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Beck – Morning Phase

Data di Uscita: 25/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

      These are some faults we found
      Hollowed out from the years
      Don’t let them wear you out
      Don’t let them turn your mind inside out

      Cosa ci fa un alcolizzato in un bottega di distillati?
      Ogni mercoledì, verso le sette, se sporgevi la testa oltre la porta, potevi vederlo arrivare dalla Promenade Oceanica, lungo Wiltshire boulevard, dritto verso il mio negozio. Un piede avanti all’altro, sicuro, come fosse la strada che ti porta a casa. Quella di sempre. Quella dove sei cresciuto e giocavi con i figli dei vicini. Non pensi siano troppo simpatici, ma è meglio che sopportare, chiuso in camera con il cuscino ben stretto sulla testa, il rumore dell’aspirapolvere di tua madre che tanto ti terrorizza la domenica mattina.

      Cerca affetto. Di una donna, di una cagna, poco importa. Le puttane in strada, quelle no. Loro sono amiche. A loro non si può che chiedere compassione e qualche buon consiglio: no, agli ascensori preferisci sempre le scale e si, c’è casi in cui marrone e blu stanno bene insieme. Sono delle discrete ascoltatrici. Soprattutto Daisy. Oh Daisy. Labbra carnose e capelli color di molto tempo fa. Lei racconta dei figli che avrebbe avuto e della villetta sulla 54th street, quella con la porta salmone. Se solo avesse accettato in una vita che ormai non ricorda di aver vissuto, il compromesso che l’acido anarcoide nelle sue vene le ha impedito di accogliere. Ma oggi lei è astemia e io resto solo, nelle appassionate serate con me stesso, andrò a ballare il bluegrass con la mia confusione.
      Dicono viva in un seminterrato di fronte alla fermata del tram T14, ma a casa non c’è mai. Preferisce la panchina nel piccolo parco dietro l’angolo. È il suo lavoro. Il cappello è in terra, tanto c’è il vecchio Hansen, come sempre seduto poco più in la di guardia, a controllare che a qualche bullo non venga in mente di raccogliere il tesoro che esso contiene. Di lui ricordi solo il forte odore di naftalina di cui s’è impregnato nei lunghi periodi passati in ospedale. Il suo passatempo preferito consiste nello stare seduto di fronte all’ingresso principale della banca che si erge magnifica dall’altra parte della siepe, a guardare il beccare degli uccelli che pranzano con i resti del pasto sobrio di qualche grigio impiegato in ventiquattr’ore. Sua figlia ha sposato il direttore dopo esser rimasta incinta a qualche mese dalla scadenza del suo contratto. Non la vede da parecchio. È troppo impegnata, dice.

      Cerca indulgenza. Perché il pesante baule colmo delle mie scelte, continuo a portarlo sulle spalle e non ho mai chiesto ad alcuno di condividerne il carico. L’assoluzione è un dono che possono offrire solo i santi, lo so bene, ma in fondo pretenderla dagli ottusi affannati che si riversano sulle strade ogni mattina al mio risveglio, non ha alcun costo. Quando ho la possibilità di incontrare me stesso riflesso nella vetrina di qualche eserzio commerciale, mi capita di pensare a loro. Forse nel mio sguardo c’è lo stesso ribrezzo che mi è stato offerto. Mi concentro su qualcos’altro per evitare che si aggiunga altra contrizione, una nuova radio è quel che ci vorrebbe.
      Lungo il viale rotolano delle biglie di vetro e dei bambini a seguito le rincorrono. Ti fermi a guardarli e ne invidi l’innocenza. Pensi di non essere mai stato come loro. Per quanto sia assurda l’idea, ne sei convinto. Quando è successo, non te lo ricordi. Forse è quello che ti è mancato, l’infanzia che sei stato costretto ad inventare percorrendo una scala a vite d’Archimede. Ma per un solo gradino mal posto da un architetto oltremodo distratto, sei caduto alla base e li, dolorante, hai deciso di fermarti, magari solo per indolenza. Scegliere di proseguire è molto più faticoso.

      Madido di sudore lo vedevi entrare infiacchito dall’inedia e flemmatico verso il primo scaffale, con nonchalance aristocratica di un nobile della strada, passare in rassegna meticolosa ogni prodotto esposto.
      Una volta trovai il coraggio, glielo chiesi. La sua sagoma m’intimoriva, il cappotto lungo alle caviglie sembrava l’unica ragione che lo tenesse dritto. La mano terrosa, tesa, tra le dita i due spicci che aveva raccattato in qualche vicolo, e l’odore pungente di lassismo che lo avvolgeva, confesso, mi nauseava.

      Cosa ci fa un alcolizzato in un bottega di distillati?
      Da occhi itterici a quel modo non ci si può che aspettare risposta esaustiva. La testa si sollevò appena e lo sguardo sfortunato mi fu concesso per pochi istanti prima che tornasse a rivolgersi alla strada benedetta da quei peccati che non siamo riusciti a perdonarci.

      Life should be free.
      Take what you need.

Giulia Delli Santi

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