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Top Ten 2013 – Marco Di Memmo

1. Atoms for Peace – Amok

Data di Uscita: 25/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

C’è un pesce biondo, schizofrenico, che balla tra le onde conturbanti del Mozambico e sa mutare le sue pinne in ali, portandosi dall’estremo sud dell’Africa fino ai deserti occidentali di questo continente, dove si nutre delle onde sonore emesse dalle chitarre e ruba le antichissime storie dei griot.
Disperde la propria materia nel vento e si affida alle perturbazioni che lo portano in America. Ora non ha più una sostanza, non sa di cosa sia fatto, etereo ed eterno.
Vibra nell’aria di oscure cantine newyorkesi, vorticando amorosamente con la musica di nere chitarre elettriche. Si sposta nelle immense praterie, strisciando selvaggiamente nella folta pelliccia dei bisonti che si scaraventano verso la vita; corre senza sosta nelle infinite distese di mais, seducendo folli ragazze dagli occhi azzurri che spargono la loro esistenza nel mondo. Arriva nell’assolata costa occidentale per poter portare la sua non-materia su una materia che gli consentirà di infilarsi tra le fragili fibre del tessuto della storia.

Dal mio cervello parte l’impulso nervoso, dalle mie dita di carne nervi sangue ed ossa il movimento, dal movimento delle mie dita prende vita la macchina. Dal mio cervello elettrico partono le macchine, il creato elettrico. S’incrocia l’umano con la sua tecnica fino a confondersi; il braccio di uomo afferra il fianco di donna, il campione viene afferrato da una bizzarra linea melodica. Onde tra onde, urti, spinte, forze.

Da un’indescrivibile acqua sonora guizza un pesce giallo, sempre più pazzo, fa esplodere bombe letali e poi si pente, dona gli atomi alla pace. Dalle sale losangeline si tuffa direttamente nel Pacifico, con un salto folle, disperato, pieno di coraggio e libido, teso verso la gioia, verso il senso.
Nuota per centinaia di chilometri, lungo le coste del Messico; attraversa il canale di Panama e si riapre all’Atlantico. Percorre le coste assolate toccando nudi corpi bruni, dimentica il nord e la fredda sostanza del silicio, e tra i tetti di lamiera rotola fino alle pelli tese dei tamburi che lo scagliano in alto, di spiaggia in spiaggia, dove alterna fuochi e feste a miseria e disperazione.
La sua è una continua mutazione, pesce petalo uccello onda uomo, cambia la sua forma ingenuamente e si muove quasi a spasmi, con scatti, contorsioni, passi leggeri, nella naturale artificialità della danza, muta il suo stupore elettronico in concretezza umana, scivolando dagli anonimi tasti di un computer fino alle braccia di cinque uomini moderni in tutto, ma non dissimili dai rapsodi o dalla prima persona che ha raccontato una storia.

C’è solo una secolare ubriachezza che ci può salvare da questo martirio naturale eppure così folle e insensato, è un’ebbrezza violenta che, in una delle sue forme, ci fa impugnare un pugnale fatto di materia da percuotere, un pugnale che scagliamo contro il pesante corpo del tempo, perforandolo con onde sacre a cui diamo spesso il nome di Musica.

Marco Di Memmo

2. These New Puritans – Field of Reeds

Data di Uscita: 10/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Tutto quello che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze, poiché nel soggiorno dei morti dove vai non c’è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza.
Ecclesiaste IX, 10

Eri distesa ed ascoltavi Brahms come si ascolta il canto degli uccelli, mentre il caffè bolliva e la consueta vita si perpetuava leggera. Poi ti alzasti con un piccolo balzo e andasti a riempirti la tazza, chiedendomi come sempre “tu non lo bevi, no?”; io ero sul balcone e guardavo gli irregolari filari di alberi che riempivano i colli e non seppi risponderti. Sentivo quella incredibile sensazione di come tutto fosse “indistinto” che di solito difficilmente riesco a spiegare.
Entrammo insieme nella doccia e ci lavammo ridendo tutto il tempo, dopodiché ci vestimmo con calma sotto il vociare incomprensibile delle vicine cinesi.

Era un qualsiasi giorno di primavera e la mia mano, “pensiero esterno”, capiva di dovere amarti e fare di te un’opera d’arte, suonando la tastiera delle tue ciglia, bevendo dalla pace dei tuoi occhi, scappando come una volpe lungo le discese nevose del tuo corpo. Stavo imparando a muovermi lungo un pentagramma fino ad allora sconosciuto ed anche il mio sonno ormai dipendeva da te. Avevo ricacciato la morte nel terreno della morte e non lasciavo più che insozzasse il terreno della vita. Rimanevo fermo, con gli occhi chiusi, e con una calma antica volavo sopra ai vulcani, nuotavo lungo le coste di tutti i continenti, avvolgevo le nuvole lungo il selvaggio monte della mia follia.

Scendemmo in strada con l’estate come meta, vorticando tra le strade trafficate e i vecchi palazzi, abbandonando l’ansia del consumarsi nel commercio con gli uomini, con le istituzioni, dimenticando gli uomini che ci avrebbero giudicati idonei a qualcosa che in fondo è solo vapore, come tutte le cose. Accendesti una sigaretta e te ne rubai un paio di boccate solo per farti un dispetto, schivando il volo dei piccioni affamati; tu spegnesti la sigaretta e nella tua infinita gentilezza la andasti a buttare in un cestino. Il vento ci diceva che stava per arrivare la sera e la fontana accompagnava il brusio umano della piazza.
Dopo aver vagato decidemmo che saremmo tornati a casa. E ci parve un attimo il tempo trascorso prima di rientrare. Il pavimento liscio si lasciava navigare veloce fino alla tua camera.
E nello stringerti pensai che era tutto quello che potevo fare, trovando tra le tue braccia l’allegra fatica di cogliere le olive, la sottile gioia di capire una complessa proposizione, l’entusiasmo dello scoprire il funzionamento delle cose, la bontà del frutto della meditazione.
Alla fine andammo a mangiare che la luna era ormai in cielo. Dopo cena andai sul balcone a respirare l’aria fresca e a guardare la città illuminata. Sentii ancora una volta quell’indescrivibile sentimento di “indistinzione”: mi parve che la luna, tu, le piante sui terrazzi, la città con le sue migliaia di luci ed io fossimo tutti quanti uguali, differenti nella forma ma intrisi della stessa Essenza. Rientrai sereno e sorrisi mentre riempiendoti una tazza di caffè mi domandasti come sempre “tu non lo bevi, no?”.

Marco Di Memmo

3. Bill Callahan – Dream River

Data di Uscita: 17/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I have learned
when things are beautiful
to just keep on,
just keep on

E così lei ha fatto il grande passo, è notizia di questi giorni.
Dopo aver riposto in un baule l’abitino da fata silvana degli esordi, piegato con cura e corredato dalla corona di fiori colorati del ritratto di “Ys”, ha scelto di blindare la sua relazione con l’insipido attore comico Andy Samberg e il suo scintillante circo equestre televisivo. Lontane come non mai le suggestioni della New Weird America ma a un tiro di schioppo, in compenso, quella fama che le è sempre sfuggita, fuori dalla nicchia dorata degli indipendenti. Là dove con Bill Callahan avrebbe potuto vivere alla stregua di una regina per sempre giovane, addosso gli stracci belli di un’arte che può ancora permettersi d’essere povera, attorno la devozione di una corte di colleghi figuranti e l’invidia anche affettuosa del suo popolo adorante. Non deve essere comodo recitare nei panni della musa per un grande cantautore. Che non lesina quando si tratta di regalarti diamanti come pegno d’amore, ma sempre e solo in forma di canzoni. Chissà che noia per l’arpista ragazzina svezzata a pane e musica da quel professore galante e serioso, maturo per lei forse più del necessario. Chissà se almeno l’istantanea d’un pensiero, in una brutta copia appena abbozzata, si sarà soffermata sulla fiamma di ieri, in quei pochi minuti di stordimento sull’altare. E chissà quale pellicola sarà passata sullo schermo mentale di lui, distante mille miglia ma ancora sotto il tiro di un bel plotone di ricordi. Sciacquare via l’amarezza è impresa alla portata, se si viene fiancheggiati dalla tenacia e dall’igiene del tempo. La bellezza invece è tutto un altro paio di maniche. Il tipo di ferita che non si rimargina, le luci accecanti del regno che possono farti piangere, qualcosa che resta dentro e si può occultare, ma non si cancella. Il castano chiaro dei suoi capelli ha virato verso il cenere senza che il bianco e nero delle fotografie ne rendesse conto: un innocuo espediente che gli si perdona con benevolenza. Per la figura di Joanna intagliata nella memoria non si è potuto ricorrere, tuttavia, ad accorgimenti altrettanto validi. Così i diamanti hanno continuato a essere estratti dalla stessa miniera creativa e tagliati da quella sua penna essenziale nel tratto quanto aspra, maestra di disincanto, con la piena esclusiva concessa in questo caso ai soli affezionati ascoltatori.

Per registrare fedelmente il senso di vuoto e di sconforto era servito lo splendido “Sometimes I Wish We Were An Eagle”, quasi una testimonianza a caldo della propria sconfitta e insieme un gioiello di dissimulazione. “Apocalypse” si offrì a breve distanza come breviario folk disadorno, perfetto per l’ora dell’appianamento, mentre “Dream River” si presenta adesso e ha il sapore netto della rimozione. Non quella coatta e intransigente, quella che fa a cazzotti con il passato e strappa tutte le pagine andate del calendario, come fossero batteri da estirpare a forza. No, il nuovo disco di Bill conserva le prerogative dell’inessenziale cronaca di un viaggio. E di un sogno, anche, ovattato dalla bruma sdraiata a pelo dell’acqua, dal vapore mansueto di un treno sbuffante o dai fumi dell’alcol in un anonimo bar alla periferia dell’impero. Un dolce annebbiamento, le cui cadenze sono quelle di una danza che è più che altro un rilassato ciondolare. Birre e ringraziamenti come se non ci fosse un domani, con la sola rassicurazione di un’ironia sempre impeccabile al proprio posto. Come per la precedente raccolta, in bella vista risplende la pacificazione. Ma qui non nasce dall’abbraccio di una solitudine pure opportuna, da mandriano confuso nel paesaggio, bensì dall’appagamento offerto da una nuova relazione di coppia, la sola carta in grado di ricondurre la sua scrittura alla piena armonia con gli altri e con la natura. Con la vita. Anche il registro malinconico non pare poi così irrinunciabile, alla fine, e la posa può aspirare al temperamento oracolare del Leonard Cohen dei tardi capolavori, senza più timori reverenziali. Musicalmente si insiste nel solco delle migliori esplorazioni degli ultimi anni, quelli spesi evitando di nascondersi a oltranza dietro a un moniker, per confortevole che fosse. Si coltiva la medesima essenzialità nient’affatto cruda – levigatissima semmai – del secondo album a proprio nome, con le chitarre nel ruolo esatto che fu degli archi, magico cesello, senza disdegnare di tanto in tanto una sottile increspatura o un modesto fuoco bianco a base di riverberi. I lievi arabeschi di allora, quell’eleganza non pedante, sono lontani ma nemmeno troppo. In un quadro votato a una frugalità di pura sostanza, parsimoniosa e priva di spigoli, con i suoi occasionali scorci luminosi Callahan sembra voler confezionare a sorpresa una collezione di brani intensamente oldhamiani, un country anomalo e zampettante che superi proprio il Principe nel suo stesso terreno d’elezione. Gli arrangiamenti colpiscono nel segno, ancora una volta. Merito di un flauto rubato al Nick Drake di “Five Leavers Left” o “Bryter Layter” – a seconda della vivacità – capace magari di conferire un retrogusto agrodolce davvero prezioso. E merito di quelle sei corde in veste elettroacustica traviate proprio dalla vitalità dionisiaca dei fiati, ora in preda a convulsioni gentili, ora disinvolte nel dispensare sfumature finissime come i Wilco meno marziali.

Tutto questo senza indugiare nella calligrafia. Le ricognizioni di colui che si faceva chiamare Smog rimangono in prima battuta questioni squisitamente emozionali. Si spiegano così i non rari crescendo della parte strumentale, riflesso della necessità non derogabile di lasciarsi andare al cuore, alla primavera incalzante, con un pizzico di salutare negligenza. Bill vi si espone adottando un passo lento ma sicuro, come lo straordinario baritono che calza ormai come un guanto. Si mette a nudo e si confessa, trattando il sentimento invece che le cautele filosofiche di ieri. Ogni suo pezzo continua a essere una sorta di vino da meditazione, un amarone affinato in barrique. Equilibrato, morbido, da assaporare adagio. Il desiderio di potersi sottrarre al congedo dall’esistenza terrena è un’illusione appena, come una freccia scagliata in alto nel cielo e condannata a chiudere la propria parabola nella caduta, inevitabile. Nell’istante perfetto dell’apogeo, l’incontro con la più nobile aspirazione dei giorni trascorsi assieme a Joanna: quell’aquila che era stata l’emblema stesso della compiutezza e ora volteggia solitaria, il fiume come una mappa per orientarsi, prima di assecondare il capriccio onirico e sfumare in un gabbiano destinato a ben altri orizzonti. I contorni del tenue vagheggiare, agevolati dalle ombreggiature della Asat Classic, restano incerti anche quando va in scena la piena estate di un pittore di barche. Perso in una tempesta di pioggia e lampi cui farà seguito la ritrovata quiete dell’anima, il cumulo dei propri ricordi a rappresentare la sua più scintillante ricchezza. L’intimismo non è più un luogo angusto, né una passione astratta. E’ la curiosità che spinge il grosso volatile ad aprirsi e a esplorare in libertà, solo a sprazzi se occorre, prima che venga settembre e sia irresistibile la chiamata di ritorno all’oceano. O di rientro a casa su una strada bellissima e insidiosa, tutta ammantata di neve.
Non si può disconoscere la propria natura. Che richieda il conforto di un prestigio un po’ frivolo, o che induca a vivere come artisti dell’eremitaggio. La si accetta, provando a trarne magari una morale sempre nuova. A volte non occorre davvero altro, se si è bravi a far tesoro di tutta la bellezza incontrata sul proprio cammino e la si porta con sé, senza fermarsi mai.

Stefano Ferreri

4. Julianna Barwick – Nepenthe

Data di Uscita: 20/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Tu lo sai, straniero, dove stai andando? Sai qual è la tua direzione? Quale il tuo paese di partenza e quale la tua meta?

Io ho mangiato un fiore che non mi fa ricordare più niente e non so nemmeno più se sono stato un uomo felice oppure no, so soltanto che è scomparso ogni mio dolore e mi pare che col dolore scompaia pure la vita.

Tu invece, pellegrino, sai con certezza dove stai andando e la tua è una grande meta a cui si arriva con piccole mete.

Ho riletto un vecchio diario che avevo ed ho scoperto che anch’io volevo essere un pellegrino ma non ne ebbi la forza, fui un viandante che si fermava a guardare il cielo da ubriaco, come un vecchio poeta cinese, e coglieva i folli fiori della luna e le stelle, portandosi con loro i semi bianchi e neri dell’estasi e dell’orrore. Ho letto inoltre che l’unica cosa che rimpiangevo era il non sapere amare abbastanza, perché –a quanto scrivevo- l’amore era l’unica salvezza dell’essere umano dal nulla, l’unica cosa che poteva scacciare la morte della vita. Leggo che vedevo le persone impegnate a fare tutto per non amare, per non appassionarsi, per non impegnarsi.
Ma ora non voglio leggere più niente, non voglio più nessuna etica, nessuna passione, nessuna parola; ora vivo nel vuoto, nel nulla, e volere qualcosa mi pare un atto bestiale e colmo di vanità. Evito il giudizio degli uomini e so che non spetta a me giudicarli, come non spetta ad alcun fiore il giudicare un altro fiore.
Mi rendo conto di non essere nemmeno più umano, ma so che è stato un processo lento e irreversibile che mi ha portato a non essere più pieno.
Come ho detto col dolore sembra che sia scomparsa anche la vita, certo, la mia vita, ma la grande vita, quella che non si distrugge ne si crea, va avanti e la sento sempre più potente e più assoluta, e il mio Nulla privo di ricordi, privo anche di me, si avvia ogni giorno ad essere l’infinito bagliore del Tutto.

Marco Di Memmo

5. Fire! Orchestra – Exit!

Data di Uscita: 11/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Un gigante di pietra ha preso per mano la statua della libertà e ingrandendosi ha iniziato a ballare dissennato agitando le braccia e le gambe freneticamente come le tribù di antenati che attorno a fuochi sacri cominciarono a posare le prime pietre di canto e percussione che formarono la sua materia.
Ammassando asteroidi ha costruito il suo letto, incastrandolo in una galassia come un Ulisse titanico. Se chiudi gli occhi riesci ad essere quel gigante e puoi stenderti nel suo letto-galassia per parlare con Dio attraverso il tuo pensiero.
Tutto è delirio, soprattutto la libertà, soprattutto l’essere uomini. Uomo umano, uomo tempo, il suo stesso tempo di cui crede di conoscere qualcosa, di cui crede di aver svelato il mistero del suo scorrere, mentre quello è un enigma in cui scorre la materia, facendosi decomporre e ricomporre. L’umano trema, si contraddice, lascia vibrare la sua anima in gola, tracima dagli ottoni e i legni, esplode nell’orchestra e sale fino agli astri.
Quel gigante assume migliaia di forme ed è migliaia di forme, incarna -o meglio impietra- ogni genio, è fatto di pezzi di storia, di miti, di leggende, è ogni titano, ogni pazzo: è il sesto re di Babilonia, è un poeta provenzale, è “colui che precede il sole”, è Beethoven, ha la solennità di Omero, è una triade di note, è Crono, è un baleniere feringio, è Monk che balla in delirio, Mingus che sorride. Canta il gioioso rumore dell’universo.
Questo gigante, Jazz, figlio di una grande madre meravigliosa, è sempre stato un po’ tocco al cervello, ma da un buon mezzo secolo è iniziato ad impazzire veramente, da quando il verbo delirante di un sassofonista e di una folle schiera di semidei si è sparso nei suoi minerali folli.
Ora se ne sta come il pensatore di Rodin sul ciglio di un pianeta remoto e talvolta, ridestato da un’idea improvvisa, cattura qualche astro, lo sbriciola e ne sparge le polveri sulla nostra terra. Questi granelli siderali colpiscono all’improvviso donne dalle voci potenti, musicisti distratti ed altri adepti alati della grande madre che si adunano in riunioni sonore dionisiache, aperti al piacere, aperti alla conoscenza, aperti alla libertà, tenuti legati solo da un sottile filo alla realtà regolata, al canone. Pregano tutto ciò che è sacro, forse senza saperlo, lodano il gigante e la sua genitrice, adorano tutti gli dei, cantano inni alla notte e al sole.
È un fuoco che s’insinua nelle membra della terra ed esploda e grida, è un’orchestra, un tramite mistico, una disordinata schiera di luci che ci porta ballando, in trance, verso l’uscita.

Marco Di Memmo

6. Peals – Walking Field

D.d.U. 14/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

In gran segreto, senza sapere il perché, portava dentro la tasca una foglia schiacciata tra due pezzi di carta, la portava con sé lungo le strade infinite che percorreva. La foglia andava seccandosi tra le centinaia di miglia percorse. Senza saperlo era stata a Costantinopoli, a Samarcanda, a Karakorum.
Arrivato a Pechino Marco Polo prese la sua foglia e soffiando la fece volare in aria, fin quando non cadde a terra. Ma non era contento e come un bambino sorrise per la piccola illuminazione: sbriciolò la foglia ormai secca nelle sue mani e soffiò forte.
Poi guardò quei piccoli frammenti scomparire nel cielo della Cina.

Marco Di Memmo

7. Junip – Junip

Data di Uscita: 23/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I never saw the truth hanging from the door

Il passo si fa piombo.
Ho lasciato Göteborg troppi anni fa, e non me ne pento.
In cosa credi, continuavi a chiedermelo. Mi dicevi che non avrei dovuto provare vergogna per i miei istinti, così ho guardato da vicino i dettagli più imbarazzanti e li ho lasciati sbocciare come i fiori delle primavere che abbiamo passato insieme a fissare sdraiati la caduta dell’ultimo petalo.
Osservo la punta lucida delle mie scarpe poi alzo lo sguardo, il brusio della moltitudine di gente che invade la mia strada mi fa da velo sonoro. È la strada di sempre, dove ci piaceva fare due passi fino al market dietro l’angolo per una birra e un’altra cicca, era il gioco di sempre.
Dicevi che il principio sta nel saper tradire se stessi per imparare a darsi un’altra possibilità, mentre io sbuffavo via il fumo dell’ultima sigaretta, improvvisando l’espressione di un maldestro sarcasmo a mascherare il mio non capirne il senso. Sollevo le spalle, l’ennesima dichiarazione lapidaria d’intenti.
Avevi gli occhi freddi, assenti, come quelli di qualcuno che ha visto per se stesso un passato le cui risposte riecheggiano agghiaccianti, ed un futuro d’indimenticabile solitudine.

You keep my heart calling whenever you’re out of my view.

Gli inverni erano troppo lunghi, riuscivamo a superare la noia inventando storie di abusi e tormenti solo per avere la migliore ragione di cercare il coraggio di piegare l’angoscia con un abbraccio. E prendevi in giro la mia insicurezza con l’arrogante fascino che strizza l’occhio a chi è convinto che l’amore tra pari sia la cosa più comprensibile a questo mondo. Arrivarono anche gli anni degli arrivederci e le lettere dei primi tempi colme di sofferenza come avevi previsto. Potevo riconoscerle dalle lacrime che hanno contratto fogli di bugie e soddisfazioni inesistenti. Non è stato facile lasciarsi alle spalle l’ultima, dove confessavi un’infanzia insignita dalle attenzioni proibite di tua madre, portate nello stomaco come si fa con una medaglia in decoro all’onore. Dopo la sua morte, gli anni passati in un benzinaio appena fuori città per concedere la tua riconoscenza a qualche rivoltante cliente di passaggio e tirar su, così, pochi soldi per la prossima dose. In ultimo la decisione di farla finita, del non sopportare più una vita disposta solo a mortificarti; e me, che ammetto d’aver accettato la tua scelta solo dopo anni di analisi e tanto Xanax.
Spero di poter essere di nuovo qui quando l’ultimo petalo sarà pronto a cadere.
Una volta mi hai detto che c’è sempre un ritorno negli occhi di chi se ne va.

Giulia Delli Santi

8. Kevin Morby – Harlem River

Data di Uscita: 26/11/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

“I miei pensieri vagano nel Grande Vuoto”
CHIH-KANG

Ho un posto dove mi rifugio da tutte le chiacchiere maleodoranti, dove posso ascoltare la voce di un’unica massa di molecole d’acqua in movimento. Quella è la mia stessa voce, che non sapendo esattamente dove stia andando parte dall’alto delle montagne per poi finire in una distesa immensa di parole non parlate, quella è la tua voce.
È un drago silenzioso in mezzo a una folla delirante, questa è la mia tana, la tana del mistero, dove tra palazzi e ponti colossali c’è spazio per alberi-enigmi e l’apparente desolazione delle canne che spuntano dall’acqua che diventano colonne sacre dove si posano gli antichi uccelli portando storie millenarie. Uno di questi, il felice bluebird, mi ha raccontato una storia che si tramandano i volatili da almeno un secolo.

Sulla riva di quel fiume, forse proprio dove si trova il mio rifugio, c’era un pescatore, un mistico, forse un santo, che si stendeva a meditare. Non odiava in fondo gli esseri umani, ma sopportava poco le loro chiacchiere. Aveva portato il suo corpo in tutti gli oceani ed ora che il corpo si era fermato, la sua mente invece non riusciva più a fermarsi. Sotto al suo sguardo sereno si celava una grande saggezza, dalla sua bocca usciva solo la sua semplice parola piena di sapere, ma ora inseguiva qualcosa di diverso, di indefinito. Così posava a terra il suo grande cappello e si sdraiava sull’erba, fissando l’azzurro dei suoi occhi contro quello del cielo e rimaneva così, in silenzio, facendo vagare i suoi pensieri in un non-luogo in cui cercava lui stesso di arrivare.
Un giorno un ragazzo, in un misto di disprezzo ed interesse, gli si avvicinò per sapere cosa facesse lì tutto il tempo a fissare il cielo, ma appena gli fu vicino gli presero le vertigini di fronte a quell’uomo che sembrava un semidio, una figura mitologica, un oracolo dagli occhi ghiacciati. Stava parlando una lingua sconosciuta, pareva che recitasse una preghiera. Appena finì vide il ragazzo che lo guardava da qualche metro di distanza.
– Che vuoi ragazzo?
– Beh… io… ma in che lingua parlavi? Che stai facendo?
– Sto spargendo nel vento la saggezza e il sapere.
– Che significa? Cos’era? E che lingua era?
– Cinese… era una poesia vecchia di secoli. Sto tornando indietro, ridiscendendo la vita: gli oceani, il magma… le stelle. Mi muovo sempre meno per viaggiare senza tempo nella Via.
Il ragazzo rimase senza parole e dopo aver esitato un po’ scappò via. L’uomo sorrise, si mise il cappello in testa e se ne andò col suo calmo passo veloce verso una meta che nessuno conosceva.
Il giorno dopo tornò alla stesso punto. Dopo un lungo, ultimo sospiro, si sciacquò la faccia e posò il suo cappello sull’acqua che se lo portò subito via. Poi si tolse i vestiti, li ripiegò e li mise a terra con una pietra sopra per farli rimanere fermi. Rimase nudo, con l’acqua che gli colava dalla barba sull’addome. Cominciò lentamente a ruotare su sé stesso, sempre più velocemente, finché sembrò che il suo corpo si rimpicciolisse e cominciasse a cambiare colore. Continuò ancora questo piccolo turbine che diventava sempre più azzurro e minuto. Ben presto fu chiaro che quel pescatore stava compiendo la sua metamorfosi, il suo viaggio senza tempo attraverso la vita, passando dalla forma umana a quella di bluebird diretto verso il cielo, per diventare a sua volta cielo.
Le schiere di uccelli raccontarono di aver poi visto quel loro compagno dissolversi nei cieli più alti, irraggiungibili, fino a disintegrarsi, inondando per un istante l’intero universo con un’azzurra luce madreperlacea.

Ed io che non so niente, come tutti gli uomini che mi hanno preceduto e come quelli che verranno, mentre penso a quel me stesso di cent’anni fa e a quelli futuri, perduro nella mia condotta, agendo come la canna che si flette e si rialza vivendo sotto la danza delle costellazioni, e che verrà portata via dall’acqua del fiume Harlem.

Marco Di Memmo

9. Eluvium – Nightmare Ending

Data di Uscita: 14/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi hai chiesto di fare un viaggio senza schiudere le labbra, semplicemente guardando fuori dalla finestra, mentre accarezzavi il vetro caldo per l’arsura estiva. Annoiata, forse, desiderosa di riscoprire qualcosa… di ritrovare il nome di un’emozione assopita, persa tra le pieghe di un lenzuolo ricamato con un ago che lega i nostri scopi. La confidenza del silenzio, l’hai sempre chiamata… quando due persone non provano imbarazzo per il silenzio che si viene a creare, perchè sono legate da un filo più spesso di quello dove corrono le parole.
Avremmo potuto dirigerci verso uno di quei luoghi creati dai tuoi desideri e che io vivo nella mia fantasia, invece decidemmo di partire senza una meta e di fermarci solo quando qualcuno, reale o immateriale, ce lo avesse sussurrato all’orecchio. Ed il segno arrivò, camuffato da breve riflesso dorato. Un piccolo orologio di cui era visibile solo il quadrante, con il cinturino in cuoio che si sbriciolò quando lo tirammo fuori dal terreno. Cominciasti a spolverarlo mentre mormoravi che probabilmente non sarebbe mai stato compleatamente pulito, per poi porgermelo, all’improvviso, chiedendo di ricaricarlo, per capire se funzionasse ancora. Girai la rotellina, inizialmente dura e tenace, poi dolce e remissiva, tanto che pensavo stesse girando a vuoto. Hai voluto fare un gioco: avremmo visto dove puntava la lancetta dei secondi per tracciare una rotta da seguire, finchè non avessimo trovato il suo proprietario.
Iniziammo a camminare, consci della direzione e della meta. Eravamo due amici che, senza tenersi per mano, giocavano e si riscoprivano. Ci tiravamo la terra ed i tuoi capelli presto furono una nuvola polverosa che ti facevano sembrare selvaggia. Io presi una lunga foglia da una pianta e me la attaccai dietro la nuca. Mi guardasti con un sorriso sardonico, dicendo che come indiano non valevo molto. Io ti risposi che se fossimo stati in una tribù di pellerossa ti avrei chiamata Chime, e che saresti stata solo mia.
Con il sole che, ampio e rosso, accarezzava i campi coltivati, cominciò a piovere lievemente. Presi la tua testa tra le mie mani e ti spogliai della tua identità selvatica. Continuammo a camminare, e man mano che la luce diminuiva io ti stringevo sempre più forte tanto che, se qualcuno ci avesse seguito, avrebbe visto solo una serie di orme nel terreno.
Eravamo due adulti che condividevano speranze sul futuro, ricordi scritti su carta, poesie mai pronunciate, nemmeno a noi stessi.
Eravamo soli ed eravamo in compagnia. Di lucciole e silenzio, campi di grano e pannocchie.
Quando l’orologio smise di battere io ti portavo addormentata tra le mie braccia. Era fermo sulle 4.51 ed io sapevo che non l’avrei ricaricato. Fino al prossimo riflesso dorato.

Mi hai convinto dell’importanza di non conoscere mai l’ora.

Filippo Righetto

10. múm – Smilewound

Data di Uscita: 09/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Dopo un profondissimo respiro ricordai di avere dimenticato buona parte della mia vita da molto tempo, ma non ne fui tanto dispiaciuto, pensai piuttosto ai versi di Brecht:

La fragilità della memoria
dà forza agli uomini.

Pensai per un momento, inaspettatamente, a quando mia madre mi raccontava le favole in quel letto infinito per farmi addormentare nel pomeriggio, ma questo pensiero tenero mi strideva nella mente ora che nessun racconto poteva placare la fame della mia avida e allucinante insonnia. Erano anni, forse un decennio, che non conoscevo le gioie del sonno profondo, quello che si accende appena si chiudono gli occhi e si spegne quando li si riapre al mattino. Vivevo da troppo in quel costante stato di dormiveglia che non mi faceva godere né del giorno né della notte, in cui non potevo mai dire con convinzione di essere desto o dormiente, sano di mente o pazzo.
Anche in quel momento così insolito e potente avevo una minima difficoltà nel dirmi cosciente, nell’affermare con certezza di non stare sotto il dominio dei sogni. Mi tenevo incastrato nel crepaccio di una montagna, una parete verticale, tenuto appena da una corda che doveva assicurarmi la vita e la speranza. Il prossimo punto di appiglio sembrava irraggiungibile, disperatamente in alto come io ero disperatamente in basso. Avrei dovuto fare un balzo sovrumano per raggiungere quel punto e continuare a salire in alto fino alla cima. Mi ero azzardato a toccare una dea che fino ad allora nessuno aveva mai osato avvicinare. Dovevo risolvere quello stallo mortale con un’azione immortale, dovevo abbandonare la mia carne umana per vestire i muscoli degli dei immortali, dovevo abbandonare la mia limitata intelligenza di uomo per approdare all’infinita forza mentale degli eterni. E come fare ad abbandonare il corpo e l’anima da uomo? Dimenticandosene.
Gridai talmente forte da far trasecolare l’aria, meravigliai la roccia, feci librare la mia vibrante carne ed esplodere la mia mente. Il resto fu un balzo, un volo disumano, presi le sembianze di mille animali dalla tigre alla gru, sentii l’antico furore e la gioia senza tempo degli eroi e mi trovai, senza sapere come, alcuni metri più in alto in pochissimo tempo.
Con molto sforzo ancora arrivai in cima alla montagna dopo non essere stato più uomo e fu solo lì che mi sentii davvero un uomo.

Marco Di Memmo

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