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Archive for gennaio, 2014

Laurel Halo @ Interzona, Verona (25/01/2014)

Un breve ascolto, durante la lettura

Club Melancholia

A. “Sono mesi di pioggia ininterrotta Laurel, come si può fare?”
L. “Non ti preoccupare, ascolta questo ragazzo ora”
Tra i magazzini l’ambiente trasuda l’umidità di un inverno troppo caldo, con la pioggia continua al posto della neve che tutti avevano atteso invano. Le industrie antiche e morte, nate tra le due guerre mondiali, hanno qui fatto nascere strutture perfette per smarrirsi. Il locale si unisce al globale e la precipitazione piovosa inizia a bucare i muri fin da subito. Lieve, ritmata, sospinta da leggerissime strutture elettroniche che si scontrano con un pianoforte lontano e una voce sulfurea. “C’è anche Thom Yorke?”. Purtroppo non c’è ma è un piacere enorme comunque. Ci si inizia a bagnare nel giro di pochissimo tempo. Arbdesastr.
(altro…)

Ricky Eat Acid – Three Love Songs

Data di Uscita: 21/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Nella nostra casa nella rural Virginia, il sole si alza puntuale ogni mattina.
Lo aspetto sulla veranda, con i piedi nudi che toccano uno dei piccoli ciuffetti d’erba che crescono ai bordi delle assi di legno. Seduto su quella vecchia panchina a dondolo con i cuscini gialli, accarezzo uno di quei cardini che non sono mai riuscito a trovare da nessuna parte, ripensando a quella volta in cui mi ero presentato con un set appena comprato dal ferramenta in città.
Ti trovai seduta lì sopra, un vestito blu a fiori bianchi, con la gonna larga, ti dondolavi dolcemente e i tuoi piedi sfioravano gli stessi fili d’erba. Sorridevi e, stringendo le spalle, mi facesti capire che non aveva importanza. Che quelle cerniere e quei cespi d’erba, all’apparenza fuori posto, erano stati messi lì da qualcuno, e che la bellezza non risiede solo in quel che sembra avere un senso.
Il sole compare sempre all’improvviso e non in maniera graduale, come se il vento soffiasse sul crinale spoglio della collina quel tanto che basta perché la luce inondi tutto. Io lo guardo direttamente, senza occhiali appoggiati sul volto o attraverso del vetro rigato da anni di grandine, allo stesso modo nel quale non ci si nasconde in un guanto prima di stringere una mano amica.
Dicono che il bagliore del sole sia accecante e che annulli ogni cosa… in realtà satura tutto ciò che non è essenziale, lasciando intatti i margini di un desiderio rivelato.
Lo capii la sera in cui ti riportai a casa per la prima volta. Avevo cercato di evitare il tuo sguardo, quelle volte in cui mi guardavi, e tu l’avevi scambiato per disinteresse. Le nostre risposte emersero quando la luce andò via ed i nostri contorni presero forma, modellati dalle lettere di: there is only you in the light & nothing else.
Dopo tutto questo tempo, non fa più nemmeno male…
Posso guardare quel disco luminoso con la stessa naturalezza con cui, alzando lo sguardo al cielo, avevo visto le nuvole… le punte degli alberi erano invisibili e nascoste, ma il sole le proiettava allungate sul prato adiacente, e mi ero reso conto che la felicità vuol dire vivere di attimi di luce e di ombra.
Ci siamo trovati a eastside quasi per caso, incantati da una cartolina impigliata tra le foglie rosso brillante di un acero saccarino, in un contesto così bello da sembrare falso. Quel che ci colpì non furono le due costruzioni in pietra e legno, ma l’abbraccio che le circondava, che gli veniva dato da radici e tinte dell’autunno che non avremmo mai potuto comprare o possedere.
Te lo chiesi qualche giorno dopo. Avevamo attraversato a piedi il piccolo orto e poi più in là, fin dentro al bosco. I capelli scompigliati dal vento ed il mazzetto dei tuoi fiori preferiti che tenevo in mano mi facevano apparire comico ai tuoi occhi. Quando mi fermai, tu corresti ad abbracciarmi e nascondesti il tuo viso nel mio petto. Ti accarezzai i capelli e tu mi guardasti dal basso verso l’alto, con quegli occhi un po’ spaventati e tristi come ogni volta che non capivi qualcosa.
Ti avevo portato in un campo di fiori gialli, gli stessi che avevo tenuto in mano mentre camminavamo, e che avevo iniziato a piantare dal primo giorno in cui ti ho vista.
Un mazzetto dal quale non mi sarei mai liberato e che avrei sempre portato con me, raccolto in un vasetto di sabbia bianca che lo mantiene sempre vivo.
Alimentato dalla volontà di non accontentarsi dei ricordi.

Filippo Righetto

Stephen Malkmus & The Jicks – Wig Out at Jagbags

Data di Uscita: 07/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Kline’s experiment

È vivace ancora nella mia memoria il ricordo di quella mattina che al supermercato, trascinandomi pigramente tra il reparto ortofrutta e quello cosmetici, ho raccolto un sacchetto di orsetti gommosi.
Era un piacere, dopo un’avvilente giornata di prostrazioni feriali, tornare a casa e trovare il vasetto pieno.
Ogni rientro era carico di aspettative. Cresceva ad ogni passo compiuto, volto a raggiungere il mio appartamento, le scale fino al portone, quasi mi tremavano le gambe. Il desiderio mi costringeva al parapetto fino al portone, per evitare di scivolare. La mano instabile ostacolava l’inserimento della chiave nella toppa, e ogni giorno mi trovavo a sperare che la volontà non mi abbandonasse, non mi lasciasse solo. “Due giri, si. La prudenza non è mai troppa. La scorsa settimana, una coppia di ladruncoli di quartiere è entrata in casa della vecchia signora Backer. Fortuna ha voluto che proprio in quel momento passasse suo genero di pattuglia quella sera, su richiesta della moglie (la figlia della vecchia). Si è accorto immediatamente che la serratura era stata forzata. Circospetto è entrato nell’appartamento. Primo piano. – Soggiorno, vuoto. Cucina, vuota. Sali le scale, sudo freddo. È notte. Forse avrei dovuto chiamare una volante di rinforzi. Le malridotte scale di legno fradicio cigolano, dannazione, potrebbero sentirmi. Mi aveva chiesto di sistemarle dieci giorni fa. Che stronzo. La vecchia dorme? Forse l’hanno già ammazzata. – All’improvviso, risate provenire dalla stanza da letto. L’uomo, a questo punto incuriosito, si avvicina fino a posare l’orecchio sull’uscio e scopre i due ladri ai piedi del letto dell’anziana, chiacchierare e sorridere di alcune vecchie foto che aveva chiesto loro di raccogliere dall’ultimo cassetto del comò, dopo che questi avevano rovistato ovunque senza trovare soldi o valori di alcun tipo. Fortunatamente la vecchia era già stata ripulita dall’affezionata prole.
Ma tornando alla toppa. La chiave, due giri in senso antiorario, e la porta si apre. È difficile descrivere la sensazione che dona lasciarsi scivolare la giacca lungo le braccia. Ti abbandona gradualmente, dalla base del collo alla punta delle dita; quindi calciare disinteressati in qualche angolo della stanza le scarpe impregnate di stanchezza, per poi cedere pesantemente alle pastosità del divano. Tastare tra i cuscini per trovare il telecomando, un rapido check dei canali per scegliere il programma meno impegnativo che offre a quest’ora il palinsesto. CW Network: “Un giorno in paradiso equivale a 891 anni terrestri, dichiara l’uomo che è stato li già quattro volte. La fine del mondo, dunque, sarebbe già iniz…”. Talk show: rabbrividisco nel trovarmi sullo schermo due donne in sovrappeso che sembrano contendersi un omino smilzo con i capelli rossi. Change. USA Cartoon: the powerpuff girl show. Simpatiche quelle ragazzine. M’è sempre piaciuta quella con il caschetto moro. Mi ricorda la bambina che sedeva sempre un banco oltre il mio i primi anni di scuola. Non l’ho più vista in giro. Ai tempi si raccontava che fosse stata rapita dall’autista del bus. Era il millenovecentonovantuno. I pensieri vagano mentre la tv rumoreggia qualche jingle pubblicitario tra uno sketch delle super-ragazzine. Con lo sguardo a fissare il nulla sposto il braccio fino al tavolino sulla mia destra, quello sul quale è posto con orgoglio il vaso colmo di gommose; impilato ben in vista, alla stregua di un’opera d’arte. Infilo la mano sempre più in fondo, ancora un po’, fino alla base. Mi rivolgo al contenitore con fare interrogativo come farebbe chi, inaspettatamente, sente suonare il campanello oltre la porta di casa: chi sarà mai a quest’ora… vuoto. Non è rimasta una sola gelatina fruttata. Il sorriso svanisce e la delusione mi pervade come veleno immesso in vena con l’ausilio di una piccola punta metallica, che avresti detto innocua fino a quel momento. Sbuffo, mi rigiro verso la tv che continua a borbottare pop. Le super-ragazzine hanno trovato una super-pistola laser, super-potente. Così dicono. Sembrano contente del ritrovamento. Sono convinte che col solo ausilio di quell’arma saranno in grado di distruggere il temutissimo nemico. Vorrei poterle avvertire. Vorrei dir loro che è meglio andare avanti con pretese meno audaci. E se poi la pistola s’inceppa? E se il super-laser si scarica? La vita è così, ti da tante aspettative e poi te le toglie. Come con gli orsetti gommosi. 200 g di desideri inevitabilmente destinati a finire.
Sarebbe meglio spegnere la tv. Atrofizza il cervello. Così dicono.

Giulia Delli Santi

Ø – Konstellaatio

Data di Uscita: 14/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

In Finlandia sono super efficienti.
Jarko era un uomo di mare e gli andò sempre stretta la storiella della “Finlandia terra dei Laghi”, l’orizzonte lo preferiva lontano e il porto di Tromsø fu il luogo ideale dal quale partire per sognare. Il suo lavoro sulle navi cargo era il sogno. Essendo Sami si è sempre sentito a casa anche in quella parte di Norvegia e ha potuto portare avanti la sua vita pur spostandosi da Rovaniemi. La sua nave era la Solaris e, tre anni fa, una volta attrezzata con il rompighiaccio il timore dei ghiacciai si dissolse rapidamente. Spezzare la crosta garantendo il traffico navale e la rapida consegna della merce era necessario e fondamentale in questi tipi di lavoro.
Con il passare degli anni la retorica martellante sul Global Warming è riuscita a smussare ulteriormente questa preoccupazione e Jarko quasi dimenticò l’ansia di venire risucchiato nella stasi totale, nel blocco tra i ghiacci. I racconti del padre sulle navi disperse e mai più ritrovate avevano fatto da contorno a tutta la sua infanzia.
Totalmente liberi da pensieri nefasti Jarko e i suoi colleghi/amici partirono verso l’Islanda per consegnare un carico di acciaio. Tonnellate e tonnellate di acciaio. Prima il Mar Glaciale Artico e poi il Mar di Norvegia.
“Goditi il viaggio Jarko, che pacchia è così calmo il mare oggi” dice Pekka a Jarko una volta partiti tendendo l’orecchio per captare il suono dei movimenti dell’acciaio nella stiva. “Ho sentito che quest’estate sarà più fredda del solito però, e se incontrassimo del fottuto ghiaccio?”. La preoccupazione di Jarko scatenò una discussione portando a galla il timore degli operai più anziani. Paavo era il più risoluto: “Sono cazzate belli miei, il Global Warming è una delle tante invenzioni dell’Onu. Nazioni Unite e Parlamento Europeo e i loro stupidi studi vi faranno, anzi vi hanno già fatto il lavaggio del cervello”. “Sei un vecchio pazzo Paavo, stai tranquillo” rispose tranquillo Pekka.
A metà strada, di notte, un suono sordo ed un sobbalzo svegliarono l’intera truppa. Il nemico era tornato, una lastra enorme di ghiaccio aveva bloccato la Solaris. L’urto era stato capace di far saltare tutta la strumentazione di bordo, non erano più rintracciabili da nessuno al momento. La nave si era totalmente incagliata tra parallelepipedi bianchi di varie dimensioni e forme, la luna lontana riflessa sul ghiaccio creava luci mai viste prima. “Ragazzi vediamo di far funzionare i radar e manteniamo la calma” disse Paavo squarciando il silenzio attonito dei compagni. Il trasmettitore di onde radio, l’antenna, la funzione di trasmissione/ricezione/elaborazione del segnale elettromagnetico defunti crearono la paralisi totale della nave e della truppa, in una sorta di fusione tra macchina e uomo. Il passare dei giorni alla deriva veniva scandito da lamentele sempre più effimere, meno incisive e sconnesse nel tempo.
L’unico appiglio divenne il cielo di notte, cercando di osservare le stelle per ricreare le costellazioni e immergersi nella speranza generata da qualche segno astrale favorevole. Un rumore ripetuto in lontananza, l’eco del segnale radar in loop nella mente della truppa, quasi a voler capovolgere la realtà captando un suono che non poteva giungere visto il guasto. Con sguardo ebete ad osservare il ghiaccio in uno stupore senza fine per l’accaduto, le previsioni mancate e quel loop continuo intersecato ai cristalli bianchi in movimento. Il vortice creato da leggere manipolazioni che affonda la persona in uno stato di semi coscienza. Syvyydessä Kimallus. Neutronit. Gli sterili tentativi di aggiustare le macchine di bordo generavano solo qualche sibilo lontano, un motore digitale che non parte e gratta una patina luminosa e fredda. La cabina come una sala operatoria in una vicinanza estrema con il disagio in un mutismo totale, decaduto ritmicamente in cantilene rumoristiche da film ai confini dello spazio. Kesäyön Haltijat. Un vibrafono lontano, ricordo della antica chiesa alla periferia di Rovaniemi, a scandire giornate sempre più lunghe. Uno specchiarsi nella solitudine che si trasforma in un viaggio unico. Isolazionismo sferzato dal vento ghiacciato e dai soliti rigurgiti semi-funzionali della macchina radar. Syvanteessa Pukinjalkaisen.

Gli schizzi disperati di Paavo con la posizione delle varie stelle, riprodotta con metodo ogni notte. Una cartografia allucinata capace di riportare in primo piano uno spazio intimo mai così in vista, gestione perfetta del ricordo e della capacità di non perdersi nel dramma. La speranza che magari il segnale un giorno ritornerà. Takaisin.

Della Solaris nessuno ha saputo più nulla, pare sprofondata in un’altra dimensione. Tutti continuano a credere al Global Warming.

Alessandro Ferri

Warpaint – Warpaint

Data di Uscita: 20/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Aveva sempre in mente una scena, ogni volta che incominciava a suonare. Sarebbe meglio specificare, dire che aveva in mente immagini appartenenti a più scene. Quello che non cambiava e che non sarebbe mai cambiato era l’ambientazione di quegli attimi di vita fugaci, di quelle pause dal tempo, delle parole che facevano da sottofondo, dalle sue mani appoggiate alla ringhiera, tutte le ombre proiettate dalle luci sparse ovunque per l’ampia sala all’ultimo piano di quella costruzione, il traffico che si muoveva irregolare, qualche albero in buona salute a spezzare la monotonia dei parcheggi, il rimbombo delle canzoni che stavano per nascere, la quiete la notte, l’attimo successivo alla conquista, il fremito nelle ossa, la calma figlia della sazietà. All’altezza di un’ampia finestra sbrogliava matasse di cavi ai suoi piedi, guardava fuori dalla finestra alzando leggermente la testa, si poteva tracciare una linea retta dalle punte degli stivali alle rotaie del tram, passando per i rami ora vuoti della vegetazione, aggiungerci anche partenze di aeroplani, strisce pedonali, riflessi metropolitani, copertine di giornali. La seconda prospettiva portava capelli biondi, una storia ulteriore da raccontare, un lungo vestito e una tazza di the tra le mani. Raccontava di come raggiungere suoni più lontani, poi creò una successione di note al sintetizzatore e si ritrovarono al centro di una valle, in un passato indefinito, in una notte priva di volti umani, ampie vesti con un copricapo per testa e pregiudizi da disintegrare. L’accordo fu raggiunto e simbolizzato dall’immagine della legna da ardere, un falò nella sera, la forza del fuoco, tastiere. Quel pomeriggio la vide con la schiena appoggiata al muro di mattoni rossi, lo sguardo verso l’altrove, i lunghi capelli castani lisci sulle spalle, il piede sinistro nudo appoggiato alla parete. Prova a cantare queste parole. Le portò così un foglietto di carta, lei restava immobile appena fuori dalla porta di quella stanza affacciata a strapiombo sulla città, le mani ora nelle tasche. Una folata di vento scompigliò voci e capelli, il foglietto con quello squarcio di testo le scappò dalle mani e andò a rifugiarsi nel vuoto, ci risero sopra l’intera giornata su quell’episodio. Chi se ne frega, con un ritmo del genere ogni parola andrà bene. Alle tre di notte nacque una nuova canzone. Ballarono dietro ai loro strumenti, esauste e soddisfatte del loro operato. Come se qualcuno spaccasse il campanaccio di un animale nel silenzio di quella valle che avevo immaginato, prima del rogo. Sussurrare all’orecchio di una mente ottusa il racconto della rivincita delle streghe. Si ricordarono di una storia esemplare, si strinsero in un abbraccio e decisero di condividere. In the middle of the day we find love. Chiuse gli occhi, i capelli raccolti in un nastro, le ciglia abbassate che si confondono con le sagome dei grattacieli proiettate su tutti i lembi di pelle e tessuto disponibili. Dietro accesero quattro candele e le posizionarono una per ognuno degli angoli di un vecchio tavolo da lavoro. Si addormentò con le punte di dita altrui che le accarezzavano il braccio, sulla poltrona più comoda a loro disposizione. Domani pitturiamo i muri o li ricopriamo di fotografie venute male apposta, voluta mancanza di focalizzazione. Poi inviteremo i primi ospiti della nostra nuova festa. Ricordi quell’attimo in cui hai chiuso gli occhi e hai fatto casa al respiro del vento, allo scorrere delle stagioni tra le tue guance e le labbra leggermente socchiuse, la carezza più soffice dei vestiti alternati con disinvoltura sulla tua pelle, il passato e il futuro frantumati sul pavimento, la consapevolezza di poter frantumare le barriere. Aprì gli occhi, le teneva le mani ricoperte di anelli di vero oro. La storia che aveva deciso di raccontare riusciva a far convivere desideri e quiete, contrasti e conciliazioni. Più in là fumava una sigaretta appoggiata alla ringhiera di quel palazzo, si sentiva sul tetto del mondo. You are worthless. You belong. Sembravano tutti sul punto di lanciare la propria sfida a quell’angolo di cielo, loro comprese, e comunicavano anche con i silenzi più interminabili, bastavano gli sguardi, i movimenti sinuosi, i vestiti gettati sul tappeto e quelli prescelti per la prima quotidiana per il teatro, l’accettazione del valore universale di quella rappresentazione. Lasciarono l’abitazione portando insieme a loro tutte quelle nuove canzoni soddisfatte di essere riuscite a tratteggiare nuove consapevolezze. E come in un unico sguardo, salutando e ringraziando quei muri e quelle finestre, le immagini e le parole si unirono. I’m on my way back home. I’ve not been. I’m not gonna stay away too long. Regola numero uno: aggredire la realtà. LOVE IS TO DANCE. WHY DON’T YOU DANCE? And dance, and dance, and dance, and dance

Filippo Redaelli

James Vincent McMorrow – Post Tropical

Data di Uscita: 13/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Non so dimenticare, se dimenticare è ignorare il ricordo. Il vento tiene sospesi momenti mentre trascina con sé forme di vita a mezz’aria. Scorgo da lontano una luce che, leggiadra, illumina un timido passato; sospiro e sono di nuovo lì.
I remember how cloth hung
flexing with the forest clung
Half waist and high raised arms
kicking at the slightest form
I remember my first love

Mi sposto con indifferenza, le braccia ondeggiano nel vuoto, muovono l’aria che mi circonda con la stessa noncuranza con cui osservo il mondo che accade, senza interruzione. Un fruscìo tra i rami mi distrae, poi di nuovo. Then in the quiet it calls again. Devo farmi spazio tra le immagini di te che si sovrappongono a questo presente. Inizio a correre tentando di raggiungere quelle parole con cui ti allontanasti, ma gli attimi continuano a sfuggire alla mia presa. Il vento si allontana, prendendo la forma della tua assenza. Mi lascio cullare da questo momento. Senza cadere, mi ripeto, senza cadere. Why do you cry? Reclaim your passing and passing outside. Vorrei poter afferrare le gocce di pioggia che bagnano il tuo volto, ma ho ormai mani lontane e pensieri troppo stanchi per cercarti ancora. Ti sfioro da vicino, attraverso un soffio di vento che sconvolge i tuoi capelli. Every breath that echoes endlessly. Nella mia vita, ogni passo in avanti è un continuo trovarti. Un piccolo vuoto si riempie del respiro che rinasce. Chiudo gli occhi lentamente, tutto si ravviva, dal basso verso l’alto, un calore quasi d’oro mi sconvolge e stringo le mani, d’improvviso, a trattenerlo. Now, in the passed them again. Avanzo un pochino, passi distratti, schiudo le labbra e un gemito viene fuori, aleggiando suoni confusi. Il corpo perde equilibrio, il ritmo scandisce la caduta, allargo le braccia e vengo trascinato via senza alcuna resistenza. La sospensione mi procura una nuova visione attraverso stanze disabitate e castelli distrutti. Una voce, una voce. Then no one from the roll up call you. Poi nulla più. Barely in the old. There among the cold.

Mi avvicino alla finestra per osservare ciò che rimane: l’inverno di un’attesa che non potrà finire, passi incessanti verso un futuro che di certo ha solo l’alternarsi del giorno e della notte. Sento il suono che scivola, un battito che rallenta e poi il silenzio della casa che rimbomba nel ricordo. Abbiamo intrapreso percorsi senza avere una meta, tentato di recuperare strade perdute, sorpassato temporali e affrontato tempeste. I wanna go south of the river, facing alone in the heart of the winter. Sono inverno, freddo, ghiaccio, ma ho bisogno di sapere di poterti amare ancora.

L’acqua è gelida, so che non dovrei bagnarmi. Un po’ più in là, forse un raggio di sole potrebbe colpirmi. So che convincermi di farcela è l’unico modo per liberarmi dalla condizione che mi tiene in blocco. Forse. I need someone to love, I need someone to hold. Mi guardo attorno, osservando quel che resta. Mi siedo su un ricordo in frantumi, precipitando. Non so dimenticare, se dimenticare è ignorare il ricordo, ma so che there is so little left from the warmth of the sun.

Valentina Loreto

David Helbocks Random – Control / Think Of Two

Data di Uscita: 31/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Ero seduto a un baretto di Trastevere e bevevo una Peroni gelata quando di fronte a me, seduto sul gradino di una piccola chiesa barocca, un barbone mi fece cenno di avvicinarmi a lui. All’inizio non fui sicuro che si stesse rivolgendo a me, ma poi mi indicò in modo talmente chiaro da scacciare tutti i miei dubbi. Ero diffidente, lo ammetto, perché quel tizio mi pareva abbastanza losco ed io avevo un paio di banconote in tasca che mi dovevano bastare ancora per un paio di settimane. Continuai a bere quella birra troppo fredda e presi il primo giornale che trovai. Ma la curiosità mi pulsava dentro più veloce del cuore di un colibrì e volai in tre secondi su quel misterioso gradino.
Per un attimo mi parve che il sole si stesse portando via con sé anche il rumore senza sosta della città, ma mi accorsi presto che la sera aveva cambiato soltanto il colore di quei suoni frastagliati.
Continuavo a rimanere seduto su quel gradino, poggiai anche la schiena sul portone verde per rilassarmi un po’ e preparare eventualmente le baggianate da dire nel caso che quell’uomo non avesse voluto iniziare a parlare. Ma per fortuna attaccò presto.
-Sai quanti anni ho? Sii sincero.
-Non lo so… una settantina direi così ad orecchio.
-Aggiungine cinquecento.
“Ecco, è pazzo, lo sapevo… Non dovevo fermarmi” pensai subito, e il barbone ricominciò a parlare.
-Immagino che ti starai dicendo che sapevi che io fossi pazzo… è legittimo, non ti preoccupare. So che sembro un pazzoide, con questa barba e questo sguardo, ma ti assicuro che assomiglio parecchio a Michelangelo quando lo conobbi.
-Buonarroti?
-Certo. Ero giovane quando lo incontrai per la prima volta. Un temperamento straordinario, un titano, un Mosè, niente da aggiungere. Mentre disegnava o scolpiva era… dopo secoli non riesco ancora a trovare le parole.
-Ma chi sei in definitiva?
-Scusami se non mi sono presentato, ma l’età mi ha portato ad essere un po’ sbadato. Sono Ermete.
-E come mai saresti ultracentenario?
Mi tenevo sul vago e sull’ironico per fargli vedere che non ero uno stupido o un boccalone qualunque, ma il suo sguardo era talmente sereno, intelligente e buono che la mia ironia mi sembrò fuori luogo.
-Fu un incidente che mi accadde quando oramai pensavo che mi mancassero pochi anni…
Sopra di noi dei gabbiani affamati garrivano nella loro perenne e rabbiosa ricerca di cibo e ci distrassero. La giornata, d’improvviso, sembrava più leggera, pure le abnormi panzane che mi stava rifilando l’amico di Michelangelo mi cominciavano a sembrare belle e vere, come bella e vera mi pareva senza alcun motivo la vita, forse per via di una congestione da birra o per una vaga ubriachezza o chissà per quale stravagante neurotrasmettitore che metteva il mio cervello in quella buona disposizione.
-Tornando all’incidente devo spiegarti gli eventi. In quel periodo conobbi Giordano Bruno e ne rimasi affascinato, così mi dedicai ossessivamente all’alchimia. In un bel giorno d’inverno, dopo aver mangiato un carciofo alla giudia, tornai a casa con un’idea folle che riguardava la mescita di diversi elementi per creare l’oro. Ma il mio esperimento fallì e lasciai quella sostanza densa sul tavolino. Qualche notte dopo tornai ubriaco dall’osteria con pensieri oscuri e una gran sete. Vidi l’immagine sfocata di una coppa che secondo il vino che mi circolava dentro doveva essere altro vino e non ci pensai su molto prima di tracannarla. Vidi nelle settimane e nei mesi il mio corpo che si tonificava e tornava ad una forma giovanile, anche se nell’aspetto rimanevo un vecchio. Guarda la mia pelle.
Aveva una pelle bianca e liscia, e la carne soda di un atleta. Osservandolo bene mi accorsi che anche il suo volto non era così rugoso come doveva essere. Così mi convinsi definitivamente della sua straordinarietà.
Gli chiesi di mostrarmi casa sua che a quanto diceva era “la casa più bella di Trastevere, che è il posto più bello del mondo”.
Arrivati a casa sua, un posto che fondeva sobriamente tutti gli stili del mondo, mise un disco di musica klezmer e ci mettemmo a fumare la pipa accanto al camino.
-Ma sai, gli anni che vennero dopo furono un po’ noiosi, con qualche eccezione, furono molto deludenti. La controriforma riportò l’Europa al medioevo e poi tutte quelle rivoluzioni che in realtà si conclusero in un nulla di fatto. Fu con la fine dell’ottocento e il grandioso secolo scorso che il mondo iniziò ad essere davvero un posto spassoso. La tecnologia, che per me è il vero motore dell’evoluzione umana, ha reso tutto così comodo che voi che ci siete nati dentro non potete nemmeno capirlo. Che lusso la modernità!
Mi versò del vino bianco in una coppa d’argento.
-Ma la grande data è il 1917.
-Per la rivoluzione d’ottobre?
-No. Per la nascita di Thelonious Monk. Lo ascolto ogni giorno da sessant’anni.
-Capisco.
Mi parlò di quanto fossero stati sconvolgenti i primi ascolti del grammofono, i primi film al cinema, le prime corse con l’automobile, i primi viaggi in aereo, la Parigi degli anni venti, gli anni trenta, i quaranta col bebop, la seconda guerra mondiale, la bomba atomica…
-Se vuoi l’immortalità…
Si mise a fissare il fuoco così intensamente che pareva lo stesse alimentando col suo sguardo.
-Si trova lì, sul tavolino di cedro.
Mi guardai attorno, scrutando in quella meraviglia senza tempo, tra le piante curate alla perfezione e gli oggetti antichi, fino a che vidi su un tavolino una fiaschetta da whiskey tascabile abbastanza insolita.
-Lì dentro c’è la sostanza che ti renderà probabilmente eterno: è tua.
Dubitai un attimo ma poi afferrai la fiaschetta e me la misi in tasca.
-So che non lo farai subito, lo capisco. Ma lo farai, su questo non ho dubbi.
Cambiò disco. Partì “Trinkle, Tinkle” e mi accorsi per la prima volta del novilunio e della luce irreale di quella casa, al tempo stesso blu ed arancione, alternata, onirica, che mi svegliava e vegliava su di me, come quell’uomo incredibile che avevo conosciuto per caso.
Indossai la mia giacca rossa e gli strinsi la mano.
-Esercita la memoria, combatti la pigrizia e sii quanto più onesto riesci ad essere. Il presente è meraviglioso.

Camminando arrivai fino a Piazza Trilussa senza accorgermene, con l’immortalità in una tasca, ma senza sapere dove andare.

Marco Di Memmo

Actress – Ghettoville

Data di Uscita: 28/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Questo fetore proviene dall’esterno oppure è nella mia testa?

Solo dolore.

Non so cosa mi abbia spinto a visitare la casa delle mia infanzia un attimo prima della demolizione, ero convinto di aver superato tutto questo, di essermi lasciato alle spalle la mia vita precedente.

Da dieci anni non metto più piede in queste stanze; dopo la morte dei miei genitori decisi di non varcarne più la soglia, di lasciare tutto al proprio posto: vecchi libri, cornici di cartapesta e gingilli di un’epoca quasi dimenticata, grigio sul blu, come uno scrigno coperto dal fitto strato del tempo.

Radere al suolo i ricordi è stata la missione di una vita, voltare pagina per crescere, amputare progressivamente le radici, così robuste del mio io remoto, per proiettarsi in avanti.

Oggi sono una persona di successo, fuggito dalla ghettoville della mia gioventù, rinnegando l’umiltà dei miei vecchi per un fine superiore; ho consacrato ad idolo la mia solitudine interiore, confidando nella sua protezione.

Vago in queste stanzine di cartone lasciando dietro di me orme fresche nella polvere, tracce che sarebbero destinate a tornare gradualmente al cinereo, se non fosse per l’ingombrante macchina gialla che attende un mio segnale.

Forse sto cercando qualcosa che mi leghi al mio passato, oltre la sofferenze, al di la del cosciente, una cosa che magari mi faccia desistere dalla decisione, già presa, di cancellare definitivamente questo luogo dello spirito.

Un forte odore di tuie fa capolino da una finestra rotta, proviene dal giardino antistante, quello che ai miei occhi di bambino sembrava una foresta.

Trasalendo mi rivedo piccino, che corro tra le stanze schivando i miei fratelli più grandi che mi maledicono; in mano ho una scatola di latta con su scritto “2014”, è quello il mio segreto quasi dimenticato, che nel sogno ad occhi aperti affretto a nascondere sotto una doga della mia stanza. Ricordo esattamente dov’è custodita, con un movimento quasi automatico faccio saltare il pezzo di legno che la nascondeva ed eccola comparire davanti agli occhi.

Dentro c’è un libro di poesie, ingiallito come il biglietto che avvisa “per quando sarò grande”. Faccio per aprirlo e scorgo una pagina segnata che dice:

E allora noi vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto –
noi strappammo le mani
dalla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu più dolcezza,
non fu più abbandonarsi
al sentiero sul fiume –
non più servi, sapemmo
di essere soli e vivi.

C.P.

Uscii al sole con il volto rigato di lacrime …ma non ebbi la forza di ritirare l’ordine di demolizione.

Maurizio Narciso

Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra – Fuck Off Get Free We Pour Light on Everything

Data di Uscita: 21/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

La casa aveva pareti spesse e solide, quei muri vecchi eretti da maestranze esperte e rigorose, la famosa operosità eccellente del passato. Da bambino supponevo ci fosse un nesso diretto tra la stabilità degli edifici e quella delle famiglie che in essi abitavano e vedevano succedersi le generazioni: costruzioni ben piantate a terra, dai paramenti consistenti, potevano presentare dei minimi difetti, delle imperfezioni quasi irrilevanti, eppure rimanevano imperturbabili ad eventi esterni di ingente entità, resistevano malgrado malevole sollecitazioni. Parimenti, le famiglie di un tempo traevano la loro forza dalla coesione e dalla solidità delle loro basi, da legami di sangue che – spontaneamente – sarebbero bastati di per sé a vincere qualsiasi naturale difficoltà avesse osato insinuarsi.
Tuttavia un limite c’era, e non serviva un’intelligenza spiccata per accorgersene. Bastava mettere da parte l’inguaribile ingenuità della giovinezza e sgranare gli occhi il più possibile dinnanzi allo stato delle cose. Questi meccanismi così apparentemente ben congegnati erano tanto resistenti quanto dotati di precisi punti deboli atti a smascherare le labilità. Fragilità recidive, errori persistenti, talvolta crisi esterne e indipendenti dalla volontà del singolo, fungevano da detonatori di dinamite, e di lì a poco la crepa che ormai si era aperta sarebbe soltanto andata allargandosi, presagendo macerie. La ricostruzione poi nessuno l’avrebbe ritenuta impossibile a priori, certo è che il lavoro da fare sarebbe stato cospicuo, la lena da riversarvici senz’altro indispensabile.

Il tacchino si stava rosolando nella pentola sul fornello, la mamma arrancava con crescente fatica e l’anca ormai arrugginita nel nutrire le fauci dell’enorme camino in mattoni con la legna umida raccolta il giorno prima da Thomas nel bosco. Marie friggeva le uova strapazzate per la nostra tardiva colazione. Fuori l’inverno era piombato di netto su ogni cosa, cristallizzando lo strato superficiale delle pareti, congelando i ruscelli, stendendo tappeti ghiacciati su strade e marciapiedi. Un inverno definitivo e risoluto. Sembrava un giorno come un altro, Marie ed io facevamo il possibile per farlo apparire così, se non altro agli occhi di nostra madre, la cui vecchiaia sopraggiunta all’improvviso e abbondantemente anzitempo non permetteva vistosi sbalzi d’umore, né sorprese. Un basso profilo sostanzialmente appiattito sulla quotidianità era la cura migliore, persino più efficace della lunga lista di ansiolitici che il dottor Huber, nostro vicino di casa e farmacista del paese, aveva appuntato con lodevole premura nell’ultima ricetta prescritta.
Thomas aveva perso il lavoro da qualche mese, era un discreto elettricista ma la piccola ditta che lo aveva assunto aveva chiuso i battenti dopo un lungo periodo di attività stentata; Montreal era così divenuta troppo dispendiosa per le sue tasche ormai semivuote, i risparmi che era riuscito ad accumulare col tempo non bastavano per metterlo al riparo da un costo della vita di città oggettivamente insostenibile. Era dunque tornato in paese, a vivere con la mamma e me e Marie, ancora alle prese con gli studi del liceo. Jerome – il maggiore tra noi quattro – era l’unico a non avere grosse difficoltà economiche, gestiva due locali a Montreal alternandosi tra un bar del centro il giorno, e un rinomato ristorante di sushi la sera; praticamente aveva rinunciato ad avere una vita sociale, di contro non avrebbe mai patito la miseria. Mi chiedevo chi di noi stesse davvero vivendo la vita che aveva sperato per sé; in realtà nessuno, si trattava solamente di valutare quale fallimento risultava più facilmente tollerabile. E abbellire ogni giorno le sventure coi colori caldi delle gioie semplici, una passeggiata al parco, una telefonata, un film da guardare sul divano, una tazza di cioccolata calda. D’altra parte non eravamo ancora sprofondati in un oscuro baratro senza ritorno, ci si armava di pazienza e leggero disperato ottimismo, si andava avanti.

La casa aveva pareti spesse e solide, la mia famiglia l’aveva acquistata troppo tempo addietro e accudita con l’amore che si riserva soltanto a pochi eletti. Qualche anno fa, e io e Marie eravamo ancora piccolini e poco consapevoli per averne memoria accurata, una crepa si era venuta a formare lungo uno spigolo, erano scaturiti i primi dissesti, e la stabilità globale rischiava di venire irrimediabilmente compromessa: nostro padre venne arrestato una sera d’estate, tentato omicidio ai danni del suo ex socio in affari, il quale stava cercando di fare il furbo fregandogli tutti i risparmi e fuggendo col malloppo nella costa Ovest. Inutile dire che da lì in poi si innescò una reazione a catena, i soldi che mancavano, la depressione e l’ansia di nostra madre, i sacrifici di noi tutti, l’unità familiare in bilico.
Oggi papà sarebbe uscito di galera, ma alla mamma abbiamo impedito sin da subito di tenere il conto dei giorni, dei mesi, degli anni; abbiamo lavorato sodo per instillarle un certo nuovo equilibrio, per costruire un sostegno congiunto al riparo delle attese e contro una vita condotta in nome di un unico scopo che sarebbe stato incontrare di nuovo suo marito. Col tempo c’è stata la riappacificazione nonostante il crimine, c’è stato il perdono: è impossibile dimenticare cosa significa essere una famiglia, nonostante tutto. Essere una vera famiglia è la fortuna più grossa che ci sia capitata, e da lì soltanto si poteva compiere una ripartenza, una specie di ricostruzione delle mura dissestate dalle macerie.

Thomas accende il motore dell’auto e una nuvola di vapore sbuffa da terra, per contrasto con il suolo ghiacciato; lentamente la condensa nei finestrini si dirada mentre io e Marie aiutiamo la mamma a salire, non senza aver faticato a convincerla che il tacchino sarebbe stato buono anche riscaldato la sera. Jerome ci avrebbe aspettati a Montreal, davanti all’ingresso del carcere, a riprenderci nostro padre. Thomas infila un disco nel lettore cd prima di inserire la chiave nell’accensione e ci tiene a spiegare che per oggi ci vuole della musica seria. Mi passa la custodia dell’album da riporre nel cassetto ma l’immagine che vedo mi attrae, un bagliore quasi accecante campeggia al centro di una scena in bianco e nero dai toni caldi, Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything. Mi sembra l’augurio più calzante, oggi, e mi sorprendo a prestare attenzione già alle note che, dirompenti come un’esplosione inattesa, invadono l’abitacolo. “Non fate i coglioni voi due, sì Marie dico a te, e anche a te” – tuona Thomas toccandomi la spalla prima di impugnare la leva del cambio. “Questi ragazzi sono di qui e cantano e suonano per noi, parlano di noi tutti. Non fate gli sfigati che non ascoltate giusto perché siete incastrati con l’hip hop e i bambinetti sbarbatelli da boyband!”
Tuoni, rock gridato tra deliziose incursioni di archi, una cavalcata selvaggia, passione e disperazione.
That what we want will never be
In between we fuck and dream at living free again

Thomas urla sopra le voci del gruppo e batte con foga il tempo sul volante. Nei testi sono racchiuse le disgrazie della gente comune, la rabbia politica, i disagi sociali; le voci si fondono e si compenetrano, al pari del binomio dicotomico tra impeti di batterie e chitarre graffianti e le carezze tiepide di violini e contrabbasso. Rock e folk, e post-rock.
All we want is what we’ve owed
We’ve all of us carried this load

I colori sono scurissimi, poi arrivano piccole parentesi di dolcezza e poi la luce da tanto bramata.
“What we loved was not enough
But kiss it quick and rise again
(the day has come when we no longer feel)”

La mamma tace ma non appena riconosce il tragitto, percorso ormai tanti anni addietro ma mai scalfito nella memoria, serra un istante gli occhi e stringe la mano di Marie, seduta accanto a lei nel sedile posteriore; mantiene uno sguardo appartentemente assente e superficialmente posato sulle strade e gli edifici che ci sfilano accanto, mentre la musica diventa più scarna e riflessiva.
Thomas parcheggia l’auto e si ferma, Jerome è già arrivato e ci aspetta, scendiamo silenziosamente con la forza e la speranza che illuminano un nuovo inizio.

Federica Giaccani

Mujuice – Metamorphosis

Data di Uscita: 21/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Il vento gelido gli sferzò sul collo appena fu fuori dall’atrio. Si sollevò il bavero del cappotto scuro, strinse gli occhi e proseguì con un passo deciso che non si arrestò neppure quando, dopo poco, infilò il piede in una pozzanghera melmosa che si era creata in una buca sull’asfalto. Si limitò a scuotere impercettibilmente il piede, senza fermarsi.
Quella di tornare a casa era un’idea che lo annoiava. Anche passeggiare lo annoiava. Decise di passeggiare. Tagliò la città lungo la strada principale, passò oltre il portone di casa.
La stazione era popolata dalla gente di sempre, qualche straccione, un paio di zingare con prole al seguito. I fogli nella bacheca dei trovolavoro frusciavano ad ogni folata. Uno, a caratteri cubitali rosso fuoco, cercava persone dinamiche. Michel si domandò se il movimento per inerzia potesse essere considerato dinamismo, in qualche modo.
Nella sala d’aspetto una signora dal trucco pesante infilava luoghi comuni, uno dopo l’altro, al telefono. Istintivamente spense il suo cellulare, infastidito all’improvviso dal pensiero di essere raggiungibile. Lo innervosiva l’idea di essere perennemente rintracciabile, perennemente connesso, collegato al resto del mondo. Avvertiva un certo distacco con questo “resto del mondo”, per quanto non ne sapesse qualificare la natura. Probabilmente neppure gli interessava capirlo.
Si diresse verso l’edicola e comprò una busta da documenti. Ci infilò dentro il curriculum che aveva in tasca, leccò la striscia di colla e passò il pollice sopra la chiusura per sigillarla. Provò avvilimento per la serie di esperienze professionali improduttive e inutili che aveva dovuto inserire. In realtà provava avvilimento in generale, nel dover compilare questo tipo di documenti.
Doveva esserci qualcosa di profondamente perverso in una società basata su degli schedari, senza dubbio. Tuttavia, nel frattempo non c’era nulla di meglio da fare che compilarli. Annotò l’indirizzò a penna e imbucò il plico. Si chiese se dovesse essere fiducioso.
Alle sette e quarantotto un treno lasciò la banchina, diretto a sud. Michel attraversò lo stradone davanti la stazione, fissò il cartellone della programmazione del cinema a lungo, poi comprò un biglietto e si allontanò. Infilò il biglietto nella tasca del cappotto, dubitava che sarebbe tornato effettivamente a guardare il film.
L’orizzonte si stava incupendo sempre più, il vento non si era placato. Due alberi scheletrici ai bordi della strada si sbracciavano, scricchiolando. Sul ramo più alto l’ombra di un corvo, incredibilmente in equilibrio. Michel strinse i denti per il freddo, una raffica di vento tagliente lo travolse inaspettatamente. Poggiò la mano sul tronco dell’albero per non cadere. Inspirò, il freddo gli squarciò i polmoni.

Fiducioso no, sollevato forse.

Annachiara Casimo

Burial – Rival Dealer (Top Ten 2013)

D.d.U. 11/12/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

L’inconfondibile emicrania delle ore che seguono un rave umido ed acido.
I ritmi dei ricettori nervosi restano accelerati e spasmodici, le gambe tremendamente esauste ancora si muovono da sé, i pensieri rimbalzano impazziti da uno scompartimento e l’altro della memoria. Scatti compulsivi tra i canali di un vecchio televisore, il telecomando prende in rassegna tutta l’offerta in chiaro: televendite, voci distanti, spot di videogiochi, report di discorsi pubblici entrati nella storia.
I piedi perseverano nelle danze chimiche.
Sms arrivano a valanga, qualcuno forse mi cerca, oppure sbagliano numero; nelle tempie la pressione di un costante chiacchiericcio di fondo.
La nebbia è penetrata nello scantinato, ricettacolo di sogni infranti e divani sfondati dalla tappezzeria in velluto a coste marrone. Tuttavia una luce nuova entra dagli spiragli dei cartoni incastrati sommariamente nelle bocchette di aerazione. The sunlight has come.
Il breakbeat va in pausa, lascia il posto a ritmi solari e regolari, bagliori inediti ripescati dal pop degli anni ottanta. Forse esiste ancora la speranza, sotto la coltre di nostalgia che mi rende da sempre un’anima perduta.
Excuse me, I’m lost.
In una improvvisa epifania, ci si perde e ci ritrova ciclicamente.
Rimango ancora un po’ sprofondato nella penombra, ma quando uscirò probabilmente arriverà una mano da stringere. E l’aria sarà malinconica ma meno rarefatta.
You’re not alone.

Federica Giaccani

Lantern – Diavoleria

Data di Uscita: 13/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

T’ha mai tremato il collo per la rabbia? T’hanno pulsato i muscoli? Sotto pelle, senza far male, solo un movimento inaspettato e alieno, incontrollabile, come se qualcosa, da dentro, picchiasse per uscire. Ecco, questa è un’insonnia nervosa, un dolore somatizzato, un ultimatum alla sanità mentale. Cancella tutto, ora, sciocca gnosi, elimina le endorfine, la melatonina, la serotonina. Fammi dormire. Tutto ciò che di reale c’è nei sentimenti è il lavoro di ghiandole, ghiandole che secernono on demand, influenzate dai costrutti di altre ghiandole prima e durante. La realtà percepita è un imbroglio di abitudini. So tutto questo, lo sa anche il mio corpo, perché allora non riesce a dormire e far riposare anche me. Lasciami in pace, rilassa lo stomaco e liberalo da queste contrazioni, non c’è nulla da digerire laggiù. È questo cranio, sono queste sinapsi che devono macerare, scomporre e mandar giù un boccone pesante e amaro. E le ghiandole non aiutano, secernono ancora e ancora, vietano il sonno, negano la pace e impongono uno stato di allerta. Reazione di attacco o fuga, reazione aggressiva o remissiva, reazione come se fosse necessaria o richiesta. Sono costrutti mentali autoimposti e non cercati da terzi, stupido ammasso grigio, sei il centro di una percezione singolare in un ambiente che non ti ripudia né ti considera, ospite insussitente. Perché non la smetti, perché non mi lasci dormire? Crollano le palpebre e come serranda di carne chiudono, malamente, l’ufficio informazioni visive. Buona pace, penso, come tutti i miei contemporanei vivo di un solo senso non deturpato, la vista. Se quella è occlusa cederà facilmente anche il resto. E nel buio dei miei pensieri le parole si fanno più forti, si ripetono nella demenza del preonirico, persistenti e fastidiose, come solo le portatrici di sensi di colpa sanno essere, scandiscono il tempo, ad accompagnarle, poco dopo, gli spasmi nervosi del collo, delle braccia che non so come mettere, delle gambe che credono per non so quale ragione di salire scale o cadere senza appoggio. L’insonnia del mancante in qualcosa, qualcosa che ti fa mancante in tutto. Così procedo, viaggio al termine della notte, l’alba serenamente beffarda sancisce le finite possibilità. Non hai riposato. Male. Alzarsi, lavarsi, guardarsi allo specchio. Mancato sonno come mal di testa, caffé come aspirina, paliativo nell’impossibilità di un riposo sereno.

Alfonso Errico

Mogwai – Rave Tapes

Data di Uscita: 20/01/2014

Un breve ascolto, durante la lettura

Clepsamia

Camminava. Un passo dopo l’altro. Un piede avanti all’altro. Sequenzialmente. Pedissequamente. Dietro alla vacuità della giornata. Assecondando l’assenza di colori di un cielo immobile. Specchio perfetto del nulla. Immagine nitida del niente. Se avesse dovuto elevare una preghiera ad un dio nel quale non credeva avrebbe detto una sola cosa. Fa’ che l’apatia non mi porti via.

La strada
Le vetrine dei negozi. Il cicaleccio pomeridiano invadente. Mozziconi da unire con linee immaginarie per formare contorni spezzati di figure inventate. Qualche pozzanghera tenta vanamente di essere macchia di Rorschach. Riflette un continuo andirivieni di vite. Si spezza la superficie calpestata. Assume una nuova forma. Ma ancora macchia di Rorschach non è.

I piedi si fermarono. E percepì nitidamente quella sensazione fastidiosa di essere vincolato al suolo. La Terra conficcata nei piedi. La piattezza di un’esistenza da bipede. Costretta a due soli gradi di libertà. Immaginò di vedere la città e le strade dall’alto. A volo d’uccello. E prima che potesse prendere coscienza dell’inutilità di quel pensiero entrò nel negozio di orologi.
L’uomo del tempo non aveva età. Impossibile quantificare gli anni che aveva trascorso in quel piccolo negozio. I capelli chiari. Sembravano cambiare colore al minimo movimento. Ora bianchi illuminati da un filamento incandescente in un bulbo vuoto. Ora biondi alla luce diffusa dalla coltre di nebbia che avvinghiava i tetti ed i palazzi. Gli occhi. Ora facevano trasparire una saggezza rara. Ora l’energia di un bambino alla fine della scuola. Quando l’estate è appena cominciata. I movimenti. Ora lenti e precisi chinato su ruote dentate e molle. Ora veloci e decisi a riordinare il tavolo da lavoro.

Il negozio di orologi
L’atmosfera del piccolo negozio. Calda. Come il legno. Lo spazio riempito dal lavoro di quell’uomo. Le pareti così piene da non poter dire di che colore siano. Non un singolo scaffale lasciato a sé stesso. Niente è vuoto. Una clessidra contenente sabbia in entrambe i bulbi. Assenza di mancanze. Pienezza confortante.

L’uomo del tempo alzò gli occhi su di lui. Lo fissò per qualche istante. Ma lui non si sentì inquisito. Non ebbe difficoltà a reggerne lo sguardo. Si sciolse in un sorriso appena accennato ricordando l’insolita felicità di un ricordo sconosciuto. Per niente distinto. Sono qui per l’orologio. Poche parole. Una meta precisa. Un desiderio univoco. L’uomo del tempo non disse nulla. Aprì un cassetto e tirò fuori quello che l’uomo di fronte a lui voleva. Glielo porse. Le lancette erano immobili. Segnavano le sette e trentasei. Di sera. Ma questo solo lui lo poteva sapere. Le lancette erano immobili. Laddove se le ricordava. L’uomo del tempo tornò a chinarsi sul proprio lavoro.

Il bagno degli uomini
Odore di neutralità. Azzurrino spento. Lo stesso odore delle piastrelle rettangolari che incorniciano gli orinatoi. Tirati a lucido. Un alone di igienizzazione sterile. Lavabo di ceramica. Rubinetto e fotocellula. Piange copiosamente all’idea di una carezza. E si interrompe quando la mano è ormai lontana.

Uscì dal bagno e si avviò al bancone. Ordinò un caffè. Guardò l’orologio appena recuperato dall’uomo del tempo. Le sette e trentasei. Di sera. Ne era certo. Distolse l’attenzione delle lancette. Il barista gli pose davanti una tazzina contenente il nettare nero. Ne assaporò l’oscurità. Ne odorò l’amarezza. Perse lo sguardo nel vapore che saliva in lente spirali. Se avesse dovuto elevare una preghiera ad un dio nel quale non credeva avrebbe detto una sola cosa. E’ ora.

La strada
Ora il buio. Ora il cono di luce di un lampione. Il silenzio rassicurante della sera. L’odore di aria fredda. Vetrine illuminate nel silenzio dei negozi ora chiusi. Ora il semaforo lampeggiante. Sporadiche macchine sulla strada. L’odore dell’aria fredda e secca. Un cielo rischiarato dalla mancanza di nuvole. L’incrocio al quale svoltare per tornare a casa.

Si fermò un istante. Guardò l’ora. Le sette e trentasette. Si fermò a guardare il cielo. E’ ora.

Pietro Liuzzo Scorpo