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Future Islands – Singles

Data di Uscita: 25/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

All that glitters is gold

C’era qualcosa, nel modo di fare di Terrence Williams, che lo rendeva unico nel suo genere.
Dico genere, ma non mi riferisco alla specie umana.
Parlo dei mendicanti, che scrivono i loro desideri su un pentagramma di cartone stretto intorno al collo, note e lettere mischiate su uno spartito musicale invisibile a tutti tranne alla mano di chi le ha disegnate. Alcuni passano anni interi seduti su un gradino o appoggiati al muro di un incrocio, guardando dal basso verso l’alto oggetti, ricordi, emozioni, che sfilano davanti a loro, nell’attesa che qualcuno decida di condividerli.
Leggere quei tratti morbidi, dagli spigoli levigati come un ciottolo accarezzato dalla corrente, non era affatto semplice. Serviva una buona dose di fortuna e coinvolgimento per vedere quel bagliore negli occhi del mendicante, l’unico indizio che manifestava il momento in cui una folata di brezza temperata raggiungeva la loro parte più intima.
Molti di quei desideri duravano giusto il tempo di pronunciare il loro nome, mentre altri erano stati scritti da così tanto tempo che del loro passaggio rimaneva solo il solco dei caratteri scavato nel cartone.
Quel che rendeva Terrence Williams speciale era il gesto volontario, ma inconsapevole, con il quale ogni mattina si spogliava di un oggetto che avrebbe dovuto accompagnarlo per l’intera giornata. Ai mendicanti non è dato il permesso di rivelarsi, nessuno avrebbe potuto capire le loro parole se avessero deciso di confessare il loro segreto.

Quella volta in cui si dimenticò l’ombrello durante una mattinata di pioggia. Così come si bagnava, Terrence poteva asciugarsi, e l’unica cosa che si rovinava era l’immagine che qualche sconosciuto con lo sguardo scettico aveva di lui. Era strano vedere così tante persone che si nascondevano dal cielo per la paura che gli altri scoprissero che in realtà erano bagnate e fredde ancor prima che cominciasse a piovere. Quel giorno fu l’unico a sorridere attraverso gli occhiali vestiti di gocce d’acqua, quando il sole scese per contare coloro che aspettavano il mattino.

Il bottone centrale di quella giacca con cui si proteggeva dal clima dell’autunno, staccato con un movimento improvviso mentre usciva dalle porte dell’ascensore. Quella sera nel metrò, alla base delle scale che lo avrebbero portato in superficie, lo sbalzo di pressione creò dei vortici che lanciarono in aria la fioritura dei pioppi, regalandogli l’ultima nevicata di una stagione da tutti considerata ormai passata.

Le scarpe tolte in cima alla collina, per assomigliare alla cortina di nuvole dorate dalla parte opposta del golfo. Scendere insieme a lei, abbracciando ogni radice, ogni foglia. Arrivare finalmente alla riva, ma aspettare, prima di entrare in acqua. Aspettare di individuare quel punto, tra il faro e la boa con la bandiera, oltre il quale, dopo molti chilometri, lei attende. Dirigersi finalmente verso di essa, al termine di una di quelle giornate in cui torni a casa e non hai bisogno di chiudere gli occhi per iniziare a sognare.

For dreams come to those who let them in their guarded room.

Filippo Righetto

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