere i rami tesi della magnolia che eri riuscita a far crescere in giardino. La osservavi incuriosita dalla sua fermezza e nello stesso tempo, la caffettiera cominciava a borbottare la sua nenia di sazietà. Eri riuscita a insegnarmi che pochi grani di zucchero sono più che sufficienti a ottenere un buon compromesso perché non sia stravolta la natura di tutte le cose, sebbene sia possibile talvolta attenuare quello spiacevole senso di realtà che non ha mai smesso di turbarti. Piantammo ancora il seme e pregammo per una nuova pioggia. Io con te, nonostante l’incapacità alla pazienza che mi distingue.
Se il tempo ti era amico, sedevi sulla panca di legno che ti eri costruita da sola (per questo era motivo di grand’orgoglio) e ripensavi al provato in un’anamnesi il cui aspetto tragico è stato raccontato molte volte, ed era tua la capacità di elaborare quei fili scuri con una brutale onestà e apertura emotiva che ti rendeva così attraente agli occhi di chiunque. Tutto esercizio di ventre. Aiutarsi a sopportarne i dolori con una pillola di Maalox.
Lo sguardo annoiato sul tuo viso che volevi convertito in lacrime di privazione a lutto, stringe il taglio intorno ai polsi. A sfogliare vecchi riflessi fotogenici si colpiscono nudi nervi narcotizzati, ed è impossibile dimenticare l’urgenza che mi teneva vicino alle storie che ci raccontavamo, vetri in frantumi lasciati sul pavimento a dispetto di ogni circostanza. Quel che ci ha portati fino al principio d’inconsistenza, altro non era che un bell’inganno di decadenza trionfante. Ponevamo accenti sulle ripetizioni e riempivamo spazi impreziosendo ogni istante vergine con una cornice. Quale follia ci ha spinto così oltre a cercare, quasi tastando nel buio, quella felicità che credevamo ci fosse stata sottratta con rabbia. Il suo bisogno ci imbarazzava ma è troppo difficile rinunciare a pretenderla. Continuo a guardarmi allo specchio. Rivela le vogate verso la deriva che ora urlano in un gospel di evidenze. Torniamo a chiederci quale direzione prenderà il nostro domani, se questo verrà a coglierci con freddezza e indecisione di estraneo, o ancora offrirà alla nostra stanchezza un terreno di riposo soffice come il muschio del mese di Aprile. Ci troveremo là a onorare i nostri errori quasi fossero propositi segreti, domani, dove si rifugia la menzogna, sogno colto in flagrante, ad attendere il ritorno delle reminiscenze impresse tra gli anelli della magnolia che riuscita a far crescere in giardino.

Giulia Delli Santi

Flip Grater – Pigalle

Data di Uscita: 04/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Più che anni, potrei dire che siano passati millenni. Un’intera vita. Ampi passi mi hanno portata dove oggi posso di nuovo svegliarmi e sentire il profumo del sole che scalda.
A volte camminiamo così tanto senza avere una meta che non ci rendiamo conto di quanto, durante quel lungo cammino, ci lasciamo alle spalle. The Quit. Hai presente? Paura di voltarsi, paura di quel buio che incombe, quel vuoto a cui non riusciamo a dare una forma. Lasciare tutto questo, abbandonarlo, farlo scivolare via e iniziare a vivere quella vita che ci è stata donata. Attraverso l’insicurezza e l’entusiasmo di un nuovo giorno. Deve essere conquista, non sconfitta.
Sarebbe tutto molto più semplice se non avessimo occhi ciechi e parole mute, no? E’ mattino. Distrattamente tiro fuori le gambe da sotto le lenzuola, metto giù i piedi, toccando terra, e mi torna in mente ciò che scrisse Paul in una lettera indirizzata a Ingeborg: avrebbe voluto fare cose con lei, vedere cose, parlare di cose, girare, volare, ma (e soprattutto) “io volevo anche essere muto con te”. Ritrovare tutto questo nella leggerezza e nella trasparenza di una bolla di sapone, mentre mi scompiglio i capelli e metto su un disco.
Parte un pezzo in discesa. I would like to sing but it’s hard enough to breathe. Mi sento precipitare, come se rotolassi giù in un passato di cui più non ricordavo nulla. Poi delle parole. Falling is the only way to get high. Pian piano le note risalgono, e così anch’io con loro. Un’ultima spinta, più decisa, e sono di nuovo su. La necessità di cadere, spossarsi, per iniziare un nuovo cammino. Il mondo si rovescia assieme allo sguardo che voltola, ogni singolo dettaglio si inverte, il vuoto a cui prima non si riusciva a dare forma si contorce e ne assume non una, ma diverse, tutto cambia, tutto si evolve.
At the end of the day
I’ve always been alone
And that’s how it should stay.
Forse sarebbe ciò di cui avrei realmente bisogno, ma ammetterlo è morire una morte silenziosa, è perdere sempre più un po’ di sé e un po’ di tutto, è restare immobili davanti ad una luce che pian piano ci assorbirà. Fin quando poi non resterà più nulla, se non il costante desiderio di una rinascita, la speranza di un ritorno e il rimpianto di essere andati via, aver seguito il sentiero buio e tortuoso per il timore dell’immensità della luce.
Sarebbe sufficiente imporsi una legge e seguirla, la vita è anche questa, creare una cornice e con dedizione iniziare a tessere la tela, dall’interno. Amore, presenza, pazienza. Poi un giorno tutto prenderà forma.
“E la vita non ci viene incontro, Ingeborg, attendere che ciò accada sarebbe per noi il modo meno adatto di esserci. Esserci, sì, questo noi possiamo e ne abbiamo il diritto. Esserci – l’uno per l’altro.” – Paul Celan a Ingeborg Bachmann, Parigi, 31.10-1.11.1957.
And I would say goodbye, but just can’t seem to leave.

Valentina Loreto

CunninLynguists – Strange Journey Volume Three

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Le un miliardo e centotredici meraviglie del mondo

Vivere nella città, sinonimo di avversità e sopravvivenza, è sempre stata una facile soluzione. Tra negozi piatti e larghi agli angoli delle strade, quartieri uno identico all’altro, il tedio prendeva tutti sotto braccio come una badante per persone troppo stanche per vivere. Eravamo stati tutti cresciuti al dovere della rassegnazione, al rassicurante tocco dell’uniformità, costretti in un ghetto dove parole come pretesa, insoddisfazione, richiesta, erano scritte sugli zerbini davanti ad ogni porta.
Prima di incontrarti mi accontentavo di essere consapevole di questo modo di vivere trattato come un gioco al ribasso, in cui la puntata minima era una parola, esistenza, che veniva tenuta in bocca come un alimento senza sapore. L’unico squarcio sarcastico in quella tela monocromatica era un graffito disegnato sulle saracinesche di un negozio che non avevo mai visto aperto. Quelle lettere grigie dai contorni rossi formavano la parola normalità, ed erano viste da tutti e dimenticate in fretta, a favore di parole scritte meglio o adornate da disegni più complessi. Ho sempre immaginato che la mano che tratteggiò quel concetto sintetico e brillante appartenesse ad un ragazzo che da lì a poco sarebbe partito per il mondo per proseguire lungo la strada che un’illuminazione sincera gli aveva appena mostrato. Vedevo, in quei punti dove la vernice era colata lungo la parete di metallo, la fretta di condividere la bellezza e la voglia di vivere la vita, qualunque essa fosse. Guardando quelle macchie sull’asfalto, distinte e scure, mi ero fatto l’idea che il ragazzo piangesse di gioia mentre la sua mano dipingeva il più bel quadro mai pensato.

Sei arrivata a bordo della tua macchina sgangherata, con una portiera di un colore diverso e la ruggine a tenere tutto insieme. Hai fatto gli ultimi metri con quella navicella spaziale color verde muschio che procedeva a singhiozzo, per poi fermarsi con un boato mentre dal cofano usciva del vapore bianco, a salutare un viale in cui non c’era nessun altro a parte noi. Mi sono tolto il cappuccio e ti ho guardata armeggiare con il cruscotto e, anche se non ti sentivo, vedevo che stavi parlando ad alta voce come se qualcuno o qualcosa, il volante o la frizione, potessero capirti. Dopo poco mi hai notato e, continuando a parlare ad alta voce con tutti i finestrini chiusi, mi hai regalato il primo sorriso sincero della mia vita, subito prima che il fumo bianco inondasse l’abitacolo nascondendoti alla mia vista.
Siamo diventati amici, come in quel cartone animato con la volpe ed il cane che ti ha fatto piangere non so quante volte. Mi hai insegnato a scrivere e a leggere in molte lingue, mettendo la tua mano sopra la mia e aiutandomi a trasformare delle singole immagini in un torrente di lettere, prese da alfabeti presenti passati dimenticati e mai esistiti, e di colori.
Ho capito che, prima o poi, te ne saresti andata quando, guardando una nuvola attraverso il tettuccio della macchina, mi dicevi che era bellissima… che non aveva importanza se non aveva una forma poetica o singolare… esisteva, era sufficiente, e forse quei contorni morbidi erano stati i protagonisti dell’inizio di una storia d’amore, o la prima cosa che un bambino aveva notato.
Hai preso la tua decisione di notte, ed è stato come togliersi una spina dalla bocca dopo aver dato un morso ad un frutto estremamente dolce. Sfogliavi il regalo che ti avevo dato una settimana prima e che, seguendo il filo di una sensazione, avevi aspettato a scartare. Si intitolava Le un miliardo e centotredici meraviglie del mondo, ed era pieno di luoghi che avevamo visto e che si erano impressi nella nostra memoria, di frasi rubate a conversazioni appoggiate su una panchina di legno giovane e morbido. Dopo tutto questo c’erano centinaia, migliaia, di pagine bianche. Tu le hai sfogliate ed ogni foglio ignoto era un desiderio inespresso che voleva solo essere soddisfatto, ma anche un passo che ti allontanava da ciò che conoscevi. Arrivata al foglio bianco numero centotredici ti sei fermata e hai spalancato gli occhi…
Io ti immagino ora, felice ed inarrestabile in chissà quale regione del mondo, a saltare, ridere, ad emozionarti. Così come immagino le tue dita quella notte, mentre scrivevano la parola grazie sotto quelle lettere scritte nel mezzo del foglio bianco centotredici.

Si perde solo quello che smettiamo di cercare.
E anche su quello ho dei forti dubbi.

Filippo Righetto

Forest Swords @ Mattatoio Culture Club, Carpi (17/04/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

Il registratore usato nella notte, le immagini della città e le nebbie consistenti da toccare quasi con mano. La traccia elettronica a stravolgere un passato lontano di legami quasi totali con la natura. Barnes è riuscito a sfondare e con pieno merito gli è stata data l’opportunità di portare il proprio rito in giro per il mondo. Aprire a tutti le esperienze vissute lungo il fiume Dee può essere traumatico senza una riflessione attenta dietro. I cori incantati delle foreste, il respiro degli ambienti, e il passo degli animali selvatici si uniscono alla chitarra in loop e ad un trip-hop scuro. Un cerchio magico da esportare aprendosi al pubblico che, impreparato, può per sempre perdersi dentro a questo mondo.
A Carpi, tra le partite di calcio sentite e la malattia grave dei social network su smartphone, Barnes ha aperto il cerchio. La regressione mentale in un tempo antico ha bisogno di spazi adeguati all’evento e la cornice del Mattatoio è garanzia totale di riuscita dell’esperimento. (altro…)

Fennesz – Bécs

Data di Uscita: 28/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Baeetch chiamano Vienna gli immigrati ungheresi venuti ad abitare la città austriaca.

La simbiosi con l’ambiente circostante attraverso strutture cicliche ridondanti, minimali e scarne per rappresentare fedelmente la propria visione. L’astrazione concettuale illumina strade e costruzioni dai contorni scolpiti dal passare dei secoli, mentre il susseguirsi di pioggia e cielo sereno scandisce una sperimentazione che è divenuta ormai familiare. Assestata in forme a volte acuminate e altre volte vellutate questa tensione costante si dipana a macchia d’olio. Superato un certo pubblico ci si trasforma in monumenti, come le città dopo un certo numero di eventi storici importanti mutano la propria cultura, restando fedeli ad una natura immutabile. L’articolazione multidimensionale di questa importanza si staglia viva più che mai nel razionalismo di Adolf Loos, nello Jugendstil di Joseph Maria Olbrich e nella metropolitana costruita in quel periodo. Lo sfruttamento costruttivo che porta alla congestione è tramutato in un brulicare ordinato lungo i nuovi negozi che pullulano nel centro di Baeetch. L’infinito numero di premi Nobel, quando ancora l’Istituto era serio, le teorie economiche che hanno agilmente smontato i falsi miti del 1900, e infine le aperture ai cambiamenti pervadono ogni angolo della città. Trovano spazio la distorsione ed il rumore ridefinito e curato per creare la melodia, laddove si è sempre pensato che una melodia fosse impossibile da ricreare. Le vere rivoluzioni austriache a cavallo del 1900, quasi ad indicare un terreno fertile sul quale scoprire nuovi lidi da esplorare, hanno avuto sviluppi anche meno lontani nel passato, quando la ricerca del glitch ha aperto strade prima difficili da percorrere. Non c’è più nulla o quasi ma il retroterra rimanere saldo anche in questo nuovo affresco, dove il sacro rumore viene trasportato in una gloriosa melodia.
C’è tutto il lascito industriale e non in una città che si fonde con l’artista e viene riproposta dallo stesso senza alcuna ansia personale che potrebbe portare ad una banalizzazione del risultato, se di risultato si può parlare. La torsione verso l’astrattismo è una forza perfettamente contrastata dal razionalismo di cui si parlava sopra, lo scorrere rumoristico si lascia trasportare equilibrato dalle acque del Duna. L’ambiente riproposto con rigore lascia tranquillamente lo spazio all’evasione più totale, proponendo viaggi pindarici pur restando ancorati ad un suolo asfaltato e pulito.
Un gorgogliare confuso dà il via alla composizione che tra le frizioni si rischiara catapultando la mente in una piazza circolare illuminata da immensi lampioni a tre luci che mandano segnali intermittenti. Static Kings. La luce scompare rapidamente in alcuni vicoli centrali ma periferici nello stesso momento. Qui una cappa scura opprime gli avventori che tuttavia paiono proprio ricercare questo tipo di ambiente. Un noise disturbato si interseca con una chitarra elettrica annegata nei sintetizzatori che accresce pathos e tenebre. The Liar. Lo sviluppo è una cavalcata che intende riportare in zone più illuminate, ancora un poco storditi ma rafforzati da una chitarra che solenne raggiunge una potenza inaudita e commovente. Monumento inarrivabile di un qualcosa che resterà indelebile nella mente di chi, predisposto, si sia aperto al suono. Liminality. L’organismo ormai entrato totalmente nell’ambiente circostante viene cullato da un synth che bucolico si dipana tra i rumori nascosti dietro l’angolo, tra i palazzi e le chiese. Pallas Athene. Gli angoli più remoti del ghetto ebraico, il circolo formato dalle vie centrali, il zigzagare impazzito in un rumore che assorda ma non nasconde mai fino in fondo il cuore melodico. Una fuga che si tramuta in ricerca grazie ad una bellezza ancora una volta pura e semplice, che commuove. Lacrime di gioia è questa Bécs.

Un lungo viaggio notturno su un taxi di Vienna guidato dall’autista magiaro che pur restando muto per tutto il tempo è riuscito a farti da guida lasciandoti poi scendere senza nulla chiedere in cambio. La promesso di tornare a visitare, ad ascoltare e a respirare quell’aria.

Alessandro Ferri

Scott Matthews – Home part 1 (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 03/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Ho sussurrato al cuore di non andare. You disappear like my voice. Perchè io non so dove andare. Non mi ha ascoltato. Mi volto, mi volto, mi volto, la luce è troppo forte per i miei deboli occhi, la strada verso casa è dispersa nel buio di un cuore che ora non c’è più.

“La malinconia è la tristezza diventata leggera.” – Italo Calvino

Ti prego, cercami. Ti prego, voltati. Ti prego, guardami.
Still I hope, I pray for now.
I fool the lonely road
As we exchange our vows

Ho parole tanto piccole che filtrano attraverso desideri in bianco e nero. Gli alberi spogli, gli esili rami aggrappati ad un tronco che pare roccia, torneranno a vivere anche loro, sì.
Ora nel traffico di vite sconosciute mi muovo distratta, city man lives under a clock, chiedendomi come sia possibile che un bambino passeggi tenendo per mano un manichino, chiedendomi come sia possibile che una madre lasci che sia il proprio figlio a prenderle la mano e non il contrario.
C’è qualcosa che mi sfugge dietro al vento che corre sul mio viso, un nuovo colore, un suono lontano.

Have you ever wondered what it would be like
To bury your life and start over again?

Salita, discesa, salita, discesa. Prendo fiato, dischiudo la bocca e lo lascio andare via. Mi sento più forte a salire in alto tenendoti per mano, mi sento meno debole a scendere in basso e sentirti che mi chiami, torna qui. Curiosity spoke wholeheartedly / “This is meant to be / Trust my eyes”. Ci siamo allontanati così spesso che non potevamo che restare sempre lì, a legare i nostri cuori in un battito d’ali, in un soffio d’aria gelida. Let’s begin our escape. Again. Credo di non essere pronta, come sempre, come ogni volta. Tu sei pronto?
She floats a kiss goodbye
“I’ll soon be with you…”

Il treno corre veloce, vorrei saltare giù, però prima volteggiare per un po’ in aria, nel vuoto, libera dal tocco, dalla vista, e poi con una carezza toccare terra, sentire di nuovo i piedi danzare, le braccia ondeggiare.
Her only wish is to fly away.
L’acqua scorre e non si arresta, il sole splende e non si spegne, il nostro amore ama e non.
La finirò un altro giorno, quando ci sarà più spazio, quando il tempo non sarà tiranno, quando il buio sarà più luminoso. The dark loves the light’s caress. Finirò quando ci sarà modo di aprire gli occhi e vedere e sentire e vedere e sentirti e vederti. I wonder if there’s room / To fly on your wings soon / Take us far away, way beyond the moon.

Dearest of angels
Can you be here tonight?

La risposta arriva da dentro, l’afferro, scappa, è qui. La strada verso casa è dispersa nel buio di un cuore che ora non c’è più, ma we’re taking the long way, ’cause every step is too soon. La luna proietta le nostre ombre sul selciato, il selciato spezzetta le nostre ombre, mi prendi la mano.

I still hear you now whenever you call
Will you stay here?
I still hear you now whenever you call
Will you stay here now?

La risposta arriva da te, mi prendi la mano. Entriamo in casa, le luci restano spente, metti su della musica. Putting right what is wrong, singing you my little song to soothe your ears. Ci sediamo, ci sentiamo nudi, la pelle e il tocco freddo della stoffa rimasta disabitata per troppo tempo. Ti prendo la mano. Lay your head down to rest / And feel you needing to belong.

Oh come let’s get you home
Where my love can soothe your bones
You can be who you really are in my arms.

We can be who we really are in our home.

I will love you till I’m gone.

[A volte dietro l’angolo si può nascondere un disco.
Un album tipo questo. Un album che amerai. Un album che diverrà poi il tuo album. ]

Valentina Loreto

Damon Albarn – Everyday Robots

Data di Uscita: 28/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il passo lento ha una cadenza ritmica che si sposa perfettamente con l’ambiente, discarica e ora anche regno di una pedocrazia che non accetta estranei, m’hanno catturato e non me la faranno passare liscia. Lei, dodici anni a stento, vestita con stracci e metallo arrugginito, suona come un carillion incrostato mentre mano alla corda che dall’altro capo congiunge un paio di manette di nastro adesivo che mi lega i polsi, mi trascina verso il capo. Trascina è un parolone, decido di essere accondiscendente, saranno pure mocciosi quelli che tamburellano impettiti dall’alto delle colline di rifiuti ma sono pur sempre armati di lame arrugginite di fortuna. Anche d’un graffio potrei morirci, il botulino non perdona, i bambini sì, quindi chino il capo e cammino speranzoso verso la coorte del capo. Anche capo è un parolone, il kahar di questo clan non dispone di potere assoluto e quando la sua decisione non convince tutti rischia di essere destituito, questo non prevede pene oltre l’esenzione dall’annunciare la scelta comune, così mi spiega la mia guida, Lili. Questa discarica è enorme e c’è quello che serve per il sostentamento di tutti, hanno costruito ripari di fortuna, si sono specializzati nelle mansioni, sanno leggere e scrivere, hanno addirittura una biblioteca ricchissima su una palafitta. Sono profughi fuggiti agli istituti correttivi, alle case di cura, Lili racconta che non vogliono nulla se non essere lasciati in pace, non cercano guerra, si sono ritagliati un pezzo di terra là dove noi accatastiamo gli scarti. Vogliono esser considerati scarti vivi, qui accatastati, nel diritto di essere abbandonati a se stessi e arrugginire, dice proprio così, arrugginire. Quando provo a correggerla dicendo che le persone invecchiano, non arrugginiscono, lei mi osserva saccente e dice che magari prima era così, ora l’adultocentrismo ha negato agli anziani la loro funzione di saggi e ai bambini quella di scopritori, perciò non si è più vecchi ma rotti, inutili, arrugginiti. Taccio per non essere zittito ancora da una bambina, l’adultocentrismo non permette un contraddittorio con un bambino che non finisca con un adulto che ha ragione e questa situazione mi mette a disagio, mi fa vergognare a tratti di me e a tratti della mia cultura. Arriviamo dopo una lunga marcia alla coorte, il kahar è adagiato su un divano pulcioso arrabattato qua e là, tutto intorno fioriere ricolme di piante colorate e girandole. Lui mi guarda, uno zambos di otto, nove anni al massimo, ha occhi scuri di onice profondissimi, non dice niente e per un attimo immagino un tono cavernoso e solenne a intimorirmi. La corona di piume, il fatto che sia nudo, i giocattoli a pochi passi dal “trono” mi riportano alla realtà: è solo un bambino. Si avvicina lentamente, non smette per un attimo di fissarmi negli occhi e alla fine proferisce parola. Chi sei? Sono sorpreso, ha la voce di un bambino di otto, nove anni al massimo, mi tranquillizzo. Sono un giornalista. Giornalista, vattene e non tornare, non sei gradito qui. Verranno se non racconto loro che siete inoffensivi, non avranno macchine fotografiche ma manganelli e manette. Siamo bambini, cosa temono? Non siete gli unici. Ce ne sono altri? Sì, vecchi, dissidenti, deformi, ognuno nel suo kahar, nascosti covano file. Gli altri bambini della coorte ridono, il piccolo zambos li zittisce con un gesto. Come se la vostra vita ci facesse gola, schiavi della vostra libertà, lavorate per un terzo della vostra vita, pagate debiti non vostri, odiate quello che fate e vi sentite costretti a farlo. Nessuno cova file per una civiltà al collasso, torna al tuo clan e dì loro che con tutti i regali con cui ci omaggiate giornalmente riteniamo meschino attaccarvi. Sparisci.

Alfonso Errico

Phon.o – Cracking Space Pt. 1

D.d.U. 28/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Un’auto lanciata automaticamente su un rettilineo tangente il mare, le palme altissime si susseguono fino alla blanda curva all’orizzonte tra l’odore fiorato dell’estate imminente e quello acre e pungente dei ricordi. Un ragazzo persevera nel premere l’acceleratore, ed è quasi l’alba ma non ancora troppo tardi per un ultimo mojito. Si avvicina al bancone di un piccolo bar sulla spiaggia, non si toglie le cuffie dalle orecchie ché la techno non è mai abbastanza, come l’alcool; osserva il mare, trema di freddo e paura di solitudine, versa una lacrima. Una seconda cade nel bicchiere tra le foglie di menta e si scioglie. L’acqua che lambisce i piedi scalzi sembra calda ma si sa, da alterati sono poche le cose che sono come sembrano.
Chilometri lontano una ragazza è rimasta in quella piscina vuota con le gambe ciondolanti dal trampolino. L’acqua si è prosciugata, come le forze da riversare nei tentativi di rimettere insieme i pezzi. È quasi alba anche per lei ma davanti ha soltanto le colline, e accanto un pacchetto di sigarette semivuoto.
Nessuno dei due ha voglia di un nuovo inizio, i ronzii della musica e il passato non danno tregua, ma il sorgere del sole li sovrasta e, alla fine, annienta la loro ribellione.

Federica Giaccani

HTRK – Psychic 9-5 Club

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Jeanine aveva deciso di riporre in un cassetto la sua vita totalmente sbagliata, aveva deciso di chiuderlo e gettare via la chiave per sempre. Trent’anni e strade di Londra battute più la notte che con la luce del sole, le mani nervose che si grattavano l’un l’altra e poi salivano fino ai gomiti lasciando i segni sulla pelle bianca, sotto le magliette attillate di un nero assoluto; buchi in vena, plurimi e recidivi, buchi nelle calze ogni giorno più logore, buchi nei conti scarni che segnava su scontrini di fortuna nel suo appartamento, la testa pesante sorretta dalla parete accanto ai fornelli mentre farneticava parole disperate al telefono. Quel telefono che non la piantava mai di suonare nemmeno la notte, e gli uomini che la aspettavano sotto casa ad ogni ora, la pedinavano, insistevano, non accennavano a mollare la presa. Non era mica colpa loro se quella donna li accecava col suo fascino malato, li circuiva calcolando con estrema lucidità ogni mossa approfittandosi delle loro umane debolezze, poi scompariva. Aveva cambiato appartamenti Jeanine, quasi con la stessa frequenza con cui cambiava versione dei fatti per svignarsela da scomode situazioni ingombranti. Era una tossica atipica, alternava periodi di miracoloso equilibrio in cui riprendere il fiato e pianificare mosse future ad altri estremamente scuri e confusi, affondata nella palude di contesti ingarbugliati e guai, che attirava a sé come campi gravitazionali di forza inaudita.
I suoi genitori avevano strenuamente tentato di influire in qualche modo disperato nelle sue scelte, di aiutarla per quanto potevano; in cambio avevano soltanto ricevuto porte sbattute in faccia e insulti irripetibili, nel migliore dei casi la reazione scaturita era mutismo ostinato. Decisero infine di farsi da parte e lasciarla a se stessa, da qualche anno avevano smesso di vedersi e di parlarsi, come se ambo le parti avessero di comune accordo convenuto che la dissoluzione del vincolo fosse l’unica strada praticabile. Jeanine non lo avrebbe mai ammesso, se non altro per ragioni di orgoglio, ma da quella volta un senso di vuoto latente non la lasciò mai completamente in pace; per fortuna le era rimasto Chad, energumeno di colore, suo unico amico. Soltanto a lui dischiudeva i cancelli delle confidenze, soltanto lui era riuscito a vedere i suoi aridi occhi inumidirsi per la paura e la malinconia.
Un giorno, dopo l’ennesima disintossicazione, Chad le disse che l’unica salvezza sarebbe arrivata soltanto con una nuova identità: documenti vergini intestati a chissà quale nome asettico e insignificante che di lì in avanti si sarebbe dovuta sforzare di accettare, vita nella brughiera al riparo dai fumi di Londra, taglio netto col passato. Il problema è che lei questo proprio non lo voleva, non avrebbe mai rinunciato a se stessa, al suo nome francese rimastole come unica eredità del padre d’oltremanica.
Trascorse la notte insonne, contò gli autobus passare, e le auto, e poi venne il turno dei netturbini; sul fare dell’alba la soluzione arrivò nitida come una rivelazione, e il suo orologio biologico sembrava regolato in sincrono con ciò che andava fatto: si sentiva inaspettatamente pronta, e anche in grado. Alcuni aerei e dei continenti da frapporre tra il passato e il futuro la facevano sentire al riparo da ogni ipotetica minaccia, le apparivano come il terreno ideale sul quale gettare le basi per una ripartenza. L’Australia, inedite prospettive.
Salutò Chad in aeroporto con un abbraccio drammatico e al contempo vigoroso, una forza ritrovata; il filo non si sarebbe comunque mai spezzato tra loro. Il suo corpo, avvezzo finora a oscurità malate e a un masochismo intimista e fragile, aveva adesso bisogno impellente di bianco e di luce. Cose del genere accadono tutte insieme come uno tsunami, incalcolabili, imprevedibili.
Una volta atterrata, coi pochi soldi che aveva a disposizione prese in affitto un minuscolo appartamento in un vecchio stabile; le dimensioni minime, gli infissi male coibentati e la posizione periferica erano ampiamente ripagati dal mare che, imperioso e immenso, entrava da protagonista nei suoi spazi dalle ampie vetrate a tutt’altezza. In particolare perdeva la cognizione del tempo sul terrazzino di un metro quadro, fumando qualche sigaretta mentre odorava la salsedine e ascoltava i gabbiani. Si muoveva con naturalezza in un fresco equilibrio non più precario, irrobustito dalla serenità di lunghe passeggiate tra la spiaggia e i meditativi giardini zen, una musica digitale e delicata a far da cornice, quella di sempre ma ora spogliata di ogni traccia morbosa e oscura, un nuovo riflesso azzurro creava riflessi vibranti e rassicuranti. Blue sunshine.
Aveva sempre odiato il rock, non concepiva il bisogno del fragore degli strumenti suonati per evocare chissà quale stato d’animo. Adesso che la guarigione stava avendo atto, le melodie insane e sincopate e i sussulti tra le coperte madide di sudore avevano gettato la spugna; Sydney sapeva di brezza e di fiori, di giorni semplici da trascorrere col sole alto e un lavoro normale che scandisse dei tempi più umani, regolari, curativi. Trovarsi dall’altra parte del mondo le rendeva in qualche modo più semplice ribaltare la vita. Senza dover essere altro da sé.
Quando Chad decise di sacrificare la sua fobia per gli aerei e la raggiunse, per poco faticava a riconoscerla: nessuna traccia di nero inglese, Jeanine si era convertita a seta e viscosa dai colori chiari e delicati; i luminosi capelli erano raccolti in una treccia lasciata cadere di lato su una spalla, il trucco era leggero. Seduti a un chiosco sulla spiaggia lei scelse un infuso fruttato lasciandolo solo alle gradazioni alcoliche, gli illustrò la nuova occupazione da segretaria presso un medico sportivo e gli parlò con voce ferma e posata. Anche il gesticolare nervoso era sparito.
L’eccezionalità della normalità.
Se solo i suoi cari sapessero – rimase in bilico lei in un’istantanea riflessione. Ma ben presto ricacciò indietro i pensieri pesanti e tuffò lo sguardo oltre il molo.
Probabilmente per questo non era ancora pronta. C’è un tempo giusto per ogni cosa.

Federica Giaccani

Timber Timbre – Hot Dreams (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 01/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Per molto tempo sono andato a letto tardi la sera. Questo fino ai ventitré anni, ultima età in cui ho avuto l’illusione della purezza, di forme belle e oneste che potevano rallentare la marcia spietata e rumorosa del dolore. Ora che mi rendo conto di quanto sia inarrestabile il battito dell’orrore non ho più molta voglia di andare a dormire tardi.

Ora vado a dormire molto presto e dopo aver guardato immagini di sculture di Brancusi o di pittori italiani del rinascimento cado in un violentissimo e disperato sonno che verso le quattro di mattina comincia ad essere delicato fino alla malattia. Tengo un fucile a pompa dietro il ripiano dei testi sacri della mia libreria perché voglio ringraziare con un buco nella pancia e un salto d’orrore chi mi viene a disturbare nella notte. Ma il vero scopo di questo oggetto, che vi avrà già destato inquietudine o una piccolo-borghese disapprovazione, non è quello di sorprendere un ladro nello squallore della notte, ma è molto più violento ed inquietante: è la vendetta.
Se poteste capire, con un vero slancio di empatia, quanto mi faccia stare male rimanere invendicato, formereste un vero e proprio esercito, e insieme a me distruggereste bandiere, statue, città squallide, penisole e arcipelaghi nidi di bassezze morali, dispensatori di complimenti come “che bei capelli” e raccoglitori di questi complimenti, nonché narcisisti imbecilli che cedono a misere seduzioni.

Quando siamo sbarcati in America abbiamo innalzato profumate chiese a un Signore che non ci sta a sentire, ma alcuni di noi – quelli coscienti – hanno continuato ad innalzarsi nonostante tutto. In duecento anni sono nati grandi poeti e filosofi che hanno popolato porti foreste laghi redazioni di giornali. Io sono il più pazzo di loro e le mie coordinate spaziali sono del tutto diverse e sconfinano nella grande terra allucinata della pazzia, dove si è dei puritani che si svegliano all’alba.

È difficile risorgere: ho iniziato da poco ma ricado nella morte di continuo e soltanto quando sarò tornato definitivamente alla vita potrò lasciare andar via l’idea della vendetta, di una notte passata in un piacere analogo, di un ritorno a casa ubriaco dove si pensa a come vantarsi del proprio squallido successo. Solo allora potrò sotterrare la metafora del mio fucile a pompa e la violenza reale del mio dolore. Ma sarà solo grazie a me, grazie ai mei sforzi.

Mi hai lanciato in un deserto spinoso su una macchina destinata ad esplodere e me l’hai detto con un sorriso da imbecille narcisista, da persona priva di coscienza quale eri e sei. Sei stato tanto idiota da ammazzarmi e dirmelo con quel sorrisino velenoso, e ora il veleno mi sta uccidendo. È il succo squallido di un peyote qualunque e io sanguino di dolore in questa sete sgrammaticata di un deserto che mi è estraneo. La chitarra che un tempo suonava la gioia mi sembra uno stridore che mi strappa i nervi e la carne, e non la riesco più a suonare. Mi può guarire solo quello sciamano che ha il mio stesso volto, che io posso trovare soltanto svuotandomi di tutto, anche di te.

Un giorno, mangiando uno stroopwafel, ricorderò con una travolgente sensazione, quella vastità, quell’ossigeno, quella meraviglia, quella sofferenza talmente vaga e nascosta bene da farmi sentire la felicità. E manca solo una cosa per distruggere questo anno questa vita e il suo distruttore: mi hai deluso.

Marco Di Memmo

Thee Oh Sees – Drop

Data di Uscita: 15/04/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Girano le astronavi nel cielo. In vortici colorati. A sfumare. Verso la notte. In circolo. Sopra la testa. Infante. Chiudi gli occhi. Ninna nanna elettrica. Appesa nel buio. A sfumare. Verso la notte. Rumori sintetici. Chiudi gli occhi. Ninna nanna appesa al buio elettrico. Ti racconterò una storia. A sfumare. Mentre cadi nel gelo di una notte ancora troppo buia per te. Ma non ti devi preoccupare. Ci sono io. Elettrico. Nel buio. E ti racconterò una storia. A sfumare. Perché la tua innocenza sarebbe sprecata senza incubi. Ninna nanna elettrica. E fuori dalla finestra sale la nebbia. Lentamente. Soffocante. Lentamente. A sfumare. La finestra trema. Verso la notte. Distorsioni in vitro. Mentre sale. La nebbia sale. E non si ferma. Elettrica. Non si ferma. A sfumare. E non si ferma. Sale e non si ferma. Non si ferma. Sale e non si ferma. Si rompe il vetro. E comincia.

Il posto è semideserto. Bar dall’anima provinciale.
Volti noti. Seduti a quei tavoli per congiunzione astrale.
La situazione è come ritratta in un quadro impressionista.
Il banconiere. Madre e figlia. Un infortunato equilibrista.

E’ quest’ultimo il primo che distrattamente prende parola.
“Una volta ero un monaco ma per un filo ho lasciato la stola.
Il Regno dei cieli era troppo lontano visto dal suolo.
Così nel cielo cominciai a camminare come fossi in volo.

Un giorno volteggiavo tra il campanile e il municipio.
Lui cominciò ad urlare. Ma questo era solo il principio.
Spaventò i piccioni che banchettavano tranquilli sul selciato.
Mi volarono addosso. L’equilibrio scappò e non fu mai ritrovato.

Gamba rotta. Spalla dislocata. Ma non persi i sensi.
Contorto soffrivo. Mai ho sentito dolori così intensi.
Ricordo come se fosse successo l’altro giorno.
Mi guardò beffardo. Si mise a cantare girandomi intorno.”

Lallallà Lalallallallà Lalallallallà Lalallallallà
Lallallà Lalallallallà Lalallallallà Lalallallallà

La giovane invece non dice nulla ascoltando il racconto.
Però si ricorda bene di quando lo amò senza sconto.
E lui la lasciò quando era ancora nuda ed insoddisfatta.
Con la bocca ancora piena. Un’aria innocente e distratta.

E sua madre mai le disse una parola di conforto.
Non per cattiveria. Ma perché pure lei subì lo stesso torto.
Ancora rivede il suo volto. Soddisfatto. Di chi ha goduto.
Il bastardo cantò allacciandosi i pantaloni ancora seduto.

Lallallà Lalallallallà Lalallallallà Lalallallallà
Lallallà Lalallallallà Lalallallallà Lalallallallà

“Sicuramente il mio caffè non è il migliore al mondo.”
Comincia il banconiere. Occhi stanchi. Viso rotondo.
“Ma con i clienti sono sempre cordiale e lavoro duramente.
Quello invece non ha alcun rispetto. E’ uno stronzo solamente.

Circa un mese fa si sedette tranquillo e ordinò un cappuccino.
Il locale era gremito come di solito è al mattino.
Lo trangugiò in un sorso per sputarmelo tutto addosso.
Si calò i pantaloni e urinò sul bancone. Cantava a più non posso.”

Lallallà Lalallallallà Lalallallallà Lalallallallà
Lallallà Lalallallallà Lalallallallà Lalallallallà

Il giorno è tiepido ed il sole discreto accarezza i presenti.
Tutto è tranquillo. Ma c’è un’aria che fa pensare altrimenti.
Fuori soffia la brezza ed il cielo si copre all’improvviso.
Oscuro presagio. Si guardano tutti. Nemmeno un sorriso.

In strada non più un’anima. Come se il mondo si fosse dileguato.
Il quadro impressionista si trasforma in un incubo passato.
Una foto in bianco e nero alla pagina dei necrologi.
Si ferma il tempo. Si scaricano le batterie degli orologi.

Una cantilena spaventosa si avvicina acuta ed inquietante.
Ed ecco compare alla finestra un giovanotto prestante.
Increspa le labbra con fare sanguigno. Il lupo fiuta le prede.
Spalanca la porta. Entra arrogante. Guarda tutti. Quindi si siede.

“Voi proprio non potete capire cosa c’è nella mia mente.
Riuscite ad immaginare un’esistenza grama che non vale niente?
Riuscite a concepire l’idea che la vostra vita un giorno finirà?
Perché affannarsi a cercare di lasciare una traccia che non rimarrà?

Come me voi siete solo merda. Feccia senza scopo su questa terra.
Non firmerete alcun trattato di pace. Non scatenerete una guerra.
E allora basta. Perché continuare con questa stupida farsa.
Non sto vaneggiando. Questa notte la Madonna mi è apparsa.”

E si mette a cantare. Mentre dalla giacca tira fuori una pistola.
La madre piange. L’equilibrista rotto rimpiange la stola.
La figlia ancora lo ama. Il barista emette solo un gemito fioco.
E lui canta. E canta. E canta. E alla fine preme il grilletto. Fa fuoco.

Pietro Liuzzo Scorpo

Massimo Volume @ Locomotiv, Bologna (28/03/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

Diglielo pure tu “la Poesia è morta”, spiegalo bene a tutte le persone che ti capitano a tiro e illustra loro tutta la Storia del genere letterario tra i più abusati. Si stancheranno presto di starti ad ascoltare e tu capirai che i barbari hanno preso possesso dello spazio. “Contenitori che perdono acqua noi siamo, nuotiamo e ogni tanto affoghiamo”. L’importante è prendere coscienza di questo semplicissimo fatto, sarà difficile perché equivale a togliere molte misere certezze dalle menti dei barbari. L’arena pubblica si è riempita in pochi decenni di mostri, di miti, di rivoluzioni mai fatte e diritti narcisistici divenuti leggi dello Stato. “Ancora troppo presto per organizzare il nostro sgargiante declino ma non abbastanza per non averne un’idea”.
(altro…)