monthlymusic.it

Top Ten 2013 – Alfonso Errico

1. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

2. Moderat – II

Data di Uscita: 02/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sarei dovuto arrivare in piena estate, e suonare al tuo campanello con la speranza di non incontrare qualche tuo amico scendere per le scale di corsa e smuovere in me quelle sciocche gelosie da ragazzini; sarei poi entrato di slancio, lasciando cadere il borsone, e ti avrei stretto a me con la foga di chi ha aspettato tanto per poter avere ciò che desidera. Poi, come altre volte, saremmo andati ad affondare i piedi nella sabbia del lungofiume facendo attenzione a non inciampare negli arbusti selvatici cresciuti spontaneamente, fino ad arrivare al margine dove ci saremmo seduti, le gambe a ciondoloni nel vuoto, una birra in mano, incontri concerti e sventure e coincidenze mancate da raccontarci. Poi sarebbero giunte le notti, quelle che fai a fatica a discernere tra loro perché si uniscono l’un l’altra in un continuum spazio-temporale, a entrare e uscire dai clubs fumosi con l’elettronica avvolgente, in questa città in cui per nessuno sembra mai arrivare il momento giusto per andare a dormire. Ci saremmo svegliati all’ora di pranzo, col sole alto e il vociare allegro della gente dei caffè sotto le tue finestre; avrei cercato di scompigliare i tuoi capelli cortissimi approfittando del tuo daffare ai fornelli, omelette veloce e un bel piatto di verdure, o mi avresti portato a visitare una galleria d’arte aperta da poco, o a comprare i semi per le piante con cui avevi in mente da tanto di abbellire il terrazzino della cucina.

Ricordo ancora come avevi quasi supplicato che ti raggiungessi col caldo, usando ogni mezzo in tuo possesso per fare breccia nella pigrizia cronica di cui ho sempre sofferto; avevi dipinto immagini reali di lunghe camminate in strade nuove, e ore d’amore e di progetti da costruire assieme bevendo tè verde. Stavolta l’impresa era ardua più del solito, mi ero rabbuiato, orde di preoccupazioni e fobie rendevano insuperabili anche gli ostacoli più stupidi; avrei dovuto parlare sin da subito di attacchi di panico, la mia bocca tuttavia aveva un timore folle di pronunciare le cose con il loro vero nome, e la testa rifuggiva le oggettive definizioni. Cominciai ad accampare scuse strampalate, a cui tu giustamente non hai mai creduto. Lo si intuiva dalle tue risposte via via più rade e stanche, le argomentazioni andavano dissolvendosi e gli stimoli affievolivano davanti al mio muro privo di spiegazioni plausibili. E come darti torto, d’altronde? A un certo punto smettesti di scrivermi e chiamarmi, probabilmente al culmine dell’esasperazione, per salvare il tuo diritto a mantenere un equilibrio stabile, non messo a repentaglio dalle acrobazie su fili sghembi di chi stava combattendo con le proprie turbe interiori. D’altra parte mi ero impegnato eccome per tenerti lontana e cercare di dileguarmi dai tuoi giorni, dai tuoi occhi; malgrado ciò la tua assenza, improvvisa, non riuscivo ad accettarla, né a farci l’abitudine. Avevo smesso anche di rispondere al telefono, nella paura che di là dal cavo ci fossero obblighi da adempiere che mi avrebbero costretto a compiere azioni e a prendere delle decisioni. Quando mi coricavo il respiro mi si strozzava in gola, e nell’angoscia di non vedere un domani mi rialzavo a sedere; la notte in cui mi scostai le lenzuola di dosso e sgusciai dal letto, passai in rassegna col dito tutti i libri ritti e ordinati che tenevo negli scaffali, fino ad arrivare alle cornici che inquadravano foto indimenticabili dei momenti felici. Tolta quella da bambino, con la mia famiglia e la torta di compleanno, tu eri in tutte. Il tuo sorriso ancora riusciva a scuotermi, a illuminare un angolo recondito in me.

L’aereo atterrò che si era fatta mattina da poco, e l’aria era frizzante e velata della prima nebbiolina di settembre: com’erano distanti i giorni radiosi di occhiali scuri e notti danzanti! La città appariva diversa e inedita al mio sguardo timido, quasi vergognoso. Era la prima volta che la vedevo, la vivevo, così. Sapevo che te ne saresti andata prima dell’arrivo dell’autunno, una casa di moda di Buenos Aires aveva scelto i tuoi bozzetti per una nuova collezione di costumi da bagno; decisi ugualmente di fare un tentativo disperato e tu non c’eri più per davvero, un cartello “affittasi” aveva preso il posto della biancheria stesa in terrazzo, l’orto pensile te lo eri portato con te o lo avevi regalato a Corinna, come dicevi sempre.
Presi a girovagare come un cane randagio, inquieto; le cuffie le avevo lasciate in valigia e non mi servivano, da ogni finestra o negozio o caffè arrivava musica dolce e ammorbidita da battiti delicati immersi nella techno a me cara, nuova declinazione dell’elettronica che amavamo ascoltare insieme, inusuale ma familiare.
This is not what you wanted
Not what you had in mind

Quando non è più la stagione delle feste spensierate ma quella intimista delle scelte, dei conti con la coscienza, della cura dei legami e dei sentimenti, i rimpianti si moltiplicano e ti fanno maledire la tua paralisi, la mancata richiesta di aiuto che avrebbe potuto salvarti in tempo per non perdere il treno della vita. Scansavo coi piedi le prime foglie cadute in un autunno acerbo sui ritmi di dubstep e nostalgia, e mi sembrava quasi che tutta questa mancanza fosse una messa in scena, ché tu in realtà ti stessi nascondendo dietro una tenda o in auto dai vetri scuri per spiare le mie mosse e vedere cos’avrei fatto, se me la sarei cavata.
La notte mi arrischiai nei locali, avevo un’urgente necessità di ritmo e di rincorse sintetiche; scolai in un unico sorso il gin tonic appoggiato alla ringhiera del soppalco sospeso sulla pista da ballo, aveva lo stesso sapore di quando lo bevevo con te e questa cosa mi rincuorò ingenuamente.
Al mattino tornai alla tua porta e la musica si era fatta nuovamente meditativa e avvolgente, quasi romantica se vogliamo, il punto di arrivo era univoco, “I see the damage I’ve done”. Scrissi una breve lettera tanto impulsiva quanto sincera sull’incarto del pane del giorno prima, la lasciai cadere in quella che una volta era la tua buca delle lettere con la speranza che sarebbero state le tue mani a raccoglierla, chissà, un giorno. Alzai lo sguardo per l’ultima volta verso le finestre ora mute con ancora il ronzare dei synth nelle orecchie, e me ne andai.

Federica Giaccani

3. Tyler, the Creator – Wolf

Data di Uscita: 02/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Come per Frank Ocean mi è impossibile raccontare una storia, si tratta di personalità troppo eccessive per circoscriverle. Come fare a costruire un racconto ad esempio su Steve Jobs? , io non ne sono in grado e qui mi limito a riportare i dati di fatto visto che il resto sarebbe mera supposizione. Tutto è saturato e resta la vena creativa dell’artista, qualcosa di terribilmente debordante. Una matrioska creata per far uscire fantasmi e fissazioni di tutti i giorni.
Ad un persona x, ipotetica voce che mi chiede di consigliarle un disco, direi questo:” Tyler Gregory Okonma meglio conosciuto come Tyler The Creator è un giovane ragazzo che espone ed esprime le sue idee in varie modalità. Tyler ha cambiato l’hip hop scorticandolo per bene con la fondazione della Odd Future. Le personalità in gioco sono multiple e ci si scontra apertamente con una varierà quasi infinita di inclinazioni. La ribellione, il genio, la misoginia, il razzismo in varie forme, l’abilità spalmata su tutti i campi artistici, l’ironia, la comicità, l’ignoranza del fanciullo poco cresciuto, l’indecenza, la mancanza, la gelosia, la sincerità, una sorta di maturazione e l’ingenuità di chi dice tutto apertamente. Un’unica personalità si apre come la coda di un pavone con le sue piume colorate che ostenta il suo armamentario. Se poi non ti piacciono gli animali che si atteggiano potresti non apprezzare questo lavoro ma è un problema tuo; le perle come queste sono poche ma nello stesso tempo si possono donare a chiunque comprenda l’ispirazione folle che sta dietro”.
“E la storia è un terrificante triangolo amoroso: Sam e Wolf per avere Salem. E l’introspezione penetra la rabbia e l’allucinazione diventa seria in uno spettacolo surreale ma pregno di significati. I triangoli amorosi sono un tema trito e ritrito, chi riesce ad intercettare l’attenzione altrui con spunti del genere è decisamente da apprezzare. E se due bulli un poco ingenui portano le loro turbe in primo piano il gioco è fatto. Dovresti proprio ascoltarlo questo album che si potrebbe definire un “concept album”, ma questi sono paroloni inutili. Il tema è questo ma gli spunti narrativi presi e poi gettati via creano milioni di strade alternative. Piano, flow, jazz, urla d’orrore, synth, trame di batterie scarne e minimali, voce cupa che gratta il cuore e le orecchie, beat e metriche meccaniche si aprono al soul. Se sei un cazzo di indie-folk-pop totalitario e ti fa schifo il rap posso dirti che ci sono anche Laetitia Sadier e Erykah Badu, non c’è altro da dire”.

Jamba

Tutto parte in un Camp estivo, il Camp Flog Gnaw. Eco finale in ascesi o crisi epilettica. Paranoia totale

Get hip to the pew, you can drink piss and eat a dick in a few. The sickening view of visuals, i’ll eat yor ribs! I’m a wolf, the meet your kids after school, and give them drugs cause it’s cool

Cowboy

Metafora del viaggio, della vita e meccanica sonora scarna alla massima potenza con aperture dorate. Ipnosi

“ I am the cowboy on my own trip, I am the cowboy on my own trip, I am the cowboy on my own trip and I am the cowboy”

Awkward
Un romanticismo malato ti pervaderà completamente, la voce di Frank Ocean intersecata perfettamente, l’innamorarsi ingenuo e totale. L’insicurezza.

You’re my girlfriend, you’re my girl (whether you like it or not!), you’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girl, girlfriend. You’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girl (Shit I know that you’re my). You’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girlfriend.

Domo 23
Spacca tutto, sporcizia ed esplosione sonora alla massima potenza, Golf Wang.

Answer
Telefonate senza risposta a padri mai conosciuti. Ritmo sgranato e quieto in un intreccio tra passato, presente e futuro.

Hey Dad, it’s me, um…
Oh, I’m Tyler, I think I be your son
Sorry, I called you the wrong name, see, my brain’s splitting
Dad isn’t your name, see Faggot’s a little more fitting

48
Droga e media. Rimanere una persona normale è possibile oltre il successo. Beat caldo e decadente in vorticosa distorsione.

Crack fucked up the world, and I wonder if they realized the damage. I mean, they come from an era who made a lot of money of that shit

Partyisntover / Campfire / Bimmer
Cori allucinati, emotività, lounge, la passione per i Tame Impala,ipnosi finale con duetto Tyler e Frank Ocean. Capolavoro.

The party isn’t over, we could still dance girl
But I don’t have no rhythm
So fuck it, take a chance with a nigga
Like me, like me

IFHY
Amore passivo aggressivo, l’amore distratto e complesso allo stesso tempo, frammenti di gelosia. Synth killer, beat in loop e Pharrell a chiudere in bellezza. Scuse mal gestite.

I fucking hate you
But I love you
I’m bad at keeping my emotions bubbled
You’re good at being perfect
We’re good at being troubled, yeah

Pigs
Bulli omicidi e risse, vetri spaccati. Il film dell’orrore in slow motion è servito.

We are the Sams, and we’re dead — it’s just four of us
We come in peace, we mean no harm, and we’re inglorious

Treehome95
Il soul e i doppi sensi amorosi. Classe allo stato puro.

I want to go
I want to go
Baby, let’s go
To my treehome
Treehome

“Il tutto è una visione oscillante tra il grottesco, il caricaturale e il riflessivo. L’energia sprigionata è folle ma messa sotto un maggiore controllo rispetto alle precedenti uscite. Dimentico di dirti che prima di consigliarti questo album devo rivelarti un’altra cosa. Se non se un indie-totalitario ma solo un totalitario devo ammettere che probabilmente Tyler non sarà mai chiamato ad un patetico concertone del Primo Maggio o ad un ritrovo di nostalgici. Troppo misogino e americano da una parte e troppo nero dall’altra.
Il lupo se ne farà una ragione perché esce vincitore, impossibile perdere con una dose di talento del genere caro ascoltare x.”

Alessandro Ferri

4. Kanye West – Yeezus

Data di Uscita: 18/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Una villa enorme, design unico e vetro dappertutto per riflettere il sole e il mare. L’atrio d’ingresso introduce in un paradiso terrestre ed alieno condito da comfort di ogni genere, spazi macchina infiniti, piscina olimpionica a forma di vagina, ascensori rapidissimi, soffitti altissimi, cinque piani, pavimenti in legno, finestre a iosa. Open space. Il lusso era tutto suo, i soldi per la manutenzione non erano un problema per lui che ormai aveva sfondato senza alcun ritegno nel mercato globale. Comprata l’abitazione da un ricco magnate della zona l’aveva ricostruita a sua immagine e somiglianza. L’ego smisurato non lasciava nessuno spazio, ambizione e trasformismo erano gli ingredienti vincenti della scalata all’olimpo degli immortali. Divenire d’ispirazione per il mondo intero combattendo la banalità e la mediocrità era l’obiettivo, l’ordinario e il rancoroso andavano demonizzati nel suo circolo incantato ma così reale. Yeezus aveva deciso di sparare immagini caustiche sui palazzi di sessantasei città sparse nel mondo, era l’ultima provocazione che gli era venuta in mente. Doveva parlarne con il proprio tecnico video, stasera era in programma una cena a lume di candela per decidere il da farsi. Il tecnico chiamato per le proiezioni era Charlotte, una bellissima ragazza francese conosciuta durante un viaggio tra le vigne della Borgogna. I suoi fluenti capelli castani, i piccoli seni, il fondoschiena perfetto e la pelle sempre profumata gli avevano fatto perdere la testa; neppure lui capiva se la trovata delle proiezioni era reale o solo un modo per poter cenare da solo con lei.
Farneticante e misterioso se ne era rimasto chiuso nella sua casa per due mesi facendosi portare viveri e lussi dai vari assistenti. Un senso di sfida continua lo portava a spiazzare l’interlocutore completamente, era solito rimarcare di continuo il suo dominio assoluto con un linguaggio colto ed oscuro. Spacconate terrificanti erano all’ordine del giorno, lo stile unico e naturalmente diretto al gaudio dorato. Il talento indiscutibile debordava dappertutto lasciando di sasso chiunque, cambi in diverse direzioni da far venire mal di testa.
L’autoreferenzialità si faceva oscurità vorticosa, ai limiti massimi. Razzismo, amori torbidi, nessuna pubblicità o promozione al proprio talento. Metafora del potersi permettere ogni cosa, il distacco per sublimare la superiorità. La divinità è una qualche entità superiore straordinariamente dotata, si colloca altrove in una tensione sacra al congiungimento con esso. La fede diviene centrale e voleva instillare in tutti i suoi seguaci questo sentimento così da farsi seguire ed adorare.
Davanti allo specchio con il rasoio per rifinire perfettamente la barba. Bermuda beige, camicia bianca con motivi floreali alternati a piante rampicanti piccolissime, giacca stretta marrone e papillon di classe. Il profumo e gli occhiali da vista con montatura dorata non potevano decisamente mancare per l’appuntamento con Charlotte.
La ragazza arrivò puntualissima alle 20, lui si fece attendere ed il maggiordomo portò Charlotte nell’immensa sala da pranzo addobbata a festa. Si sedette sulla propria sedia fissando il soffitto immaginando mille proiezioni colorate, aveva un abito lungo rifinito con graziosi brillanti, una scollatura generosa e i capelli sciolti a ricadere sulle spalle.
L’arrivo di Yeezus, annunciato da una intro eccessiva e compulsiva intervallata da un coro di bambini, fu planetario. Pesce pregiato innaffiato da un vino bianco micidiale e fruttato, questa era la cena proposta a casa Yeezus; i discorsi della serata toccarono solamente di striscio le proiezioni e lui doveva lottare per non morire negli occhi così brillanti di lei. Mangiarono con calma e il vino arrivò in quantità industriali, lui si lasciò naturalmente andare a monologhi ricolmi di arroganza e auto proclamazione. L’unità di misura era ormai persa e le dita delle mani si sfiorarono nel tentativo di versare altro vino, il resto fu amore esagitato e dolce nello stesso tempo. I bellissimi abiti furono completamente strappati e i brandelli finirono sul tavolo, lo fecero in tutte le posizioni possibili prima nella sala da pranzo e poi nell’immensa camera da letto. Lo stravolgimento fu accompagnato da una colonna sonora che senza ritegno alcuno mescolava rap, industrial, glitch, distorsione, dancehall e beat ruvidissimi con un pizzico soul finale a riportare indietro nel tempo. Il battito cardiaco totalmente violentato da un’ascesa micidiale ed ipnotica, complessa da metabolizzare e prima di tutto da vivere.
Si risvegliarono presto per dirigersi nella piscina a forma di vagina dove fecero ancora all’amore fino allo sfinimento ricordando i ritmi della notte appena passata. Imprevedibili, emozionanti e opachi. Giunse alla conclusione che le proiezioni erano uno scusa, anche l’amore e il sesso in questo caso lo erano.
La conclusione era una nuova affermazione di totale e meritato dominio su tutti i fronti.

Alessandro Ferri

5. Mount Kimbie – Cold Spring Fault Less Youth

Data di Uscita: 27/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

L’inverno cede, luce fioca non irradierà cristalli prossimi a liquidarsi, brina poco convinta. La macchina spanna facile, fa caldo nei piumini, quasi da toglierseli e fare l’amore in macchina come mocciosi arrapati. Una casa l’abbiamo, un mutuo anche e durerà certamente, quasi quanto è certo il nostro amore, amore. Il turno delle due, una macchina in due, ti aspetto, ti vengo a prendere, il più delle volte siamo uno, in due. Ed è un bel tormento a dirla tutta, il tedio dello starci stretti e doverci stare dietro, me l’avessero detto avrei firmato subito, ammesso che per ste cose ci siano carte da firmare. Gli anni a venire, al seguito e servizio della ragazzina dai capelli rossi, Charile, sarà la pena da scontare per un’infatuazione inarrestabile. La corte non accetta appelli, lei contraccambierà e dovrete amarvi! Ma vostro onore, si piange miseria, e quando farà gli anni, quando faremo gli anniversari, quando le annose ricorrenze vorranno esser festeggiate, io non saprò manco dove portarla, l’amore costa, vostro onore. Arrangiati, Charlie, la legge non accetta ignoranti, l’amore non cerca scusanti. Da allora pub come ristoranti, cinema come teatri, centri commerciali come Spa. Vorrei darti di più ragazzina, stupirti con un lusso vero, mentre mi spii celata dal groviglio di una frangia ramata, non mi giudichi e contraccambi lo sciocco che sono al pari, grazie.

L’inverno cede, luce fioca non irradierà i cristalli prossimi a liquidarsi, brina poco convinta. Sorseggi sereno un cappuccio bollente e taci, ho un compagno di poche parole io, un san bernardo pare. Con la faccia mogia e sempre penante, di cosa ti preoccupi, cosa ci manca? A me nulla, macherà a te qualcosa? Posso dartela io? Parla, Charlie, senza che io te lo chieda, parla. Non finiamo a fare l’amore in macchina come mocciosi arrapit, una casa ce l’abbiamo, una casa nostra fra ventanni. Nostra. Il turno delle due e noi due, silenziose le ore, silenziosi noi, e mi ritrovo bambina con un padre imbronciato che mi aspetta e mi viene a prendere.

Charlie!
Che c’è?
Che hai?
Pensavo.
A cosa?
Che ti amo.
E?
E che non ti do quanto vorrei, e la cosa mi distrugge perché vorrei, giuro che.
Charlie, ti ricordi di quando uscivamo le prime volte con la macchina di tuo padre?

Come mocciosi arrapati.

Alfonso Errico

6. Burial – Rival Dealer

D.d.U. 11/12/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

L’inconfondibile emicrania delle ore che seguono un rave umido ed acido.
I ritmi dei ricettori nervosi restano accelerati e spasmodici, le gambe tremendamente esauste ancora si muovono da sé, i pensieri rimbalzano impazziti da uno scompartimento e l’altro della memoria. Scatti compulsivi tra i canali di un vecchio televisore, il telecomando prende in rassegna tutta l’offerta in chiaro: televendite, voci distanti, spot di videogiochi, report di discorsi pubblici entrati nella storia.
I piedi perseverano nelle danze chimiche.
Sms arrivano a valanga, qualcuno forse mi cerca, oppure sbagliano numero; nelle tempie la pressione di un costante chiacchiericcio di fondo.
La nebbia è penetrata nello scantinato, ricettacolo di sogni infranti e divani sfondati dalla tappezzeria in velluto a coste marrone. Tuttavia una luce nuova entra dagli spiragli dei cartoni incastrati sommariamente nelle bocchette di aerazione. The sunlight has come.
Il breakbeat va in pausa, lascia il posto a ritmi solari e regolari, bagliori inediti ripescati dal pop degli anni ottanta. Forse esiste ancora la speranza, sotto la coltre di nostalgia che mi rende da sempre un’anima perduta.
Excuse me, I’m lost.
In una improvvisa epifania, ci si perde e ci ritrova ciclicamente.
Rimango ancora un po’ sprofondato nella penombra, ma quando uscirò probabilmente arriverà una mano da stringere. E l’aria sarà malinconica ma meno rarefatta.
You’re not alone.

Federica Giaccani

7. Apparat – Krieg und Frieden (Music for Theatre)

Data di Uscita: 15/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sergej vive nei pressi del fiume Enisej, nella Repubblica popolare di Tuva. La sua modesta abitazione sorge vicino ad un foresta immensa, un luogo oscuro meta di eremiti e sciamani dalle spiccate capacità curative.
La vita precedente a San Pietroburgo era frenetica, la sua vena poetica si era spenta fino ad annientarsi. L’hockey, il calcio e la mondanità lo avevano inghiottito rapidamente in un susseguirsi di eventi causati dal suo fulmineo e lucente successo come poeta espressionista capace di delineare perfettamente uno spazio urbano fonte di angoscia e smarrimento. Nel trasformato contesto globale riuscì a tracciare nuove fobie dai riflessi cangianti e mostruosi al limite dell’ignoto, iniziò collaborazioni con le maggiori riviste russe d’arte e non solo – anche i quotidiani desideravano le sue rubriche.
Il suo volere artistico si era tuttavia annebbiato totalmente e la nuova opera commissionata dal festival dell’arte Ruhrfestspiele: un’interpretazione di Guerra e Pace, celebre romanzo di Lev Tolstoj, non lo faceva dormire.
Inconscio e desideri repressi stavano per esplodere e comporre in quelle condizioni non era possibile. Tali problematiche, un tempo foriere di grande ispirazione, si erano tramutate in un pericoloso vortice di sensazioni non più controllabili. Sono le classiche crisi produttive e poetiche che o bloccano totalmente l’uomo oppure lo portano su nuove strade.
E in un gelida notte d’ottobre nella città della rivoluzione bolscevica trovò la scintilla. Un barbone ai bordi della strada che inneggiava a Lenin lo colpì immediatamente costringendolo ad uno stop, quasi pietrificato dai suoi lamenti. Finirono a bere vodka insieme seduti sull’asfalto gelido e prima di fare ritorno a casa il mendicante lo bloccò e si mise a ripetere come una forsennato la parola Tuva. Questo suono gutturale convinse Sergej a trasferirsi.
Da sempre terra autonoma che cercò in vari modi di sfuggire all’abominevole dominio comunista prima di allinearsi obbligatoriamente ai dettami della pianificazione totale e priva di senso. L’arresto di Kuular, buddismo e sciamanesimo rasi al suolo e collettivizzazione della vita non riuscirono comunque a distruggere la vena nomade di questa zona estrema e difficilmente assoggettabile. I vecchi monasteri, i disastri immani del Partito e i segni della sofferenza percepiti nell’aria ghiacciata dell’inverno incombente.
Le catene montuose invase dai fiumi e dai laghi portavano gli occhi di Sergej a seguire infiniti percorsi, l’isolamento totale creò una nuova foga compositiva. La resistenza alle condizioni spesso proibitive diede una forza antica alla sua scatola cranica, innervata di adrenalinica riflessione partorì il capolavoro. Forsennate camminate nelle foreste seguendo sentieri naturali, dialoghi fatti di silenzi con i curatori locali e notti insonni a scrivere.
La trasformazione totale, la nascita di un artista poliedrico e formidabile in più campi. L’impressionismo si impossessò di Sergej, le sensazioni davanti alla Natura portate a galla con immane potenza. Lo scorrere rapido e paradossalmente distaccato del tempo appuntato in ogni singolo istante dinnanzi al mutare delle condizioni di partenza. Il tracciato dell’opera sempre pronto a superarsi per giungere a lidi inesplorati, impossibile predire che cunicoli attraverserà in futuro l’artista.
Nei festeggiamenti per i dieci anni dell’interpretazione di Krieg und Frieden, tra riconoscimenti prestigiosi e viaggi promozionali dappertutto, fu chiesto di creare una sorta di colonna sonora.
Sergej che nel frattempo studiò la musica si dedicò anima e corpo al progetto ritornando nella sua casa accanto al fiume Enisej. Drone, archi, pianoforte e leggere percussioni a sfondare le barriere temporali. Melanconia e malinconia a tenersi per mano. Archi funerei messi a disposizione dell’impetuoso scorrere del fiume che porta le proprie acque a spargere i sedimenti in ogni metro quadro della zona. 44. Intromissioni ambientali e fermenti della natura tra i vortici ghiacciati a una temperatura oscillante tra i – 10° e – 35°. 44 (noise version). Tod. Lo sporcarsi in pensieri violenti ed isolati tra le montagne innevate vedendo vecchi film di stato con deportazioni in massa. PV. Il tintinnio del carillon a far vibrare l’aria mattutina prima di partire per lunghe camminate solitarie. K&F Thema. L’epica e una nuova alba. A Violent Sky.

Alessandro Ferri

8. King Krule – 6 Feet Beneath the Moon

Data di Uscita: 24/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La città d’inverno è preferibile, non ci sono gli altri e restiamo tranquilli, nessuna festa a scopo turistico, le luci sono essenziali, e l’inverno benedice e suggella il tutto con la patina di brina che ricopre ogni cosa. Il mare d’inverno, ecco cosa si perdono gli sciocchi, come se fosse tutto fare il bagno e prendere il sole, che ne sanno del canto delle Erinni, di quell’amplificatore di sensi di colpa e tragedia che è lo scrosciare delle onde quando fa un freddo gelido, che taglia la faccia e vuole, pare voglia, abbracciarti nelle sere più fredde. Quasi a dire, fa freddo, troppo per sopportarlo e non esserlo. Diventa freddo, diventa freddo con me. Sarebbe tutto così perfetto, spicciolerei abbastanza per portare a casa la pagnotta col mio solito e sicuro spettacolo da bar, tastiera e basi, se non fosse per quel ragazzino. Piccolo, iracondo, ragazzino. Sembra che mi segua, viene con la sua chitarrina, sputa veleno come un vecchio negro stanco, ha dentro tutta la rabbia di un adulto e nessun graffio in vista, è vestito bene, perché ha gli occhi in brace? E porca puttana mi fotte il lavoro, viene, suona gratis, elemosina le birre che sono certo non potrebbe bere, chi cazzo ci crede che ha diciotto anni. A fine serata prendo la busta e i locandieri mi guardano come un ladro, ti sei portato la spalla o quello ha suonato al posto tuo? Bastardo, cosa dovrei fare? Mica posso cacciare i tuoi clienti? Non lo sopporto più.
Anche oggi, anche oggi dannazione, basta, ora vado e ci parlo. Ehi, ehi tu, moccioso! Io? Tu! Prima che tu mi dica qualsiasi cosa, sei Corgy Del Perno vero? Ti chiamavano così per via di quel collo inesistente e delle mani affusolate, sei tu vero? Vuoi che ti spacchi la faccia? Sei tu vero? Sì, sono io. Figlio di puttana, ho conosciuto Elly, era la mia babysitter, m’ha insegnato a suonare la chitarra, mi raccontava sempre di te, l’hai mollata per la metropoli, volevi sfondare, ora sei in una topaia a fare le marchette. Come cazzo ti permetti, stai zitto e ascolta, lei ti cerca ancora, dopo tutti questi anni? Sì, idiota, e lei è più stupida di te, non posso tornare, allora almeno suona qualcosa di decente e mollami un LA che devo accordare.

Alfonso Errico

9. Gold Panda – Half of Where You Live

Data di Uscita: 11/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La città è un caos frenetico, un susseguirsi di epilettiche sistematiche gestualità. Un ritmo intenso, caleidoscopico. Guardando fuori dalla finestra del suo appartamento al quinto piano, gli pareva di vivere al centro del mondo. E contemporaneamente fuori dallo Spazio e dal Tempo. Le gocce di una lieve pioggia appiccicate al vetro lucido, la luce dell’ennesimo giorno che è trascorso. Mentre fuori: suoni e voci e claxon e persone che camminano e ancora voci, un accavallarsi infinito di voci, claxon, che sovrastano tutto, persino i pensieri. Le auto avanzano a singhiozzi, intrappolate nelle code ai semafori, come mosche in una ragnatela.

Tutto sembra leggero, ma anche più pesante. I ricordi non aiutano a vivere, ma a morire.

Ripensa al sole di Sao Paolo do Brasil e ripesca dalla memoria il profumo del mare e del vento che accarezzava la spiaggia come i rimpianti accarezzano l’anima. Un brivido caldo che poi diventa freddo gli cammina lungo la schiena come un insetto isterico. E la vede: Beatriz.
I suoi occhi. Dentro potevi trovarci tutta Sao Paolo. Forse, il mondo intero.
Le palme, il faro, le nuvole bianche come il latte, e il mare. Quel mare che lì, davvero, aveva lo stesso colore del cielo. E il fondale, l’atmosfera, erano la stessa cosa.
Beatriz era fuggita dalla favela, dalle baracche coperte di amianto e vernice, dalla polvere che ti si deposita fino dentro le ossa. Beatriz aveva un sogno. Un sogno bellissimo.
– Puoi portarmi con te?,- gli aveva chiesto. Solo questo. Questo e – Ti prego,- disse. Ti prego.

Sdraiato sul letto abbassa le palpebre e immagina il colore della sabbia che si riflette negli occhi di una ragazza appena maggiorenne, con i capelli neri come la tenebra e la pelle al sapore di acqua di mare.
Dalle casse dello stereo, i vibrafoni gli arrampicano lungo la spina dorsale come a scalare una parete rocciosa. Il vuoto diventa materia, le percussioni scandiscono il ritmo spezzato del battito del suo cuore.

La città è scomparsa. Inghiottita dalla fame atavica di pace. Fuori dalla finestra c’è la spiaggia di Sao Paolo do Brasil. C’è il sole. Un gruppo di ragazzini gioca a pallone in costume, vicino a dove il bagnasciuga diventa nient’altro che il punto d’incontro tra la Terra e l’Infinito.
Anche se distanti migliaia di chilometri, dietro al vetro, incontra gli occhi di una ragazza.
Due occhi profondi come l’Oceano che dicono solo: ti prego.

I loop, profondi, ossessivi, somigliano ai suoi ricordi: e gli sembra di morire.
Ma è la cosa più bella che abbia mai provato in tutta la vita.

Samuele Pica

10. In Zaire – White Sun Black Sun

Data di Uscita: 19/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Siamo sempre sull’orlo del conosciuto, mai dentro, mai fuori. Quando blandamente ti chiedi se il bicchiere della tua vita sia mezzo pieno o mezzo vuoto ti appelli ad un modo di dire basato su congetture erronee e anacronistiche, il bicchiere non è mai mezzo vuoto, mai mezzo pieno, il bicchiere è sempre pieno, per metà d’acqua e metà d’aria, magari. Siamo generazioni collaborative, scoprendo ricordiamo chi ha preparato la strada, guardiamo anche per loro e in loro c’è il seme del nostro estro. Quando si è istruiti a farlo, la realtà appare in un’altra maniera e questa comprensione permette spessore. La capacità aumenta la capacità, perché un bicchiere porta l’acqua solo quando sai che è fatto per questo. Altrimenti, la contiene soltanto. Perché la conoscenza è fonte, l’educazione anfora, la volontà bicchiere. E in tutto questo le idee sono i picchetti attraverso cui passa il filo della nostra storia. E in tutto questo l’umanità non ha fatto che disegnarsi addosso alle proprie idee. Ogni volta che formuli dedichi qualcosa a chi c’è stato, vincoli chi verrà. Sostituire il pregiudizio privato con congetture pubblicamente verificabili è il più grande esercizio di verità, cosa ti dice questo? Cosa ti suggerisce questo assioma? Che la verità, la conoscenza, le idee, trovano forza nella condivisibilità. E immagina quanto apparirermo ridicoli quando voleremo da una stella all’altra saltando fra i wormhole, quando ci godremo un alba di galassia e non di un sole solo. Quando t’abbraccerò nella coscienza collettiva di centinaia di individui, e ricorderemo con un sorriso come questa stella si sta spegnendo, come questo sistema sta crollando ineluttabilmente. L’inesorabile sconfitta del calore, la morte termica e dunque il cambiamento che svela la menzogna di una fine infinita. La fine è sempre finita, sempre finirà.
Eleganti verità, orpelli di interrelazioni, complessità e continuità di sistemi.

Alfonso Errico

Comments are closed.