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Marissa Nadler – July

Data di Uscita: 04/02/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La cosa che non ti aspetti è il muoversi inarrestabile delle strade sotto i tuoi piedi. Mi è capitato molte volte di ritrovarmi a volteggiare tra vicoli e passanti. Ma quello a cui mi riferisco è una cosa diversa. Non è uno stato d’animo che ti rende leggera. E’ invece la città stessa che danza sotto di te. E quindi ti ritrovi in un punto diverso di continuo. E’ una mancanza di lucidità sistematica. Difficile da spiegare. Anche perché sarebbe proprio tutto un altro contesto. Ora è febbraio. In quella città sarebbe già luglio. O lo sarebbe stato. Non saprei. Ad esempio. Noi ora ci ritroviamo sedute su questa panchina. Ti volti e sai che dietro di te ci sarà un platano spoglio. Un vialetto di ciottoli. Ed in fondo i caseggiati popolari. Mentre ancora più dietro il cielo è completamente bianco. Annuncio atteso di una nevicata che ha tardato fin troppo ad arrivare. Là invece. Là invece sarebbe stato diverso. Perché alle mie spalle avresti visto un roseto. E se ti fossi voltata avresti notato il mercato brulicante di persone che sembrano venute fuori da una scatola di pastelli. Tanto sono accesi i colori dei vestiti che indossano. Quindi avresti cercato il mio sguardo con occhi pieni di sorpresa per chiedermi se anche io avessi avuto quella sensazione. Della scatola di pastelli dico. Ma prima di poter dire una parola qualsiasi ti saresti interrotta perché alle mie spalle non ci sarebbe stato più il roseto ma invece una fontana. E un po’ più oltre un edificio travolto da mosaici ed arabeschi. Cupole ciano. Una torre appuntita che richiama l’attenzione al cielo. Azzurro. Terso. Quindi una nota di tè ci avrebbe raggiunto. Ed allora ti avrei preso per mano. E ci saremmo incamminate in una direzione qualunque. Tanto saremmo comunque arrivate là dove la città avrebbe deciso. Guarda. Cominciano a scendere i primi fiocchi di neve. Domani ti sveglierai e guardando fuori dalla finestra vedrai un silenzio surreale. La neve a ricoprire il tutto. Ovattato. Dicevo. La città avrebbe deciso la nostra meta. Che so? Una piccola piazza dove avremmo potuto trovare refrigerio dal sole implacabile sotto gli aranci. Guardando frammenti di cielo tra le foglie verdi. Mentre il vento si sarebbe insinuato leggero tra i rami e sotto le nostre gonne. Avremmo riso. Mi avresti abbracciata. Con la punta delle dita avresti scostato quel ciuffo di capelli che mi cala sempre sull’occhio. Ma non sarebbe stato quello il momento adatto. Perché in quell’attimo di distrazione gli aranci sarebbero spariti. Al loro posto tappeti rossi e dorati. Caldi alla vista. Ed avremmo immaginato di distenderci sopra essi nei freddi pomeriggi invernali. Mentre fuori la neve cade in fiocchi sempre più grossi ed irripetibili. E dall’altra parte maioliche bianche e blu. Blu bario. A ricomporre fantasie che mai avremmo immaginato di poter avere. Ed incantate avremmo sospirato. Mentre l’aria si sarebbe impregnata degli odori più disparati. Il mercato delle spezie. Un puzzle di sensazioni e ricordi impossibile da ricomporre in maniera errata. Ogni pezzo si incastra perfettamente con tutti gli altri. Ed allora le soluzioni sono infinite. Non c’è niente di sbagliato. Tutto è lecito. La noce moscata. Ci avrebbe ricordato la messa di natale che quando eravamo ancora bambine adoravamo. I canti solenni tra le navate. Una spiritualità che ai tempi forse riuscivamo a cogliere. Che si levava dalle fiamme tremolanti delle candele. E la speranza sempre disattesa di trovare la neve una volta uscite da chiesa. Ma la neve arriva a febbraio. Ora lo sappiamo. E poi il sesamo. A rimembrarci delle corse in mezzo ai campi subito dopo un temporale. Il fango fino alle ginocchia. Il rumore del ruscello rinvigorito. Fili d’erba appiccicati ai nostri volti ancora giovani. Ignari di cosa si possa celare dietro alle lacrime. Un timido sorriso sempre intarsiato tra le gote. E poi un uomo col fez si sarebbe avvicinato. La sua tunica bianca avrebbe proposto al nostro olfatto la curcuma. E la nostra mente sarebbe corsa alla cantina di tuo nonno. Dove ci nascondevamo tra le botti di vino. A raccontarci delle prime vane infatuazioni. Perché così credevamo ci fosse richiesto. E le pareti ammuffite sussurravano alle nostre orecchie di un bacio mai dato. E la vecchia lampada emanava una luce che andava a spezzarsi sull’intonaco crepato. E le ore trascorrevano veloci tra discorsi vacui. Come se scappassero da un brivido di imbarazzo allora sconosciuto che si arrampicava lungo le nostre schiene. Al che. A quel ricordo. Avresti sfiorato le mie dita con le tue e mi avresti condotto al cumino. Ed io ti avrei raccontato delle ore passate appoggiata alla parete comunicante delle nostre camere ad ascoltare quei tuoi stupidi esercizi al violino. E di quando piansi mentre sentivo esercitarti per quello che sapevamo entrambe essere il tuo ultimo saggio. Le note sembravano accompagnare un canto in lontananza. Sembravano riempire tutti i silenzi. I silenzi delle parole non dette. Le carezze non date. I baci voluti. Ed allora io prendevo la mia chitarra. E suonavo. Piano. Per non disturbarti. Per accompagnarti. Accarezzando dolcemente le corde. Sperando che in qualche modo quella vibrazione ti raggiungesse. E ti facesse commuovere. Guarda. Il platano ha smesso di essere nudo. Ed è ora ricoperto di un silenzio rarefatto e fragile. Quindi l’ultima spezia la sussurrerò. Per non incrinare questa immagine cristallina. Così invernale. In quella città sarebbe già luglio. E mentre tutti al sentore di cannella rievocherebbero immagini di maglioni con renne sorridenti e focolari scoppiettanti. Vecchie foto di infanzia. Noi. Noi avremmo pensato ad altro. Non è vero? Era luglio anche allora. E volevamo perderci nei boschi tra le colline dietro casa. Che però conoscevamo a memoria. Ogni angolo. Ogni sentiero. Ogni albero. Là dove la temperatura si abbassava di qualche grado. E l’aria piangeva un profumo selvatico che non eravamo capaci di descrivere. Cannella. Per noi era dolce quanto la cannella. Ci sedemmo sull’erba umida. Le nostre forme ormai più che adolescenti non si nascondevano più bene sotto quei vestiti di un’altra età. Il silenzio mancava. In un bosco il silenzio è solo una finzione. Mimavi le ultime note pizzicate del tuo ultimo pezzo. Ormai un ricordo lontano. Ed erano come gocce in uno stagno. Ti ricordi? Ti ricordi che in quel momento piansi? E risvegliate da quel vortice di profumate nostalgie eccoci ancora in un altro punto della città. Una strada affollata. Urla convulse di venditori mai stanchi. Il correre inarrestabile di bambini scalzi. Che si inseguono. O forse inseguiti da qualche panciuto mercante. Ma il nostro respiro sarebbe immobile. Senza tempo. Raccolto in un istante. Il mio indice sotto il tuo mento. Il pollice avrebbe accarezzato le tue labbra che si sarebbero schiuse al suo passaggio. I tuoi occhi incerti tra il fissare i miei o la mia bocca. E poi i nostri respiri sarebbero diventati un tutt’uno. Esalando in un solo secondo tutti i desideri che per chissà quale ragione non ci eravamo mai dette. Nevica. Nevica forte. Eppure il mio volto è scaldato dal sole di quella città. Quella città nella quale non sono mai stata. Se non con te. E solo con te voglio tornarci. A luglio. Se tu ora non mi volterai le spalle per imboccare quel vialetto di ciottoli che porta fino ai caseggiati popolari. Se non mi lascerai qui a piangere sulle impronte che lascerai su questo manto bianco che non smette di crescere. Per favore. Baciami. O vattene.

Pietro Liuzzo Scorpo

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