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Liz Green – Haul Away!

Data di Uscita: 14/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Quando tutti giunsero a quella piccola Itaca della stravaganza io feci il percorso contrario e risalendo fino alla montagna navigai controcorrente il fiume, santo salmone stanco. Mi spiacque però lasciare quel posto, quel gentile postribolo dell’umanità eccentrica e ruggente che lentamente era diventato un semplice posto alla moda. Essere bizzarri era la normalità ed io che lo ero sempre meno ero visto paradossalmente come un anormale: stravagante per la mia normalità!
Allora durante una luna calante piantai l’albero dell’addio e la mia Penelope (che è la mia vera Itaca) decise di venire con me. Dispiegammo le vele e ci abbandonammo al vento, dediti a un piacere sempre più autentico, sempre più elementare in cui la nostra pelle strisciava e batteva con selvaggia gioia.
Annusavo quel nuovo mare (un mare qualunque, meraviglioso) con tanta forza da togliergli l’odore, infatti un grosso pesce spada mi venne incontro per riprenderselo (e fu così che scoprii quanto i pesci ci tenessero al profumo della loro casa). Penelope aggiustava i suoi capelli ricci che erano diventati quasi fulvi per il sole e la salsedine. Sette ostriche vennero a sacrificarsi per salvare le nostre vite e un limone ci fu sparato da Sorrento per renderle più saporite (e più aspre, le nostre vite). Ma il mare mi aveva stancato e decisi di ammainare le vele e sbarcare nel primo porto che avremmo trovato.
Algeri caotica afosa assolata ci accolse con gentile invadenza ed acqua non troppo potabile. La mia lunga barba e la spontaneità nel dire “InshAllah”, misti alla bellezza esotica e profumata di Penelope attrassero la simpatia degli algerini e la loro ospitalità. Ci fecero mangiare molto pesce e ci lasciarono riposare in un posto insolitamente fresco.
Appena ci svegliammo bussò alla porta qualcuno che entrò subito e si presentò in un francese perfetto, offrendoci di nascosto il Pinot grigio che si faceva mandare di contrabbando dall’Alsazia. Ma non era un alsaziano, sembrava piuttosto un normanno, con qualche gene ancora vichingo tinto della bruna permanenza in quella città di mare. Ci disse che ci avevano scambiati per francesi e ci avevano condotto automaticamente da lui. Arrivò presto un rumoroso e simpatico americano che si vantava di avere sangue Sioux dentro al suo corpo e quando parlava delle sue origini (il nonno del nonno di suo nonno sarebbe stato un grande sciamano) assumeva un’espressione seria e solenne in cui pareva che davvero stesse traendo immagini e parole dal regno degli spiriti. Ma tutto il suo sussiego si scioglieva parlando di cibo. Gli dissi che nel paese da cui provenivo si faceva il migliore baccalà gratinato del pianeta e lui, mostrando il suo fanatico ed eccentrico amore per il cibo, ci disse che ci avrebbe portato là, pagandoci il viaggio.
Arrivammo al paese alle sette di mattina e la prima cosa che vedemmo fu un corvo morto incastrato nell’antenna di una casa, la seconda fu un ubriacone e la terza fu una colomba che volò via scomparendo dalla nostra vista.
A casa fui accolto come il figliol prodigo e per me vennero ammazzati i giudizi più grassi. Penelope venne abbracciata e baciata da tutti e i due stranieri furono riempiti di cibo fino all’ora di pranzo.
Portai il normanno da una giovane vedova (donna magica, bionda esoterica adepta della luna) che cucinò per noi tutto il suo sapere: sette piatti perfetti.
– Pizza (focaccia) di granturco con un rosso peperoncino dolce fritto croccante
– Baccalà gratinato
– Spaghetti con le vongole
– Pezzente (antica zuppa di legumi cotti tutta la notte in una pignata)
– Agnello in brodo di cardi con l’uovo
– Cascigni e fagioli
– Pane olio e zucchero
Il discendente dello sciamano la sposò dopo una settimana ed andarono a vivere nel palazzo ducale che divenne ricettacolo (e ricettario) di un amore-ristorante che spandeva il suo profumo nel fosso della bora.
Io mi rifugiai nel legno, nella pietra e nel ventre-cosmo della mia Penelope che mi intesseva sogni di venature inspiegabili, di fibre e vene del corpo senza carne, del Logos senza parole.

Marco Di Memmo

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