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Top Ten 2013- Filippo Redaelli

1. Daughter – If You Leave

Data di Uscita: 18/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Elena ha gli occhi secchi ma di un turchese che può gareggiare con il cielo. L’atmosfera trattiene il respiro, sta, immobile. Come in attesa di qualcosa, come alla vigilia di un temporale. Elena è uscita di corsa da casa di Neil, dopo l’ennesima incomprensione, con la pioggia a bagnarle i capelli appiccicati sulla fronte, come a fare da riparo alla luce cristallo del suo sguardo. Corre e cammina con passi irregolari, senza meta, cerca di asciugarsi una lacrima densa di mascara e si morde un’unghia nell’attimo successivo. Neil è seduto su una poltrona del soggiorno, la bottiglia di whiskey appena aperta ai suoi piedi, i capelli spettinati, lo sguardo vuoto. Il sospetto è che nessuno dei due abbia voluto questo epilogo, senza un ultimo bacio disperato, dopo una giornata di carezze, con un silenzio di troppo prima del fulmine a ciel sereno, quella decisione presa dal fato e da entrambi, dalla mente e dall’istinto, dalla mancanza di sentimenti di due cuori non più di velluto ormai abituati ad eludere le emozioni. Stanno, Elena e Neil, lei con la sua corsa sotto la pioggia, lui con il suo guardare senza sosta il muro bianco davanti a lui, stanno e non sanno di esser stati capaci di lasciarsi per chissà quanto tempo, di alimentare rimpianti, bruciature, notti insonni. Stanno e non pensano a niente, sotto un cielo bianco, di plastica, mentre ritorna l’inverno. Elena passerà l’estate successiva ad invidiare coetanee ancora capaci di farsi del male, di avere degli artigli da spolverare, a guardarsi allo specchio e vedere una sagoma inerme. Cercherà di ritornare alla normalità passando attraverso la sua voce di seta. Sussurrando soffici melodie su un nastro usurato dagli anni e dagli usi, riascoltando il suono di alcune parole nelle notti di neve, con il silenzio tutt’intorno. Non sa ancora di questa sua eccezionalità nel momento in cui smette di correre e decide di scavalcare un cancello di un campo sportivo, mettendo a rischio la tenuta dei suoi jeans strettissimi e della sua giacca di pelle. Mentre con un movimento involontario del polso evita che un braccialetto si incastri in una delle punte del cancello, Neil a stretto contatto con le sue pareti non riesce, come sempre, a pensare a qualche cosa. Lentamente va schiarendosi il cielo, tra circa un’ora l’alba ritornerà sulla città. Elena rimane immobile ad ascoltare il suo respiro e la freschezza del vento, in piedi sul trampolino di una piscina. Il ciuffo di capelli le copre ora completamente la vista, ora le lascia solo un occhio scoperto. Prima che nasca un nuovo giorno la sua mente e le sue pupille si confondono con l’acqua, guardano i suoi piccoli spostamenti, cercano conforto. Le onde leggere sono il ricordo degli abbracci di Neil, del primo istante in cui si era sentita più viva, ma anche desiderio di risvegliarsi invisibile e vagare per il mondo senza poter essere urtata da niente. Essere come le foglie sugli alberi e stare in equilibrio a ricevere luce o dissolvere i sentimenti galleggiando nell’acqua, guardando le stelle cadere. L’alba sta per arrivare. Elena scuote il suo braccio sinistro e si accarezza con le dita ghiacciate un fiore tatuato appena sotto al collo, adagiato su più vertebre. La sua pelle è di porcellana, sanguina, ma nonostante più cadute non andrà mai in frantumi.

Filippo Redaelli

2. The National – Trouble Will Find Me

Data di Uscita: 21/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Eleganza, superiorità, classe, consapevolezza. Anche in un giardino di una villa nobiliare, accanto e più lontani dalle finestre di New York. Anche con un lento per l’orchestra imperiale e non solo per il tuo giradischi in legno perfettamente levigato, in posizione impeccabile nella geometria del salone, con la comodità di un tappeto e lo skyline ad abbracciare lo sguardo e le piante dall’altro angolo della stanza. Anche in solitudine e non solo cercando di scrivere romanzi per interpretare il cuore dei tempi. Anche è l’incessante ricerca di equilibrio, normalità e frasi che si spostano da un orizzonte all’altro, incantesimo contro le ansie e valzer per scacciare via le insicurezze di troppo, minimi ma necessari spostamenti di gradazione sulla scala cromatica. Sapersi liberare dal peso delle parole che non si vuole più sentire e riscrivere una storia a proprio uso e consumo. I’m not alone. I’ll never be. Una prospettiva più domestica a far capolino tra le ragnatele ormai dimenticate e le ossa spezzate e ritrovate a nuovo, il viso rasato, il completo stirato meglio, la stessa classe dei momenti migliori, il solito bicchiere di vino, nuove pareti e il talento sempre quello infallibile degli ultimi anni. Put the flowers you found in a vase. Grace. Con l’aiuto di più voci amiche, lanterne nella burrasca anche per te che facevi finta di non riconoscere più una possibilità di salvezza. Everything I love is on the table. Everything I love is out to sea. Mettiti gli occhiali da sole che hai appena comprato e scattiamoci pure fotografie in riva al mare. Torniamo in studio a registrare con le chitarre di sempre e le poesie non imparate a memoria e lasciate invecchiare nelle migliori cantine d’America. Innamorarsi per la prima volta degli specchi, accontentarsi di un muro bianco, perché nel bianco ci sono le infinite metamorfosi della luce. Lui dice che tutti i dischi che resteranno tra cent’anni avranno un’impronta e che l’hanno inventata loro. Che nessuno ha saputo in questo modo dei nostri tempi, direttamente dal loro cuore. I suoi Wayfarer possono ricordargli anche qualcuno. Per altri sono diminuite le vendite di antidepressivi e aumentate quelle di biglietti di concerti. Nessuno di loro rimane in seconda fila. Come sei riuscito ancora una volta a lasciar stare il tuo sistema nervoso per trovare armonia? Joe è rimasto tra i muri di Harvard e non si ricorda più se ha imparato qualcosa. Vuole che venga pubblicata un’autobiografia per tutto quello che non è ancora riuscito a scrivere o a insegnare. Sharon ha scritto un disco che verrà ricordato tra i più significativi del novecento e degli anni dieci del secolo XXI nelle antologie di musica rock per la scuola che non sappiamo se verranno mai scritte. Il bianco e nero tornato e rimasto di moda. Tu che riesci sempre più avanti di noi, insegnaci a sentirci noi stessi all’ennesima potenza. Riesci anche a parlare di Los Angeles senza snaturarti un secondo. Ritroverai un’alba dentro di te prima della rinascita del giorno su Dallas. Il sole che non ci fa vedere per la troppa luce mi ricorda i capelli biondissimi di Annie e il suo rossetto rosso lampone e la sua pelle di cristallo. La sedia posta come trono nel grattacielo più importante della città è condivisa con voci femminili, e da tempo. Ballavo, come ho imparato a fare, per lasciare da parte la paura. Tu sedevi su una sedia sorseggiando Pink Rabbits e sentivo bracciali tintinnare contro il calice di vetro. I’m so surprise you want to dance with me now, I was just getting used to living life without you around. You didn’t see me I was falling apart, I was a television version of a person with a broken heart. Giochiamo a rincorrerci, sapendoci inseparabili, sul tetto del mondo e nel dominio dei secoli passati alle nostre spalle, come su una collina verdissima recintata da boschi, al di qua del nostro palcoscenico montato ad un piano della villa di cui non conosciamo più le coordinate. Anche se non ci saliremo scriveremo lo stessa la nostra storia migliore.

Filippo Redaelli

3. Torres – Torres

Data di Uscita: 22/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura


Il libro poggiava sul tavolo con la costa rivolta verso l’alto e le pagine a contatto diretto con la superficie fredda su cui facevamo colazione assieme quasi tutte le mattine. Lo sollevai, era il diario di Jim Carroll che le avevo prestato. A pagina 58 aveva sottolineato a matita uno stralcio di dialogo: “Non sarebbe bello se fossimo noi a passare attraverso la luce e non viceversa?”; ricordavo bene quelle pagine, quel dialogo fra Carroll e Andrea Feldman. Il suo suicidio, la volubile consapevolezza con cui aveva radunato spettatori per quel suo ultimo, macabro spettacolo: tutto in quella storia ci aveva per qualche motivo impressionate.
Assieme, Sylvia e io, avevamo cercato notizie più approfondite sul web e c’eravamo imbattute in alcune foto della Feldman, lineamenti non proprio delicati ma bellissimi. Non avevo potuto fare a meno di prendere in giro Sylvia per quel suo broncio perenne così simile a quello dell’attrice. Aveva sorriso, non lo faceva spesso. Era un caso di meteoropatia inversa, era davvero contenta solo quando pioveva. E anche a me piaceva molto.
Ci sedevamo sul tappeto davanti alle vetrate della sala da pranzo con una tazza di tisana calda e guardavamo il cielo squarciato da quei tagli di luce rapidissimi ma accecanti e terribili. Puntualmente nella casa calava un religioso silenzio che ci trasportava dritte alle viscere della nostra esistenza, giù fino alle convinzioni e alle paure più ataviche e radicate. Adrenalina seguita infine dalla pace nel momento in cui spalancavamo tutte le finestre assaporando l’odore della pioggia.
La sua assenza, ora, è simile a quelle crepe che corrono in cielo nelle sere estive fino a pugnalare la terra. Mi scuote dalle interiora, mi sconvolge e, al tempo stesso, non mi stupisce.

“Non sarebbe bello se fossimo noi a passare attraverso la luce e non viceversa?”: ho sfiorato con il dito il tratto a matita e ho preso a leggere ad alta voce l’intera pagina, poi il capitolo, poi tutto il libro. Non avevo mai sentito rimbombare così la mia voce nella casa: mi sembra che la mancanza di una persona possa spogliare un ambiente di ogni arredamento possibile; mi sembra che le mie corde vocali abbiano sentito il bisogno di farsi più gravi per giungere anche al suo orecchio.
Ha lasciato una musicasetta nello stereo, ferma sulla seconda traccia di un disco triste, angoscioso. Premo play e, nello stesso istante, la pioggia comincia a cadere al di là della vetrata. I tuoni si fondono perfettamente con la canzone. Mi siedo sul tappeto, guardo il temporale: stranamente mi sento sollevata.

Annachiara Casimo

4. Laura Marling – Once I Was an Eagle

Data di Uscita: 27/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sono riuscita a dare un nuovo significato alla parola passato. Ho vissuto, ho cercato me stessa lontano, sostituendo i miei primi sbagli con nuovi errori, regalando nuove particolari gioie ai precedenti istanti di serenità. Ho scoperto che il dolore ce lo portiamo dentro, se in alcuni giorni non riusciamo ad alzarci dal letto. Che a volte l’unica saggezza è il riderci sopra. Sto cercando di trovare un significato alla parola amore. Non sono ancora riuscita a capirlo, non sono ancora riuscita a capirmi fino in fondo. È molto romantico riguardarsi e pensare di sentirsi a proprio agio camminando verso l’orizzonte sentendosi eroi di un mondo sconosciuto. La notte, prima di tentare l’accesso al mondo del sogno, alcune convinzioni spariscono. Anche se adesso sono sdraiata lontano da te. Anche se sono riuscita a raggiungere traguardi che pensavo non fossero alla mia portata. Ritorna cuore, trafitto da tre spade, continua a tendere verso dimensioni lontane … Non ho più smesso di abitare una casa nelle vicinanze di una spiaggia. Non ho mai smesso di cercare la bontà nelle persone. Incespicando ci riesco, tutto sommato. Ho imparato ad alzarmi presto al mattino e decidere in pochissimo tempo come sistemare i capelli per sentirmi a mio agio e sto cercando di conoscere le mutazioni che mi sorprendono nel mio carattere nel momento di portare avanti una relazione con un altro essere umano. Quando mi sento come il miglior cavallo da caccia della foresta o come il sovrano di una valle sconfinata riesco a scansare il dolore soltanto socchiudendo gli occhi, e niente mi tocca più sotto la pelle. Un giorno ho scritto che non sarei più stata vittima in una storia d’amore. Ci sono esperienze che involontariamente plasmano il tuo modo di ragionare. Ci vuole del tempo per sentirsi forti anche nella nudità, se questo costa mostrare delle cicatrici. Canto per farti capire che sarei la prima a stringerti le mani se tu capissi la mia necessità di vivere dimenticando il dolore. Probabilmente ci siamo solamente conosciuti in un tempo sbagliato. Nei giorni di festa ritorno ogni volta in riva al mare per ricordarmi del giorno in cui incontrai Undine. Mi ricordò di come mantenere l’animo chiaro, scherzammo, riuscimmo in uno sguardo a rivedere in modo naif il mondo. Poi la sua mano fredda mi accarezzò sulla guancia, mi baciò e poi scomparve, scomparve perché era uno spirito marino e la sua casa è l’ Oceano. Tu per quanto tempo sei stato felice e dove e come ti è capitato di esserlo? Non so a cosa stai pensando ma se ti interessa saperlo ieri notte mi sono addormentata pensando a due cose: a una ragazza che mi piacerebbe aiutare e a una persona che può essere in grado di tenere in mano il mio cuore. Canto sempre anche per chi non conosco, per chi si riconosce nei miei dubbi, per chi anche solo per una notte non ha avuto paura di crescere insieme a me.
Se chiudo gli occhi mi vedo ancora sospirare con un sigaretta a spegnersi tra le dita di una mano e un bicchiere con del vino nell’altra. Quando eravamo innamorati … Lo siamo mai stati? Sto scrivendo una canzone che mi sta aiutando ad andare avanti, per arrivare a cantarci sopra parole di un’altra epoca e non soffrirci più. Non sono io, ti stai sbagliando. Così rivedo quella scena nella mente, il colore opaco delle pareti del locale, la mia giaccia di pelle appoggiata sulla sedia. To gather flowers constantly … Rivedo la facciata di alcune case e vorrei riappropriarmi del sapore di giorni che ricordo felici, con meno pensieri. L’altro giorno sono uscita di casa dimenticandomi un disco a basso volume nello stereo, stava parlando dell’impossibilità di raggiungere la perfezione. Per corteggiarla, ora per te mi ritrovo tra le mani un lavoro di più di un’ora, come se fosse un film o un romanzo, senza troppe interruzioni. Ci vogliono rigore e dedizione per poter parlare di bellezza, bisogna proteggere il significato delle parole. Mi rattristo per chi senza accorgersene calpesta la bellezza credendo di conoscerne il regno. Take me somewhere I can grow. Give me something let me go. Tell me something I don’t know. Come poteva bastare a quel tempo? Una mattina sono scesa molto presto in cucina e ho guardato fuori verso il giardino. Ho letto il titolo della news principale sulla copertina del giornale del giorno prima, diceva You’re not sad, You look for the blues. Non riuscivo più a capire a chi fosse riferito. Ho incrociato il mio sguardo con quello di una ragazzina quella stessa sera, non so a chi cercasse di piacere a tutti i costi. Era invidiosa dei miei capelli chiari, un amaro dopo del mio portamento. Ripresi a camminare, dopo essere uscita annoiata dal locale. Sulla strada di un sentiero non asfaltato la strada da percorrere sembrava ad ogni passo ingigantirsi a dismisura, la sciarpa cadde a terra due volte, poi il vento cessò all’improvviso e mi ritrovai a leggere poesie cercando di non pensare a luoghi ormai abbandonati. Sei nella terra che ora hai imparato a chiamare con il tuo nome. Ricordi d’infanzia irrompono tra le ombre nel mio cuore. Devi continuare a seguire la tua verità, mi dico, senza lasciarti fermare dagli sbagli della memoria. Ora non ci sarà più rimpianto, ora il silenzio della serenità parlerà per il nostro amore. Love be brave. Thank you naivety for failing me again, dovremmo scrivere entrambi su un pezzetto di carta. È un viaggio tra pensieri in bianco e nero e tentativi di rinascita, equilibri da ritrovare. È aprire un diario e scriverci sopra tutto il possibile per lasciare la mente vuota, una camminata illuminata leggermente dal sole per imparare ad apprezzare anche minimi dettagli. Anzi, come lasciare che l’alba possa portarsi via le cicatrici per sempre. Tu sei il mio prossimo verso. I save these words for you.

Filippo Redaelli

5. Volcano Choir – Repave

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Repave

Tu credi di conservarti nella tua non scelta, nella tua bellezza che sorge da una mancanza di necessità, dalla linearità di una decisione leggera. Con la schiena al riparo dalla marea, una schiena appoggiata ad una roccia ben levigata, lo sguardo può sporgersi oltre l’orizzonte. Si scoprirà miope, all’istante. Non ne capirà subito il motivo. La mente cercherà di farlo ragionare nel modo sbagliato portandolo a ritroso tra vecchie istantanee dei tempi buoni, quelli in cui i gesti funzionavano ancora, senza sapere che si trattava solo di una gestualità incosciente, spontanea, come le ginocchia sbucciate del fanciullo. Siamo creature imperfette, non possiamo farci niente, dobbiamo imparare ad essere grandi anche nella resa. E riscoprire uno sguardo diverso, un nuovo orizzonte, la capacità di costruire, una volta dopo l’altra, senza partire sempre da zero. Lascia che io impari ancora un poco. Non è una lezione, sarà la tua una fuga, una fuga che accompagnerà il tentativo della salita in cattedra. Una radio in lontananza legge poesie datate e ci riabitua alla scoperta della parola, del suo modo di farci migliorare. Guarda. I movimenti del mare a volte sembrano allinearsi perfettamente con i tuoi pensieri. Non voglio più scrivere canzoni su di te. Su quello che manca alla nostra relazione. Su quello che potremmo dirci una volta sistemate più cose. Ti prego, ritorna è un insieme di parole sbagliate. Bisognerebbe dire semplicemente, splendidamente: ritorniamo. Questa è la storia di come ricostruire non partendo da uno zero. Perché nell’atto della nascita già ci avviciniamo ad essere più di un insieme vuoto. Siamo già una storia. Potrai riguardare fotografie, video, disegni, proiezioni irreali. Non basteranno. Però davvero, non riportarmi sulla strada che non voglio percorrere ora. Non voglio scrivere solo per me. È per questo che al centro di questo tentativo di ricostruzione c’è una spiaggia, ora ti spiegherò anche perché il mare. Voglio vederti camminare e voltarti nella mia direzione, questo sì che me lo concedo. Stiamo parlando dell’amore più vero. Non sono discorsi inventati per superare la noia o per mancanza di passatempi migliori. E ci ostiniamo a capirci ancora poco di questa storia che non decidiamo di vivere fino in fondo. Lo vedi, ho imparato ad usare anche i plurali. Tu ricomincerai a parlarmi di musica, io ti insegnerò anche a ricostruire. Non è poi così difficile. Basta guardare il mare. Ecco, così. Lo vedi come ogni volta promette un addio romantico alla costa e poi ritorna su sentieri battuti solo per regalarle un altro bacio? Un bacio che si aggiunge ad altri già assaporati e ridefiniti dal tempo. È un dolce cullarsi. Sapersi gestire. Imparare ad amare la ricostruzione. Perché è qui che stiamo parlando per davvero e senza ornamenti di amore …

We’re talking real love
I want to read up on that love
Damn, can’t believe you left me on the land, to be seen, to be scribed
Tell you now that you:
Rely, rely, rely, rely, behave, behave, behave, behave
Spend all of that time not wanting to
Rely, rely, rely, rely, behave, behave, behave, behave
Decide, decide, decide, decide, repave, repave, repave, repave
Inside, inside, inside, inside, the lade, the lade, the lade, the lade …

Filippo Redaelli

6. Basia Bulat – Tall Tall Shadow

Data di Uscita: 01/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La decisione con cui la vidi legarsi i lacci degli stivali invernali era il preludio di una nuova stagione del contrasto tra gli spettri di luce più chiara e più scura delle sue emozioni. “Cercherò di dipingere la mia ombra migliore”, continuava a ripetermi un pomeriggio, mentre sorseggiava del tè seduta a gambe incrociate su una poltrona ottocentesca, la neve che crolla dai rami di fuori, la tappezzeria floreale a ricordare i fasti di quella vecchia residenza nobiliare, adibita in parte a studio musicale. Solo il modo in cui portava la tazzina alle labbra era musica, la natura ricoperta di bianco come perfetta scenografia, il suo sguardo sempre basso, immobile per certi versi, sicuramente concentrato su possibili nuovi paesaggi da inventare. “Prova a premere ripetutamente un tasto del pianoforte a tua scelta, davvero, non m’importa quale sia, voglio solo concentrarmi su un suono per almeno un minuto, devo scacciare l’avvicinarsi di memorie non desiderate ” – A dispetto della terra dei ghiacci evocata dal cielo di oggi, l’avevo vista per la prima volta raccogliere rose in un prato a fianco di una antica cattedrale. Ne portava così tante tra le braccia che ancora mi domando come riuscì a non farne cadere nessuna, mentre un suo sorriso genuino riusciva a gareggiare con i colori della natura della foresta al tramonto. Stringemmo un sodalizio musicale e da quel giorno non ho più smesso di scrivere dei resoconti delle nostre reinterpretazioni della tradizione. C’erano atmosfere esistenti da sempre tra le sue corde vocali, non poteva scostare il percorso, la linea era già tracciata da tempo. Incominciai a pensare seriamente di dedicarmi a raccogliere materiali per una sua autobiografia il giorno in cui confessò ad una cena tra amici che, durante la sua infanzia e prima giovinezza, aveva sempre ascoltato la stessa stazione radio, specializzata in americana, country e blues, e soprattutto per questo la sua concezione di musica si era sempre orientata con naturalezza entro questi confini, riuscendo a trovare orizzonti più ampi e sempre a proprio agio nella così detta ‘modernità’ che qualsiasi nuova sperimentazione non riuscirebbe neppure a immaginare. Le bastava socchiudere gli occhi per essere altrove, sentirsi nel posto più giusto per lei in quel momento, sognare l’autostrada in cui voleva correre, il luogo in cui valeva la pena raggiungere qualcosa, per cui avrebbe anche accettato di barattare qualche sfaccettatura della sua personalità per sentirsi più vicina alla meta. Slegarsi da qualsiasi routine a fondo cieco, rendersi capaci di percepirsi come sola voce, estraniata da tutto, su qualsiasi palcoscenico o terrazzo, treno o stanza d’albergo. “Quando trovo la combinazione giusta d’accordi mi si scioglie la spina dorsale” e sorride, e le credo, perché avviene sul serio, succede anche a me quando la vedo comporre, è questo che può fare la magia, e la musica è la più naturale delle arti magiche. Dopo aver preparato il caffè rigiro tra le dita le foto preparate per la copertina ed il lancio del nuovo album, “raggiungerai un nuovo grande numero di ascoltatori”, penso tra me. Sembri una diva degli anni sessanta,sono orgoglioso di collaborare per questo progetto, sei riuscita a scrivere ancora di storie che in un attimo possono far crollare ogni cancello arrugginito, aprirsi verso torrenti d’azzurro, spazi ancora da scoprire, città senza fiumi comunque sognanti, amori possibili da restaurare. “Come ho fatto ad arrivare fin qui con questa grande forza d’animo, riuscendo a tenere insieme tutti i pezzi” potrebbe pensare lei stessa in un momento di vuoto, come potrebbe essere sempre più in grado di non lasciarsi visitare da pensieri sulla sua passata fragilità, meglio dimenticarsi di come fosse. La sbircio canticchiare senza emettere suono il ritornello di “Someone”, e penso a quanta gente buona di cuore meriterebbe di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, danzare a piedi nudi su un tappeto persiano e scrivere nuove canzoni sul vetro appannato. Che sia Amsterdam o Parigi o qualsiasi altra città scritta nel tuo cuore lei suonerà perché le coincidenze si avverino, non solo nelle tue lettere piene di lacrime e nostalgia, non solo nei tuoi sorrisi notturni, oltre il silenzio profondo dei sentimenti più veri ignorati per approssimazione dal destinatario, chiudere gli occhi tenendoli aperti sul mondo e imparare a viaggiare in qualsiasi situazione, un inno all’escapismo più rarefatto e al potere delle fiabe conquistate anche una volta superata l’infanzia. “Spero che tutto questo non sparisca come quel fiocco di neve che non riesco più a ritrovare tra i rami ricoperti di quell’albero.. Lo spero davvero. Lo spero con tutto il mio cuore. Canterò una canzone anche per lui. Spero che nessuno mi lascerà mai cadere così lontano da tutto, così come spero ancora che tutta questa musica non rimanga inascoltata, che qualcuno riesca a sentirsi più forte o ispirato anche grazie a lei, spero davvero che tutte queste cose possano lasciare un segno, che ci si riabitui a prendersi cura dei fiocchi di neve” . Succederà, te lo prometto. Da qui in poi ci impegneremo tutti sempre di più, proveremo ad aiutarci a vicenda, senza esitazioni e con passione nel cuore, “come nell’attimo in cui le dita e i tasti del pianoforte si cercano e si trovano, regalando armonia”, come dici meglio tu.

Filippo Redaelli

7. Okkervil River – The Silver Gymnasium

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Continuava nervosamente a slacciare e riallacciare il bottone del polsino sinistro di una camicia a righe sottili ed il suo sguardo, vagando distratto, non cessava di essere disturbato dai neon asfissianti delle insegne dei ristoranti di St. Oak’s Street. Un bambino guardava i camion lanciarsi pachidermici per la strada, con il viso appiccicato alla vetrina di una steakhouse, la madre, alle prese con la bavaglina della figlia più piccola, cercava di pulirle la saliva mantenendo un sorriso sulle labbra. Un uomo vestito di grigio con in mano una valigetta dall’aspetto importante scese da una Cadillac di fretta, una donna dai capelli ricci e castani lo seguì qualche passo indietro, apparentemente stressata dal suo vestito nero troppo aderente e dal fumo del sigaro del suo presunto marito. Bill guardava fuori dal finestrino e cercava di non lasciarsi inghiottire dai colori di quel tardo pomeriggio autunnale. Cercava di non pensare a quanti anni avesse, implorando la sua memoria di lasciarlo pensare a una via migliore per scappare via da quella cittadina o di dimenticarsi completamente di quel desiderio. Sorseggiò la sua bibita e tastò le tasche della giacca in cerca di qualcosa o, forse, solamente per ingannare il tempo per qualche secondo. Come giunse alla sua mente l’immagine di vecchie scorribande lungo il fiume d’estate non poteva di certo spiegarlo. Paragonò quella dolce doccia fresca allo stupore del trovarsi ad ascoltare una delle proprie canzoni preferite alla radio, per caso, e a come per tre o quattro minuti tutto l’universo nei dintorni potesse apparire baciato dal sole. Andava continuamente, e senza molto successo ultimamente,alla ricerca di momenti da imprimere nella memoria, come le polaroid che un tempo amava scattare a se stesso, alla sua famiglia, agli amici, ad Annie, a suo fratello, a qualsiasi persona e anche luogo ed oggetto attirasse la sua attenzione. C’era nascosta, da qualche parte tra i suoi ricordi, la sensazione di una libertà sconfinata provata correndo alzando dell’acqua piovana con i talloni su un prato, a fianco di un ruscello limpidissimo, vicino a una montagna che prometteva alla vita di un giovane di aiutarla ad innalzarsi come lei verso il successo. Tolse per un attimo gli occhiali e stropicciò gli occhi, si guardò ancora attorno, la sua scarsa attenzione per quel luogo fu scossa da una ragazza dai lineamenti orientali che tagliava con cura una fetta di torta, non guardando mai oltre le sue mani ed il piatto. Anche lui è sempre stato molto timido ma la crescente responsabilità richiesta in famiglia e ogni urto metabolizzato o evitato proveniente da quella magnifica espressione che usano chiamare “vita adulta”, lo stava rendendo coriaceo, a tratti più rude, a volte insensibile, lui che passava serate a comporre tracklist perfette negli anni di high school per chi riusciva a meritarsi la sua attenzione. Stava percependo la bellezza in un modo diverso. A cosa lo avrebbe portato questa metamorfosi non poteva ancora sospettarlo. La ragazza lasciò mezza fetta di torta e andò a pagare, sorridendo alla cassiera, e, a fatica, spostò il pesante portone d’ingresso e tornò fuori dall’orbita visiva di Bill, tornò alla sua vita da studentessa. Portava la maglietta dello stesso college in cui andava lui. Forse l’avrebbe rivista un giorno. Immaginava se stesso a diciassette anni correre a spulciare tra i vinili del negozio di dischi più vicino a casa, cercare quello più appropriato per l’ultima piacevole sensazione della giornata, godersi le ultime ore di sole d’autunno, scoprire una poesia per la prima volta. Passeranno i pensieri scuri, i dubbi laceranti, i mal di testa per decisioni impossibili da prendere, il senso di non appartenenza a quella realtà, lo sconcerto per quella sensazione dolce e amara del tempo che passa e di tutti i cambiamenti che portano un ragazzo a diventare uomo. Bill si vide da una prospettiva che stava diventando nuova qualche mese più avanti, a suo agio ad una rassegna cinematografica nella grande città. Smise in quei giorni di respingere con ostinazione quello che si era rifiutato di considerare, che alcune speranze possono crollare, che le ferite bisogna lasciarla guarire essiccando al sole, che sarebbe rimasto comunque la stessa persona di sempre. Più coraggiosa. Seduto a quel tavolino, guardando i camion sfrecciare, non riuscirà ancora ad immaginare il suo futuro. Si preparava però, senza saperlo, al giorno in cui, specchiandosi nell’acqua del ruscello, riuscirà a riconoscere di nuovo il suo volto. ..fermarsi un istante e stendere le braccia all’universo e credere di poterlo abbracciare non una, non due, ma centomila e trecento volte e più ancora, con queste braccia spalancate al vento, una porta di una casa sulla natura, a volte mi ritrovo a chiamarla sottovoce libertà, da me stesso, da luoghi che non mi appartengono, da tutto quello che non voglio che mi definisca, dalla volontà di liberarsi della nozione di passato o di farla propria sentendosi sulla via di casa. Prendere la chitarra nel mezzo della confusione e spazzarla via per tutte le volte che ne hai bisogno e ritrovarti nell’oceano, nella progressione di due accordi, come se questo lembo di terra fosse sempre stato nostro, insieme alla nostra musica, senza pensare a tutto ciò che è inutile, che non dovrebbe più importare, perché questo è l’unico posto che conta, mentre sfiora la mia pelle, le nostre pupille che brillano dove devono stare, tutte le storie che vogliamo raccontare, togliersi ogni peso e proseguire il cammino, leggeri, con l’anima nuova ogni giorno, suonare sul corso infinito delle nuvole già passate e della luce del sole, le storie delle nostre corse per sentirci più vivi.

Filippo Redaelli

8. Arctic Monkeys – AM

Data di Uscita: 09/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

bella è una creatura sognante, che mi ricorda del cosmo più lontano, della consistenza delle stelle, i suoi baci potrebbero essere come paragonati a uno scontro fra costellazioni. Crede nei movimenti lenti come una donna degli anni sessanta però si trova a suo agio nel mondo moderno delle metropoli, ho incominciato già da qualche anno a cantare di lei, senza che all’inizio me ne accorgessi veramente. Portavo occhiali scuri, non riuscivo ancora a mettere i sentimenti a fuoco. Ho preso sempre più confidenza con la mia voce e il mio volto, mi sono appropriato del paroliere della tradizione migliore inserendoci tutto il vocabolario personale che mi sono ritrovato a disposizione, sono entrato in un mondo di amori spezzati e riconquistati, il mondo canzone dei lunghi amori perduti ma ritrovati. I tuoi stivali e i tuoi jeans neri sono diventati musica passando attraverso una chitarra, il mio amore sbranato ha fatto fatica a non esprimersi nella sua completezza. Per te l’amore era un gioco, lo dicevi sempre cercandoti nello specchio mentre ti passavi le dita tra i capelli. Le tue guance hanno ripreso colore? Sei solo tu in questo momento che puoi vantarti di possedere registrazioni inedite di alcune mie canzoni, solo tu puoi ascoltare la mia voce negli istanti appena successivi alla scoperta di nuove emozioni, solo tu la puoi riascoltare all’infinito così rotta da una nuova scoperta o scossa pensando a parole lasciate appassire, nuda come la mia schiena e questo muro bianco, e la mano tremante, strumento della creazione. Ti riconoscerai in queste parole, che effetto ti farà pensare che diventeranno di tutti, che verranno riutilizzate in contesti lontani una manciata di secoli dai momenti da cui sono partite? Ho finto di scrivere questa lettera cercando di ricreare le sensazioni di un anno fa, quando le carte non erano ancora del tutto scoperte. Siamo passati tutti attraverso concerti e folle oceaniche, chitarre e occhiali da sole, Glastonbury e le copertine dei giornali, ci pensi alle storie che si nascondono e che hanno fatto ciò che io scrivessi in questo modo? Lo sai che ho sempre scritto canzoni, non sei l’unica. Arabella sei stata soprattutto tu, però ora è libera di volare per aria come un palloncino che non perderà mai la sua posizione nel cielo. Cambierà anche nome, qualcuno lo ispirerà, altri la dimenticheranno. Non noi. Ho visto la foto di un polso con tatuato il disegno della copertina dell’album. Credo che abbia appena incominciato a esprimere tutto quello di cui porta significato. Ci pensi mai al percorso che può compiere una canzone?

Filippo Redaelli

9. Vampire Weekend – Modern Vampires of the City

Data di Uscita: 14/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo chiamavano il Gatsby metropolitano, viveva in uno di quei tipici appartamenti newyorkesi le cui ridotte dimensioni non erano un problema; a lui bastava l’unica finestra di cui disponeva per vivere, era speciale perché è da lì che salutava il suo migliore amico.

Adorava contemplare la prima luce dell’alba, vergine d’ogni sguardo straniero.

Era convinto che il Sole andasse a salutare lui per primo e poi il resto di New York, un brindisi ed un sentito sorriso erano il suo regalo quotidiano.

“You won’t even say your name… “

Only “I am that I am.”

“But who could ever live that way?”

Pochi gesti, sempre quelli e subito fuori tra le strade della città.

Adorava osservare la paranoia del mondo moderno.

All the cameras and files…

All the paranoid styles…

All the tension and fear…

Of a secret career…

And I think in your heart that you’ve seen the mistake…

But you let it go.

Sognava troppo spesso di vederci l’Africa tra i grattacieli, giraffe, zebre, leoni, di piantarci il mondo più selvaggio e naturale esistente nel bel mezzo della civiltà, proprio come quel raggio di sole o le passioni più sfrontate fanno nelle nostre vite.

Frequentava mostre d’arte, e i veri intenditori del settore lo riconoscevano, si parlava spesso di lui, c’erano davvero infinite storie che lo riguardavano, uno dei più informati raccontava che fosse molto ricco.

Apparteneva ad un’altra epoca, viveva in una dimensione parallela pur partecipando attivamente con il suo pensiero in questo mondo.

Non parlava mai di sé, non gli importava, ciò che aveva a cuore era la collettività.

Non dimenticava mai di elogiare la natura e la bellezza del dono della vita, poetiche celebrazioni di tutto ciò che ci circonda.

Le sue erano visioni surrealiste alle quali troppo spesso l’unica risposta devota erano gli sguardi diffidenti e dubbiosi dei suoi interlocutori.

”Non siate definitivi.” diceva. “Follow your gut.”

“Wisdom’s a gift but you’d trade it for youth.

Age is an honor-it’s still not the truth…”

YOU NEVER KNOW WHAT’S GONNA CONNECT WITH PEOPLE.

Idea Condivisibile, era questo il pensiero generale di chi lo ascoltava, ma ci si domandava troppo spesso come dar fiducia ad un uomo così solo, custode di pillole di felicità collettiva.

La sua solitudine era riconosciuta da tutti, nessuno ne aveva la certezza…

Il dubbio collettivo, che impediva all’ennesima etichetta sociale di affiancarsi ad un volto, era la sua solita visita ad un appartamento della città, riconoscibile dal suo unico e antico portone verde.

Francesca e Valeria Annichiarico

10. Nick Cave and The Bad Seeds – Push the Sky Away

Data di Uscita: 18/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Diari

Cara Bee,
ho appena scaricato la foto che ha inviato via mail mia sorella. Come cresce in fretta suo figlio! Per un attimo ho avuto l’impulso di chiamarla ma non trovo le forze, perciò, per non vanificare il mio desiderio di interloquire in qualche maniera con qualcuno, decido di scriverti.
Come sai, da tre mesi mi sono trasferito in questa nuova città e ho trovato una sistemazione soddisfacente seppur precaria. Stamattina ho avuto una piacevole conversazione con un personaggio del posto. Dice di essere stato frate eremita per quindici anni, poi è tornato nel mondo civilizzato ma qui tutti lo definiscono un po’ matto; sarà, ma ho scorto nei suoi occhi tutta la fibrillazione e il candore di uno spirito completamente libero, privo di imposizioni. Non fraintendermi, non intendo scomparire, tagliare ogni tipo di contatto ed emulare le gesta di quell’uomo fuori dal tempo. Tuttavia credo sia indispensabile, giunto oramai a un punto cruciale della mia vita, mettere in fila i fotogrammi di ieri e quelli di oggi per riconoscere e annotare le cose importanti e le cose superflue per poi dividerle le une dalle altre.
Non è la mia una semplice cesura, una raccolta differenziata dei sentimenti, delle gioie, delle speranze e dei tormenti. Né voglio montare un patetico filmino dei ricordi. È una necessità, questa, di rispondere a una domanda: cosa sto facendo?
Per rispondere al meglio a questo quesito ho pensato bene di osservare. Osservare quanto più posso ogni cosa che ha a che fare con la mia quotidianità, staccarmene.
Ti aggiorno presto,

Kin

***

Cara Bee,
detto, fatto. Ti aggiorno con grande soddisfazione. Riflettendo sul bisogno di osservare, l’altro giorno ho pensato bene di andare in cima a una collina dalla quale si ammira un bellissimo scorcio della città coi suoi due campanili che sembrano grattare le nuvole.
Sarà un brano rock and roll ascoltato in auto, sarà stata la velocità con la quale guidavo; alla fine mi sono sentito sollevato. “Sollevato”, credo di aver trovato il termine appropriato. Lì, su quella collina mi sembrava di dominare il mondo, non nel senso di comandare o chissà che. Sentivo di reggere il mondo, il mio mondo fatto anche di piccole banalità. Una canzone dice: “quando senti di aver ottenuto tutto ciò per cui sei venuto, se tutto hai ottenuto e non hai altro da chiedere, devi solo sollevare, sollevare il cielo più in là”. Ebbene, non sento altro nella testa, non sento di dover rispondere più a nessuna domanda. Adesso sento solo delle cose da fare. E tutto ciò mi… solleva!
Non vedo l’ora di rivedere mia sorella e conoscere mio nipote.

Kin

Andrea Russo

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