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St. Vincent – St. Vincent

Data di Uscita: 25/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nel momento in cui lancia per aria il mazzo di fiori della vittoria.

Annie ci fa sapere che questo disco ha a che fare con New York e qualsiasi sia la nostra esperienza possiamo immaginare i luoghi d’origine di queste atmosfere. Nel momento in cui il mazzo di fiori si stacca dalla presa della mano possiamo essere catapultati per le strade verso le sette di sera nel mese di febbraio, tra il traffico, le strisce pedonali, i semafori e i taxi gialli in fila indiana e via diretti tra il pubblico partecipante di un’asta di quadri, o l’inaugurazione di una mostra d’arte contemporanea. Un negozio strettissimo dall’affitto troppo caro e bicchieri di champagne che tintinnano ai flash di quattrocento macchine fotografiche. Un ragazzo guarda la cartella messaggi del suo smartphone e non si sorprende di non trovare una risposta a uno dei suoi ultimi messaggi inviato a quella ragazza che in un primo momento, seduta da sola a mangiare un toast in quel bar, le era sembrata proprio un’altra persona. Sai che non era colpa di nessuno dei due? Ci sono delle rose di molti colori nel mazzo di fiori lanciato per aria. Qualcuno dalla platea si scomoda dalla sua poltrona per cercare di fotografare meglio quel momento e condividerlo su Instagram. Ci sono anche dei momenti in cui le città si ritrovano immobili, e i suoi abitanti, più facilmente i turisti, possono godersi la calma dei primi giorni di primavera, il cielo celeste, un caffè in un tavolino all’aperto, quattro chiacchiere con il barista e con clienti di passaggio. Un ragazzo sui venticinque anni beve da un bicchiere pieno di ghiaccio e controlla qualche aggiornamento tra i suoi profili Twitter preferiti. Senza sapere in che zona si trova della città, e per questo ignora completamente che potrebbe incontrare da un momento all’altro la sua giornalista preferita, habitué dei locali alla moda di quei dintorni. Intanto mi ricordo di quando parlavamo di come tutte le grandi città globali stiano diventando sempre più uguali. Ho seguito concerti per città europee, visto gli stessi quadri di Kandinskij in due città diverse a qualche mese di distanza, visto lo stesso orizzonte da vie che non riuscivo più a distinguere. Eravamo d’accordo su questo, adoravamo la cultura metropolitana contemporanea. Queste sono canzoni per il mondo moderno, con una chitarra che cerca di tagliarlo a metà, sedurlo, ipnotizzarlo, calmarlo, la tela numero uno di Jackson Pollock e il cigno bianco. Come ci si può sentire a correre nudi nel deserto, ad ascoltare storie derisorie sul valore del passato sdraiati su tappeti in case di nuovi quartieri rincorrendo identità androgine, ritrovare la calma con gli stessi modi di sempre. Una delle caratteristiche principali della cultura odierna è la simbiosi tra cultura alta e cultura bassa. Quantomeno un riconoscimento reciproco. Senza questo punto di partenza appare difficile andare molto lontano. Quindi era un inverno gelido per la ragazza appena arrivata in Europa, per il cameriere annoiato, per un professore incompreso, per la giovane scrittrice disordinata, mentre una loro gemella sconosciuta era già uscita di casa per gettare via la spazzatura, pronta a canticchiare il ritornello e il ritmo di una canzone che stava per nascere e che ora è ascoltata e recensita in ogni angolo del globo. Esco, devo andare alla prima in teatro del tour mondiale di Annie. Sono in grandissimo ritardo, vi racconterò un’altra volta di quel mazzo di fiori, lascio all’immaginazione di chi legge decidere se è stato appena lanciato da una campionessa olimpica di pattinaggio sul ghiaccio al momento delle premiazioni o da un’attrice commossa nell’istante appena successivo al trionfo della sua prima grande interpretazione, l’importante è che siano coinvolte emozioni in grado di sfiorare il cielo. Alto, facendo finta di dimenticarsi per un istante del basso. Come fanno le cattedrali da sempre. Come fanno oggi i grattacieli con i loro giardini sopra le nuvole. Finalmente si spengono le luci. Penso per un attimo alle domande che vorrei farle nei trenta secondi che mi saranno concessi per l’intervista dopo lo show. A come questo disco sia riuscito a spostare gli orizzonti della canzone rock un po’ più in là. Tra New York, lo spazio, un sentire contemporaneo senza nome, la sua chitarra e la sua voce e come tutto si concluda con una emozionante allegoria del mestiere dell’artista. Penso al suo carisma e alla sua bellezza, spina dorsale di queste canzoni. Domani vedrò Alice, dopodomani ho un aereo da prendere, le mail da controllare, il bicchiere vuoto in mano, le tasche piene della giacca. Nel momento in cui lancia per aria il mazzo di fiori della vittoria spengo il telefonino. Annie incomincia a suonare.

Filippo Redaelli

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