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Crosses – Crosses

Data di Uscita: 11/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

“Before your entrance wave
Before we play this game
I like to feel you break from inside
You’re gold and pink inside
And it’s showing through your stare
It’s frozen us in time from inside

I wasn’t gonna play it tonight
But I can’t help it
The feelings alive
As long as you play my game
I’ll let you win” – TELEPATHY

Disteso, ad occhi chiusi, il cuore che batte piano, una leggera pressione alle tempie, il respiro esce dal mio corpo come lo sbuffo da un vecchio motore ingolfato. L’eccessiva quantità di carburante pregiudica il funzionamento della combustione interna, e faccio fatica ad accendermi. Un lieve formicolio mi invade: parte dalla punta del piede destro e piano risale la gamba, come un esercito di piccoli insetti laboriosi, isterici ma ordinati; marciano senza arrestarsi.
Le palpebre ancora calate, nella tiepida oscurità che mi avvolge, allungo una mano a cercare me stesso, e per un attimo ho la sensazione che il corpo nel quale sono intrappolato come in una gabbia di vetro possa sgretolarsi in trilioni di granelli di sabbia, sparsi per terra, a riempire le fughe del pavimento.
Mi chiedo che cosa potrebbe succedere se, all’improvviso, qualcuno entrasse nella stanza. Se qualcuno, aprendo la porta, trovasse soltanto il buio dietro ai miei occhi e trilioni di granelli di sabbia finissimi, sparsi sul pavimento come se tutto il Tempo del mondo avesse deciso di fuggire dallo spazio di un’enorme clessidra.
Di colpo: il sangue che scorre nelle mie vene accelera, la pressione alle tempie aumenta, la gamba indolenzita si irrigidisce di scatto, le palpebre si sollevano da sole, una luce accecante mi perfora i pensieri, lasciandomi smarrito, come al risveglio da un terribile incubo.
Qualcuno ha aperto la porta. L’istinto mi suggerisce di controllare che la mia voce sia ancora capace di urlare. Spalanco la bocca, mi sforzo, ma niente. Silenzio. Mi rialzo in piedi, percorro i pochi metri che mi dividono dalla porta spalancata e la richiudo sbattendola violentemente, tanto da far tremare le solide pareti portanti. Ho il respiro spezzato.
La stanza è invasa da suoni distorti, da campanelli assordanti, acuti come note di cristallo. Un basso profondo fa vibrare l’aria viziata e le mie ossa rotte. Una voce già sentita mi urla in testa.
Da dove arriva tutto questo? Chi mi ha rubato le parole? Chi ha acceso la luce?
Le mie pupille, dilatate, frenetiche, esplorano ogni centimetro della stanza alla ricerca dell’epicentro di tutto quel terremoto, dell’origine di tanto trambusto.
La danza delle streghe ha avuto inizio.
Non mi resta altro che bruciare sul rogo di un rock elettronico potente, pregno di magia nera, rituale, liturgico, ruvido come la sabbia sulla pelle. E allora mi accendo, la mia gabbia diventa lo spazio di tutta la mia libertà, incontenibile. Il Tempo, sparso tra le fughe del pavimento, mi ricorda che il fuoco che ho dentro ha bisogno di troppo carburante per non morire; di puro ossigeno.
Disteso, ad occhi chiusi, il cuore che batte piano, una leggera pressione alle tempie, il respiro esce dal mio corpo come lo sbuffo da un vecchio motore ingolfato. L’eccessiva quantità di carburante pregiudica il funzionamento della combustione interna, e faccio fatica ad accendermi. Mi dico, sottovoce: niente paura; qualcuno tornerà ad aprire la porta. Ancora una volta.

Samuele Pica

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