monthlymusic.it

Top Ten 2013 – Giulia Delli Santi

1. Bill Callahan – Dream River

Data di Uscita: 17/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I have learned
when things are beautiful
to just keep on,
just keep on

E così lei ha fatto il grande passo, è notizia di questi giorni.
Dopo aver riposto in un baule l’abitino da fata silvana degli esordi, piegato con cura e corredato dalla corona di fiori colorati del ritratto di “Ys”, ha scelto di blindare la sua relazione con l’insipido attore comico Andy Samberg e il suo scintillante circo equestre televisivo. Lontane come non mai le suggestioni della New Weird America ma a un tiro di schioppo, in compenso, quella fama che le è sempre sfuggita, fuori dalla nicchia dorata degli indipendenti. Là dove con Bill Callahan avrebbe potuto vivere alla stregua di una regina per sempre giovane, addosso gli stracci belli di un’arte che può ancora permettersi d’essere povera, attorno la devozione di una corte di colleghi figuranti e l’invidia anche affettuosa del suo popolo adorante. Non deve essere comodo recitare nei panni della musa per un grande cantautore. Che non lesina quando si tratta di regalarti diamanti come pegno d’amore, ma sempre e solo in forma di canzoni. Chissà che noia per l’arpista ragazzina svezzata a pane e musica da quel professore galante e serioso, maturo per lei forse più del necessario. Chissà se almeno l’istantanea d’un pensiero, in una brutta copia appena abbozzata, si sarà soffermata sulla fiamma di ieri, in quei pochi minuti di stordimento sull’altare. E chissà quale pellicola sarà passata sullo schermo mentale di lui, distante mille miglia ma ancora sotto il tiro di un bel plotone di ricordi. Sciacquare via l’amarezza è impresa alla portata, se si viene fiancheggiati dalla tenacia e dall’igiene del tempo. La bellezza invece è tutto un altro paio di maniche. Il tipo di ferita che non si rimargina, le luci accecanti del regno che possono farti piangere, qualcosa che resta dentro e si può occultare, ma non si cancella. Il castano chiaro dei suoi capelli ha virato verso il cenere senza che il bianco e nero delle fotografie ne rendesse conto: un innocuo espediente che gli si perdona con benevolenza. Per la figura di Joanna intagliata nella memoria non si è potuto ricorrere, tuttavia, ad accorgimenti altrettanto validi. Così i diamanti hanno continuato a essere estratti dalla stessa miniera creativa e tagliati da quella sua penna essenziale nel tratto quanto aspra, maestra di disincanto, con la piena esclusiva concessa in questo caso ai soli affezionati ascoltatori.

Per registrare fedelmente il senso di vuoto e di sconforto era servito lo splendido “Sometimes I Wish We Were An Eagle”, quasi una testimonianza a caldo della propria sconfitta e insieme un gioiello di dissimulazione. “Apocalypse” si offrì a breve distanza come breviario folk disadorno, perfetto per l’ora dell’appianamento, mentre “Dream River” si presenta adesso e ha il sapore netto della rimozione. Non quella coatta e intransigente, quella che fa a cazzotti con il passato e strappa tutte le pagine andate del calendario, come fossero batteri da estirpare a forza. No, il nuovo disco di Bill conserva le prerogative dell’inessenziale cronaca di un viaggio. E di un sogno, anche, ovattato dalla bruma sdraiata a pelo dell’acqua, dal vapore mansueto di un treno sbuffante o dai fumi dell’alcol in un anonimo bar alla periferia dell’impero. Un dolce annebbiamento, le cui cadenze sono quelle di una danza che è più che altro un rilassato ciondolare. Birre e ringraziamenti come se non ci fosse un domani, con la sola rassicurazione di un’ironia sempre impeccabile al proprio posto. Come per la precedente raccolta, in bella vista risplende la pacificazione. Ma qui non nasce dall’abbraccio di una solitudine pure opportuna, da mandriano confuso nel paesaggio, bensì dall’appagamento offerto da una nuova relazione di coppia, la sola carta in grado di ricondurre la sua scrittura alla piena armonia con gli altri e con la natura. Con la vita. Anche il registro malinconico non pare poi così irrinunciabile, alla fine, e la posa può aspirare al temperamento oracolare del Leonard Cohen dei tardi capolavori, senza più timori reverenziali. Musicalmente si insiste nel solco delle migliori esplorazioni degli ultimi anni, quelli spesi evitando di nascondersi a oltranza dietro a un moniker, per confortevole che fosse. Si coltiva la medesima essenzialità nient’affatto cruda – levigatissima semmai – del secondo album a proprio nome, con le chitarre nel ruolo esatto che fu degli archi, magico cesello, senza disdegnare di tanto in tanto una sottile increspatura o un modesto fuoco bianco a base di riverberi. I lievi arabeschi di allora, quell’eleganza non pedante, sono lontani ma nemmeno troppo. In un quadro votato a una frugalità di pura sostanza, parsimoniosa e priva di spigoli, con i suoi occasionali scorci luminosi Callahan sembra voler confezionare a sorpresa una collezione di brani intensamente oldhamiani, un country anomalo e zampettante che superi proprio il Principe nel suo stesso terreno d’elezione. Gli arrangiamenti colpiscono nel segno, ancora una volta. Merito di un flauto rubato al Nick Drake di “Five Leavers Left” o “Bryter Layter” – a seconda della vivacità – capace magari di conferire un retrogusto agrodolce davvero prezioso. E merito di quelle sei corde in veste elettroacustica traviate proprio dalla vitalità dionisiaca dei fiati, ora in preda a convulsioni gentili, ora disinvolte nel dispensare sfumature finissime come i Wilco meno marziali.

Tutto questo senza indugiare nella calligrafia. Le ricognizioni di colui che si faceva chiamare Smog rimangono in prima battuta questioni squisitamente emozionali. Si spiegano così i non rari crescendo della parte strumentale, riflesso della necessità non derogabile di lasciarsi andare al cuore, alla primavera incalzante, con un pizzico di salutare negligenza. Bill vi si espone adottando un passo lento ma sicuro, come lo straordinario baritono che calza ormai come un guanto. Si mette a nudo e si confessa, trattando il sentimento invece che le cautele filosofiche di ieri. Ogni suo pezzo continua a essere una sorta di vino da meditazione, un amarone affinato in barrique. Equilibrato, morbido, da assaporare adagio. Il desiderio di potersi sottrarre al congedo dall’esistenza terrena è un’illusione appena, come una freccia scagliata in alto nel cielo e condannata a chiudere la propria parabola nella caduta, inevitabile. Nell’istante perfetto dell’apogeo, l’incontro con la più nobile aspirazione dei giorni trascorsi assieme a Joanna: quell’aquila che era stata l’emblema stesso della compiutezza e ora volteggia solitaria, il fiume come una mappa per orientarsi, prima di assecondare il capriccio onirico e sfumare in un gabbiano destinato a ben altri orizzonti. I contorni del tenue vagheggiare, agevolati dalle ombreggiature della Asat Classic, restano incerti anche quando va in scena la piena estate di un pittore di barche. Perso in una tempesta di pioggia e lampi cui farà seguito la ritrovata quiete dell’anima, il cumulo dei propri ricordi a rappresentare la sua più scintillante ricchezza. L’intimismo non è più un luogo angusto, né una passione astratta. E’ la curiosità che spinge il grosso volatile ad aprirsi e a esplorare in libertà, solo a sprazzi se occorre, prima che venga settembre e sia irresistibile la chiamata di ritorno all’oceano. O di rientro a casa su una strada bellissima e insidiosa, tutta ammantata di neve.
Non si può disconoscere la propria natura. Che richieda il conforto di un prestigio un po’ frivolo, o che induca a vivere come artisti dell’eremitaggio. La si accetta, provando a trarne magari una morale sempre nuova. A volte non occorre davvero altro, se si è bravi a far tesoro di tutta la bellezza incontrata sul proprio cammino e la si porta con sé, senza fermarsi mai.

Stefano Ferreri

2. Plantman – Whispering Trees

Data di Uscita: 16/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Al diavolo le feste comandate. Dimenticati i tacchini in forno, dimenticati i parenti a tavola, dimenticati i ringraziamenti ai parenti in tavola per i tacchini al forno e la salsa ai mirtilli, quello fu il primo anno che decidemmo di partire insieme. L’idea suscitò profonda riluttanza da parte di tua madre, io, tu e una Kaiser Fraser modello Manhattan del cinquantuno. Ciminiera color piscio e grande aderenza, promesse da mio fratello se solo fossi riuscito a metterla in moto: freno a mano in tensione, cambio in folle e piedi staccati dai pedali. Un respiro profondo e una leggera carezza al quadro comandi, come se avessi di fronte un piccolo Robin Redbreast ferito da un ginepro troppo alto, fino alla chiave che giro delicatamente e il motore prende vita. Non c’è fretta, porto il piede sinistro al pedale della frizione e insisto fino in fondo. Un movimento rapido e sicuro della mano fino al cambio, inserisco la prima. Porto a riposo lo stazionamento e lascio andare lentamente il pedale della frizione come se stessi centellinando un olio prezioso e, allo stesso tempo, con il piede destro inizio a premere l’acceleratore sempre piano, sempre delicatamente, come se stessi calpestando una zolla di terra troppo umida, con lo sguardo soddisfatto di chi sa che sta per compiere un miracolo. Ti raccontavo con il tono del più preparato degli insegnanti che guidare una macchina non ha nulla a che fare con l’esperienza. È piuttosto una questione di sensibilità. Tattile anzitutto. Tu mi guardavi con gli occhi di chi ha desiderio d’apprendere, di chi crede di avere di fronte la massima autorità in materia “qualsiasi cosa”. Non l’ho mai negato per la verità. Il mio orgoglio.
Ogni anno la meta era stabilita quasi casualmente, unico riferimento in nostro possesso era una carta della contea dello stesso anno dell’auto. Probabilmente non erano mai state separate. Le pagine ingiallite come l’acero in autunno, avevano lo stesso odore di posacenere e le guide delle pieghe erano consumate al punto d’aver creato dei solchi irreparabili tra le città in parallelo, quasi a voler riportare alla memoria una Berlino appena divisa d’agosto. Ci sentivamo come due pionieri dell’esplorazione, senza mezzi, senza soldi. Ogni passo compiuto era saturo di desiderio, esclusivamente mossi da impulsi di azzardo. Che poi, a volerla raccontare tutta, le nostre non sono mai state così grandi imprese. Ma nelle tue mani le colline dell’Essex, distese di castagno, diventavano impervie montagne cilene e noi, alle loro pendici, scalatori preparati con il desiderio di raggiungere il tetto del mondo che pulsa avido nei nostri stessi stomaci. Appena raggiunto il mare, la passeggiata programmata diventava un’appassionata caccia al feroce halibut che ci vedeva impegnati con potenti mezzi in attesa paziente e vigile, nella speranza che la nostra preda si lasciasse scorgere tradita dai momenti luminosi che dimostrano le alghe, mosse al suo passaggio, se sfiorate dal sole dell’est.
Andiamo a guardare l’alba all’hanningfield reservoir, così hai chiesto, e l’eco della tua voce, mitigata dal muschio che rivestiva la moltitudine di ontano, ci faceva strada fino a valle. Appena usciti dalla fitta coltre arborea, si presenta di fronte a noi uno straordinario cielo trafitto da infiniti dardi luminosi che facevano luce alle morbide colline e al timido lago, così da renderlo un elegantissimo palcoscenico con le sue acque puntellate di minuscole luci danzanti. Quella vista t’impressionava come fosse la cosa più straordinaria che ti potesse capitare e neanch’io avevo mai visto un cielo così. Era talmente pregno di stelle che non riuscivo a riconoscere nessuna della manciata di costellazioni che con gli anni ero riuscito a memorizzare solo per far colpo sulla ragazza di turno. Ci sistemammo ai piedi di un salice, sicuri che la nostra compagnia ne avrebbe fatto cessare il pianto di solitudine. Il cigno, Ercole, la caffettiera. Ti assicuro che esiste, e il tuo sguardo assonnato era mio complice. Ci guardavamo divertiti al pensiero che dal nostro ormai vicino ritorno, conveniva farci trovare pronti a giustificare la fuga improvvisata. Magari con un regalo, che forse avrebbe commosso tua madre al punto da concederci il suo perdono. Mi chiedi se il prossimo anno saremmo partiti ancora e la mia conferma, per il prossimo e per gli anni a seguire, non poteva che trasformarsi in sorriso, che fiorisce come un ciliegio primaverile di fronte alla schiettezza di una domanda sbiascicata un istante prima di cadere addormentata: Vuoi sposarmi papà?

Giulia Delli Santi

3. The Burning Hell – People

Data di Uscita: 16/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mondo è bello perché vario.
Il mondo è bello perché avariato.
Il proverbio e la sua distorsione umoristica. Bravi fratelli e coinquilini, identica dignità per entrambi, nelle stanze vagamente assolate dell’ultimo Burning Hell. Che è ancora il disco di un gruppo e di un uomo solo al comando, one-man band si diceva una volta. Quelli che in Canada continuano a spuntare come funghetti nel sottobosco indipendente, laddove i distratti vacanzieri dell’ascolto non hanno occhi che per la sequoia Arcade Fire, dito di ciclope senza più lune da puntare. Dici Burning Hell e pensi anche Woodpigeon, due menti vulcaniche travestite da orchestre, il più delle volte. Passaparola che valgono una condanna senza appelli alla volatilità. Segreti così ben custoditi da divenire silenziosi anche per chi ne ha musicato le trame, come il Mark Hamilton dimentico del proprio talento nelle prove recenti. A differenza di lui, Mathias Kom non è mai parso tanto concreto come oggi. Sarà il trafiletto nel Guinness dei Primati per quel blitzkrieg tour di ventiquattro ore e dieci date, mezza Europa conquistata attaccando con tre e non difendendo affatto. O forse l’innocuo spettro dell’agorafobia, chiuso finalmente nel cassetto dei ricordi assieme alla cattedra in storia alla Trent University. Non occorrono scuole per insegnare, quando si vive scrivendo canzoni. E non servono comitati accademici, se ad accompagnarti hai l’unico strumento che ti fa sorridere mentre lo suoni.

Il mondo è bello perché è un mosaico. Le singole tessere sono interpreti modeste e diranno anche poco, piccoli smalti anonimi cui non accorderesti il favore di uno sguardo. L’accostamento cromatico rovescia però la prospettiva e ti stupisce nel trovarti stupito. Lo sa bene Mathias quanto sia sfaccettata la realtà umana, avendola già perlustrata in lungo e in largo armato solo di pungente ironia e dell’inseparabile ukulele. Sindaci di rione e patetici musici da bar. Ballerini e bulletti di dubbia prestanza. Romanzieri e filibustieri. In tutti il germe di un insormontabile fallimento esistenziale, ambitissimo bonbon narrativo quando ci si aggrappi come disperati alla prima opportunità utile di evasione dall’inclemenza del proprio specchio. Incuriosito e affascinato dalla ricchezza di una collettività squinternata ma in fondo avvincente, quasi quanto il Woody Guthrie fotografo senza macchina fotografica di “Bound for Glory”, l’eclettico talentino di Peterborough ha confezionato un album piccino davvero superlativo, assemblando nove ritratti teneri e insieme feroci in un affresco che conserva vividi i tratti peculiari della sua arte, ma senza precludersi più elevate aspirazioni. Dai capitani d’industria malati di profitto ai viaggiatori annoiati, dai sognatori destinati a far sempre da tappezzeria ai rapper amatoriali, con i loro deliri di onnipotenza degni dei maestri del culto: tra le pieghe di “People”, Kom si diverte a raccogliere e mettere alla berlina manie e tic contemporanei quasi fosse un bizzarro entomologo innamorato del nostro declino. A rendere più amare le sue ricognizioni, il fatto di includere se stesso senza alcuna scappatoia tra coloro che son sospesi in attesa di dannazione, per aver tradito a giochi fatti l’adulto che sognava di diventare quando nulla ancora era compromesso.

Un disco sui desideri che non saranno mai realizzati, e forse nemmeno espressi. Una raccolta di fiabe nerissime e senza lieto fine, con il fatalismo dei vichinghi a trovare sponde impensabili tra i rapaci spelacchiati delle haciendas messicane. E apocalissi morbide, scabre radure di disincanto, carnevali vitalissimi e scampoli di umbratile intimismo, senza mai darla vinta alla desolazione.
A legare il tutto, nastrino color sangue annodato nel più sontuoso dei fiocchi, l’impareggiabile scetticismo di sempre. Quello inscritto nell’intestazione stessa abbracciata per i propri deliziosi misfatti musicali, il nome rubato a un opuscolo sulla Bibbia e inzuppato in un inchiostro beffardo, così da canzonare la perversione religiosa della cristianità evangelica e di ogni altro fanatismo dogmatico. Paroliere vertiginoso e penna raffinatissima, Mathias non è stanco di giocare con il kit del piccolo enciclopedista e dispensa generoso le sue ardite miscele di sacre scritture e cultura pop, country goticheggiante e dark cabaret, confinando in una misera enclave le tentazioni balcaniche e il pur felice bozzettismo folk cui pareva voler asservire per sempre i suoi Burning Hell. La morte è ancora attrice protagonista, ma a servirla recita un cast che ne affoga i soliloqui in una coralità frastornante, tutta guizzi, ben lontana dal bandismo circense dei tanti Brancaleone yankee apparsi negli ultimi anni. Così i toni gravi sono pareggiati da strumenti caldi e baldanzosi come il clarino della dolce metà, Ariel, o l’allegria del proprio piccolo feticcio a quattro corde. Ci si commuove rimanendo fanciulli ilari, e il treno di “Stand By Me” non ci risparmia. Ma si tratta di semplici sogni, abbaglianti come il freddo sole del nord e programmati per impazzire presto, come una maionese canaglia.

Dici Mathias Kom e pensi anche Elvis Perkins, uno che dalla Grande Mietitrice ha patito più di un tiro mancino. Il superbo artigiano della combriccola “In Dearland”, il desaparecido del western crepuscolare evocato con profitto nella tetra favola di congedo. Dici Mathias Kom e pensi al suo alter-ego giovanile, Mathieu Comme, e lo riconosci per il trasformista scellerato che è sempre stato. In testa la zazzera telespallesca di un novello Adam Duritz, nell’armadio mille travestimenti tutti plausibili: i Soul Coughing sofisticati e meno arditi sperimentatori, i Clientele sinuosi, gli Okkervil River immortalati nel loro meraviglioso candore da diorama sixties. O dei banalissimi Decemberists, che fanno fine e non impegnano granché. Ovunque aleggia poi il fantasma di un impossibile Bill Callahan espressionista, destinato a incarnarsi proprio sul filo di lana in un numero di spiazzante, superbo mimetismo. L’aderenza al modello è totale, pesanti come il piombo i debiti, ma letto alla stregua di un omaggio lo si può perdonare e apprezzare come la bella illusione che è in fondo. Virtuosismi da camaleonte e balocchi intellettuali a parte, in “People” batte davvero il cuore di un pianeta disgraziato e bellissimo. Quella indovinata dai nuovi Burning Hell è un’intonazione tra il confidenziale e lo smaliziato oltremodo convincente, in miracoloso equilibrio tra emotività e calligrafia.
E ci siamo dentro anche noi. Passioni, visioni, utopie, fantasie e falle. Falle soprattutto. Mie e di voi quattro, che avete bruciato interi minuti del vostro tempo prezioso tra i sofismi di questa recensione inservibile, all’inseguimento di un senso che – mi spiace dirvelo – non c’è mai stato.

Stefano Ferreri

4. Neko Case – The Worse Things Get, the Harder I Fight, the Harder I Fight, the More I Love You

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Suggestions about a Fragile Crystal

When you catch the light the flood changes direction
And darkens the lens that projects by the skies
As you fly alongside you’ll discover my weakness
I’m not fighting for your freedom
I am fighting to be wise

Le gocce di pioggia corrono verticali lungo la vetrata del bar in cui ti piace passare le tue serate in compagnia dei tuoi drammi, del vecchio Harry Johnson, probabilmente il peggior barman dell’intera Virginia, e di una fedele bottiglia dello scotch più economico esposto al bancone.
I bracciali tintinnano sul polso al sollevarsi del bicchiere per freddare con un bacio l’ultimo pallido fondo alcolico. Le evidenze sono lampanti: il rossetto impresso sul vetro è della stessa tonalità di quello che hai sempre portato in borsa.
Solo pochi giorni prima, tieniti al lato della strada se hai da allacciarti le scarpe, ragazzo. Un severo cenno di risentimento cui ha fatto seguito il tuo inaspettato sorriso premuroso, per poi vederti andar via. Era caldo e mi hai lasciato più indietro, col tuo culo perfetto sul sellino per culi perfetti. Una gonna scura a lutto scomposta dal sottile vento estivo che le impone movimenti invitanti mentre ammicca arroganza disarmante e dichiara con espressione indifferente di non aver mai avuto intenzione di prendere le mie parti.

Non riuscivi a fare a meno di alleggerire con qualche commento ridicolo qualsiasi cosa ti turbasse. Impegnata discepola della satira più pungente, sostenevi che a far ironia ti si allunga la vita.
Per quanto fossero stabili i dogmi che avevi statuito, mutare in clown grotteschi i demoni in armatura che continuavano a incedere sul tuo fronte fragile, non è stato sufficiente a rendere più leggeri gli stessi principi a cui ambivi come fa il suicida con la corda. Ti sentivi minacciata dalle tue ombre come un castello di sabbia di fronte alla marea crescente. Il limitarsi allo sterile blaterare di questioni futili era la tua maschera, la pigrizia che ci costringe saldi alle nostre frustrazioni, l’ansia di perdere contro i propri fantasmi che ci rende indolenti, impreparati a vivere. Sono stanca, si è sentito pronunciare con voce ferma. Era un settembre mite, il cielo sereno, le foglie tinte appena di giallo caldo, se solo fossi riuscito a trovare il coraggio di prenderti la mano. Continuo a nutrire l’illusione che ti sarei bastato.

In fondo sapevo che sarebbe successo, bastava guardarti persa nella luce dell’ovest. Mi hai lasciato solo una mattina, un pezzo di carta recuperato dal secchio degli scarti e poche righe confuse:
Era notte. Tornavo a casa dopo l’ennesima serata chiassosa. Proseguivo per inerzia, abituata al tragitto. Pazzi e barboni ubriachi di freddo e semafori intermittenti che borbottano ritmiche metropolitane.
Ancora giallo. La città non mi è mai sembrata così bella.
Le mie rime pugnalate dalla tristezza chiedono nuovi miraggi. Ho pianto la mia solitudine, supplicato perché potessi ritrovare la strada che porta al fuoco di Prometeo, che col suo ardore sfida gli dei riuscendo così a smussare i vertici dell’infelicità umana. Ho chiesto perdono per ogni mio errore, una preghiera e un calice di sangue in pegno al cielo. Ho provato ad uccidere ogni aspettativa per evitare che l’ennesimo fallimento fosse troppo faticoso da sopportare. Sono stanca del caos a cui siamo costretti contro ogni volontà. Quel caos che turba il nostro vivere, che fa dissolvere i contorni come caligine polverosa e ci priva del diritto sacrosanto di comprendere le nostre scelte. Chiedo che ci sia resa la possibilità di andare avanti liberi da qualsiasi ombra come alberi svestiti dall’inverno incorruttibile, come la più grande benedizione che possa essere concessa. Non ho certezze rispetto a quel che sarà il mio domani. Andrò, dove mi porterà la ricerca del mio bisogno. Sarò, cacciatrice di nuovi paesaggi.

La strada è deserta.
Sebbene a chilometri di distanza, posso immaginarti a cercare stelle maldestre nel sogno di poterne possedere una, stringerla tra le mani, mentre il piede pigia sicuro sull’acceleratore. Investita dall’entusiasmo, urli alla notte tutte le canzoni che hai imparato e sporgi la testa oltre il finestrino, ti ho detto mille volte che è pericoloso. Il cuore pulsa come un martello pneumatico e impera la sensazione che da un momento all’altro esca fuori dal petto e caschi sull’asfalto, inerte, e si lasci a riposo mentre tu resti a guardarlo, ragazzina sull’altalena, con le gambe penzoloni sul bordo del mondo. Un brivido scorre lungo la schiena. È lo stridio di media frequenza che si percepisce quando raschi le unghie sulla lavagna. Sai bene di cosa si tratta. È l’inquietudine che si prova al sapere che a porsi di fronte a te non è un unico traguardo, ma potenziali infiniti. Libero arbitrio e paura hanno lo stesso colore.
Solo chi, come te, teme la libertà, è in grado di perseguirla.

Giulia Delli Santi

5. Sigur Rós – Kveikur

Data di Uscita: 14/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Við höldum andanum (part II)

Cadevo.
L’avevo scelto quel salto; come avrebbe fatto, forte di anni fusi che colano via in meticolosa preparazione, il più arrogante degli acrobati che guarda, oltre i bastioni, un pubblico incapace per natura a dar fede. In questo modo, si è pronti anche alla più infelice delusione battuta a ritmo di fiato sospeso, in impaziente attesa di sapere come andrà a concludersi. Se, con un po’ di fortuna, in gloria di giudizio conquistato e sangue che ancora scorre elettrico in vena, energico come il riverbero di una fiaccola notturna o, al contrario, con il corpo dilaniato da uno schiaffo che morde feroce, come la luce del giorno brucia il sogno di sparire all’orizzonte di un mattino ancora acerbo. A quel punto tornerei cenere di fronte all’iceberg e mi lascerei soffiare via dal vento, abbandonato in una resa così rassicurante che porta alla memoria il braccio fermo di un vecchio padre.
Cadevo.
I venti metri colonnari si riducono prontamente e presto posso distinguere la grana leggera del fondale basaltico. Sapere della sua taciuta instabilità non può che turbarmi e unica risposta dovrebbe essere a suono d’immobile autorità tirannica, così da evitare che le sue sensualità ti portino a soffocare in un letto di sabbie incostanti.
Ogni errore, ogni scelta inopportuna, con voce dominante mi guida in fierezza alla superficie sconsigliata, conscio che ogni minuto di pentimento non sarebbe sufficiente a cancellare tutti i nei che indosso. In fondo, non ne sento così forte il peso. In onore all’imperfezione, l’alzerò ancora un bicchiere colmo di Bordeaux, affidandomi all’eco dell’ennesimo mantra, che una volta cominciata la ricerca, non si può altro che trovare qualcosa. D’altra parte, la spinta attrattiva è testarda oltre misura, e alternativa improbabile mi vorrebbe airone maggiore, pescatore con le ali, pronto a fuggire se il momento lo richiede.
Cadevo.
Il vapore umido che si solleva a ormai poca differenza dall’impatto, mi circonda in un amplesso facendosi elemento essenziale del rito catartico. A distanza, l’acqua si consegnava sincera come l’ingresso di una tomba entro cui nascondersi a riparo dalle risonanze scomposte di scadenze e commenti non voluti. Ora l’ambiente, reso inospitale dalla luce rifratta attraverso le minuscole particelle che si muovono confuse e che lasciano svanire i contorni, mi costringe a serrare gli occhi in atto di umana difesa di fronte al mutare di tutto ciò che una volta era riconoscibile. Il ricordo della sua trasparenza, che spero non sia tradito, lascia posto al forte l’odore metallico che attraverso le narici riempie gli ultimi istanti, irrorando ogni organo di un impulso adrenalinico al quale, se anche ne avessi la possibilità, non vorrei sottrarmi.
Non resta altro che raccogliere tutto il fiato possibile prima di trattenere il respiro, perché mi trovi pronto a scomparire nella sua moltitudine in liquida.

Giulia Delli Santi

6. Mazzy Star – Seasons of Your Day

Data di Uscita: 24/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sarebbe stato troppo facile cantare una canzone d’amore. Troppo facile per lui che con le note c’era cresciuto. Per lui che sapeva far godere da morire un violino solo sfiorandolo. Come gode un diabetico assaporando l’ultima briciola di torta al cioccolato una sera d’inverno. Mentre fuori nevica. Troppo facile per lui che con la voce faceva vibrare gli umori più reconditi. Sincopati al torace. Giù per lo stomaco. Tra le gambe. No. Sarebbe stato troppo facile. Lui l’avrebbe dipinta. E poco importava che fosse daltonico. Cosa c’era di così diverso dalle note in una tavolozza di colori? In un modo o nell’altro. Alla fine. Tutto si riduceva sempre a dei numeri. I numeri lo tranquillizzavano. Non è forse luce ciò che entra in una radio? Ed il colore? Non è forse luce? Se poi vogliamo dirla tutta. Ruotare la manopola alla ricerca di una canzone mai sentita corrisponde a cambiare sfumatura.
Fu forse la profondità della sua voce. La vibrazione dell’aria in risonanza con qualche movimento dell’universo. Fu forse che Nettuno era in Pesci. O che l’agnello suonò per sbaglio alla casa del Leone. Fu forse un caso. Non si sa. Sta di fatto che lei credette sinceramente che lui sarebbe stato in grado di ritrarla brandendo un pennello invece di un archetto. E quando lui la invitò nel suo garage da musicista vissuto ma non logoro lei accettò.
Il garage era apparentemente in ordine. Espropriato della sua naturale funzione di cimitero di cianfrusaglie dalla dubbia utilità futura. Tabernacolo di ricordi polverosi e bici eternamente rotte. Sfoggiava chitarre lucide alle pareti. Spartiti di contorno. Un divano a strisce rosse e verdi. Vinili cronologicamente datati. Un violino riposto con galanteria in una custodia viola. Un tappeto con un che di già visto. Vittima di qualunquismo da mercatino delle pulci. Una tela per dipingere capitata lì per caso. Immobile e pallida. Incapace di trovare il proprio ruolo. Come uno scalatore in Olanda. Come un marinaio in Lichtenstein.
Quando lei cominciò a togliersi la camicia sentì un leggero brivido di freddo correrle lungo la schiena ad inseguire una pudicizia ormai lontana. Quando si sfilò la gonna lui sentì una leggera scossa risvegliargli l’appetito. Ma non era fame. Era gola. Lei si distese sul divano. Come in una scena scontata di un film in sconto al rivenditore all’angolo. Lui aveva la gola secca. Provò a canticchiare un vecchio blues che si spense prima di vedere la tremolante luce di una lampadina ad incandescenza impiccata al soffitto. Lei respingeva con tutte le sue forze in un angolo della sua mente il disagio di essere nuda con un uomo che neanche la sfiorava.
Intingeva timidamente il pennello e con gesti titubanti tracciava sulla tela i contorni approssimativi dell’oggetto delle sue pulsioni. Aveva la fronte imperlata di sudore. Era emozionato come un antropologo che risvegliato dopo un lungo sonno si ritrova di fronte alla Statua della Libertà sepolta nella sabbia. E intanto riempiva i contorni di sfumature e tonalità delle più disparate frequenze.
Era quasi l’alba quando completò il ritratto. Entrambi accusavano una stanchezza impropria. Surreale. Comprensibile. Lei si rimise le mutande giallo canarino. Quindi coi seni ancora nudi andò a ricercare la propria immagine su quella tela di cui aveva potuto fino a quel momento osservare fin nei minimi particolari solo il lato nascosto su cui nessuno si sofferma mai. Lui la guardava di nascosto. Il respiro affannato. Con l’olfatto acuito per poter carpire la sua essenza nei dettagli. Sperando di riuscire a scorgere l’eccitazione. Lei fissò quei segni rudimentali. Figli di un impegno che appariva sproporzionato messo accanto al risultato. In quel momento sentì fluire via tutto. L’imbarazzo. Il desiderio. Il freddo. La stanchezza.
Provò poi un affetto quasi materno nei suoi confronti. Ma non era dovuto a quei tratti infantili. Non era arrabbiata. Non era offesa. Non credeva di aver perduto tempo. Semplicemente ora vedeva tutto con chiarezza. Come un portatorce nell’estate artica. Aveva capito. E decise di andarsene. Con un sorriso.
Lui non riusciva a capire. Non era un pittore. Questo lo sapeva. Ma suonarle una canzone sarebbe stato troppo facile. La osservò mentre si rivestiva. Nel silenzio che aleggiava. Nessuno aveva più parlato da quando erano entrati. Solo in quel momento se ne rese conto. Ne fu assordato.
Quando fu sulla porta le chiese perché se ne stesse andando via in quel modo. Non capì la risposta che lei gli diede sorridendo. Cosa voleva dire che quel ritratto non era lei? Cosa voleva dire che evidentemente non era lei la donna che lui voleva dipingere? Cosa voleva dire che non erano i suoi occhi quelli sulla tela? Non erano i suoi. Lei aveva gli occhi verdi.
Lui rimase immobile per qualche minuto dopo che lei venne inghiottita dalla luce del sole che sorgeva. Richiudendo la porta dietro di sé. Poi si distese sul divano grigio. Osservando gli occhi sulla tela. Castani. Ma lui non lo sapeva. Fottuto daltonismo.

Pietro Liuzzo Scorpo

7. Nick Cave and The Bad Seeds – Push the Sky Away

Data di Uscita: 18/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Diari

Cara Bee,
ho appena scaricato la foto che ha inviato via mail mia sorella. Come cresce in fretta suo figlio! Per un attimo ho avuto l’impulso di chiamarla ma non trovo le forze, perciò, per non vanificare il mio desiderio di interloquire in qualche maniera con qualcuno, decido di scriverti.
Come sai, da tre mesi mi sono trasferito in questa nuova città e ho trovato una sistemazione soddisfacente seppur precaria. Stamattina ho avuto una piacevole conversazione con un personaggio del posto. Dice di essere stato frate eremita per quindici anni, poi è tornato nel mondo civilizzato ma qui tutti lo definiscono un po’ matto; sarà, ma ho scorto nei suoi occhi tutta la fibrillazione e il candore di uno spirito completamente libero, privo di imposizioni. Non fraintendermi, non intendo scomparire, tagliare ogni tipo di contatto ed emulare le gesta di quell’uomo fuori dal tempo. Tuttavia credo sia indispensabile, giunto oramai a un punto cruciale della mia vita, mettere in fila i fotogrammi di ieri e quelli di oggi per riconoscere e annotare le cose importanti e le cose superflue per poi dividerle le une dalle altre.
Non è la mia una semplice cesura, una raccolta differenziata dei sentimenti, delle gioie, delle speranze e dei tormenti. Né voglio montare un patetico filmino dei ricordi. È una necessità, questa, di rispondere a una domanda: cosa sto facendo?
Per rispondere al meglio a questo quesito ho pensato bene di osservare. Osservare quanto più posso ogni cosa che ha a che fare con la mia quotidianità, staccarmene.
Ti aggiorno presto,

Kin

***

Cara Bee,
detto, fatto. Ti aggiorno con grande soddisfazione. Riflettendo sul bisogno di osservare, l’altro giorno ho pensato bene di andare in cima a una collina dalla quale si ammira un bellissimo scorcio della città coi suoi due campanili che sembrano grattare le nuvole.
Sarà un brano rock and roll ascoltato in auto, sarà stata la velocità con la quale guidavo; alla fine mi sono sentito sollevato. “Sollevato”, credo di aver trovato il termine appropriato. Lì, su quella collina mi sembrava di dominare il mondo, non nel senso di comandare o chissà che. Sentivo di reggere il mondo, il mio mondo fatto anche di piccole banalità. Una canzone dice: “quando senti di aver ottenuto tutto ciò per cui sei venuto, se tutto hai ottenuto e non hai altro da chiedere, devi solo sollevare, sollevare il cielo più in là”. Ebbene, non sento altro nella testa, non sento di dover rispondere più a nessuna domanda. Adesso sento solo delle cose da fare. E tutto ciò mi… solleva!
Non vedo l’ora di rivedere mia sorella e conoscere mio nipote.

Kin

Andrea Russo

8. Basia Bulat – Tall Tall Shadow

Data di Uscita: 01/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La decisione con cui la vidi legarsi i lacci degli stivali invernali era il preludio di una nuova stagione del contrasto tra gli spettri di luce più chiara e più scura delle sue emozioni. “Cercherò di dipingere la mia ombra migliore”, continuava a ripetermi un pomeriggio, mentre sorseggiava del tè seduta a gambe incrociate su una poltrona ottocentesca, la neve che crolla dai rami di fuori, la tappezzeria floreale a ricordare i fasti di quella vecchia residenza nobiliare, adibita in parte a studio musicale. Solo il modo in cui portava la tazzina alle labbra era musica, la natura ricoperta di bianco come perfetta scenografia, il suo sguardo sempre basso, immobile per certi versi, sicuramente concentrato su possibili nuovi paesaggi da inventare. “Prova a premere ripetutamente un tasto del pianoforte a tua scelta, davvero, non m’importa quale sia, voglio solo concentrarmi su un suono per almeno un minuto, devo scacciare l’avvicinarsi di memorie non desiderate ” – A dispetto della terra dei ghiacci evocata dal cielo di oggi, l’avevo vista per la prima volta raccogliere rose in un prato a fianco di una antica cattedrale. Ne portava così tante tra le braccia che ancora mi domando come riuscì a non farne cadere nessuna, mentre un suo sorriso genuino riusciva a gareggiare con i colori della natura della foresta al tramonto. Stringemmo un sodalizio musicale e da quel giorno non ho più smesso di scrivere dei resoconti delle nostre reinterpretazioni della tradizione. C’erano atmosfere esistenti da sempre tra le sue corde vocali, non poteva scostare il percorso, la linea era già tracciata da tempo. Incominciai a pensare seriamente di dedicarmi a raccogliere materiali per una sua autobiografia il giorno in cui confessò ad una cena tra amici che, durante la sua infanzia e prima giovinezza, aveva sempre ascoltato la stessa stazione radio, specializzata in americana, country e blues, e soprattutto per questo la sua concezione di musica si era sempre orientata con naturalezza entro questi confini, riuscendo a trovare orizzonti più ampi e sempre a proprio agio nella così detta ‘modernità’ che qualsiasi nuova sperimentazione non riuscirebbe neppure a immaginare. Le bastava socchiudere gli occhi per essere altrove, sentirsi nel posto più giusto per lei in quel momento, sognare l’autostrada in cui voleva correre, il luogo in cui valeva la pena raggiungere qualcosa, per cui avrebbe anche accettato di barattare qualche sfaccettatura della sua personalità per sentirsi più vicina alla meta. Slegarsi da qualsiasi routine a fondo cieco, rendersi capaci di percepirsi come sola voce, estraniata da tutto, su qualsiasi palcoscenico o terrazzo, treno o stanza d’albergo. “Quando trovo la combinazione giusta d’accordi mi si scioglie la spina dorsale” e sorride, e le credo, perché avviene sul serio, succede anche a me quando la vedo comporre, è questo che può fare la magia, e la musica è la più naturale delle arti magiche. Dopo aver preparato il caffè rigiro tra le dita le foto preparate per la copertina ed il lancio del nuovo album, “raggiungerai un nuovo grande numero di ascoltatori”, penso tra me. Sembri una diva degli anni sessanta,sono orgoglioso di collaborare per questo progetto, sei riuscita a scrivere ancora di storie che in un attimo possono far crollare ogni cancello arrugginito, aprirsi verso torrenti d’azzurro, spazi ancora da scoprire, città senza fiumi comunque sognanti, amori possibili da restaurare. “Come ho fatto ad arrivare fin qui con questa grande forza d’animo, riuscendo a tenere insieme tutti i pezzi” potrebbe pensare lei stessa in un momento di vuoto, come potrebbe essere sempre più in grado di non lasciarsi visitare da pensieri sulla sua passata fragilità, meglio dimenticarsi di come fosse. La sbircio canticchiare senza emettere suono il ritornello di “Someone”, e penso a quanta gente buona di cuore meriterebbe di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, danzare a piedi nudi su un tappeto persiano e scrivere nuove canzoni sul vetro appannato. Che sia Amsterdam o Parigi o qualsiasi altra città scritta nel tuo cuore lei suonerà perché le coincidenze si avverino, non solo nelle tue lettere piene di lacrime e nostalgia, non solo nei tuoi sorrisi notturni, oltre il silenzio profondo dei sentimenti più veri ignorati per approssimazione dal destinatario, chiudere gli occhi tenendoli aperti sul mondo e imparare a viaggiare in qualsiasi situazione, un inno all’escapismo più rarefatto e al potere delle fiabe conquistate anche una volta superata l’infanzia. “Spero che tutto questo non sparisca come quel fiocco di neve che non riesco più a ritrovare tra i rami ricoperti di quell’albero.. Lo spero davvero. Lo spero con tutto il mio cuore. Canterò una canzone anche per lui. Spero che nessuno mi lascerà mai cadere così lontano da tutto, così come spero ancora che tutta questa musica non rimanga inascoltata, che qualcuno riesca a sentirsi più forte o ispirato anche grazie a lei, spero davvero che tutte queste cose possano lasciare un segno, che ci si riabitui a prendersi cura dei fiocchi di neve” . Succederà, te lo prometto. Da qui in poi ci impegneremo tutti sempre di più, proveremo ad aiutarci a vicenda, senza esitazioni e con passione nel cuore, “come nell’attimo in cui le dita e i tasti del pianoforte si cercano e si trovano, regalando armonia”, come dici meglio tu.

Filippo Redaelli

9. Kurt Vile – Wakin on a Pretty Daze

Data di Uscita: 09/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Erano le sei. Non si capiva se stavo alzandomi o andando a dormire. Ma la luce del sole era così bella che non potei far altro che alzarmi. Il pavimento era freddo e le mattonelle piene di polvere. Indossai una maglietta e aggiunsi sopra, aperta, una sbiadita camicia a quadri. Presi i primi pantaloni che trovai e andai a bagnarmi la faccia con dell’acqua gelata.
Uscii fuori e il cane venne a salutarmi. Si stava bene. La sottile brezza sembrava essere dalla mia parte e gli altri cani, stranamente, stavano in silenzio. Non pensavo affatto a come avrei fatto a vivere le prossime due settimane senza soldi.
Mi infilai un paio di calze doppie e un vecchio paio di scarpe di cuoio. Pensai di prendere il furgone e andare in città, ma andai ad aprire il cancello delle galline, che cominciarono a scappare dappertutto dentro il recinto. Raccolsi un paio di uova e le andai a friggere con una spessa striscia di pancetta. Mentre la padella scoppiettava andai a mettere un disco di Neil Young.
Mangiai con molta calma e bevvi pure un bicchiere di vino. Lessi un po’ e presi il furgone. Mi avviai senza sapere esattamente dove andare.
Arrivai in città in un’ora, dopo aver corso discretamente. Ero riuscito a trovare una specie di manager, anche se la cosa non mi interessava più di tanto. L’avevo sentito solo a telefono. Ci incontrammo davanti a un bar e non mi fece una buona impressione. Mi disse che avrei suonato la settimana successiva, in una serata con dei buoni gruppi e mi aggiunse una data a fine mese in una specie di bettola in cui però ci andava anche qualcuno a cui piaceva la musica. Di soldi non se ne parlava proprio, perciò rimanevo col dubbio su come campare nelle settimane che mi rimanevano.
Andai a bere un whiskey and soda con gli ultimi spiccioli che avevo. Al bar tenevano il volume della radio alto, probabilmente per rintronare i clienti che arrivavano là mezzi sbronzi e, vista l’impossibilità di parlare con qualcuno, si preoccupavano soltanto di far diventare intera la loro sbronza.
Il sole era ormai alto e non sapevo che ora fosse, così mi riavviai velocemente verso casa.
Isis stava già preparando da mangiare e non mi chiese nemmeno dove ero stato, ma mi sorrise. Suonai per lei un blues col vecchio pianoforte a muro che si trovava in quella casa prima che ci arrivassi io.
Erano anni che non sapevo più se fossi innamorato di lei, ma non me ne facevo più un problema, bastava guardarla sorridere o fare qualsiasi cosa con la sua innata eleganza per convincersi di amarla.
Il pranzo fu scarno ma buono e ci stendemmo sul divano abbastanza soddisfatti. Le piaceva guardarmi mentre pensavo. Parlammo del nostro programma per la giornata: riposare un po’, mangiare una mela, fare l’amore, riparare la finestra del bagno. Il programma fu rispettato ed Isis andò a lavorare.
Andai ad annaffiare l’orto, me n’ero dimenticato la mattina, e rientrai a casa per leggere. Continuai a leggere per molto tempo, saltando la cena, finché tornò Isis dal ristorante con due bistecche che dei clienti schizzinosi non avevano neanche toccato. Quindi mangiammo insieme e andammo in camera.
Io tornai fuori e alzai gli occhi in alto. La notte nera e il cielo stellato sembravano essere d’accordo con me: ero fottuto, ma me la cavavo bene.
La giornata era finita, senza sorprese, ma il giorno dopo sarebbero potute cambiare parecchie cose, soprattutto nella mia testa, ma quella giornata era comunque finita così, ed ero contento.

Marco Di Memmo

10. Fuck Buttons – Slow Focus

Data di Uscita: 22/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

In quel giorno di luglio, a Tulsa l’aria era umida e torrida e apparentemente immobile come l’asfalto infocato delle strade, non si muoveva di un soffio.
Summer cercava refrigerio nell’acqua della piscina gonfiabile in giardino: con i gomiti appoggiati ai bordi e un bikini verde menta che copriva a malapena le forme esplose all’improvviso all’indomani del suo tredicesimo compleanno, biascicava chewingum creando palloni enormi che faceva scoppiare sonoramente per attirare l’attenzione del suo aitante vicino di casa; poi prendeva la gomma da masticare con le dita e la estraeva dalla bocca in un lungo filo penzolante, fingeva di contemplare il cielo mentre sbirciava da sopra le lenti dei grossi occhiali a specchio sperando in una reazione interessata al di là della rete metallica.
Jim lucidava la moto ogni giorno, dopo pranzo, al centro del vialetto di ingresso alla casa, palcoscenico per la sua abilità nell’addomesticare i motori, per i suoi bicipiti gonfiati, jeans stretti e abbronzatura costante di ordinanza; un Narciso di periferia dagli scarsi ideali, si bullava poi la sera al bar con gli amici per le conquiste di cui aveva perso il conto. L’ultima era quella ragazzina alle prime armi con la malizia e la seduzione, e a lui piaceva troppo darsi delle arie come se non provasse alcun sussulto alla vista dei segnali lanciatigli a pochi passi da lui; in realtà veniva colto da un desiderio inconfessabile, proibito. Summer aveva solo tredici anni.
Hank e Miranda avevano ospiti e si davano un gran daffare intorno al barbecue per servire un arrosto che restasse indimenticabile nella memoria dei loro invitati. La villetta era stata rassettata alla perfezione in vista di quel pranzo tanto atteso, ma sul più bello l’aria condizionata aveva smesso di funzionare ed era stata rimpiazzata da un vecchio ventilatore trovato tra gli scatoloni del garage che sibilava fastidiosamente tra le conversazioni intavolate tra i commensali, la ventola di poco disassata andava a sfiorare il grigliato anteriore provocando delle vibrazioni moleste.

A un osservatore esterno, abbassando lentamente la focale a partire da quegli scenari, si dispiegava davanti agli occhi un tessuto urbano via via più articolato e fitto e in scala ridotta, dalla strada si passava all’isolato e poi al quartiere e infine all’intera area della città di Tulsa, Oklahoma. Una panoramica più complessa consentiva di cogliere un’infinita varietà di situazioni, e in ogni giardino, in ogni incrocio, ci si poteva imbattere in un Jim o una Miranda; bastava solo decidere quale spaccato scegliere.
La CNN da qualche ora aveva diramato un’allerta uragano, entro la notte era prevista una brusca variazione dei venti e la formazione di un vortice di immane potenza, ma la Tornado Alley delle Grandi Pianure era così profondamente avvezza a tali allarmi che ultimamente la gente aveva addirittura iniziato a diffidare di comunicati a loro avviso troppo frequenti e a scongiurare la paura rimanendo fedele alla propria routine.
In città da alcune settimane erano arrivati due ragazzi inglesi; a detta delle autorità si trattava di due esperti storm chasers specializzati in fisica al punto di essere in grado di ampliare le conoscenze relative alla previsione dei tornado, ma soprattutto di captare l’energia sprigionata dagli eventi atmosferici e tramutarla in altra forma innocua, una sorta di principio di conservazione dell’energia totale per intenderci. Andrew e Benjamin – questi i loro nomi – avevano preso in affitto un bunker sotterraneo al limite dei sobborghi occidentali di Tulsa, al confine tra l’abitato e le distese d’erba bassa senza soluzione di continuità; avevano portato con loro delle apparecchiature sofisticate accanto a strumenti più noti quali il GPS, quegli attrezzi mai visti suscitavano però alcune perplessità agli occhi dei locali intenditori del settore.

Il pomeriggio trascorse e venne la sera; l’aria, da umida e densa che era, prese a muoversi innescando correnti disordinate che col tempo si facevano sempre più insistenti. Summer e gli altri abitanti di Tulsa e dintorni si arresero all’evidenza e si videro costretti a mettere da parte i piaceri e le prese di posizione davanti a un cielo plumbeo foriero di cupi presagi. L’intera popolazione scomparve, la città precipitò in un silenzio irreale carico di attesa e inquietudine. Andrew e Benjamin, di contro, spalancarono la porta del bunker e uscirono in preda all’eccitazione e all’adrenalina, presero il vento in faccia e aprirono le braccia per essere, anche un solo istante, investiti dal connubio di correnti fresche e calde che di lì a poco si sarebbero sollevate mulinando poco lontano, al di sopra delle loro teste. Carichi degli strumenti portati, si avvicinarono gradualmente al fulcro del vortice mentre rovesci di pioggia impietosa avevano cominciato ad abbattersi sui loro impermeabili. Nel momento stesso che la tromba d’aria spiccò il volo in un turbine distruttivo, i due si schierarono nella spianata erbosa deserta dov’erano giunti e azionarono i dispositivi di contro-azione; la CNN era collegata per trasmettere in diretta lo scontro tra natura e uomo, nessuno riusciva a credere che potesse esistere una resistenza, o ancor più una risposta, alla forza atmosferica a cui già l’Oklahoma era stato costretto a piegarsi e cedere numerose volte.
Dissero che l’energia che scaturì dall’impatto fu di una potenza sconosciuta fino ad allora, il cielo fu investito da scie scure e fluttuanti frammiste a materia assimilabile a quella interstellare; ci furono esplosioni, un rumore di fondo di drone accompagnava le scintille e poi suoni prendevano a galoppare battenti tra i mulinelli fino a venire risucchiati per poi deflagrare di nuovo, dirompenti, dal cono del vortice. Quando anche l’ultimo dei synth si fu estinto, rimase una patina bianca accecante che occultò ogni cosa, talmente violenta da costringere a coprirsi gli occhi per alcuni secondi. Tolte le mani lo stupore generale fu inaudito, di quelli che si sa già che sarebbero finiti nelle pagine della storia: ogni cosa era rimasta al suo posto malgrado il tornado, niente s’era spostato nemmeno di un millimetro, e brillava di nuova luce.

Federica Giaccani

Comments are closed.