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Hauschka – Abandoned City

Data di Uscita: 18/03/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Questo viaggio che ci sta tenendo lontani ormai da settimane ha il sapore variegato di spezie e popoli e primizie semisconosciute, ha in sé le sfumature più disparate dettate da memorie sempre mutevoli e diverse, da origini distanti, a volte antitetiche. Volevo portarti con me ma hai insistito così tanto per lasciarti a casa ché il tuo problema alle retine si sta aggravando con una progressione testarda, e seguendomi avresti soltanto sofferto per non poterci essere appieno, non poter assimilare con i tuoi occhi le realtà desolanti che mi stanno tenendo incollato al mio percorso come un esploratore ostinato; le pause tra gli isolamenti sparpagliati per i continenti le scelgo in metropoli sovraffollate, in un gioco di opposti, e servono per annotare nel mio taccuino ciò che vedo, tappa per tappa, infine trasformare fedelmente le immagini in musica.
Elizabeth Bay ha i colori scuri degli incarnati dei minatori, le espressioni assorte in una composta e dedita sofferenza, piegate all’abitudine di schiene ricurve e mani dalla pelle spessa e callosa; una luce vivida e liquida negli occhi non appena, distrattamente, voltavano il viso verso il sole restituendo allo spettatore uno scintillio che sa di miracolo come quello dei diamanti. Una sfuggevole parentesi di purezza a rischiarare, anche di poco, scenari di fatica dismessi una volta venuto meno l’affare. Il pattern di fondo rimane tetro, lugubre, ritmiche di contrabbasso frenetico frammisto a tessiture elettroniche, qua e là intervengono note più luminose e delle vibrazioni. Il pianoforte continua la sua esecuzione nonostante il pubblico sia scomparso tra le pareti che col tempo si stanno sgretolando; a contrasto con lo stato d’animo mesto, restano distese di intonaci color pastello in alternanza ai vuoti lasciati dalle finestre, ai piedi un mare di sabbia in tempesta, onde sul pavimento anche al primo piano sopra un solaio scricchiolante. L’occhio insegue famelico l’oceano e incontra nella traiettoria relitti di bellissimi edifici che furono, dai colori caldi come la terra e la sabbia stessa, in un lento processo di fusione col contesto fino al totale assorbimento.
Di Pripyat voglio narrarti la miseria di cui è intriso anche il più stupido filo di erba secca sul ciglio di una qualsiasi strada deserta. Spira un vento strano, ansiogeno, messaggero dell’allarme che colpì quest’area dell’Est e la ridusse prima lazzaretto e poi cimitero. Nelle orecchie permane un ronzio, come se l’aria non possa mai placarsi, come l’angoscia; in esso si incastrano sghembe oscillazioni, entrando e uscendo da casermoni residenziali in cemento armato lasciati lì prima a sussultare e poi spegnersi, al pari del comunismo che in quegli anni stava vivendo il suo declino. Memorie di giocattoli, di letti, di banchi di scuola, che ora non servono più a nessuno. La ruota del luna park è ormai immobile, se la osservo immagino una lieve rotazione, infinitesima, ma la realtà è completamente statica, il ferro si è arrugginito anche se sembra sferragliare sinistro tra le percussioni dell’aria e rumori di corde metalliche bloccate con le dita.
Agdam è un tessuto inerme di case distrutte e alberi bassi e radi su fondo bruno, là dove un tempo le donne coi fazzoletti in testa, ben stretti dietro il collo, si incontravano per scambiare delle chiacchiere con un piatto di riso in mano e qualche bestia razzolante tra i lunghi grembiuli. L’invasione armena e la guerra non hanno lasciato scampo, soltanto macerie e una moschea quasi intatta ma ormai inutile; Düsseldorf è dall’altra parte, tuttavia i suoni rimandano a melodie elettroniche di stampo chiaramente tedesco che dialogano col pianoforte creando ritmiche sostenute, echi vicini alla techno addirittura, e note alte al piano emergono dal fondo come campanelli trillanti, risonanze sulla quiete dolente dei fabbricati sventrati dai bombardamenti.
L’arrivo in estremo oriente è scandito da corde pizzicate che fanno muovere le gambe in una danza leggermente accennata, gli UFO a Sanzhi Pod City si sono frantumati poco dopo aver toccato il suolo terrestre, assieme ai sogni avveniristici di lussuose residenze figlie di un’economia ritenuta erroneamente promettente. Il futuro negli anni ’70 sembrava prospero e allettante, da godere in lussuosi gusci prefabbricati di tutte le tinte, tra mare e piscine, sorseggiando vini pregiati di importazione europea. Le carcasse ora squarciate giacciono spiaggiate come cetacei svuotati delle interiora, si cammina su tappeti di vetri rotti ed erba a ciuffi spontanei, ci si strugge di disillusione su melodie di malinconia, percussioni, in un drammatico crescendo prima di acquietarsi di nuovo.
A Craco la solitudine prende aria e allarga i polmoni gonfiandoli bene, per poi espirare con un piacevole senso di liberazione; la brezza è tiepida e pulita come un’armonia delicata al pianoforte, mentre in salita i passi si intrecciano tra massi di pietra e vegetazione prepotentemente avvinghiata alle rovine in pietra e mattoni. Le note si infittiscono e musicano il volteggio di qualche cavolaia bianca, per il resto un totale abbandono, un fermo immagine di abitazioni dissestate da vecchie frane, abbarbicate sul colle come pecore disordinate al pascolo e all’improvviso lasciate lì a se stesse, dopo un malore sopraggiunto al pastore. Intorno il silenzio si propaga sulle alture e nei calanchi limitrofi, odore di sole del Sud, di Mediterraneo.

Mi trovo a Shangai adesso e Thames Town è vicina; sono passato per Stromness e Bakersville, i chiaroscuri di piano e percussioni mi accompagnano costantemente tra un abbandono e l’altro pur assumendo sfaccettature peculiari in ciascun luogo. Sono sincero, non credo di averne abbastanza, probabilmente un animo romantico come il mio stava da tempo cercando linfa densa come questa per nutrirsene fino a sentirsi satollo. Non piangere la mia assenza indeterminata però, ti porterò in regalo nuove note e racconti di immagini impresse fuori dal tempo.

Federica Giaccani

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