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Top Ten 2013 – Maurizio Narciso

1. Boards of Canada – Tomorrow’s Harvest

Data di Uscita: 10/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Nothing is real

Nella luce incerta di giugno, la guardo sporgersi lievemente dalla finestra, i capelli lunghi e neri piegati dal vento raccogliersi sulla bocca. Lascia cadere qualche parola di sotto. Finge di non vedermi. Quindici anni prima mi teneva la mano: nella penombra di una piccola mansarda, tra i vecchi giocattoli velati di polvere e i libri delle mie sorelle più grandi, seduti su un canapè dai piedi instabili, prometteva che non mi avrebbe lasciato. Lungo i tubi, gli scarichi, le grondaie del pozzo di luce scalcinato, su cui s’apriva una finestrella, scorreva il tempo dei nostri pomeriggi mentre lontano la città si perdeva nello sfacelo del giorno.
Quand’è che ha deciso di portare via per sempre il suo sguardo dal mio?
Cerco il punto esatto, il centro forse, oppure un’angolazione ideale dove poter vedere l’istante in cui le cose accadono. È possibile vivere fuori da questa bolla d’aria, fermi e distanti dagli sguardi di chi sta intorno e guardare, semplicemente guardare il mondo che se ne va e poi ritorna per poi andarsene ancora?
È stata la pioggia a svegliarmi. Una pioggia violenta. Sembrava una padella che friggesse e che nei suoi giorni non avesse fatto nient’altro che friggere. Forse una pioggia così fa accadere le cose troppo in fretta: l’occhio è preda di quelle gocce che cadono a dividerci dal mondo.
(Il mondo, il mondo, che cos’è il mondo? Una parola, mi dico in fretta respingendo l’idea vertiginosa e magnetica delle sue strade, delle sue storie, dei suoi volti. Ancora un’ultima immagine: una palla blu e bianca, come la panna che si sfalda sul gelato, che ruota nel nero assoluto.)
Sul costone della collina, nei campi che si stendevano appena finivano le case, lì dove ora sorgono grigi palazzoni, cortili di pietrisco e cancelli dalle linee dritte e dai colori smorti, andavamo a caccia di lucertole. Io e lei. Una volta fummo sorpresi da un temporale, di quelli estivi, brevi ma violenti. Nell’aria che s’era fatta livida e metallica d’improvviso, i fulmini squarciavano il cielo, qua e là, lontano, come in uno scenario apocalittico o come in quelle trasmissioni americane alla tv. Nella mansarda, s’era tolta la magliettina a pois, lasciandola ad asciugare sul canapè. Lì, in quella stanza che sarebbe diventata la nostra stanza d’amore, la toccai per la prima volta: riluceva indifesa, stupita di sé e di me così vicini, al rigagnolo di luce irreale che passava dalla finestrella. Ricordo la pelle d’oca, il suo alito caldo e alla pesca (era ghiotta di quelle caramelle alla pesca che spacciava il tabacchi della piazza), i capelli bagnati, la pelle morbida e appiccicaticcia e salata, come se fosse ieri.
Era molto raro vederla dalla finestra. Probabilmente s’era affacciata per indagare su dove si erano riparati suo nipote e i suoi amici durante l’acquazzone. Dandosi il tono di una sorella maggiore, li rimproverava tutti. Esibiva un accento diverso, a tratti ridicolo, corroso dagli anni universitari trascorsi in qualche città del nord del paese, M.. Mi.. non ricordo più. Provo un piccolo piacere a sentirla inciampare sulla o come quando mi urlava di no, di starle lontano. Rivedo la mia mano tendersi in avanti, pochi centimetri mi separano da lei, in corsa, veloce. Il vestitino bianco, le sue gambe sottili, i capelli alla vaniglia tremare contro vento. Lei contro l’azzurro del cielo, lei randagia tra le auto parcheggiate, lei bellissima tra le mie braccia: la agguantavo da dietro, per un braccio, si divincolava con le unghie, e all’angolo, dove la riprendevo, rifiatavamo abbagliati dalla luce del sole ancora alto e smemorato nel cielo. Si stava lì per un attimo come a sperare che quell’azzurro impenetrabile si lacerasse davanti ai nostri occhi. Come quando cadono i fulmini.
Ancora una mano verso il vuoto, ancora una parola lasciata cadere di sotto, la piega delle labbra, un sorriso, sempre uguale che svanisce, ed è voce nella stanza, tra le tende bianche e vaporose che ridiscendono lente e leggere e fatate, in uno svolazzo.

Gianfranco Costantiello

2. Autechre – Exai

Data di Uscita: 04/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

MATER LC02070

Questa tuta spaziale mi costringe il petto e gli arti, la sento pesantissima, come fosse un’armatura medioevale. Cammino lungo il bordo esterno del mio velivolo in cerca della falla rilevata dal computer di bordo ma non ne trovo alcuna. I miei piedi sono ancorati allo scafo e ogni movimento è faticosissimo. Cominciano a bruciarmi gli occhi, rientro anche oggi senza aver trovato nulla di rilevante.

Sono partito due anni fa e sulla terra non tornerò più. Non a causa del problema esterno rilevato da “MATER LC02070”, quello è un inconveniente da poco, rallenterà solamente di due anni e quattro mesi il mio arrivo su Plutone. Sono un fisico, chimico, ingegnere aerospaziale, matematico, medico-chirurgo, professore di filosofia ma soprattutto il primo uomo ad affrontare un viaggio interspaziale così lungo da non permettergli un ritorno sulla terra. Ho dedicato la mia vita alla scienza e questo sarà il mio ultimo dono all’umanità.

Il mio soggiorno qui si basa sulla ripetitività di azioni indispensabili a curare questo enorme ecosistema viaggiante, assicurare il prosieguo del suo equilibrio dinamico e garantire di conseguenza il mio arrivo sul pianeta inesplorato. Sbarcherò tra quarant’anni, sei mesi e tre giorni. Sarò vecchio e la mia figura esile sarà la prima a calcare la polverosa superficie aliena.

Il mio diario di bordo è registrato in vinile, curioso che questo sia ancora il mezzo di immagazzinamento dati più preciso. La scatola nera che contiene l’incisore dei dischi è un gigantesco monolite nero sul quale sono impresse null’altro se non le proprie generalità: Æ / Exai. Il meccanismo di registrazione effettua anche il download automatico dei dati ogni 12 ore trasmettendo a terra le informazioni grazie a svariati ripetitori di segnale disseminati su ogni pianeta sui quali l’uomo è riuscito a lanciare satelliti. Purtroppo però è solo un trasmettitore di onda, la ricezione non è più possibile avendo superato già da sedici giorni la distanza massima di garanzia ovvero otto volte la distanza terra-luna. Non posso più avere riscontri dalla base operativa terrestre, speriamo che tutto stia filando liscio…

PIANETA TERRA

Ricezione dati da “MATER LC02070” in corso, tentativo n. 1.604,00:
Start -“FLeure; irlite (get 0); prac-f; jatevee C; T ess xi; vekoS; Flep; tuinorizn; bladelores; 1 1 is; nodezsh; runrepik; spl9; cloudline; deco Loc; recks on; YJY UX” – Stop.

Conversione Audio:

http://www.youtube.com/watch?v=FiRLb8AYgIc

Nulla da fare, da settimane non riusciamo più a ricevere una comunicazione comprensibile. Il segnale sembra compromesso ed è praticamente inutilizzabile. Chiamatemi quei due tecnici della sintassi, com’è che si chiamano, Sean Booth e Rob Brown, forse loro sapranno come utilizzare queste rumorose stringhe di codici dando loro un senso compiuto.

Maurizio Narciso

3. Tim Hecker – Virgins

Data di Uscita: 14/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Che cosa ci facevano tutti quei vetrini appesi al soffitto, vicino alla veranda?
I miei occhi scrutavano questa stanza in cui già erano stati ma che al momento faticavano a riconoscere: le tende erano state smontate, l’enorme scrivania di compensato – un tempo quasi interamente sgombera – era adesso ricettacolo di pile di pubblicazioni di ottica, di lenti e cristalli di tutte le dimensioni, alcuni frammenti di specchi. Solo il metronomo era rimasto al suo posto.
Tim arrivò dalla cucina con due birre in mano, mi invitò a sedere e a brindare in onore della nuova impresa in cui si apprestava a cacciarsi: sarebbe tornato per un po’ nel vecchio continente a studiare e sfruttare le potenzialità di un elemento puro come la luce. Stanco di aver esplorato le oscurità asfittiche grondanti di nebbia e droni fino a scoprirne e sviscerarne ogni minima risonanza, voleva spingere oltre il suo talento indiscusso fino ad avventurarsi in nuovi lidi in cui avrebbe, comunque, brillato. La stasi creativa era inconcepibile, per chi era da sempre stato avvezzo a sfidare se stesso e le sue inclinazioni sorprendenti, ma un terreno saturo e battuto per tutta la sua estensione non era più fertile per germogli rigogliosi di nuova linfa, il segreto era scardinare le certezze, trovare altre chiavi per aprire altre porte.
Faceva oscillare i cristalli sospesi e mi faceva notare i prismi di luce che partivano dalle varie superfici e andavano a incidere le pareti, poi mi portò a riflettere sulle lunghezze d’onda, sui parallelismi tra vista e udito e le suggestioni che una mano abile potrebbe produrre dal connubio dei sensi. Il suo aereo diretto a Reykjavík sarebbe partito l’indomani, l’urgenza di depurare da ogni elemento superfluo la sua palette di melodie fino a raggiungere il succo primordiale e incontaminato di suoni vergini, limpidi, come la luce appunto, era pressante.
Appena giunse in Islanda, scelse di spostarsi a Nord della capitale, nella regione dei fiordi, e di alloggiare in una piccola locanda adiacente al porto giusto per il sapore intimo di quelle pareti interamente rivestite in legno caldo, per le torte preparate al mattino dalle mani laboriose dell’anziana signora in cucina, per l’assenza di altri avventori, per la vista sublime dall’ampia finestra della sua stanza: mare in sussulto, navi e un unico molo lunghissimo proteso verso l’infinito. Quello che non aveva messo nel conto era il nautofono che rombava talvolta cogliendolo di sorpresa, rendendogli difficile prendere sonno, insinuandosi tra le immagini e i tintinnii limpidi dei cristalli. In un primo momento aveva avvertito del fastidio: la purezza era irrevocabilmente inquinata. A ben guardare però queste incursioni avevano una loro ragione di esistere e abbracciavano come una scura coperta tesa dal passato le rivelazioni a venire che già sapevano di ghiaccio immacolato, luce candida e note di pianoforte. I droni c’erano ancora, al pari delle radici – inestirpabili per definizione, tuttavia erano docili e sapevano farsi da parte al momento giusto, riuscendo a dialogare col nuovo in maniera dialettica.
In un’alba gelida e chiara, coperta di brina, Tim decise di raggiungere Ben. Strano che ancora non si fossero visti, la loro solida amicizia e la stima reciproca li spingeva spesso a confronti emotivi e creativi, i frutti che ne nascevano erano dei miracoli sonori. Sembrava che Ben lo stesse attendendo, che sapeva che sarebbe arrivato da un momento all’altro; lo invitò ad entrare e chiuse la porta dietro di lui, l’aria in casa odorava di caminetto acceso e vino rosso, ambiente ideale per far confluire pensieri, fobie recondite, suggestioni illuminate. Live Room fu una stanza, o un spazio, che coprì l’arco di due giornate in cui in realtà entrambi persero contatto con il mondo e con le coordinate temporali; le parole spesso lasciavano posto a silenzi eloquenti con gli occhi fissi sulle braci rossastre e vive, riemergevano ricordi dell’uno di gite solitarie tra i lupi dei Carpazi tanto quanto le avventure dell’altro tra foreste di nebbia, scaturivano suoni sinistri e familiari. Poi la sirena del porto sembrava tornasse a tonare sorda anche lì, come se d’improvviso si fossero spostati all’esterno; un canto malinconico che presagiva altre imprese, altri luoghi, e la voglia di perdersi.
La voglia di perdersi nella luce totale. Tim fu risoluto e deciso nell’abbandonare Ben per ricercare l’assenza di buio e lo studio dei vari cristalli esposti ad una fonte praticamente continua.
71° 10′ 21″ di latitudine Nord // 25° 47′ 40″ di longitudine Est, punta Nord dell’isola di Magerøyam, Nord della Norvegia. Questa era la sua destinazione, raggiunta con vari battelli e traghetti, il rumore del nautofono costante riferimento a ricordo della splendida permanenza in Islanda. Il Mare Glaciale Artico e un piccolo capanno a strapiombo sulla distesa d’acqua, pieno di ogni comfort e di appigli per installare gli unici protagonisti di questa seconda parte di viaggio: i cristalli. Il momento era quello più propizio, i calcoli fatti con Ben erano perfetti e la rotazione terrestre aveva raggiunto l’inclinazione esatta. Il Sole, la radice della luce, non sarebbe sceso mai sotto l’orizzonte, la notte non ci sarebbe più stata per un lungo periodo, il crepuscolo inesistente. L’occhio disabituato a questo fenomeno faticava a chiudersi davvero e la contemplazione totale della rifrazione si contorceva su se stessa dando vita a fenomeni di pura allucinazione visiva, cerchi concentrici nel mare si aprivano senza alcun sasso lanciato. LIVE ROOM OUT, lì come a casa di Ben. Questa prorompente autorigenerazione di luce era ciò che Tim cercava per il suo prossimo studio, la sua prossima riproduzione sonora fatta di ascensione e ciclica. Intersecare continuamente i flussi luminosi con un suono ripetuto e sporcato da distese solitarie di droni in lontananza, questo era l’obiettivo finale mentre i cristalli oscillavano. Un monologo prolungato, ribadito con forza e precisione aliena in una volontà di ferro. L’energia sprigionata da questa esposizione tra il violento e il puro era richiudibile in un folgorante concetto: la palingenesi creativa, “che nasce di nuovo”, in un rimando continuo alla rifrazione più chiara. VIRGINAL I/II. L’importanza del riposo e di un quieto risveglio scandito da un battito lontano che si apriva in un loop pulsante smembrato in un’asincronia forzata, la lucentezza e i risvolti più impersonali di un’impresa quasi epica. INCENSE AT ABU GHRAIB + AMPS, DRUGS, HARMONIUM.
Un saluto necessario e completo a quelle terre magiche e ricolme di luce organizzato in un’ultima realizzazione globale, che racchiudeva le immense capacità di Tim. Le rifrazioni di luce ritornarono per un’ultima volta a colorare il cielo di eterni riflessi, la chiusura di una sperimentazione così pura in una distesa di suoni che chiudeva in dissolvenza l’avventura. STAB VARIATION.

Alessandro Ferri e Federica Giaccani

4. The Knife – Shaking the Habitual

Data di Uscita: 08/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Erano stati fermati in un rocambolesco blitz notturno nel quartiere bene di Stoccolma, ed ora eccoli, sbattuti nelle prime pagine di tutte le più autorevoli testate internazionali.
“Una retata senza precedenti” – raccontano gli esperti del corpo di polizia, alcuni con folte barbe bianche a testimoniare decenni trascorsi a rincorrere e acciuffare criminali o presunti tali. In quella notte era stata sfregiata la patina lucida e rassicurante della Svezia prospera e ineccepibile agli occhi del sentire comune.
Di lì a poco sarebbero cominciati gli interrogatori in caserma, il commissario Clas Lindberg sfogliava distrattamente le foto segnaletiche che la giovane segretaria gli aveva costretto tra le mani al posto del solito bicchierone di caffè bollente. Aveva appoggiato un lungo instante lo sguardo sui capelli di lei, tipicamente lisci e chiarissimi, raccolti in una treccia che le cadeva sulla spalla, per poi tornare sui volti delle persone fermate, uno ad uno. La sua mente faticava a comprendere come avessero potuto costituire un’accozzaglia così eterogenea, l’esperienza sul campo lo aveva portato a stamparsi in testa degli indentikit stereotipati per ciascun crimine o anche semplice infrazione a lui nota: dallo scarno drogato che spacciava nascosto da un cappellino di lana al trafficante d’armi con gli zigomi alti e lo smoking nero d’ordinanza.
Eppure in quella notte, sotto le acide luci al neon di un commissariato troppo piccolo per contenerli tutti, era stipata una gran moltitudine estremamente eterogenea di individui in attesa di essere interrogati. Soltanto poche ore prima li avevamo sorpresi a mettere a ferro e fuoco la prospera Östermalm, animati da un inedito impeto riottoso; slogan campeggiavano su cartelli e striscioni portati fieramente per le strade e poi di corsa da un androne all’altro dei palazzi signorili, “open my country, the truth will run”. Bussavano alle porte, capillari, a raccogliere anziane coppie nei loro sogni tranquilli tra morbide vestaglie di cachemire e quadri di valore alle pareti, a sorprendere giovani imprenditori ancora svegli a controllare le azioni in borsa o ad accarezzare corpi sinuosi di donne bellissime. Il risveglio, amaro e violento, era destino comune: vi erano urla e corse e mani dure che afferravano altre mani, inconsapevoli, per poi trascinarle in strada; nessun riguardo di fronte al loro sconcerto, alla loro vergogna nel venire esibiti al freddo della notte, occhi che si scrutavano a vicenda, più per riconoscere se stessi negli altri e nell’altrui senso di vergogna, che per curiosità e morbosità verso il prossimo. Chiunque cercava di coprirsi come meglio poteva, alcuni avevano soltanto le loro braccia per stringersi addosso i vestiti, e lo sguardo chino a terra.
Dietro l’angolo la strada si allargava e si veniva a creare lo snodo di Karlaplan a cui confluivano cinque o sei viali; proprio al centro di esso avevano impilato casse vuote di birra, l’una sull’altra, a formare un pulpito sgangherato largo a malapena per i piedi di Olof e Karin Dreijer che si agitavano come due ossessi, brandendo bandiere di tutti i colori e urlando al megafono. Alle loro spalle degli stereo che emettevano musica in sincrono, un muro di amplificatori, le finestre dei palazzi che una ad una si illuminavano come tantissimi occhi nel buio della notte, e alcune si aprivano lasciando il posto ad altri – di occhi, persi, costernati, increduli.

“Of all the guys and the signori,
Who will write my story,
(…)
All the guys and the signori
Telling another false story”

La moltitudine non smetteva di riversarsi in strada, era trascorsa poco più di mezz’ora e il quartiere era praticamente accerchiato, costretto alla resa da un esercito di persone comuni di tutti i tipi e di tutte le età, volte a smascherare l’ipocrisia di un paese apparentemente libero e tollerante, ma in verità in costante e subdola repressione nei confronti del “diverso”. La musica intanto andava senza sosta da quel palco sgangherato, una miscellanea elettronica di techno martellante, frammista a suite sghembe e ansiogene, lampi isterici di danze convulse e ancora parole di denuncia, sentite e gridate con polmoni gonfi di rabbia.

“And that’s when it hurts
When you see the difference
It’s a raging lung
And a difference
What a difference
A little difference would make”

Io li guardavo ad alcuni metri di distanza, con tutti gli altri agenti come me lì accorsi per sedare la rivolta inaspettata e ristabilire l’ordine, casacche tutte uguali schierate nell’attesa di ricevere le direttive dall’alto; in quei minuti ho osservato attentamente quelle persone, mi sembravano vittime senza distinzione, gli “assalitori” e gli “assaliti”, ché in fondo quegli abitanti di Östermalm presi in ostaggio altro non erano che capri espiatori dell’ignoranza di un sistema dalla faccia pulita e dalle mani sporche.

E forse alla fine potrei esserci io, in questo momento, sotto torchio, al posto di qualsiasi arrestato che poco fa abbiamo condotto in caserma.

Federica Giaccani

5. Zomby – With Love

Data di Uscita: 17/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Una volta che ti è stato affibbiato il marchio di “ragazzo difficile” è assai improbabile un processo reversibile. Mi bastava aprire la porta di casa e fare un solo passo, suonare un campanello ed essere fagocitato all’interno di una tra le tante di queste realtà così chiacchierate, Jeremy è nato che già era un bambino con problemi.
A differenza di tanti, troppi altri, i miei genitori non hanno mai considerato l’idea di tenermi all’oscuro dell’esistenza di Jeremy e dei suoi tormenti, proibendomi di frequentarlo; non sto parlando di compassione, ma di bontà d’animo, fiducia, apertura mentale e affetto incondizionato. Ricordo giochi interrotti da scatti di ira, risate compulsive decontestualizzate e prive di ragioni sensate (e io rimanevo a bocca aperta come un pesce, intontito, e muto), colori densi e funerei stesi con foga e rabbia su fogli di carta, in luogo dei disegni chiesti ai bambini dalle maestre di scuola: la tua famiglia, il tuo animale domestico, la tua cameretta. Correvo in quella cucina spoglia e trovavo due mamme assorte in discorsi impegnati e impegnativi, voci basse e parole veloci per non essere afferrate e non suscitare domande; distendevano i muscoli del volto al mio arrivo ed elargivano dei sorrisi dolci, benevoli, posticci, cambiando repentinamente tema per tenermi all’oscuro, e al sicuro. Crescendo, quegli stratagemmi dozzinali iniziarono a fare acqua, Jeremy mi seguiva e si innescavano lotte con le mani e con i piedi e urla massacranti vomitate da delle labbra strette, occhi infuocati. La sua mamma gli accarezzava con amore la nuca ma lui la scansava ripugnante con gesti impulsivi. Tornavo di là, nel mio appartamento, stringendo la mano di mia madre e nascondendo il volto nel petto, come potevo. Malgrado tutto questo tormento sentivo di volergli sinceramente bene.
Ci perdemmo di vista per tanti, tantissimi anni; scuole diverse, orari sfalsati, abitudini modificate appositamente. Tuttavia sapevo cosa ci fosse dall’altra parte del pianerottolo, dietro la porta prospiciente la mia.
Un ragazzo cresceva, e insieme a lui anche le inquietudini che lo trattenevano dal mescolarsi con altre persone, lo segregavano prigioniero di incubi ineffabili che andavano ingigantendosi proprio a causa dell’impossibilità di tramutarli in pensieri compiuti; gli assistenti sociali parlavano della urgente necessità di uno psicologo che lo seguisse e gli restituisse la vita il prima possibile, ne cambiarono numerosi e ogni volta erano punto e a capo. In circostanze come queste si dispiegano finali antitetici, la redenzione da una parte e il totale annullamento dall’altra, bivii cruciali e ineludibili che possono gettare luci accecanti come ombre eterne.
A dispetto delle premesse tutt’altro che incoraggianti, Jeremy riuscì a districarsi tra le ragnatele che lo costringevano in un angolo di solitudine; come per ogni demone che si rispetti, neutralizzarlo significava esorcizzarlo, in ogni modo e con ogni mezzo. Sotto la spessa coltre di una sofferenza abissale covavano i germi muti di una creatività artistica sorprendente, che deflagrò violenta in una cascata di suoni elettronici tenuti insieme dallo spartito coerente della paranoia.
Capitai per caso nel pub all’angolo del mio quartiere una sera, erano le 7pm e sul bancone erano assiepate persone con cui ero nato e con cui avevo trascorso infanzia, adolescenza e anche i primi bagliori di un’età adulta ancora non del tutto fatta mia. Di mano in mano passava un volantino nero con un nickname inquietante scritto in angolo, la gente rideva sguaiata ed era pronta a scommettere anche l’ultimo penny che aveva in tasca che si trattasse di Jeremy, la comparsa al pubblico di un animo tormentato sotto la protezione di uno pseudonimo tutt’altro che rassicurante. Come decenni addietro le persone, stolte e rudi, riuscivano soltanto a deriderlo e a dubitare, sonore pacche sulle cosce e sul pianale in legno come a dire che quel ragazzo non avrebbe mai potuto combinare nulla di buono e credibile. Le bocche schiumanti di birra e luoghi comuni vomitavano offese gratuite, e io non avevo il coraggio di intraprendere crociate in difesa del mio vecchio amico: un carattere graniticamente pavido il mio.
Strappai di mano ad un vecchio smilzo il volantino ormai ridotto in brandelli, ero ancora in tempo a precipitarmi nel locale dove so che avrei trovato il bambino di allora e il suo riscatto meritato. La curiosità mi divorava, e insieme la sincera voglia di esserci.
Mescolato tra la folla tentavo di intercettare il suo sguardo riparato da una maschera opportunamente calata sul volto; parimenti un alone di strafottenza gli dava quell’ardire che non gli avevo mai riconosciuto addosso. Aveva sotto mano una tavola imbandita di apparecchiature elettroniche e tra le luci grigie manipolava sapientemente i suoi attrezzi di un mestiere a me nuovo, sconosciuto; era così bravo e abile che rimasi estasiato. Una cascata di suoni ed immagini evocate venivano dispersi nell’aria rarefatta, colori scurissimi e tutte le declinazioni dell’angoscia e dell’alienazione, una sorta di denuncia indiretta per essere stato visto come outsider praticamente da sempre, era lì per avere una rivincita, con rabbia e ironia. La riconoscenza c’era solo verso la musica, ché lo aveva salvato. La musica lambiva i territori del garage e della techno con cui i ragazzi più grandi riempivano di rumore i cortili vent’anni prima, le ritmiche della jungle e labirinti evanescenti e avvolti da una nebbia compatta e asfissiante. Poi ancora il dubstep, parentesi acide e partiture di pianoforte in paludi sconfinate. I pezzi erano brevissimi e interrotti all’improvviso, schizzati e psicotici come lui e il suo temperamento lunatico. Un calderone complesso, claustrofobico, eccezionale.
Uscito dalla scena lo aspettai rimpiattato in un vicolo, non so nemmeno da dove mi fosse uscito lo slancio a palesarmi; quando lo vidi cambiai idea. Sono certo che mi riconobbe, aveva un sorriso sbieco di sfida, mentre scompariva dietro un camion della nettezza urbana. Era l’alba più scura della mia vita.

Federica Giaccani

6. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

7. Daft Punk – Random Access Memories

Data di Uscita: 20/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Give Life Back To Music

Non mi piace vedermi le mani, scorrere lo sguardo lungo i crateri della vecchiaia, seguire le mie vene indurite e fare lo slalom delle macchie del tempo, schiantarsi sui calli delle dita che tradiscono l’essere stato musicista da quando ne ho ricordi.

Oggi queste mie mani goffe sono indaffarate a scartare l’ultimo vinile acquistato: la copertina è di un nero lucido che rispecchia vagamente il mio viso, raggiante, che si confonde col casco disegnato in copertina, quello dei protagonisti di questa avventura sonora chiamata Random Access Memories.

Non so come ho fatto ad appassionarmi alla musica elettronica, non è adatta alle persone della mia età, di norma poco inclini ad apprezzare le nuove avanguardie, quelle lontane anni luce dal suono rassicurante degli strumenti classici.

Eppure ho saputo che in questo disco i due automi suonano come non mai gli strumenti, hanno accantonato le macchine per dedicarsi al groove, ammiccando alla disco, al funky, addirittura a certo fare prog-rock; fantastico come un bimbo sul suono che la puntina produrrà a contatto con la superficie nera del disco.

La mia testa canuta segue il ritmo, mentre nella mia mente sono proprio io ad indossare il casco da androide, ad abbracciare chitarra e basso con mani giovani e forti, ad accarezzare la batteria con tempi semplici ma efficaci, a cantare armonie pop nel microfono con una voce sì robotizzata ma mai così umana.

Torno ad essere il musicista ventenne che desidera imparare ogni cosa degli strumenti che ama, batto il tempo col piede con la precisione che mi ha reso famoso mentre sento scorrere lacrime di gioia che scivolano velocissime su un viso candido, senza rughe!

Sono estasiato e vorrei che questo disco duri per sempre…

“Let the music in tonight
(Just turn on the music)
Let the music of your life
(give life back to music)”

Maurizio Narciso

8. Teho Teardo & Blixa Bargeld – Still Smiling

Data di Uscita: 22/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Questo piccolo grande italiano mi diverte.
Il suo aspetto è buffo eppure negli occhi ha quella luce, che possiede solo chi riesce a vedere oltre le cose, sentire veramente la musica, vedere le note che si celano dietro al tutto. La sua vita sono le colonne sonore, dice lui stesso che riesce ad appuntare sul pentagramma espressioni, gesti e movimenti che osserva, come se fosse la cosa più naturale che ci sia. Poi sa intonare i rumori, condurre i feedback di chitarra in esecuzioni che rimandano alla lunga tradizione italiana per l’avanguardia della velocità. Saper gestire quiete e tempesta non è da tutti, sono convinto che la nostra collaborazione porterà a qualcosa di grande.

Questo tedesco è un genio.
Il suo sguardo è severo almeno quanto il suo accento ma è una truffa. Ha uno spirito ironico ed una nota comica che accentua nei momenti di maggiori tensione per rendere la collaborazione più fruttuosa. L’idea dei cappelli conici in copertina del disco fu la sua. Quando è concentrato sulla musica diventa un chirurgo, le note sul suo pentagramma sono rigorosamente appuntate a matita, in cerca della perfetta collocazione. La sua linea vocale è incredibile, un saliscendi vertiginoso che deve incastonarsi alla perfezione nel contesto musicale. Soluzioni banali non sono nemmeno prese in considerazione. Let’s do it a dada continua a ripetere.

Insieme abbiamo composto il nuovo manifesto musicale futurista contemporaneo!

Maurizio Narciso

9. Massimo Volume – Aspettando i barbari

Data di Uscita: 10/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

“I suoni se ne stanno nella musica per rendersi conto del silenzio che li separa.” Una “detonazione” di pensieri fu la risposta a queste parole, una denotazione anche, ciò che deflagra, detona appunto, necessariamente segna e carica di significato, denota quindi. Chiese al tempo di aspettare, quel suono era più veloce di qualsiasi cosa lo circondasse ed aveva bisogno d’un altro giro per coglierlo. L’improvviso bisogno di assecondare la sete di risposte esplose dentro di sé, fermarsi era dovuto, necessario. Non poteva essere parte del moto caotico per capirlo, doveva esserne fuori, respirare un’altra dimensione, ritrovare una nuova prospettiva spazio-esistenziale, stracciare il rinomato velo di Maia, godersi la brutalità incontrollata e indomabile della natura, percepire l’uomo, oltre la parvenza elegante d’animale politico che s’era cucito addosso come un lupo furbo farebbe con un vello. Cominciò ad osservare, con il pensiero lungo tipico degli umanisti, prima dell’arrivo dei barbari, visigoti o neoliberisti? “Oh madre,il mare ingoia ciò che cade…le navi, i ponti, le frontiere il senso ambiguo del dovere.” Si chiedeva perché la gravità sfociasse nell’ingiustizia, nel dolore, nell’indefinito, e quale fosse la via di fuga da tutto ciò. Cercava quella forza nascosta che ribaltasse tutto il senso legato ad ogni singolo essere di questo spazio che ci appartiene o al quale apparteniamo, l’appartenenza, che concetto meschino, l’uomo giusto, l’utopico, di certo non avrebbe mai parlato di appartenenza, niente è proprietà, tutto è dono, dono come volontà, come sacrificio coscienzioso. “Dimmi la strada, dammi un secondo indicami il modo per girarci intorno”. “Vince chi resiste alla tentazione, tentazione di evadere?”. Provò ad alzare lo sguardo, osservandosi intorno. Occhi, mondi pieni di vita intrappolata nell’attesa, figlia del male sociale, assetato dei sogni profondi di libertà. Bastò un istante per incontrare due occhi neri, onice, e come onice presagio di fortuna avversa, pieni di un passato ancora troppo vivo per dissolversi, nel presente per costrizione o noia. “Se ne andò di casa un pomeriggio di maggio lasciando che il sole sbiadissetutto quello che era stato…portò con sé gli occhi neri di sua madre,un orologio rotto,la promessa inutile di un indirizzo sbagliato…” Gli chiese della sua solitudine. Lei rispose:”Sono la vedova dei vent’anni mai passati,le mie bottiglie sono vuote o sono chiuse ma la strada è fatta anche per questoe, se vuoi ti aspetto…” Devota a nessuno,votata alla fuga Silvia cercava la sua strada, mostrò una stanza buia proprio in fondo al suo cuore:”vorrei invitarti a entrare ,ma c’è troppa confusione.” Disse. “Silvia,stai attenta copriti meglio conserva l’amore per quando fa freddo.” È ciò che lui sentì di dirle, e questa sua risposta non era altro che l’esigenza di ritrovarsi in quella dimensione che aveva perso per salvarsi, di ritornare nella dimensione da cui fuggiva. Gli tornò alla mente la storia di Buckminster Fuller, sfuggito al pensiero di annullare la sua vita dopo l’assenza di sua figlia Alexandra, e vivo in un presente nel quale trasformò il suo dolore nella ricerca del beneficio verso l’umanità intera, frutto del suo lavoro, nella prospettiva di riabbracciare il suo amore più profondo. “Rendi il mondo un cerchio. Rendi gloria al nulla ricordatidi Alexandra e offri un giro alla fortuna.” “E io? Io aspetto qui”. Abbracciami. Accadde, quanto meno in uno dei mondi possibili.

Alfonso Errico e Valeria Annicchiarico

10. Calibro 35 – Traditori di tutti

Data di Uscita: 21/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Io continuavo a dirle di stare zitta e buona!

Ma lei niente, nonostante il bavaglio stretto non smetteva di mugugnare e scalciare contro il tugurio di metallo nel quale era rinchiusa, una sorta di abbeveratoio per cavalli nel quale entrava a malapena la brandina sulla quale era coricata. Oltre che i polsi decisi di legarle le caviglie e fu allora che sentii dei passi nel fango della notte nella quale ci trovavamo.

Le strinsi la pistola in mezzo agli occhi, lei capii che non era il momento di fare la stupida. Spensi la torcia e uscii all’aperto, per un attimo sentii solo il cicaleccio di quella campagna brumosa, poi d’improvviso lo scalciare violento della donna legata ed una voce profonda qualche metro più in là che intimava di manifestare chi ci fosse nel buio… con un balzo scattai lateralmente accendendo di colpa la torcia e facendo fuoco sulla sagoma che avevo di fronte: un colpo secco in testa! Frugai nella giacca di quel malcapitato e trovai un distintivo da sbirro, mi avevano trovato.

Recuperai alla svelta la borsa piena dei dollari del riscatto dalla piccola rimessa e corsi all’interno di quella prigione di latta.

Lei era bellissima, anche in quelle condizioni, una donna acqua e sapone, occhi grandi e chiari, lunghi capelli biondi, che emanavano profumo anche in quel letamaio, carnagione chiara, polsi e caviglie sottili come canne di bambù, viso terrorizzato.

Io ero furioso, impugnavo il mio calibro, ancora fumante, ero sudato e mezzo stordito dal rimbombo di quello sparo, che sicuramente avrà attirato l’attenzione di qualche collega di quel maledetto poliziotto in borghese.

La afferrai per le gambe e la caricai in spalle, non ero veloce con quel peso bilanciato a malapena dalla sacca di soldi, ma avevo la mia alfetta non lontana, coperta in un fosso, forse sarei riuscito nella fuga del secolo. E’ allora che quella riuscii a sfilarsi il bavaglio per cominciare ad urlare con tutta la forza che aveva in corpo.
Non pensai a nulla se non ad agire, la scaraventai a terra e poi un colpo a bruciapelo: il lampo della pistola fu come un faro nella notte e l’esplosione si riversò sulla vallata amplificata dal nulla circostante.

Dalla stradina che mi correva accanto comparsero volanti con le sirene urlanti ed i lampeggianti intermittenti; decine di pistole mi intimavano la resa… game over.

Eppure io le avevo detto di stare zitta e buona!

Maurizio Narciso

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