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Top Ten 2013 – Samuele Pica

1. Atoms for Peace – Amok

Data di Uscita: 25/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

C’è un pesce biondo, schizofrenico, che balla tra le onde conturbanti del Mozambico e sa mutare le sue pinne in ali, portandosi dall’estremo sud dell’Africa fino ai deserti occidentali di questo continente, dove si nutre delle onde sonore emesse dalle chitarre e ruba le antichissime storie dei griot.
Disperde la propria materia nel vento e si affida alle perturbazioni che lo portano in America. Ora non ha più una sostanza, non sa di cosa sia fatto, etereo ed eterno.
Vibra nell’aria di oscure cantine newyorkesi, vorticando amorosamente con la musica di nere chitarre elettriche. Si sposta nelle immense praterie, strisciando selvaggiamente nella folta pelliccia dei bisonti che si scaraventano verso la vita; corre senza sosta nelle infinite distese di mais, seducendo folli ragazze dagli occhi azzurri che spargono la loro esistenza nel mondo. Arriva nell’assolata costa occidentale per poter portare la sua non-materia su una materia che gli consentirà di infilarsi tra le fragili fibre del tessuto della storia.

Dal mio cervello parte l’impulso nervoso, dalle mie dita di carne nervi sangue ed ossa il movimento, dal movimento delle mie dita prende vita la macchina. Dal mio cervello elettrico partono le macchine, il creato elettrico. S’incrocia l’umano con la sua tecnica fino a confondersi; il braccio di uomo afferra il fianco di donna, il campione viene afferrato da una bizzarra linea melodica. Onde tra onde, urti, spinte, forze.

Da un’indescrivibile acqua sonora guizza un pesce giallo, sempre più pazzo, fa esplodere bombe letali e poi si pente, dona gli atomi alla pace. Dalle sale losangeline si tuffa direttamente nel Pacifico, con un salto folle, disperato, pieno di coraggio e libido, teso verso la gioia, verso il senso.
Nuota per centinaia di chilometri, lungo le coste del Messico; attraversa il canale di Panama e si riapre all’Atlantico. Percorre le coste assolate toccando nudi corpi bruni, dimentica il nord e la fredda sostanza del silicio, e tra i tetti di lamiera rotola fino alle pelli tese dei tamburi che lo scagliano in alto, di spiaggia in spiaggia, dove alterna fuochi e feste a miseria e disperazione.
La sua è una continua mutazione, pesce petalo uccello onda uomo, cambia la sua forma ingenuamente e si muove quasi a spasmi, con scatti, contorsioni, passi leggeri, nella naturale artificialità della danza, muta il suo stupore elettronico in concretezza umana, scivolando dagli anonimi tasti di un computer fino alle braccia di cinque uomini moderni in tutto, ma non dissimili dai rapsodi o dalla prima persona che ha raccontato una storia.

C’è solo una secolare ubriachezza che ci può salvare da questo martirio naturale eppure così folle e insensato, è un’ebbrezza violenta che, in una delle sue forme, ci fa impugnare un pugnale fatto di materia da percuotere, un pugnale che scagliamo contro il pesante corpo del tempo, perforandolo con onde sacre a cui diamo spesso il nome di Musica.

Marco Di Memmo

2. John Cohen – Deaf Arena

Data di Uscita: 28/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Immagino ogni giorno
La fine.
Il buio che entra nel corpo, le mani
Fredde di sangue raffermo.
Il canto lontano di un sogno,
la voce diventa melodia di rumori
in sottofondo.
Il respiro scandisce nell’aria il mio tempo
E la vista diventa sfocata.
Nessuno può sentirmi,
perché non so più gridare, soffoco.
Un altro respiro, un altro
Un brivido caldo mi avvolge le ossa,
una lacrima scorre lungo il viso.
Un ultimo sogno vorrei fare
Un ultimo sogno.
Ma sento un tonfo nel petto
E il sale del pianto sulle labbra socchiuse.

Che cosa vuoi che sia la morte?, diceva Andy a John, in un giorno di pioggia in cui anche la pioggia era stanca di cadere.
È meglio il niente, a vivere in fondo si muore, diceva Andy a John, mentre le gocce si arrampicavano al vetro della finestra, come tentassero di non scivolare via, per sempre.
Forse hai ragione, diceva alla fine John a Andy, come rassegnato, come la pioggia, a cadere, per sempre.
Alla fine, siamo tutti sordi, come un’onda che si infrange in mare aperto.

Samuele Pica

3. Moderat – II

Data di Uscita: 02/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sarei dovuto arrivare in piena estate, e suonare al tuo campanello con la speranza di non incontrare qualche tuo amico scendere per le scale di corsa e smuovere in me quelle sciocche gelosie da ragazzini; sarei poi entrato di slancio, lasciando cadere il borsone, e ti avrei stretto a me con la foga di chi ha aspettato tanto per poter avere ciò che desidera. Poi, come altre volte, saremmo andati ad affondare i piedi nella sabbia del lungofiume facendo attenzione a non inciampare negli arbusti selvatici cresciuti spontaneamente, fino ad arrivare al margine dove ci saremmo seduti, le gambe a ciondoloni nel vuoto, una birra in mano, incontri concerti e sventure e coincidenze mancate da raccontarci. Poi sarebbero giunte le notti, quelle che fai a fatica a discernere tra loro perché si uniscono l’un l’altra in un continuum spazio-temporale, a entrare e uscire dai clubs fumosi con l’elettronica avvolgente, in questa città in cui per nessuno sembra mai arrivare il momento giusto per andare a dormire. Ci saremmo svegliati all’ora di pranzo, col sole alto e il vociare allegro della gente dei caffè sotto le tue finestre; avrei cercato di scompigliare i tuoi capelli cortissimi approfittando del tuo daffare ai fornelli, omelette veloce e un bel piatto di verdure, o mi avresti portato a visitare una galleria d’arte aperta da poco, o a comprare i semi per le piante con cui avevi in mente da tanto di abbellire il terrazzino della cucina.

Ricordo ancora come avevi quasi supplicato che ti raggiungessi col caldo, usando ogni mezzo in tuo possesso per fare breccia nella pigrizia cronica di cui ho sempre sofferto; avevi dipinto immagini reali di lunghe camminate in strade nuove, e ore d’amore e di progetti da costruire assieme bevendo tè verde. Stavolta l’impresa era ardua più del solito, mi ero rabbuiato, orde di preoccupazioni e fobie rendevano insuperabili anche gli ostacoli più stupidi; avrei dovuto parlare sin da subito di attacchi di panico, la mia bocca tuttavia aveva un timore folle di pronunciare le cose con il loro vero nome, e la testa rifuggiva le oggettive definizioni. Cominciai ad accampare scuse strampalate, a cui tu giustamente non hai mai creduto. Lo si intuiva dalle tue risposte via via più rade e stanche, le argomentazioni andavano dissolvendosi e gli stimoli affievolivano davanti al mio muro privo di spiegazioni plausibili. E come darti torto, d’altronde? A un certo punto smettesti di scrivermi e chiamarmi, probabilmente al culmine dell’esasperazione, per salvare il tuo diritto a mantenere un equilibrio stabile, non messo a repentaglio dalle acrobazie su fili sghembi di chi stava combattendo con le proprie turbe interiori. D’altra parte mi ero impegnato eccome per tenerti lontana e cercare di dileguarmi dai tuoi giorni, dai tuoi occhi; malgrado ciò la tua assenza, improvvisa, non riuscivo ad accettarla, né a farci l’abitudine. Avevo smesso anche di rispondere al telefono, nella paura che di là dal cavo ci fossero obblighi da adempiere che mi avrebbero costretto a compiere azioni e a prendere delle decisioni. Quando mi coricavo il respiro mi si strozzava in gola, e nell’angoscia di non vedere un domani mi rialzavo a sedere; la notte in cui mi scostai le lenzuola di dosso e sgusciai dal letto, passai in rassegna col dito tutti i libri ritti e ordinati che tenevo negli scaffali, fino ad arrivare alle cornici che inquadravano foto indimenticabili dei momenti felici. Tolta quella da bambino, con la mia famiglia e la torta di compleanno, tu eri in tutte. Il tuo sorriso ancora riusciva a scuotermi, a illuminare un angolo recondito in me.

L’aereo atterrò che si era fatta mattina da poco, e l’aria era frizzante e velata della prima nebbiolina di settembre: com’erano distanti i giorni radiosi di occhiali scuri e notti danzanti! La città appariva diversa e inedita al mio sguardo timido, quasi vergognoso. Era la prima volta che la vedevo, la vivevo, così. Sapevo che te ne saresti andata prima dell’arrivo dell’autunno, una casa di moda di Buenos Aires aveva scelto i tuoi bozzetti per una nuova collezione di costumi da bagno; decisi ugualmente di fare un tentativo disperato e tu non c’eri più per davvero, un cartello “affittasi” aveva preso il posto della biancheria stesa in terrazzo, l’orto pensile te lo eri portato con te o lo avevi regalato a Corinna, come dicevi sempre.
Presi a girovagare come un cane randagio, inquieto; le cuffie le avevo lasciate in valigia e non mi servivano, da ogni finestra o negozio o caffè arrivava musica dolce e ammorbidita da battiti delicati immersi nella techno a me cara, nuova declinazione dell’elettronica che amavamo ascoltare insieme, inusuale ma familiare.
This is not what you wanted
Not what you had in mind

Quando non è più la stagione delle feste spensierate ma quella intimista delle scelte, dei conti con la coscienza, della cura dei legami e dei sentimenti, i rimpianti si moltiplicano e ti fanno maledire la tua paralisi, la mancata richiesta di aiuto che avrebbe potuto salvarti in tempo per non perdere il treno della vita. Scansavo coi piedi le prime foglie cadute in un autunno acerbo sui ritmi di dubstep e nostalgia, e mi sembrava quasi che tutta questa mancanza fosse una messa in scena, ché tu in realtà ti stessi nascondendo dietro una tenda o in auto dai vetri scuri per spiare le mie mosse e vedere cos’avrei fatto, se me la sarei cavata.
La notte mi arrischiai nei locali, avevo un’urgente necessità di ritmo e di rincorse sintetiche; scolai in un unico sorso il gin tonic appoggiato alla ringhiera del soppalco sospeso sulla pista da ballo, aveva lo stesso sapore di quando lo bevevo con te e questa cosa mi rincuorò ingenuamente.
Al mattino tornai alla tua porta e la musica si era fatta nuovamente meditativa e avvolgente, quasi romantica se vogliamo, il punto di arrivo era univoco, “I see the damage I’ve done”. Scrissi una breve lettera tanto impulsiva quanto sincera sull’incarto del pane del giorno prima, la lasciai cadere in quella che una volta era la tua buca delle lettere con la speranza che sarebbero state le tue mani a raccoglierla, chissà, un giorno. Alzai lo sguardo per l’ultima volta verso le finestre ora mute con ancora il ronzare dei synth nelle orecchie, e me ne andai.

Federica Giaccani

4. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

5. Bonobo – The North Borders

Data di Uscita: 01/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Heaven for the sinner

Ti è sempre piaciuto immergere le mani nell’acqua, fin da bambina. Non aveva importanza il colore… le tinte pervinca del lago Moraine aggraziate da polvere di quarzo e silicati, il filtro rosato del lago Retba con i suoi cumuli di sale. La trasparenza, la limpidezza, non significavano nulla.

L’acqua è onesta liquida… riflette con generosità la persona che risponde al tuo nome di battesimo, al nome che ti sei dato, ed al nome a cui rispondi quando nessuno ti chiama.

Mi hai detto queste parole stando seduta sulle punte, le braccia distese lungo le gambe con i polsi all’altezza delle ginocchia, la mano sinistra sopra la mano destra con le dita un po’ aperte per avere una finestra da cui guardare. Hai modellato la tua anima su quelle forme come la creta nella quale affondavano i tuoi piedi nudi in un’ansa del fiume Narmada, quando, dopo aver visto il sole tingere le nuvole dei colori dei tuoi desideri, hai scoperto che non c’è differenza tra cielo e terra.
Quando ho raccolto le mani a coppa ti sei messa a ridere dolcemente, come una madre che ammira gli sforzi di un bambino mentre legge un libro senza conoscere le parole.

Se ti metti le mani sugli occhi, come speri di poter vedere qualcosa?

Ho cominciato a divaricare le dita e le ho subito richiuse, spaventato per via dell’acqua che sfuggiva dalla mia presa. Mi hai messo una mano sul braccio e mi hai detto che quel fiume non si sarebbe mai essiccato, sarebbe stato sempre pieno e rigoglioso. Ti ho guardato intensamente, desiderando e sperando che tu avessi ragione. Ho immerso le mani come ti avevo visto fare, ma quando sono emerse dall’acqua i miei occhi hanno tremato di nuovo. Tu allora mi hai stretto il braccio più forte e mi hai avvolto con quelle parole regalate ad una persona che non ha nulla.

Siamo noi a scegliere quali parole devono essere scritte per ultime.

Vedevo… le gocce che cadevano secondo l’ordine da me scelto… la campana delle rivoluzioni fallite, sprovvista di un pendolo, ma il cui accento era risuonato per migliaia di anni nelle orecchie degli uomini sconfitti. Vidi le mie scelte passate e le loro conseguenze, ad un passo dal commettere gli stessi errori. L’ultima goccia cadde dalle mie mani e, increspando quel mantello languido, mi fece vedere tutto il resto. Il fiume si popolò di quelle persone che mi hanno sempre tenuto una mano sulle spalle. Formando un semicerchio, si strinsero attorno a me. Dal gruppo si staccò un amico che si è sempre rivolto a me con il palmo orientato verso l’alto. Nella sua mano c’era un biscotto che diffondeva una morbida fragranza di nocciole nell’aria. Mi sorrideva, invitandomi a mangiarlo. Morsi la superficie e, senza fermarmi, arrivai al cuore. Di un colore giallo ocra, profumava di zenzero e di un futuro scritto su un filo d’erba piegato dal vento.
Tutto cominciò a scomparire, i dubbi e le incomprensioni che dividono, come sciolte sotto una lente d’ingrandimento che era sempre esistita, in attesa che la luce spuntasse dalle nuvole.
Rimase solo la certezza che due persone possono stare in equilibrio sullo stesso principio, senza il timore di cadere.

Filippo Righetto

6. Moby – Innocents

Data di Uscita: 01/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We started like children
Lost in the building by the wall
Hope lost to fear
And nothing was clear when we lost it all

This is how, how we tried
This is where, where it died
This is how, how we cried
Like the dogs left outside. – “The Dogs”

Mi feci trasferire dall’altro lato della città, dall’altra parte del fiume.
Dove vivevo la gente non era esattamente lo stereotipo di quello che un quartiere medio definirebbe un “buon vicinato”. Camminando sulla strada che portava dal droghiere alla farmacia, i passanti erano soliti vaneggiare sullo stato primordiale della materia interstellare, passando qualche volta per l’elencazione dei difetti e delle atrocità che la tipica mentalità capitalistica portava con sé da quando il crollo del muro di Berlino era entrato nell’immaginario collettivo e nell’arte figurativa come il segno definitivo del passaggio alla libertà in senso strettamente tecnico.
Come se l’essere davvero liberi dipendesse dal crollo delle barriere fisiche. Come se lo stato della materia interstellare non assomigliasse per niente all’anima degli esseri umani. Ma, soprattutto, come se fosse davvero il fottuto capitalismo il motivo per cui le persone stessero perdendo di vista l’essenza ed il senso della vita.
Parlavano, parlavano, parlavano. Tanto e tanto animatamente che quasi perdevo la voglia di spingermi fino alla farmacia. Compravo le pillole direttamente dal droghiere, che oramai aveva preso il vizio di commerciarle sottobanco.
Era tutto molto strano: avevo speso la mia intera vita a percorrere la strada che, a piedi, portava dal droghiere alla farmacia. Avevo, per tutta la vita, creduto a quella gente; alle loro storie, alle loro più oscure paure, sino a farle mie, sino ad avere davvero paura. Mi ero persino convinto che ci fosse un serio nesso storico/scientifico/culturale tra l’esplosione di una supernova e il crollo di un mucchio di mattoni nella Germania di qualche secolo fa.

Nel quartiere dove mi sono fatto trasferire, la gente ha delle abitudini decisamente più convenzionali: al mattino si alza, porta il cane a pisciare, i figli a scuola; va al lavoro, guarda il frenetico dinamismo di una città in continua evoluzione attraverso le opache vetrate di un palazzo di trecentotredici piani, paga regolarmente le rate dell’automobile, quelle del televisore, quelle della mobilia, quelle dell’assicurazione, quelle del fondo pensionistico. Le vacanze estive le trascorre sulle spiagge artificiali degli attici dei palazzi, al trecentoquattordicesimo piano.
La vita, nei posti come questo, scorre via e si perde come lo sguardo dove manca un orizzonte, un appiglio per gli occhi, un punto di riferimento qualsiasi. Il tempo è regolato dall’incedere ritmato e costante del rumore che fanno i cocci dei sogni di ciascuno quando cadono infranti sull’asfalto nero delle superstrade e si accumulano sotto alle fondamenta dei grattaceli, sempre più alti, come se le nuvole fossero solo un’illusione perpetua.
Nei posti come questo, sulla strada che va dal droghiere alla farmacia, non incontri nessuno, nessuno ti rivolge la parola. Semplicemente perché nei posti come questo non esiste una drogheria e nemmeno una farmacia: esiste l’ipermercato. C’è tutto lì, e per raggiungerlo c’è la sopraelevata.

All this time
In a moment’s time
To turn away
Leave it all behind

So we climb
So we all uphold the line
The crowd is home
The treasure found

So let it go
Wake up, wake up, wake up
We’re almost home. – “Almost Home”

Mi sono fatto ritrasferire dall’altro lato della città, dalla parte sbagliata del fiume.
Non chiedetemi perché. Non è certo perché mi piaccia la gente di qui, o quella maledetta strada che dal droghiere va fino alla farmacia. Ma nelle loro parole sento che c’è qualcosa di rassicurante, qualcosa che mi fa sentire a casa.
Il rumore dei miei pensieri, mischiato al gran vociare, alle urla teatrali, alle risa, allo sbuffo di vecchi motori a scoppio, ai suoni che si riversano in strada dalle botteghe, si fonde in un impasto denso si sensazioni che regolarizzano biologicamente il battito del mio cuore.
Ogni giorno, a piedi, mentre cammino su quella strada che taglia il quartiere a metà come una melagrana, incontro gli stessi cani randagi di sempre. Entro dal droghiere; esco. Ci penso sempre almeno per una trentina di secondi se affrontare il lungo viaggio fino alla farmacia. Poi decido, puntualmente, di non avventurarmi. La città, piano, sta arrivando fino là, fino dalla parte sbagliata del fiume.
E poi, tutto sommato, le pillole di cui ho bisogno le vende anche il droghiere sottobanco.

Samuele Pica

7. The Field – Cupid’s Head

Data di Uscita: 30/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

No. No…
Il mio cuore batte talmente forte nel petto che non riesco ad udire altro se non il suo pulsare frenetico. Il sangue mi sfreccia nelle vene e mi incendia il volto, le mani sono gelate, una nell’altra. Sono zuppa di sudore, il mio odore acre mi riporta ai momenti di agitazione febbrile della mia vita: i compiti in classe di matematica, il primo bacio, il primo furto di automobile, la prima volta che…

BIGLIETTI PREGO!

Forzo un sorriso defilato, cercando di sembrare calma. Infilo la mano nella borsa mantenendo un occhio fisso sul capotreno, estraggo d’improvviso il ferro da una taschina laterale e BAM! Un colpo a bruciapelo sul malcapitato. Mi alzo di scatto mentre il corpo di lui cade a terra urtando il sedile di fianco. Il colpo di pistola ha generato un frastuono incredibile, mi meraviglio che nessun passeggero l’abbia sentito. Mi volto a destra, poi a sinistra, il compartimento è vuoto. Corro verso il freno di emergenza e lo premo con decisione, strappando via la fragile stagnatura. Mentre il treno è ancora in frenata esplodo un altro colpo per rompere il vetro che sarà la mia via di fuga. Salto giù col treno non ancora completamente fermo e mi infilo tra le sterpaglie di questa anonima provincia. Tengo ben saldo il baule che è la mia salvezza, il sogno di una intera vita, un autentico miracolo! Corro, corro e corro senza voltarmi mai indietro badando solo a non allentare la presa del bagaglio. Di colpo inciampo e…

No. No… mi sono addormentata! Col sangue gelato nelle vene mi volto di scatto per controllare se il baule è ancora al suo posto… Eccolo! Meno male. Faccio mente locale respirando a grandi boccate. Il mio cuore batte e batte, mentre fuori scorre un paesaggio nero. La porta in fondo al vagone si apre di scatto ed ecco avvicinarsi il controllore… Se mi chiede il biglietto è finita!

Maurizio Narciso

8. Kanye West – Yeezus

Data di Uscita: 18/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Una villa enorme, design unico e vetro dappertutto per riflettere il sole e il mare. L’atrio d’ingresso introduce in un paradiso terrestre ed alieno condito da comfort di ogni genere, spazi macchina infiniti, piscina olimpionica a forma di vagina, ascensori rapidissimi, soffitti altissimi, cinque piani, pavimenti in legno, finestre a iosa. Open space. Il lusso era tutto suo, i soldi per la manutenzione non erano un problema per lui che ormai aveva sfondato senza alcun ritegno nel mercato globale. Comprata l’abitazione da un ricco magnate della zona l’aveva ricostruita a sua immagine e somiglianza. L’ego smisurato non lasciava nessuno spazio, ambizione e trasformismo erano gli ingredienti vincenti della scalata all’olimpo degli immortali. Divenire d’ispirazione per il mondo intero combattendo la banalità e la mediocrità era l’obiettivo, l’ordinario e il rancoroso andavano demonizzati nel suo circolo incantato ma così reale. Yeezus aveva deciso di sparare immagini caustiche sui palazzi di sessantasei città sparse nel mondo, era l’ultima provocazione che gli era venuta in mente. Doveva parlarne con il proprio tecnico video, stasera era in programma una cena a lume di candela per decidere il da farsi. Il tecnico chiamato per le proiezioni era Charlotte, una bellissima ragazza francese conosciuta durante un viaggio tra le vigne della Borgogna. I suoi fluenti capelli castani, i piccoli seni, il fondoschiena perfetto e la pelle sempre profumata gli avevano fatto perdere la testa; neppure lui capiva se la trovata delle proiezioni era reale o solo un modo per poter cenare da solo con lei.
Farneticante e misterioso se ne era rimasto chiuso nella sua casa per due mesi facendosi portare viveri e lussi dai vari assistenti. Un senso di sfida continua lo portava a spiazzare l’interlocutore completamente, era solito rimarcare di continuo il suo dominio assoluto con un linguaggio colto ed oscuro. Spacconate terrificanti erano all’ordine del giorno, lo stile unico e naturalmente diretto al gaudio dorato. Il talento indiscutibile debordava dappertutto lasciando di sasso chiunque, cambi in diverse direzioni da far venire mal di testa.
L’autoreferenzialità si faceva oscurità vorticosa, ai limiti massimi. Razzismo, amori torbidi, nessuna pubblicità o promozione al proprio talento. Metafora del potersi permettere ogni cosa, il distacco per sublimare la superiorità. La divinità è una qualche entità superiore straordinariamente dotata, si colloca altrove in una tensione sacra al congiungimento con esso. La fede diviene centrale e voleva instillare in tutti i suoi seguaci questo sentimento così da farsi seguire ed adorare.
Davanti allo specchio con il rasoio per rifinire perfettamente la barba. Bermuda beige, camicia bianca con motivi floreali alternati a piante rampicanti piccolissime, giacca stretta marrone e papillon di classe. Il profumo e gli occhiali da vista con montatura dorata non potevano decisamente mancare per l’appuntamento con Charlotte.
La ragazza arrivò puntualissima alle 20, lui si fece attendere ed il maggiordomo portò Charlotte nell’immensa sala da pranzo addobbata a festa. Si sedette sulla propria sedia fissando il soffitto immaginando mille proiezioni colorate, aveva un abito lungo rifinito con graziosi brillanti, una scollatura generosa e i capelli sciolti a ricadere sulle spalle.
L’arrivo di Yeezus, annunciato da una intro eccessiva e compulsiva intervallata da un coro di bambini, fu planetario. Pesce pregiato innaffiato da un vino bianco micidiale e fruttato, questa era la cena proposta a casa Yeezus; i discorsi della serata toccarono solamente di striscio le proiezioni e lui doveva lottare per non morire negli occhi così brillanti di lei. Mangiarono con calma e il vino arrivò in quantità industriali, lui si lasciò naturalmente andare a monologhi ricolmi di arroganza e auto proclamazione. L’unità di misura era ormai persa e le dita delle mani si sfiorarono nel tentativo di versare altro vino, il resto fu amore esagitato e dolce nello stesso tempo. I bellissimi abiti furono completamente strappati e i brandelli finirono sul tavolo, lo fecero in tutte le posizioni possibili prima nella sala da pranzo e poi nell’immensa camera da letto. Lo stravolgimento fu accompagnato da una colonna sonora che senza ritegno alcuno mescolava rap, industrial, glitch, distorsione, dancehall e beat ruvidissimi con un pizzico soul finale a riportare indietro nel tempo. Il battito cardiaco totalmente violentato da un’ascesa micidiale ed ipnotica, complessa da metabolizzare e prima di tutto da vivere.
Si risvegliarono presto per dirigersi nella piscina a forma di vagina dove fecero ancora all’amore fino allo sfinimento ricordando i ritmi della notte appena passata. Imprevedibili, emozionanti e opachi. Giunse alla conclusione che le proiezioni erano uno scusa, anche l’amore e il sesso in questo caso lo erano.
La conclusione era una nuova affermazione di totale e meritato dominio su tutti i fronti.

Alessandro Ferri

9. Albedo – Lezioni di Anatomia

D.d.U. 02/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi sveglio nel cuore della notte, alla testa del letto nascosto da libri e cianfrusaglie l’interruttore della lampada a braccio sul comò. So come raggiungere gli occhiali, il bagno, il frigo. Quanto basta per riprendere serenamente a dormire o inutilmente ripetere per l’ennesima notte insonne la ritualistica del “riprendi sonno ti prego”. Organo fascista quello cerebro, ho le gambe a pezzi, le braccia stanche, gli occhi bruciano al punto che con piacere, potendo, li immergerei in un bicchiere d’acqua ghiacciata. Le dita, anch’esse, tremano spasmodiche a fronte degli stress lavorativi. Ma niente, lui di spegnersi non ne vuole sapere, dammi pace, ti prego. Ma nulla, temo il giorno in cui stanchi delle angherie impunite di quell’ammasso nodoso di fallimenti memorizzati e prossimi, decideranno di fuggire. Già lo vedo, ognuno per la sua strada. Un pezzo alla volta, le dita, arricciate come armadilli rotoleranno via favorite chi dal vento chi dal terreno inclinato, per direzioni divergenti, stanche d’una vita intera passata a pochi centimetri l’una dall’altra. Il cuore, a sobbalzi precisi e singhiozzi d’extrasistole salterà via dalla sua gabbia, e cercherà una ad una le metà che ho meticolosamente evitato per prendere i due di picche che gli ho risparmiato, si spezzerà ogni volta e non sarà mai più felice di così. Sarà felicissimo così. Il fegato e lo stomaco saranno i più lieti di andarsene e alla faccia delle abitudini discutibili del capo sceglieranno uno stile di vita sano, elastici e allenati come muscoli si daranno al jogging, già lo so. La schiena, per lei sarà dura, drizzarsi dopo anni, si impegni. Dimostrategli carattere, profondità e capacità che in lui sono manchevoli.

Alfonso Errico

10. Four Tet – Beautiful Rewind

Data di Uscita: 03/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Secret Threes

‎”Chi credi che ci sia là?”

Tutto iniziò con questa domanda, che mi fece un ignaro cliente trovandomi con lo sguardo fisso verso il grande oblò di una delle lavatrici a gettoni.

Mi fece trasalire e solo così riuscii a distogliere per un attimo lo sguardo dalla centrifuga per rispondere semplicemente: “È come se fossi immerso in un sogno bellissimo e allo stesso tempo in un terribile incubo”.

Non ricordo nemmeno di aver detto quella frase, dei tipi continuano a ripeterla indicandomi col dito, ridono e mi chiamano l’uomo dei sogni nella lavatrice.
Non mi importa di loro per me conta solo la musica che riesco ad udire mentre il risciacquo veloce fa orbitare i miei panni in circolo; ecco, è quello il momento in cui sento quei ritmi ipnotici, sui quali di tanto in tanto fa capolino una melodia dolce o una voce angelica e poco altro.

Nei momenti di maggiore concentrazione riesco addirittura a vedere delle immagini evanescenti, come macchie di benzina sull’asfalto bagnato, che irrompono l’intero spettro visivo, pulsando a ritmo di musica. Solo l’oblò non ne è invaso, lì c’è un bosco misterioso, nel quale mi addentro a grande velocità, come risucchiato.
E’ una corsa infinita verso il cuore della selva alberata, che non raggiungo mai, d’improvviso la visione si blocca e la musica si interrompe insieme al meccanismo di rotazione di quella macchina.

Tutte i pomeriggi sono li, con le tasche piene di monete ed una busta di plastica con dentro giusto un pantalone, una camicia, dei giorni solo con un paio di calzini. L’uomo dei sogni nella lavatrice che estasiato da una musica elettronica ripetitiva cerca di arrivare al cuore delle proprie visioni.

Non faccio uso di droghe, né ho mai creduto nel sovrannaturale, sono sano come un pesce e so cosa state pensando, non soffro di attacchi epilettici o cose così. Una volta ho invitato un mio amico a guardare lì dentro e ad ascoltare la melodia ma non è voluto venire, convinto che volessi giocargli qualche scherzo infantile.

Oggi ho deciso di acquistare quella macchina prodigiosa, sono disposto a pagare quella lavatrice tutti i soldi che mi chiederà il proprietario della lavanderia; è il primo mercoledì del mese e lui come di consueto farà visita al gestore che cambia le banconote in monete.
Lo aspetto smanioso sotto i neon dell’insegna “BEAUTIFUL REWIND”, che nome per una lavanderia. Non resisto alla tentazione e decido di lavare la felpa che ho indosso. Entro e mi siedo al solito posto, carico il carrello e inserisco la moneta.
Attendo qualche minuto, mi concentro ed ecco che il carrello accelera, la melodia comincia a farsi strada nella mia testa, comincio ad intravedere i colori, il bosco, adesso si accelera all’interno della visione…

Nero! Per un attimo non ho visto più nulla come se fosse saltata la corrente per una frazione di tempo quasi impercettibile… sono dall’altra parte del vetro a girare vertiginosamente, fuori intravedo la stanza bianca con le panche, le seggiole e le altre lavatrici in lontananza, una immagine sfocata e una sensazione generale di stordimento…
Riesco ad udire urla lontane e distorte di una ragazza che piange terrorizzata ed indica la postazione dov’ero seduto, si mette le mani nei capelli, piange e piange; dice che l’uomo dei sogni nella lavatrice è scomparso all’improvviso, come volatilizzato.
Cerco di parlarle ma non ci riesco, vorrei rassicurarla, sono qui ad un passo da lei, dietro l’oblò, le parole non vengono fuori, nella mia testa rimbomba solo una frase: “Nell’oscurità di un futuro passato il mago desidera vedere. Non esiste che un’opportunità tra questo mondo e l’altro. Fuoco, cammina con me”.

Maurizio Narciso

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