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Kangding Ray – Solens Arc (Top Ten 2014)

Data di Uscita: 24/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo stridore di una frenata disperata, segni delle gomme sull’asfalto nel tentativo estremo di evitare lo schianto, lamiere accartocciate, un orrorifico scenario che precludeva la benché minima possibilità di salvezza.
Dmitri era intrappolato tra i resti della sua auto, aveva visto senz’altro tempi migliori quella berlina riadattata e rimessa a nuovo ad ogni incidente. Piet, rivale nella notte appena trascorsa, era spirato all’istante nella morsa della macchina da corsa presa in prestito dal cugino. Una gelida alba rischiarava il cielo plumbeo, un flebile raggio di luce fredda trafiggeva la coltre di nubi illuminando la scena come una cinepresa collocata a una distanza siderale. Una strada diritta, la neve, i boschi intorno e quell’odore pungente di urina, una triste libertà espressiva di un corpo ormai andato. Il sangue gocciava sulla candida coltre che copriva i campi, altro era schizzato come vernice al momento dell’impatto. Silenzio mortifero assoluto, fatta eccezione per il gracchiare fastidioso di uno sparuto stormo di uccelli tra le fronde degli alberi.

Dmitri era un uomo avvezzo al rischio. Cresciuto nella povertà radicata di un non bene precisato Stato nell’Europa orientale, aveva perso entrambi i genitori a causa di un’epidemia scaturita dalla miseria; gli zii erano riusciti a fuggire dalla campagna anni addietro grazie alla loro lungimiranza, piccoli risparmi accumulati nel tempo permisero loro un riscatto e una casetta al caldo, in un paese di nemmeno cinquemila anime. Incapaci ad avere figli propri, si offrirono spontaneamente di accogliere lui e suo fratello maggiore, e di crescerli con amore. Malgrado gli insistenti tentativi, Dmitri non era fatto per studiare; con un’istruzione zoppicante, l’unico modo per raggranellare un po’ di spiccioli era accettare lavoretti di fortuna. Goran, più grande e più saggio, era dotato di un’indole forgiata al sacrificio: sapendo bene che i guadagni sarebbero arrivati col sudore e la dedizione, aprì un forno in cui produrre e vendere il pane, e il negozio divenne ben presto un porto sicuro anche per quello scavezzacollo di Dmitri, qualora restasse a secco tra le ore passate ad aiutare il meccanico del paese, e quelle perse fumando sigarette per strada mentre si bullava coi ragazzini delle scuole.
Quando entrò nel giro delle corse clandestine, e delle scommesse, nessuno si stupì. Non era prevista redenzione per un uomo votato alla nullafacenza. Il tempo trascorso con mani e abiti sporchi d’olio a imparare i segreti delle macchine veniva se non altro ripagato, Dmitri si divertiva e aveva occasione di sfoggiare il suo ego, i soldi fioccavano con una semplicità sorprendente. Le sere in cui non gareggiava, si recava nel capannone dismesso di proprietà di conoscenti a bere liquori pregiati e ascoltare musica techno industrial di importazione tedesca, uno di loro era emigrato a Berlino ma di tanto in tanto tornava a casa portando con sé vinili e aneddoti da condividere tra casse di alcolici e cicche. Scoprì che quella musica gli era congeniale per prepararsi psicologicamente alle sfide, i pezzi tirati – quasi ballabili – gli pompavano l’adrenalina nelle vene. S’infilava i guanti in pelle fissando la propria immagine sullo specchietto retrovisore, un volto scavato e costellato di imperfezioni e cicatrici, gli occhi piccoli iniettati di sete di vittoria; il piede batteva nervoso a terra, tra i pedali, mentre i bassi picchiavano a martello dalle casse dell’auto, scurissimi, come le strade perdute in cui andava ogni volta a giocare con la sorte. Per i giri di ricognizione, prima degli incontri, prediligeva brani più rarefatti e sospesi, che gli lasciavano spazio a sufficienza per concentrarsi sull’obiettivo e sgombrare la mente da eventuali fremiti d’insicurezza. I suoni sapevano di asfalto, di macerie, di paura, di brividi; marce cattive e desolate da ascoltare come un rituale, di corsa in corsa, per scrollarsi di dosso i fantasmi e le ferite delle competizioni precedenti e arrivare pronto a destinazione, e premere ancora una volta il gas verso l’ignoto. Aveva sempre riportato a casa la pelle, e nonostante i tentativi di dissuasione da parte di Goran che non si dava per vinto era lì, di nuovo, a scommettere se stesso. Sfrontato e spaccone, segretamente aveva chiara la percezione del rischio, e gli piaceva.

Nell’aurora di ghiaccio di un giorno qualunque, Dmitri guardava neve e alberi dal filtro sporco della ragnatela di vetri semirotti, nella sua berlina in bilico. Il respiro affannoso non avrebbe retto a lungo, sperava che fissando immobile le cime dei pini avrebbe congelato il tempo, in attesa di soccorsi.
Cinquanta chilometri a Ovest, alle porte del centro abitato più vicino, un falegname stava affastellando la legna sul camion prima di mettersi in viaggio per la consegna, attraverso il bosco.
Chissà se avrebbe fatto in tempo a salvarlo.

Federica Giaccani

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