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Liars – Mess

Data di Uscita: 24/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La sala è gremita. Il sipario ancora chiuso. Ma ecco. Il mormorio perde intensità. E il silenzio cala assieme alle luci sulla platea. Quindi il velluto rosso si squarcia lasciando lo spazio al vuoto di un palco. Si può sentire l’odore dell’adrenalina provenire da dietro le quinte. Si può assaporare la delusione di chi dietro quelle quinte dovrebbe starci ma non c’è. Un corpo di dieci anni che contiene una rabbia che avrebbe chi di anni ne ha vissuti cinquanta. Tutti di delusioni. Le dita sottili che si infilano pochi centimetri sotto il gesso. Per alleviare il prurito. Per sfogare l’insofferenza. E la sedia sembra troppo piccola. Un muoversi continuo. Irrequieto. Dieci anni incapaci di stare fermi. Entrano le sue compagne di danza. Dire amiche è troppo. La loro reazione alla notizia che non si sarebbe esibita per colpa del polso rotto era stata flebile. Contenuta. Forse nascondeva un sorriso beffardo. Forse. Il dubbio. Tanto basta. Parte la musica. Sono solo delle stronze. E suo fratello è più stronzo di loro. Tutta colpa sua.

L’erba non tagliata. Il frinire delle cicale evoca un silenzio pomeridiano troppo caldo per essere affrontato con una maglietta. In lontananza ciminiere spurgano in aria prodotti di scarto. Creatrici di nuvole perenni. Raccordo forzato tra la città e la pace dei campi. L’erba non tagliata. Arrossa le gambe. Ma il mondo reale non è competenza di chi ha la testa altrove. Un aereo giocattolo stretto fra piccole mani. Il rumore dei reattori sfugge sussurrato dalle labbra. Riesce a far apparire impercettibile il frastuono delle cicale. Il cielo è terso. Poi c’è la nebbia. Sopra valli mai viste e obiettivi da bombardare. Spie lampeggianti nella cabina indicano che c’è un nemico in coda. Virata. Giro della morte. Ora è davanti. Prende la mira. Fuoco. Mancato per un pelo. L’erba non tagliata. Qualche filare di viti immerso nel profumo di ciò che è secco. Bruciato dal sole. Le scarpe da ginnastica sollevano polvere e terra. Percuotono il terreno mentre infuria la battaglia nel cielo. Fuoco. Fuoco. Ma il nemico è bravo. Schiva tutto e scompare tra nuvole invisibili.

Tutti applaudono. Sorridono. Anche la mamma batte le mani convinta. Seduta al suo fianco. Non ha ritegno. La sua mancanza? Possibile che nessuno noti la sua mancanza? Nemmeno sua madre. Il grembo che dovrebbe avere un moto di indignazione per quel vuoto coreografico riempito in maniera approssimativa. Ed invece niente. Neanche un sintomo da orgoglio materno ferito. Invece concede solo uno sguardo gravido di pietà per qualche secondo. E si distrae immediatamente quando comincia un nuovo pezzo. Di cui lei conosce i passi a memoria. Trattenuti nella mente. Accanto alla delusione. Così grande da impedire agli occhi di riempirsi di lacrime. Doveva esserci lei su quel palco. Non era giusto che se ne stesse lì. Seduta vicino a sua madre. Ed era ancora più ingiusto che si aspettassero da lei anche un solo cenno di approvazione. Ma lei aveva un orgoglio. Smisurato per la sua giovane età. Ma lei non era sua madre. Puttana insoddisfatta dalla vita che non ha avuto abbastanza determinazione per realizzare i suoi sogni. Riversati poi su di lei. Ma lei non era sua madre. Non era sua madre. Lei ce l’avrebbe fatta. Se suo fratello non avesse sempre rovinato tutto.

L’erba non tagliata. Moscerini nell’aria si muovono in maniera apparentemente casuale. L’immagine di un sole otto minuti più giovane si staglia infuocata nel cielo. Mentre le ciminiere vomitano nell’aria vapor d’acqua e polveri sottili. Ma la natura incontaminata o avvelenata che sia non è competenza di una mente che sfreccia veloce nell’alto dei cieli. Rasente al suolo. Ingaggiando duelli che sembrano non finire mai. Come le munizioni. L’Apocalisse potrebbe arrivare da un momento all’altro. Ma le munizioni non finiranno finché l’avversario non precipiterà in fiamme. Eccolo di nuovo a portata di tiro. Fuoco. Fuoco. Fuoco. Colpito. Ma il radar segnala che non è ancora finita. Diamo il benvenuto al nuovo arrivato. Fuoco.

Un cappuccino non può guarire un animo ferito. La schiuma ha il sapore dell’invidia. Lo zucchero rende solo più appiccicosa la delusione. Lo spettacolo è finito tra gli applausi di un sipario che si chiude. Non ha voluto assistere alla corsa delle sue compagne tra le braccia dei genitori che hanno buttato via un tardo pomeriggio delle loro ormai brevi esistenze per assistere ad un saggio zoppo. Che schifo. Senza dire una parola aveva trascinato sua madre fuori dal teatro. E senza dire una parola si era fatta portare al bar per bere quell’insipido cappuccino. Appena ebbe finito di bere uscirono. Salì in macchina. Senza dire una parola osservava la città sfumare verso casa. Usciti dal centro. Passata la zona industriale. Si apre la campagna. Lo spettacolo ha fatto schifo. Suo fratello la pagherà. Senza dire una parola. La pagherà.

L’erba non tagliata. Macchine agricole e verde rame. Il sole rasenta ormai la separatrice tra cielo e terra. Se la luce non fosse così pigra sarebbe già affogato nei problemi di un altro continente che si sveglia. Ma la luce è pigra. E lo scorrere del tempo non è competenza di un bambino che gioca. Lontano da casa. Dove si sgolano ugole genitrici per richiamare la prole al pasto della sera. Ma lui è ancora lassù dove niente lo ferma. Nessuno. Ha una missione da compiere. Tra le mani non stringe un semplice aereo giocattolo ma una barra di comando. E finché sarà in carica lui nessuno torna a casa. Nessuno.

Oh tell me why
don’t you listen to your heart.

L’erba non tagliata. Una visione inaspettata. Dieci anni in una camicetta bianca. Maniche tirate fino ai gomiti. Gonna a trama scozzese. Calzini neri coprono i polpacci magri. Capelli lunghi e spettinati. Acconciati in una treccia appena disfatta. Troppo claustrofobica. Occhi freddi. Un gesso pieno di dediche e disegni abbraccia il polso. Statico. L’altra mano invece brandisce con facilità un pesante bastone. E in un secondo sfiora le nuvole invisibili. Per poi infrangersi su un cranio che fino ad un secondo prima indossava un casco da pilota. Sangue fraterno scorre tra l’erba non tagliata.

Pietro Liuzzo Scorpo

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