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Top Ten 2013 – Filippo Righetto

1. bvdub & Loscil – Erebus

Data di Uscita: 07/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La storia dell’uomo che rifiutò il trapianto di cuore

Nel paese di Ísafjörður tutte le abitazioni e gli edifici hanno il tetto spiovente per evitare che la neve si accumuli. L’aria è gelida e gli odori di pesce e salsedine vengono attenuati e diventano meno intensi, come se una sciarpa tessuta da una mano amica allontanasse delle fragranze troppo acute per delle narici sensibili.
Anche gli uffici pubblici, la banca, il negozio di attrezzatura da pesca su tre piani, hanno il tetto inclinato anche se solo da un lato, e questa variante della classica forma squadrata dava la sensazione di un’illusione prospettica che li faceva sembrare come delle strutture incompiute, lasciate a metà. La prima volta che Jonas li vide, in mezzo a tetti blu fiordaliso e a porte scarlatte, nella sua mente si fece strada l’immagine di un bambino che solleva una scatola di cartone per cercare il giocattolo perduto, tant’è che fece il giro di tutto l’edificio per verificare se, dall’altra parte, ci fosse un infante alla ricerca del suo sonaglio.
Insegnava storia della letteratura greca all’università locale, ma la sua classe raggiungeva raramente i venti alunni a semestre. Il consiglio di facoltà gli rinnovava ogni anno il contratto di ricercatore, sia perchè il bilancio dell’istituto era buono, sia perchè era l’unico a voler insegnare una disciplina umanistica in un luogo così lontano dalla storia, dove i ricordi facevano fatica a superare il rigido inverno, o venivano dimenticati sotto metri e metri di acqua trasformata in ghiaccio.
In quella piccola cittadina dove la solidarietà significava sopravvivenza, i sentimenti negativi come l’invidia, la malizia, erano troppo freddi per entrare nel cuore della gente, che potevano indossare al più una maschera di cortese indifferenza di fronte ad argomenti, o persone, giudicate non degne come argomento di discussione. I suoi colleghi guardavano Jonas nello stesso modo, come se fosse uno strambo insegnante di ripetizioni. Lo incontravano nei corridoi dell’università, lo salutavano nel negozio di alimentari, gli facevano gli auguri sorridendo sotto le festività, per poi dimenticarlo subito dopo. A Jonas questo non importava, non perchè si sentisse superiore, o perchè pensasse che loro fossero superiori. Erano persone diverse. O forse era lui ad essere diverso, un fuorilegge che si sedeva ogni giorno sotto l’albero di pomi d’oro nel giardino delle Esperidi, ascoltando il soffio sfumato di Etere mentre i suoi occhi vedevano le forbici delle Moire avvicinarsi sempre più al filo che lega l’identità con la realtà.
A poche ore dall’operazione Jonas era seduto su una banchina del porto, sopra uno di quei contenitori giallo pallido dove i pescatori custodiscono le loro reti. La mezzanotte era passata da qualche ora, e lui sapeva di essere l’unica persona sveglia in tutto il paese. Persino Freyja stava dormendo, l’aveva salutata al telefono qualche minuto prima, dicendole che si sarebbero visti l’indomani mattina.
L’odore di legno dei bancali abbandonati lo fece viaggiare con i ricordi al primo giorno che si incontrarono. Erano nella biblioteca e lui stava leggendo l’unico libro sulla storia dell’antica Grecia che si poteva trovare lì dentro. Lo conosceva ormai a memoria, anche perchè era stato lui stesso a donarlo qualche anno prima. Con la testa appoggiata sulla mano, guardava le illustrazioni, che in qualche modo riuscivano sempre a suggerirgli qualcosa di nuovo. Teneva una matita a righe gialle e nere nella mano destra, impugnandola tra il pollice e l’indice, con la punta che si appoggiava sul dito mignolo. Con l’anulare dava dei piccoli colpi alla matita, in modo da far sbattere la punta sull’unghia del mignolo, come quel primo esemplare di telegrafo che aveva visto all’interno di una teca di vetro, in quel museo dove suo nonno l’aveva accompagnato tenendolo per mano. Gli era piaciuto così tanto che aveva imparato il codice Morse e, mentre guardava quelle figure, le sue dita descrivevano quello che i suoi occhi vedevano utilizzando quella piccola matita che non scriveva più sulla carta, ma che dipingeva nell’aria i contorni dell’immaginazione. La sua incredulità fu scavalcata solo dalla sua gioia quando una mano femminile cominciò ad aggiungere i colori caldi di un desiderio confortevole a quei dipinti stilizzati, che diventarono, finalmente, completi.
Scivolare dentro l’acqua fu facile…
Le luci dei lampioni del porto si diffondevano nel mare ghiacciato e Jonas, dal basso, vedeva delle grandi aree luminose che gli ricordavano le cabine illuminate delle navi da crociera durante una notte immersa nella nebbia, con le loro sirene che risuonavano ovattate e distanti nell’aria rarefatta.
Vedeva quella grande catasta di legno dietro la biblioteca dove si erano conosciuti. Così come quei tronchi diminuivano al passare dell’inverno per riscaldare parole scritte e disegni estrapolati, anche i loro nomi perdevano piano piano le loro lettere. Le vedeva vorticare davanti a sé, e più le lettere sparivano più loro si avvicinavano, fino a quando le loro iniziali, speculari e uniche, poste una di fronte all’altra, si fusero per diventare una nuova, prima, lettera.
Una sola lettera, per spiegare il motivo per cui un uomo aveva rifiutato il trapianto di cuore.
Che gli avrebbe dato la vita.
Che gli avrebbe tolto la vita.

Filippo Righetto

2. Apparat – Krieg und Frieden (Music for Theatre)

Data di Uscita: 15/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sergej vive nei pressi del fiume Enisej, nella Repubblica popolare di Tuva. La sua modesta abitazione sorge vicino ad un foresta immensa, un luogo oscuro meta di eremiti e sciamani dalle spiccate capacità curative.
La vita precedente a San Pietroburgo era frenetica, la sua vena poetica si era spenta fino ad annientarsi. L’hockey, il calcio e la mondanità lo avevano inghiottito rapidamente in un susseguirsi di eventi causati dal suo fulmineo e lucente successo come poeta espressionista capace di delineare perfettamente uno spazio urbano fonte di angoscia e smarrimento. Nel trasformato contesto globale riuscì a tracciare nuove fobie dai riflessi cangianti e mostruosi al limite dell’ignoto, iniziò collaborazioni con le maggiori riviste russe d’arte e non solo – anche i quotidiani desideravano le sue rubriche.
Il suo volere artistico si era tuttavia annebbiato totalmente e la nuova opera commissionata dal festival dell’arte Ruhrfestspiele: un’interpretazione di Guerra e Pace, celebre romanzo di Lev Tolstoj, non lo faceva dormire.
Inconscio e desideri repressi stavano per esplodere e comporre in quelle condizioni non era possibile. Tali problematiche, un tempo foriere di grande ispirazione, si erano tramutate in un pericoloso vortice di sensazioni non più controllabili. Sono le classiche crisi produttive e poetiche che o bloccano totalmente l’uomo oppure lo portano su nuove strade.
E in un gelida notte d’ottobre nella città della rivoluzione bolscevica trovò la scintilla. Un barbone ai bordi della strada che inneggiava a Lenin lo colpì immediatamente costringendolo ad uno stop, quasi pietrificato dai suoi lamenti. Finirono a bere vodka insieme seduti sull’asfalto gelido e prima di fare ritorno a casa il mendicante lo bloccò e si mise a ripetere come una forsennato la parola Tuva. Questo suono gutturale convinse Sergej a trasferirsi.
Da sempre terra autonoma che cercò in vari modi di sfuggire all’abominevole dominio comunista prima di allinearsi obbligatoriamente ai dettami della pianificazione totale e priva di senso. L’arresto di Kuular, buddismo e sciamanesimo rasi al suolo e collettivizzazione della vita non riuscirono comunque a distruggere la vena nomade di questa zona estrema e difficilmente assoggettabile. I vecchi monasteri, i disastri immani del Partito e i segni della sofferenza percepiti nell’aria ghiacciata dell’inverno incombente.
Le catene montuose invase dai fiumi e dai laghi portavano gli occhi di Sergej a seguire infiniti percorsi, l’isolamento totale creò una nuova foga compositiva. La resistenza alle condizioni spesso proibitive diede una forza antica alla sua scatola cranica, innervata di adrenalinica riflessione partorì il capolavoro. Forsennate camminate nelle foreste seguendo sentieri naturali, dialoghi fatti di silenzi con i curatori locali e notti insonni a scrivere.
La trasformazione totale, la nascita di un artista poliedrico e formidabile in più campi. L’impressionismo si impossessò di Sergej, le sensazioni davanti alla Natura portate a galla con immane potenza. Lo scorrere rapido e paradossalmente distaccato del tempo appuntato in ogni singolo istante dinnanzi al mutare delle condizioni di partenza. Il tracciato dell’opera sempre pronto a superarsi per giungere a lidi inesplorati, impossibile predire che cunicoli attraverserà in futuro l’artista.
Nei festeggiamenti per i dieci anni dell’interpretazione di Krieg und Frieden, tra riconoscimenti prestigiosi e viaggi promozionali dappertutto, fu chiesto di creare una sorta di colonna sonora.
Sergej che nel frattempo studiò la musica si dedicò anima e corpo al progetto ritornando nella sua casa accanto al fiume Enisej. Drone, archi, pianoforte e leggere percussioni a sfondare le barriere temporali. Melanconia e malinconia a tenersi per mano. Archi funerei messi a disposizione dell’impetuoso scorrere del fiume che porta le proprie acque a spargere i sedimenti in ogni metro quadro della zona. 44. Intromissioni ambientali e fermenti della natura tra i vortici ghiacciati a una temperatura oscillante tra i – 10° e – 35°. 44 (noise version). Tod. Lo sporcarsi in pensieri violenti ed isolati tra le montagne innevate vedendo vecchi film di stato con deportazioni in massa. PV. Il tintinnio del carillon a far vibrare l’aria mattutina prima di partire per lunghe camminate solitarie. K&F Thema. L’epica e una nuova alba. A Violent Sky.

Alessandro Ferri

3. Daughter – If You Leave

Data di Uscita: 18/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Elena ha gli occhi secchi ma di un turchese che può gareggiare con il cielo. L’atmosfera trattiene il respiro, sta, immobile. Come in attesa di qualcosa, come alla vigilia di un temporale. Elena è uscita di corsa da casa di Neil, dopo l’ennesima incomprensione, con la pioggia a bagnarle i capelli appiccicati sulla fronte, come a fare da riparo alla luce cristallo del suo sguardo. Corre e cammina con passi irregolari, senza meta, cerca di asciugarsi una lacrima densa di mascara e si morde un’unghia nell’attimo successivo. Neil è seduto su una poltrona del soggiorno, la bottiglia di whiskey appena aperta ai suoi piedi, i capelli spettinati, lo sguardo vuoto. Il sospetto è che nessuno dei due abbia voluto questo epilogo, senza un ultimo bacio disperato, dopo una giornata di carezze, con un silenzio di troppo prima del fulmine a ciel sereno, quella decisione presa dal fato e da entrambi, dalla mente e dall’istinto, dalla mancanza di sentimenti di due cuori non più di velluto ormai abituati ad eludere le emozioni. Stanno, Elena e Neil, lei con la sua corsa sotto la pioggia, lui con il suo guardare senza sosta il muro bianco davanti a lui, stanno e non sanno di esser stati capaci di lasciarsi per chissà quanto tempo, di alimentare rimpianti, bruciature, notti insonni. Stanno e non pensano a niente, sotto un cielo bianco, di plastica, mentre ritorna l’inverno. Elena passerà l’estate successiva ad invidiare coetanee ancora capaci di farsi del male, di avere degli artigli da spolverare, a guardarsi allo specchio e vedere una sagoma inerme. Cercherà di ritornare alla normalità passando attraverso la sua voce di seta. Sussurrando soffici melodie su un nastro usurato dagli anni e dagli usi, riascoltando il suono di alcune parole nelle notti di neve, con il silenzio tutt’intorno. Non sa ancora di questa sua eccezionalità nel momento in cui smette di correre e decide di scavalcare un cancello di un campo sportivo, mettendo a rischio la tenuta dei suoi jeans strettissimi e della sua giacca di pelle. Mentre con un movimento involontario del polso evita che un braccialetto si incastri in una delle punte del cancello, Neil a stretto contatto con le sue pareti non riesce, come sempre, a pensare a qualche cosa. Lentamente va schiarendosi il cielo, tra circa un’ora l’alba ritornerà sulla città. Elena rimane immobile ad ascoltare il suo respiro e la freschezza del vento, in piedi sul trampolino di una piscina. Il ciuffo di capelli le copre ora completamente la vista, ora le lascia solo un occhio scoperto. Prima che nasca un nuovo giorno la sua mente e le sue pupille si confondono con l’acqua, guardano i suoi piccoli spostamenti, cercano conforto. Le onde leggere sono il ricordo degli abbracci di Neil, del primo istante in cui si era sentita più viva, ma anche desiderio di risvegliarsi invisibile e vagare per il mondo senza poter essere urtata da niente. Essere come le foglie sugli alberi e stare in equilibrio a ricevere luce o dissolvere i sentimenti galleggiando nell’acqua, guardando le stelle cadere. L’alba sta per arrivare. Elena scuote il suo braccio sinistro e si accarezza con le dita ghiacciate un fiore tatuato appena sotto al collo, adagiato su più vertebre. La sua pelle è di porcellana, sanguina, ma nonostante più cadute non andrà mai in frantumi.

Filippo Redaelli

4. Tim Hecker – Virgins

Data di Uscita: 14/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Che cosa ci facevano tutti quei vetrini appesi al soffitto, vicino alla veranda?
I miei occhi scrutavano questa stanza in cui già erano stati ma che al momento faticavano a riconoscere: le tende erano state smontate, l’enorme scrivania di compensato – un tempo quasi interamente sgombera – era adesso ricettacolo di pile di pubblicazioni di ottica, di lenti e cristalli di tutte le dimensioni, alcuni frammenti di specchi. Solo il metronomo era rimasto al suo posto.
Tim arrivò dalla cucina con due birre in mano, mi invitò a sedere e a brindare in onore della nuova impresa in cui si apprestava a cacciarsi: sarebbe tornato per un po’ nel vecchio continente a studiare e sfruttare le potenzialità di un elemento puro come la luce. Stanco di aver esplorato le oscurità asfittiche grondanti di nebbia e droni fino a scoprirne e sviscerarne ogni minima risonanza, voleva spingere oltre il suo talento indiscusso fino ad avventurarsi in nuovi lidi in cui avrebbe, comunque, brillato. La stasi creativa era inconcepibile, per chi era da sempre stato avvezzo a sfidare se stesso e le sue inclinazioni sorprendenti, ma un terreno saturo e battuto per tutta la sua estensione non era più fertile per germogli rigogliosi di nuova linfa, il segreto era scardinare le certezze, trovare altre chiavi per aprire altre porte.
Faceva oscillare i cristalli sospesi e mi faceva notare i prismi di luce che partivano dalle varie superfici e andavano a incidere le pareti, poi mi portò a riflettere sulle lunghezze d’onda, sui parallelismi tra vista e udito e le suggestioni che una mano abile potrebbe produrre dal connubio dei sensi. Il suo aereo diretto a Reykjavík sarebbe partito l’indomani, l’urgenza di depurare da ogni elemento superfluo la sua palette di melodie fino a raggiungere il succo primordiale e incontaminato di suoni vergini, limpidi, come la luce appunto, era pressante.
Appena giunse in Islanda, scelse di spostarsi a Nord della capitale, nella regione dei fiordi, e di alloggiare in una piccola locanda adiacente al porto giusto per il sapore intimo di quelle pareti interamente rivestite in legno caldo, per le torte preparate al mattino dalle mani laboriose dell’anziana signora in cucina, per l’assenza di altri avventori, per la vista sublime dall’ampia finestra della sua stanza: mare in sussulto, navi e un unico molo lunghissimo proteso verso l’infinito. Quello che non aveva messo nel conto era il nautofono che rombava talvolta cogliendolo di sorpresa, rendendogli difficile prendere sonno, insinuandosi tra le immagini e i tintinnii limpidi dei cristalli. In un primo momento aveva avvertito del fastidio: la purezza era irrevocabilmente inquinata. A ben guardare però queste incursioni avevano una loro ragione di esistere e abbracciavano come una scura coperta tesa dal passato le rivelazioni a venire che già sapevano di ghiaccio immacolato, luce candida e note di pianoforte. I droni c’erano ancora, al pari delle radici – inestirpabili per definizione, tuttavia erano docili e sapevano farsi da parte al momento giusto, riuscendo a dialogare col nuovo in maniera dialettica.
In un’alba gelida e chiara, coperta di brina, Tim decise di raggiungere Ben. Strano che ancora non si fossero visti, la loro solida amicizia e la stima reciproca li spingeva spesso a confronti emotivi e creativi, i frutti che ne nascevano erano dei miracoli sonori. Sembrava che Ben lo stesse attendendo, che sapeva che sarebbe arrivato da un momento all’altro; lo invitò ad entrare e chiuse la porta dietro di lui, l’aria in casa odorava di caminetto acceso e vino rosso, ambiente ideale per far confluire pensieri, fobie recondite, suggestioni illuminate. Live Room fu una stanza, o un spazio, che coprì l’arco di due giornate in cui in realtà entrambi persero contatto con il mondo e con le coordinate temporali; le parole spesso lasciavano posto a silenzi eloquenti con gli occhi fissi sulle braci rossastre e vive, riemergevano ricordi dell’uno di gite solitarie tra i lupi dei Carpazi tanto quanto le avventure dell’altro tra foreste di nebbia, scaturivano suoni sinistri e familiari. Poi la sirena del porto sembrava tornasse a tonare sorda anche lì, come se d’improvviso si fossero spostati all’esterno; un canto malinconico che presagiva altre imprese, altri luoghi, e la voglia di perdersi.
La voglia di perdersi nella luce totale. Tim fu risoluto e deciso nell’abbandonare Ben per ricercare l’assenza di buio e lo studio dei vari cristalli esposti ad una fonte praticamente continua.
71° 10′ 21″ di latitudine Nord // 25° 47′ 40″ di longitudine Est, punta Nord dell’isola di Magerøyam, Nord della Norvegia. Questa era la sua destinazione, raggiunta con vari battelli e traghetti, il rumore del nautofono costante riferimento a ricordo della splendida permanenza in Islanda. Il Mare Glaciale Artico e un piccolo capanno a strapiombo sulla distesa d’acqua, pieno di ogni comfort e di appigli per installare gli unici protagonisti di questa seconda parte di viaggio: i cristalli. Il momento era quello più propizio, i calcoli fatti con Ben erano perfetti e la rotazione terrestre aveva raggiunto l’inclinazione esatta. Il Sole, la radice della luce, non sarebbe sceso mai sotto l’orizzonte, la notte non ci sarebbe più stata per un lungo periodo, il crepuscolo inesistente. L’occhio disabituato a questo fenomeno faticava a chiudersi davvero e la contemplazione totale della rifrazione si contorceva su se stessa dando vita a fenomeni di pura allucinazione visiva, cerchi concentrici nel mare si aprivano senza alcun sasso lanciato. LIVE ROOM OUT, lì come a casa di Ben. Questa prorompente autorigenerazione di luce era ciò che Tim cercava per il suo prossimo studio, la sua prossima riproduzione sonora fatta di ascensione e ciclica. Intersecare continuamente i flussi luminosi con un suono ripetuto e sporcato da distese solitarie di droni in lontananza, questo era l’obiettivo finale mentre i cristalli oscillavano. Un monologo prolungato, ribadito con forza e precisione aliena in una volontà di ferro. L’energia sprigionata da questa esposizione tra il violento e il puro era richiudibile in un folgorante concetto: la palingenesi creativa, “che nasce di nuovo”, in un rimando continuo alla rifrazione più chiara. VIRGINAL I/II. L’importanza del riposo e di un quieto risveglio scandito da un battito lontano che si apriva in un loop pulsante smembrato in un’asincronia forzata, la lucentezza e i risvolti più impersonali di un’impresa quasi epica. INCENSE AT ABU GHRAIB + AMPS, DRUGS, HARMONIUM.
Un saluto necessario e completo a quelle terre magiche e ricolme di luce organizzato in un’ultima realizzazione globale, che racchiudeva le immense capacità di Tim. Le rifrazioni di luce ritornarono per un’ultima volta a colorare il cielo di eterni riflessi, la chiusura di una sperimentazione così pura in una distesa di suoni che chiudeva in dissolvenza l’avventura. STAB VARIATION.

Alessandro Ferri e Federica Giaccani

5. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

6. Neko Case – The Worse Things Get, the Harder I Fight, the Harder I Fight, the More I Love You

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Suggestions about a Fragile Crystal

When you catch the light the flood changes direction
And darkens the lens that projects by the skies
As you fly alongside you’ll discover my weakness
I’m not fighting for your freedom
I am fighting to be wise

Le gocce di pioggia corrono verticali lungo la vetrata del bar in cui ti piace passare le tue serate in compagnia dei tuoi drammi, del vecchio Harry Johnson, probabilmente il peggior barman dell’intera Virginia, e di una fedele bottiglia dello scotch più economico esposto al bancone.
I bracciali tintinnano sul polso al sollevarsi del bicchiere per freddare con un bacio l’ultimo pallido fondo alcolico. Le evidenze sono lampanti: il rossetto impresso sul vetro è della stessa tonalità di quello che hai sempre portato in borsa.
Solo pochi giorni prima, tieniti al lato della strada se hai da allacciarti le scarpe, ragazzo. Un severo cenno di risentimento cui ha fatto seguito il tuo inaspettato sorriso premuroso, per poi vederti andar via. Era caldo e mi hai lasciato più indietro, col tuo culo perfetto sul sellino per culi perfetti. Una gonna scura a lutto scomposta dal sottile vento estivo che le impone movimenti invitanti mentre ammicca arroganza disarmante e dichiara con espressione indifferente di non aver mai avuto intenzione di prendere le mie parti.

Non riuscivi a fare a meno di alleggerire con qualche commento ridicolo qualsiasi cosa ti turbasse. Impegnata discepola della satira più pungente, sostenevi che a far ironia ti si allunga la vita.
Per quanto fossero stabili i dogmi che avevi statuito, mutare in clown grotteschi i demoni in armatura che continuavano a incedere sul tuo fronte fragile, non è stato sufficiente a rendere più leggeri gli stessi principi a cui ambivi come fa il suicida con la corda. Ti sentivi minacciata dalle tue ombre come un castello di sabbia di fronte alla marea crescente. Il limitarsi allo sterile blaterare di questioni futili era la tua maschera, la pigrizia che ci costringe saldi alle nostre frustrazioni, l’ansia di perdere contro i propri fantasmi che ci rende indolenti, impreparati a vivere. Sono stanca, si è sentito pronunciare con voce ferma. Era un settembre mite, il cielo sereno, le foglie tinte appena di giallo caldo, se solo fossi riuscito a trovare il coraggio di prenderti la mano. Continuo a nutrire l’illusione che ti sarei bastato.

In fondo sapevo che sarebbe successo, bastava guardarti persa nella luce dell’ovest. Mi hai lasciato solo una mattina, un pezzo di carta recuperato dal secchio degli scarti e poche righe confuse:
Era notte. Tornavo a casa dopo l’ennesima serata chiassosa. Proseguivo per inerzia, abituata al tragitto. Pazzi e barboni ubriachi di freddo e semafori intermittenti che borbottano ritmiche metropolitane.
Ancora giallo. La città non mi è mai sembrata così bella.
Le mie rime pugnalate dalla tristezza chiedono nuovi miraggi. Ho pianto la mia solitudine, supplicato perché potessi ritrovare la strada che porta al fuoco di Prometeo, che col suo ardore sfida gli dei riuscendo così a smussare i vertici dell’infelicità umana. Ho chiesto perdono per ogni mio errore, una preghiera e un calice di sangue in pegno al cielo. Ho provato ad uccidere ogni aspettativa per evitare che l’ennesimo fallimento fosse troppo faticoso da sopportare. Sono stanca del caos a cui siamo costretti contro ogni volontà. Quel caos che turba il nostro vivere, che fa dissolvere i contorni come caligine polverosa e ci priva del diritto sacrosanto di comprendere le nostre scelte. Chiedo che ci sia resa la possibilità di andare avanti liberi da qualsiasi ombra come alberi svestiti dall’inverno incorruttibile, come la più grande benedizione che possa essere concessa. Non ho certezze rispetto a quel che sarà il mio domani. Andrò, dove mi porterà la ricerca del mio bisogno. Sarò, cacciatrice di nuovi paesaggi.

La strada è deserta.
Sebbene a chilometri di distanza, posso immaginarti a cercare stelle maldestre nel sogno di poterne possedere una, stringerla tra le mani, mentre il piede pigia sicuro sull’acceleratore. Investita dall’entusiasmo, urli alla notte tutte le canzoni che hai imparato e sporgi la testa oltre il finestrino, ti ho detto mille volte che è pericoloso. Il cuore pulsa come un martello pneumatico e impera la sensazione che da un momento all’altro esca fuori dal petto e caschi sull’asfalto, inerte, e si lasci a riposo mentre tu resti a guardarlo, ragazzina sull’altalena, con le gambe penzoloni sul bordo del mondo. Un brivido scorre lungo la schiena. È lo stridio di media frequenza che si percepisce quando raschi le unghie sulla lavagna. Sai bene di cosa si tratta. È l’inquietudine che si prova al sapere che a porsi di fronte a te non è un unico traguardo, ma potenziali infiniti. Libero arbitrio e paura hanno lo stesso colore.
Solo chi, come te, teme la libertà, è in grado di perseguirla.

Giulia Delli Santi

7. Fuck Buttons – Slow Focus

Data di Uscita: 22/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

In quel giorno di luglio, a Tulsa l’aria era umida e torrida e apparentemente immobile come l’asfalto infocato delle strade, non si muoveva di un soffio.
Summer cercava refrigerio nell’acqua della piscina gonfiabile in giardino: con i gomiti appoggiati ai bordi e un bikini verde menta che copriva a malapena le forme esplose all’improvviso all’indomani del suo tredicesimo compleanno, biascicava chewingum creando palloni enormi che faceva scoppiare sonoramente per attirare l’attenzione del suo aitante vicino di casa; poi prendeva la gomma da masticare con le dita e la estraeva dalla bocca in un lungo filo penzolante, fingeva di contemplare il cielo mentre sbirciava da sopra le lenti dei grossi occhiali a specchio sperando in una reazione interessata al di là della rete metallica.
Jim lucidava la moto ogni giorno, dopo pranzo, al centro del vialetto di ingresso alla casa, palcoscenico per la sua abilità nell’addomesticare i motori, per i suoi bicipiti gonfiati, jeans stretti e abbronzatura costante di ordinanza; un Narciso di periferia dagli scarsi ideali, si bullava poi la sera al bar con gli amici per le conquiste di cui aveva perso il conto. L’ultima era quella ragazzina alle prime armi con la malizia e la seduzione, e a lui piaceva troppo darsi delle arie come se non provasse alcun sussulto alla vista dei segnali lanciatigli a pochi passi da lui; in realtà veniva colto da un desiderio inconfessabile, proibito. Summer aveva solo tredici anni.
Hank e Miranda avevano ospiti e si davano un gran daffare intorno al barbecue per servire un arrosto che restasse indimenticabile nella memoria dei loro invitati. La villetta era stata rassettata alla perfezione in vista di quel pranzo tanto atteso, ma sul più bello l’aria condizionata aveva smesso di funzionare ed era stata rimpiazzata da un vecchio ventilatore trovato tra gli scatoloni del garage che sibilava fastidiosamente tra le conversazioni intavolate tra i commensali, la ventola di poco disassata andava a sfiorare il grigliato anteriore provocando delle vibrazioni moleste.

A un osservatore esterno, abbassando lentamente la focale a partire da quegli scenari, si dispiegava davanti agli occhi un tessuto urbano via via più articolato e fitto e in scala ridotta, dalla strada si passava all’isolato e poi al quartiere e infine all’intera area della città di Tulsa, Oklahoma. Una panoramica più complessa consentiva di cogliere un’infinita varietà di situazioni, e in ogni giardino, in ogni incrocio, ci si poteva imbattere in un Jim o una Miranda; bastava solo decidere quale spaccato scegliere.
La CNN da qualche ora aveva diramato un’allerta uragano, entro la notte era prevista una brusca variazione dei venti e la formazione di un vortice di immane potenza, ma la Tornado Alley delle Grandi Pianure era così profondamente avvezza a tali allarmi che ultimamente la gente aveva addirittura iniziato a diffidare di comunicati a loro avviso troppo frequenti e a scongiurare la paura rimanendo fedele alla propria routine.
In città da alcune settimane erano arrivati due ragazzi inglesi; a detta delle autorità si trattava di due esperti storm chasers specializzati in fisica al punto di essere in grado di ampliare le conoscenze relative alla previsione dei tornado, ma soprattutto di captare l’energia sprigionata dagli eventi atmosferici e tramutarla in altra forma innocua, una sorta di principio di conservazione dell’energia totale per intenderci. Andrew e Benjamin – questi i loro nomi – avevano preso in affitto un bunker sotterraneo al limite dei sobborghi occidentali di Tulsa, al confine tra l’abitato e le distese d’erba bassa senza soluzione di continuità; avevano portato con loro delle apparecchiature sofisticate accanto a strumenti più noti quali il GPS, quegli attrezzi mai visti suscitavano però alcune perplessità agli occhi dei locali intenditori del settore.

Il pomeriggio trascorse e venne la sera; l’aria, da umida e densa che era, prese a muoversi innescando correnti disordinate che col tempo si facevano sempre più insistenti. Summer e gli altri abitanti di Tulsa e dintorni si arresero all’evidenza e si videro costretti a mettere da parte i piaceri e le prese di posizione davanti a un cielo plumbeo foriero di cupi presagi. L’intera popolazione scomparve, la città precipitò in un silenzio irreale carico di attesa e inquietudine. Andrew e Benjamin, di contro, spalancarono la porta del bunker e uscirono in preda all’eccitazione e all’adrenalina, presero il vento in faccia e aprirono le braccia per essere, anche un solo istante, investiti dal connubio di correnti fresche e calde che di lì a poco si sarebbero sollevate mulinando poco lontano, al di sopra delle loro teste. Carichi degli strumenti portati, si avvicinarono gradualmente al fulcro del vortice mentre rovesci di pioggia impietosa avevano cominciato ad abbattersi sui loro impermeabili. Nel momento stesso che la tromba d’aria spiccò il volo in un turbine distruttivo, i due si schierarono nella spianata erbosa deserta dov’erano giunti e azionarono i dispositivi di contro-azione; la CNN era collegata per trasmettere in diretta lo scontro tra natura e uomo, nessuno riusciva a credere che potesse esistere una resistenza, o ancor più una risposta, alla forza atmosferica a cui già l’Oklahoma era stato costretto a piegarsi e cedere numerose volte.
Dissero che l’energia che scaturì dall’impatto fu di una potenza sconosciuta fino ad allora, il cielo fu investito da scie scure e fluttuanti frammiste a materia assimilabile a quella interstellare; ci furono esplosioni, un rumore di fondo di drone accompagnava le scintille e poi suoni prendevano a galoppare battenti tra i mulinelli fino a venire risucchiati per poi deflagrare di nuovo, dirompenti, dal cono del vortice. Quando anche l’ultimo dei synth si fu estinto, rimase una patina bianca accecante che occultò ogni cosa, talmente violenta da costringere a coprirsi gli occhi per alcuni secondi. Tolte le mani lo stupore generale fu inaudito, di quelli che si sa già che sarebbero finiti nelle pagine della storia: ogni cosa era rimasta al suo posto malgrado il tornado, niente s’era spostato nemmeno di un millimetro, e brillava di nuova luce.

Federica Giaccani

8. Esmerine – Dalmak

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La strada, per Èton, aveva l’odore di lucido per scarpe e il suono di monete dimenticate.
La strada voleva dire l’incrocio tra Rue Sainte-Catherine e Rue Berri, in prossimità della stazione Berri-UQAM della rete metropolitana di Montreal. Puliva le scarpe agli uomini d’affari che emergevano dalle scale mobili e che volevano fare buona impressione durante una riunione. Agli studenti che parcheggiavano la bicicletta nella rastrelliera dopo essersi sporcati di fango attraversando il parco. Ai fedeli che uscivano dalla chiesa pentecostale dopo la funzione, ed erano i più strani: pulisci bene la suola, ragazzo, Dio vede anche sotto le scarpe.
Seduto sui mattoni grigi che facevano da cornice all’aiuola squadrata e senza fiori, Èton imparava a capire le persone che aveva davanti con una rapida occhiata. Li spogliava come se fossero tante spighe di granturco alle quali toglieva tutte le foglie con un sol gesto, lasciando l’interno, così fragile e spesso custodito così male, esposto al giudizio di un contadino disinteressato. Diffidava delle persone con la pelle del volto liscia e le scarpe grinzose. Di chi sorride durante le giornate di pioggia, quando il lucido non penetra nel cuoio, e la noncuranza e le intemperie sconfiggono la tua voglia di riuscire in un’impresa di per sé vana. Èton affrontava i loro sguardi e le loro richieste, accettandole come sfide grazie alle quali migliorarsi.
Nel corso della sua vita Èton era cambiato molte volte, convergendo verso la definizione di un individuo indipendente, assetato, dominatore. Potente. Una volta entrato in possesso dei segreti di una disciplina delegava quella funzione ad altre persone al di sotto di lui, infondendo in quel gesto lo stesso spirito con cui un padrone getta il piatto degli avanzi ai cani. Prediligeva i mezzi di trasporto su rotaie, sulle quali viaggiava sopra un vagone nero di acciaio blindato che aveva progettato lui stesso, e che chiamava loculo. In piedi davanti ad uno dei tanti finestrini laterali, fissava la sua immagine, statica, con le mani dietro la schiena. Il suo riflesso immutabile, in contrasto con il dinamismo del paesaggio circostante, era per lui la più grande beffa a cui doveva assistere ogni giorno, che veniva accolta con un sorriso amaro ed un luccichio pericoloso negli occhi.
Mentre si trovava nella regione spazzata da tempeste di sabbia e datteri rossi, venne a sapere di un eremita che specchiandosi nelle pozze d’acqua sotterranee della Yerebatan Sarnıcı era capace di prendere possesso di quel ritratto che rappresentava ormai l’ultima sfida irrisolta per Èton. Camminando in quella caverna, dove luce e pietra creavano delle sfumature color ruggine sul soffitto a volte, toccava ciascuna delle trecentotrentasei colonne, vedendo in ognuna di esse uno dei limiti che era riuscito a superare. Ad un certo punto la sua attenzione fu catturata da uno scintillio che proveniva da una zona sommersa alla sua sinistra. Si tolse le scarpe per non bagnarle, l’unico vincolo dal quale non voleva, o non poteva, separarsi. Non riuscendo a capire cosa fosse incastrato tra le pietre del fondale, Èton avvicinò la mano per prendere l’oggetto, e quando il suo dito indice sfiorò la superficie dell’acqua riuscì a distinguere quel che aveva attirato il suo sguardo.
La sua sicurezza vacillò quando riconobbe quella piccola moneta di rame, come quelle con cui veniva pagato quando faceva il lustrascarpe seduto sull’aiuola di mattoni grigi. C’erano delle volte, quando una di queste rotolava fino ai suoi piedi dopo essere uscita dalla tasca di un cliente mentre si alzava dalla seggiola, in cui Èton rimaneva tutto il giorno a fissarla, senza prenderla. All’inizio si stupiva di quelle volte in cui, verso sera, guardava dove era caduta la moneta e la ritrovava. Dopo un po’ di tempo capì che le persone guardano verso il basso agli oggetti che non ritengono importanti, con l’indifferenza con cui un elefante calpesta una formica. Ora Èton guardava il suo riflesso frastagliato. Si rendeva conto di aver guardato verso il basso monete, formiche, persone, ed ora vedeva anche se stesso, senza provare alcunchè.
Si guardò intorno. Il suo sguardo corse lungo la vasta sala vuota, mentre si rendeva conto che non esisteva nessun eremita, che la sua ultima sfida consisteva nell’abbandonare tutto quello che aveva faticosamente guadagnato fin’ora.
Tornò sul corridoio, si infilò le scarpe allacciandole con cura, e tornò ad immergersi nell’acqua…
Ricordò quella giornata di pioggia fitta regalata da un cielo timido in cui, senza ombrello o cerata, era rimasto seduto su quell’aiuola senza alzarsi. Lo aveva fatto perchè provava freddo, quel genere di freddo bagnato che ti incolla i vestiti alla pelle e che dura così tanto da farti pensare che non ti abbandonerà mai. A poche ore dal sorgere del sole si era alzato e, allo stremo delle forze, si era avvicinato alla fontana in marmo dall’altra parte della strada. Era entrato con un piede, poi con l’altro, immergendosi infine completamente. Galleggiava sulla superficie dell’acqua con le braccia spalancate e gli occhi rivolti verso l’alto. Le sue lacrime, che non sarebbero più tornate, si erano sciolte in quei lineamenti ondulati, che gli stavano dando il primo abbraccio della sua vita.

Filippo Righetto

9. Bill Callahan – Dream River

Data di Uscita: 17/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I have learned
when things are beautiful
to just keep on,
just keep on

E così lei ha fatto il grande passo, è notizia di questi giorni.
Dopo aver riposto in un baule l’abitino da fata silvana degli esordi, piegato con cura e corredato dalla corona di fiori colorati del ritratto di “Ys”, ha scelto di blindare la sua relazione con l’insipido attore comico Andy Samberg e il suo scintillante circo equestre televisivo. Lontane come non mai le suggestioni della New Weird America ma a un tiro di schioppo, in compenso, quella fama che le è sempre sfuggita, fuori dalla nicchia dorata degli indipendenti. Là dove con Bill Callahan avrebbe potuto vivere alla stregua di una regina per sempre giovane, addosso gli stracci belli di un’arte che può ancora permettersi d’essere povera, attorno la devozione di una corte di colleghi figuranti e l’invidia anche affettuosa del suo popolo adorante. Non deve essere comodo recitare nei panni della musa per un grande cantautore. Che non lesina quando si tratta di regalarti diamanti come pegno d’amore, ma sempre e solo in forma di canzoni. Chissà che noia per l’arpista ragazzina svezzata a pane e musica da quel professore galante e serioso, maturo per lei forse più del necessario. Chissà se almeno l’istantanea d’un pensiero, in una brutta copia appena abbozzata, si sarà soffermata sulla fiamma di ieri, in quei pochi minuti di stordimento sull’altare. E chissà quale pellicola sarà passata sullo schermo mentale di lui, distante mille miglia ma ancora sotto il tiro di un bel plotone di ricordi. Sciacquare via l’amarezza è impresa alla portata, se si viene fiancheggiati dalla tenacia e dall’igiene del tempo. La bellezza invece è tutto un altro paio di maniche. Il tipo di ferita che non si rimargina, le luci accecanti del regno che possono farti piangere, qualcosa che resta dentro e si può occultare, ma non si cancella. Il castano chiaro dei suoi capelli ha virato verso il cenere senza che il bianco e nero delle fotografie ne rendesse conto: un innocuo espediente che gli si perdona con benevolenza. Per la figura di Joanna intagliata nella memoria non si è potuto ricorrere, tuttavia, ad accorgimenti altrettanto validi. Così i diamanti hanno continuato a essere estratti dalla stessa miniera creativa e tagliati da quella sua penna essenziale nel tratto quanto aspra, maestra di disincanto, con la piena esclusiva concessa in questo caso ai soli affezionati ascoltatori.

Per registrare fedelmente il senso di vuoto e di sconforto era servito lo splendido “Sometimes I Wish We Were An Eagle”, quasi una testimonianza a caldo della propria sconfitta e insieme un gioiello di dissimulazione. “Apocalypse” si offrì a breve distanza come breviario folk disadorno, perfetto per l’ora dell’appianamento, mentre “Dream River” si presenta adesso e ha il sapore netto della rimozione. Non quella coatta e intransigente, quella che fa a cazzotti con il passato e strappa tutte le pagine andate del calendario, come fossero batteri da estirpare a forza. No, il nuovo disco di Bill conserva le prerogative dell’inessenziale cronaca di un viaggio. E di un sogno, anche, ovattato dalla bruma sdraiata a pelo dell’acqua, dal vapore mansueto di un treno sbuffante o dai fumi dell’alcol in un anonimo bar alla periferia dell’impero. Un dolce annebbiamento, le cui cadenze sono quelle di una danza che è più che altro un rilassato ciondolare. Birre e ringraziamenti come se non ci fosse un domani, con la sola rassicurazione di un’ironia sempre impeccabile al proprio posto. Come per la precedente raccolta, in bella vista risplende la pacificazione. Ma qui non nasce dall’abbraccio di una solitudine pure opportuna, da mandriano confuso nel paesaggio, bensì dall’appagamento offerto da una nuova relazione di coppia, la sola carta in grado di ricondurre la sua scrittura alla piena armonia con gli altri e con la natura. Con la vita. Anche il registro malinconico non pare poi così irrinunciabile, alla fine, e la posa può aspirare al temperamento oracolare del Leonard Cohen dei tardi capolavori, senza più timori reverenziali. Musicalmente si insiste nel solco delle migliori esplorazioni degli ultimi anni, quelli spesi evitando di nascondersi a oltranza dietro a un moniker, per confortevole che fosse. Si coltiva la medesima essenzialità nient’affatto cruda – levigatissima semmai – del secondo album a proprio nome, con le chitarre nel ruolo esatto che fu degli archi, magico cesello, senza disdegnare di tanto in tanto una sottile increspatura o un modesto fuoco bianco a base di riverberi. I lievi arabeschi di allora, quell’eleganza non pedante, sono lontani ma nemmeno troppo. In un quadro votato a una frugalità di pura sostanza, parsimoniosa e priva di spigoli, con i suoi occasionali scorci luminosi Callahan sembra voler confezionare a sorpresa una collezione di brani intensamente oldhamiani, un country anomalo e zampettante che superi proprio il Principe nel suo stesso terreno d’elezione. Gli arrangiamenti colpiscono nel segno, ancora una volta. Merito di un flauto rubato al Nick Drake di “Five Leavers Left” o “Bryter Layter” – a seconda della vivacità – capace magari di conferire un retrogusto agrodolce davvero prezioso. E merito di quelle sei corde in veste elettroacustica traviate proprio dalla vitalità dionisiaca dei fiati, ora in preda a convulsioni gentili, ora disinvolte nel dispensare sfumature finissime come i Wilco meno marziali.

Tutto questo senza indugiare nella calligrafia. Le ricognizioni di colui che si faceva chiamare Smog rimangono in prima battuta questioni squisitamente emozionali. Si spiegano così i non rari crescendo della parte strumentale, riflesso della necessità non derogabile di lasciarsi andare al cuore, alla primavera incalzante, con un pizzico di salutare negligenza. Bill vi si espone adottando un passo lento ma sicuro, come lo straordinario baritono che calza ormai come un guanto. Si mette a nudo e si confessa, trattando il sentimento invece che le cautele filosofiche di ieri. Ogni suo pezzo continua a essere una sorta di vino da meditazione, un amarone affinato in barrique. Equilibrato, morbido, da assaporare adagio. Il desiderio di potersi sottrarre al congedo dall’esistenza terrena è un’illusione appena, come una freccia scagliata in alto nel cielo e condannata a chiudere la propria parabola nella caduta, inevitabile. Nell’istante perfetto dell’apogeo, l’incontro con la più nobile aspirazione dei giorni trascorsi assieme a Joanna: quell’aquila che era stata l’emblema stesso della compiutezza e ora volteggia solitaria, il fiume come una mappa per orientarsi, prima di assecondare il capriccio onirico e sfumare in un gabbiano destinato a ben altri orizzonti. I contorni del tenue vagheggiare, agevolati dalle ombreggiature della Asat Classic, restano incerti anche quando va in scena la piena estate di un pittore di barche. Perso in una tempesta di pioggia e lampi cui farà seguito la ritrovata quiete dell’anima, il cumulo dei propri ricordi a rappresentare la sua più scintillante ricchezza. L’intimismo non è più un luogo angusto, né una passione astratta. E’ la curiosità che spinge il grosso volatile ad aprirsi e a esplorare in libertà, solo a sprazzi se occorre, prima che venga settembre e sia irresistibile la chiamata di ritorno all’oceano. O di rientro a casa su una strada bellissima e insidiosa, tutta ammantata di neve.
Non si può disconoscere la propria natura. Che richieda il conforto di un prestigio un po’ frivolo, o che induca a vivere come artisti dell’eremitaggio. La si accetta, provando a trarne magari una morale sempre nuova. A volte non occorre davvero altro, se si è bravi a far tesoro di tutta la bellezza incontrata sul proprio cammino e la si porta con sé, senza fermarsi mai.

Stefano Ferreri

10. Lapalux – Nostalchic

Data di Uscita: 26/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Jeremy lavora nella stanza delle fotocopie della EAM.
I suoi compagni si chiamano Kerry, Jenna, Astrid, e Jeremy non saprebbe ancora dire se siano persone reali, o se siano assimilabili a quelle macchine vuote il cui ronzio ammorba la sua esistenza giorno dopo giorno.
Il ronzio, quel ronzio… l’aveva sentito per la prima volta in metrò qualche giorno prima, trasmesso dagli altoparlanti che di solito ospitavano la monotona voce femminile di qualche Essex girl. In piedi, stretto ad un appiglio, aveva visto una mano affusolata e dalle vene in evidenza scivolare nella tasca di un estraneo, per impossessarsi di un oggetto o per donare qualcosa, Jeremy questo non era riuscito a capirlo. Aveva studiato tutti i volti delle persone a lui vicine, ma nessuno aveva visto, tutti continuavano a masticare parole incuranti della bellezza di quel gesto, rapido ed evanescente, ipnotico come quelle girandole che costruiva da bambino per stupire la sua vicina di casa.
Quella sera Jeremy tornò nel suo appartamento, appoggiò le chiavi di casa nella ciotola sul comodino di fianco all’ingresso, si tolse il guanto destro e vide, veramente, la sua mano. Ruotava, lenta, dolce, in un gioco di luce prismatica dove ogni ombra era una domanda non posta, ed ogni solco una risposta da trovare.
Il giorno dopo il suo capo gli chiese se si sentisse bene e lui rispose che si, stava bene, stava estremamente bene. Il ronzio aveva assunto una dimensione pseudo corporea, tradotto da onde meccaniche in linguaggio del corpo. Jeremy continuava a pensare alla scena a cui aveva assistito. Sapeva di essere l’unico ad aver visto, ma non aveva ancora capito completamente… aveva cominciato a scalfire quella patina di insensibilità che, ora se ne rendeva conto, ricopriva ogni cosa.
Jeremy prese la sua decisione qualche mattino dopo, nella stanza delle fotocopie. Indossava per la prima volta, sotto il completo d’obbligo, la sua maglietta preferita.

Che cos’è, realtà. I turbamenti che proviamo nudi, nascosti agli occhi del Mondo, o le emozioni manifestate all’aperto, tra giudizi e riscontri?

La sua mano scivolò sotto il bavero della giacca per poi fermarsi all’altezza dello sterno, a contatto con il tessuto della sua pelle, per poi finire in posizione di riposo…
Tutto ad un tratto i faretti sul soffitto focalizzarono la loro luce bianca in tanti fasci verticali di energia incontaminata, mentre dagli scanner irradiava un bagliore fucsia pallido che abbracciava tutto. Nella camera si sparse il suo profumo, ampio come l’odore di pane appena sfornato, non aggressivo, ma morbido come un ricordo.
E lì, nel centro della stanza, sotto un cielo carminio composto da parole e non da immagini, c’era la sua conferma.

Margherita ha gli occhi che guardano in una direzione opposta rispetto alla sua voce.

Filippo Righetto

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