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The Notwist – Close to the Glass

Data di Uscita: 24/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il vento sferzava come una frusta inclemente non appena Ian si apprestò a imboccare la discesa; i piedi alzati e i pedali lasciati liberi, la bicicletta galoppava a gran velocità come un cavallo sbrigliato, una chiazza gialla luccicante sotto il cielo terso, tra il verde intenso delle colline. Si era chiuso la giacca a vento grigia fin sotto il bavero, la sciarpa minacciava di occludergli la visuale sventolando impazzita, la borsa a tracolla carica di corrispondenze da recapitare sembrava pesare meno, sotto l’azione di quella forza gelida che la sollevava un poco dal basso.

Ian conosceva i dintorni di Burghausen, i paesini, come le sue tasche; delle tasche in cui infilava deciso i pugni stretti dopo aver recapitato le missive, casa dopo casa, abbassando lo sguardo a terra. Un attimo dopo era di nuovo in sella alla bicicletta, dalla quale non accennava a separarsi nemmeno durante l’inverno, con le temperture in picchiata e il ghiaccio che rendeva scivolose e insidiose le strade. Intanto, anche se fosse caduto, cosa sarebbe potuto succedere di troppo grave?
Ian era un uomo solitario sulla trentina, un carattere tremendamente insicuro e dei limiti invalicabili nel relazionarsi con il prossimo lo avevano spinto a mettere da parte sogni grandi per se stesso. Parlava pochissimo di sé, preferiva annuire o replicare con parole pesate e centellinate, a baluardo di un mondo interiore inespresso. Di contro aveva sempre amato perdersi negli altri, fantasticare sulle loro vite, sui loro intrecci; il mestiere di postino gli si cuciva addosso alla perfezione, ogni lettera lasciata cadere nella buca dispiegava crocevia immaginabili, sviluppi antitetici, prosiegui ideali oltre che reali. Il contesto di provincia, dalle dimensioni ridotte, completava il quadro: salvo rare eccezioni, tutti conoscevano tutti, e al pari di una presenza trascendente ma in costante contatto col resto, Ian muoveva i fili delle relazioni attraverso le corrispondenze scritte, raccogliendo via via crescenti confidenze di attese, speranze e ricongiungimenti. D’altra parte non era ancora esplosa l’era digitale.
Nelle giornate di sole, tra una consegna e l’altra, si concedeva delle pause seduto sul prato accanto a qualche chiesetta di campagna, giusto il tempo di un panino al formaggio e un sorso d’acqua fresca. Poi apriva le fibbie della borsa ed estraeva alcune buste, restava col braccio in bilico a mezz’aria tenendole ferme in controluce, ne ispezionava con lo sguardo il contenuto e seguiva col dito le linee sinuose degli indirizzi annotati a mano, studiava mentalmente le calligrafie, ipotizzava gli stati d’animo e gli umori dei mittenti.
Negli ultimi mesi la curiosità, tramutatasi presto in appassionato coinvolgimento, aveva fatto breccia nella sua innata riservatezza. Ian cominciava ad azzardare domande: “Signora Fischer, allora suo figlio come se la passa in Irlanda?”, “Ci sono margini per un matrimonio prossimo, Madeleine? Questo fidanzato le ha già chiesto la mano?”, “Allora Signor Hausmann ci sono novità per la pensione?”. E intanto scrutava i volti degli interlocutori, la pelle del viso che si distendeva o si raggrinziva in pieghe qualora andava a toccare tasti dolenti. Alcune persone ormai aspettavano il suo arrivo alla finestra, al mattino, la speranza incollata al vetro, close to the glass, nel vederlo accostare al loro ingresso e suonare alle loro porte.
Ian si dilettava ad ascoltare le voci della natura, mentre pedalava il mattino; talvolta però si infilava le cuffie del lettore cd portatile sotto il berretto di lana, e questo succedeva quando si innamorava di un disco. In quei casi, da buon abitudinario, trascorreva le settimane in compagnia delle stesse canzoni che fluivano in loop in mezzo ai boschi, nei vicoli tra i pascoli, negli sterrati tangenti ai ruscelli. Musica tedesca, musica dall’impronta strumentale con delle derive recenti elettroniche e un cantato delicato, quasi intimo, prodromi della direzione che avrebbe imboccato la ricerca melodica degli anni a venire.

Era ormai un mese che ascoltava quel disco, il mattino in cui sfrecciava in discesa con la bicicletta gialla, ed era uscito di casa prima del solito per colpa della fibrillazione. Una sola settimana di preavviso per un inatteso trasferimento di zona, una spina nel fianco, i superiori lo volevano a coprire Burghausen centro a causa di un licenziamento sopravvenuto, e per Ian era giunta l’ora del commiato dalla vita di sempre, dagli affezionati abitanti di quelle casette disseminate qua e là irregolari come fiori di campagna in un prato. Aveva sacrificato le ultime sette notti, dal momento in cui aveva ricevuto la sgradevole comunicazione, per copiare quelle dodici canzoni di cui si era innamorato su musicassetta, tante copie quante erano le buche delle lettere a cui dava da mangiare ogni giorno, cibo sottoforma di buste contenenti parole e risposte e sussulti reali. Sarebbe stato quello che aveva in mente di lasciare come ricordo di sé alle persone a cui inevitabilmente si era avvicinato col tempo, insieme a dei bigliettini con scarni ma significativi messaggi di saluto personalizzati. Un tenero modo per dire addio, su misura per un uomo timido e solitario.

La discesa era sfociata in pianura e di là la stretta strada sarebbe svoltata a sinistra, oltre un altro colle dalla lieve pendenza. Ian ormai aveva imparato a percorrerla ad occhi chiusi. La borsa pesava davvero, e non c’era spinta del vento ad alleviare la sensazione, ma ancora di più era la nostalgia ad acuire lo sforzo, una morsa ineluttabile, in quel giorno di sole in cui se ne stava per andare.

Federica Giaccani

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