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Top Ten 2013 – Federica Giaccani

1. Apparat – Krieg und Frieden (Music for Theatre)

Data di Uscita: 15/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sergej vive nei pressi del fiume Enisej, nella Repubblica popolare di Tuva. La sua modesta abitazione sorge vicino ad un foresta immensa, un luogo oscuro meta di eremiti e sciamani dalle spiccate capacità curative.
La vita precedente a San Pietroburgo era frenetica, la sua vena poetica si era spenta fino ad annientarsi. L’hockey, il calcio e la mondanità lo avevano inghiottito rapidamente in un susseguirsi di eventi causati dal suo fulmineo e lucente successo come poeta espressionista capace di delineare perfettamente uno spazio urbano fonte di angoscia e smarrimento. Nel trasformato contesto globale riuscì a tracciare nuove fobie dai riflessi cangianti e mostruosi al limite dell’ignoto, iniziò collaborazioni con le maggiori riviste russe d’arte e non solo – anche i quotidiani desideravano le sue rubriche.
Il suo volere artistico si era tuttavia annebbiato totalmente e la nuova opera commissionata dal festival dell’arte Ruhrfestspiele: un’interpretazione di Guerra e Pace, celebre romanzo di Lev Tolstoj, non lo faceva dormire.
Inconscio e desideri repressi stavano per esplodere e comporre in quelle condizioni non era possibile. Tali problematiche, un tempo foriere di grande ispirazione, si erano tramutate in un pericoloso vortice di sensazioni non più controllabili. Sono le classiche crisi produttive e poetiche che o bloccano totalmente l’uomo oppure lo portano su nuove strade.
E in un gelida notte d’ottobre nella città della rivoluzione bolscevica trovò la scintilla. Un barbone ai bordi della strada che inneggiava a Lenin lo colpì immediatamente costringendolo ad uno stop, quasi pietrificato dai suoi lamenti. Finirono a bere vodka insieme seduti sull’asfalto gelido e prima di fare ritorno a casa il mendicante lo bloccò e si mise a ripetere come una forsennato la parola Tuva. Questo suono gutturale convinse Sergej a trasferirsi.
Da sempre terra autonoma che cercò in vari modi di sfuggire all’abominevole dominio comunista prima di allinearsi obbligatoriamente ai dettami della pianificazione totale e priva di senso. L’arresto di Kuular, buddismo e sciamanesimo rasi al suolo e collettivizzazione della vita non riuscirono comunque a distruggere la vena nomade di questa zona estrema e difficilmente assoggettabile. I vecchi monasteri, i disastri immani del Partito e i segni della sofferenza percepiti nell’aria ghiacciata dell’inverno incombente.
Le catene montuose invase dai fiumi e dai laghi portavano gli occhi di Sergej a seguire infiniti percorsi, l’isolamento totale creò una nuova foga compositiva. La resistenza alle condizioni spesso proibitive diede una forza antica alla sua scatola cranica, innervata di adrenalinica riflessione partorì il capolavoro. Forsennate camminate nelle foreste seguendo sentieri naturali, dialoghi fatti di silenzi con i curatori locali e notti insonni a scrivere.
La trasformazione totale, la nascita di un artista poliedrico e formidabile in più campi. L’impressionismo si impossessò di Sergej, le sensazioni davanti alla Natura portate a galla con immane potenza. Lo scorrere rapido e paradossalmente distaccato del tempo appuntato in ogni singolo istante dinnanzi al mutare delle condizioni di partenza. Il tracciato dell’opera sempre pronto a superarsi per giungere a lidi inesplorati, impossibile predire che cunicoli attraverserà in futuro l’artista.
Nei festeggiamenti per i dieci anni dell’interpretazione di Krieg und Frieden, tra riconoscimenti prestigiosi e viaggi promozionali dappertutto, fu chiesto di creare una sorta di colonna sonora.
Sergej che nel frattempo studiò la musica si dedicò anima e corpo al progetto ritornando nella sua casa accanto al fiume Enisej. Drone, archi, pianoforte e leggere percussioni a sfondare le barriere temporali. Melanconia e malinconia a tenersi per mano. Archi funerei messi a disposizione dell’impetuoso scorrere del fiume che porta le proprie acque a spargere i sedimenti in ogni metro quadro della zona. 44. Intromissioni ambientali e fermenti della natura tra i vortici ghiacciati a una temperatura oscillante tra i – 10° e – 35°. 44 (noise version). Tod. Lo sporcarsi in pensieri violenti ed isolati tra le montagne innevate vedendo vecchi film di stato con deportazioni in massa. PV. Il tintinnio del carillon a far vibrare l’aria mattutina prima di partire per lunghe camminate solitarie. K&F Thema. L’epica e una nuova alba. A Violent Sky.

Alessandro Ferri

2. Daughter – If You Leave

Data di Uscita: 18/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Elena ha gli occhi secchi ma di un turchese che può gareggiare con il cielo. L’atmosfera trattiene il respiro, sta, immobile. Come in attesa di qualcosa, come alla vigilia di un temporale. Elena è uscita di corsa da casa di Neil, dopo l’ennesima incomprensione, con la pioggia a bagnarle i capelli appiccicati sulla fronte, come a fare da riparo alla luce cristallo del suo sguardo. Corre e cammina con passi irregolari, senza meta, cerca di asciugarsi una lacrima densa di mascara e si morde un’unghia nell’attimo successivo. Neil è seduto su una poltrona del soggiorno, la bottiglia di whiskey appena aperta ai suoi piedi, i capelli spettinati, lo sguardo vuoto. Il sospetto è che nessuno dei due abbia voluto questo epilogo, senza un ultimo bacio disperato, dopo una giornata di carezze, con un silenzio di troppo prima del fulmine a ciel sereno, quella decisione presa dal fato e da entrambi, dalla mente e dall’istinto, dalla mancanza di sentimenti di due cuori non più di velluto ormai abituati ad eludere le emozioni. Stanno, Elena e Neil, lei con la sua corsa sotto la pioggia, lui con il suo guardare senza sosta il muro bianco davanti a lui, stanno e non sanno di esser stati capaci di lasciarsi per chissà quanto tempo, di alimentare rimpianti, bruciature, notti insonni. Stanno e non pensano a niente, sotto un cielo bianco, di plastica, mentre ritorna l’inverno. Elena passerà l’estate successiva ad invidiare coetanee ancora capaci di farsi del male, di avere degli artigli da spolverare, a guardarsi allo specchio e vedere una sagoma inerme. Cercherà di ritornare alla normalità passando attraverso la sua voce di seta. Sussurrando soffici melodie su un nastro usurato dagli anni e dagli usi, riascoltando il suono di alcune parole nelle notti di neve, con il silenzio tutt’intorno. Non sa ancora di questa sua eccezionalità nel momento in cui smette di correre e decide di scavalcare un cancello di un campo sportivo, mettendo a rischio la tenuta dei suoi jeans strettissimi e della sua giacca di pelle. Mentre con un movimento involontario del polso evita che un braccialetto si incastri in una delle punte del cancello, Neil a stretto contatto con le sue pareti non riesce, come sempre, a pensare a qualche cosa. Lentamente va schiarendosi il cielo, tra circa un’ora l’alba ritornerà sulla città. Elena rimane immobile ad ascoltare il suo respiro e la freschezza del vento, in piedi sul trampolino di una piscina. Il ciuffo di capelli le copre ora completamente la vista, ora le lascia solo un occhio scoperto. Prima che nasca un nuovo giorno la sua mente e le sue pupille si confondono con l’acqua, guardano i suoi piccoli spostamenti, cercano conforto. Le onde leggere sono il ricordo degli abbracci di Neil, del primo istante in cui si era sentita più viva, ma anche desiderio di risvegliarsi invisibile e vagare per il mondo senza poter essere urtata da niente. Essere come le foglie sugli alberi e stare in equilibrio a ricevere luce o dissolvere i sentimenti galleggiando nell’acqua, guardando le stelle cadere. L’alba sta per arrivare. Elena scuote il suo braccio sinistro e si accarezza con le dita ghiacciate un fiore tatuato appena sotto al collo, adagiato su più vertebre. La sua pelle è di porcellana, sanguina, ma nonostante più cadute non andrà mai in frantumi.

Filippo Redaelli

3. Forest Swords – Engravings

Data di Uscita: 26/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Siamo abituati a pensar male dei Celti per via della Lega Nord che cerca appigli mitologici nelle macroregioni e nel nulla. Le feste celtiche, con i riti annessi, sono stuprate da metallari, punkabbestia muniti di Hollandia che svaccano nei boschi e leghisti in salsa storico-rituale. Un mix ad alto contenuto d’ignoranza dal quale si salvano solo i metallari.
Le tradizioni del paganesimo inglese, molto diverse da quello greco-romano, si intersecano volentieri alle industrie vicino a Liverpool. Il legame naturale tra uomo e spiriti della natura si sviluppa tramite il rispetto e il mantenimento di quest’ultima. Alcuni studiosi si ritrovano spesso nella penisola di Wirral per confrontarsi sui massimi sistemi politeisti; si narra poi di un gruppo più estremo, questi praticano ancora alcuni riti dall’alto valore simbolico. Un certo signor Barnes tira i fili dello zoccolo duro, ormai stanco della vita in biblioteca. La modernità traspone necessariamente il connubio uomo-natura in un altro spazio, crea modalità d’intervento diversificate e trasfigura le menti.
Il fiume Dee era il luogo deputato al rito. A tarda notte Barnes usciva dalla sua piccola abitazione situata accanto all’estuario del corso d’acqua e ritrovava i vecchi amici di un tempo, seduti su antiche sedie di vimini italiane. Racconti della giornata in città e disavventure tragicomiche stemperate nella birra; Barnes si faceva portare le foto dei nuovi quartieri di Liverpool dai suoi colleghi. In una piccola cameretta scura sviluppava le sensazioni derivate dallo scontro tra percezioni e il sovrapporre diversità tanto grandi era di una complessità agghiacciante. Dopo aver messo a confronto le immagini fissate dal suo sguardo e le fotografie ritornava tra gli amici carico di piante raccolte durante la giornata. Il processo dell’allucinazione era di una consapevolezza scientifica: dosi, sostanze, movimento del corpo, sguardi e perdita eventuale di coscienza autoindotta. Il divino ha creato in natura ogni strumento per trascendere e fare tabula rasa, non servono additivi chimici. In stati parecchio distorti emettevano suoni frastornati e rallentati che venivano filtrati da un registratore da quattro soldi; cori ancestrali e balli mistici si riproducevano con frequenza settimanale in quelle terre lontane ma vicine a Liverpool. Infine l’acqua del fiume veniva raccolta e sparsa sul corpo di tutti i partecipanti che si ritrovavano completamente nudi nel buio della notte. La calma dei campi portava in secondo piano il rapporto con la città, perdendo ogni àncora per un po’ di tempo. L’ansia ormai dispersa rientrava dalla porta principale del cervello con le prime luci della mattina. Tutti, eccetto Barnes, ritornavano in città lasciando all’amico piccoli ricordi e cibo. La mattina e l’inconfondibile nebbia che dilatava il tempo erano il momento giusto per chiudere il cerchio.
Una regressione temporale ai tempi antichi piombava Barnes in un vortice creativo difficilmente raggiungibile in altri modi. Il registratore usato nella notte, le foto di Liverpool e la nebbia divenivano strumenti magici per creare forme musicali. La trasfigurazione ultima avviene con la lente elettronica, appoggiata sul manto di suoni precedentemente creato. Oscuri figuri che si facevano chiamare “Tri-angle” portarono aggeggi per completare l’opera.
Il risultato è fuori catalogo: drone, ambient, trip-hop, incubi, chitarre in loop, dubstep cupa e alterazione allucinata in crescita costante senza alcuna continuità apparente. Un profondo riverbero innalza inni da piazzare nei campi dispersi della vallata. “Ljoss”, porta alle stelle un groove ritmato ricolmo di primitivismo nordico, l’incantesimo sfodera artigli potentissimi fin da subito. “Thor’s Stone”, è sporcizia seduttiva che ti rimanda dritta al centro di un incontro pervasivo e profondo con l’antico. “Onward”, è una vecchia lama che entra ed esce continuamente dal corpo di un animale sacrificato su qualche altare di pietra bianca. Il finale di luce che squarcia le nuvole con l’opera di purificazione ormai completata tra il tambureggiare costante che rende palese la fine del rito sacrificale. “The Weight of Gold”, è l’amplesso che si libera durante qualche notte di luna piena nel quale l’ascesa mistica viene posta al centro della scena. L’oro e le sembianze divine si coagulano per raggiungere l’apice forse massimo della composizione. I rumori spezzati, una voce malinconica e la fusione sessuale. “Gathering”, dove gli spettri sono completamente zittiti in uno stop continuo che gli impedisce di aprire la bocca per più di tre secondi, il tutto si apre in un bosco incantato con fantasmi femminili velati dal piano. “Friend, You Will Never Learn”, mette contemporaneamente la parola fine e all’orizzonte apre nuove visioni in un ritmo ancora più complesso. Il prossimo rito ci dirà che strada è stata intrapresa. O forse no.

Alessandro Ferri

4. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

5. Darkside – Psychic

Data di Uscita: 08/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Dalle altezze vertiginose degli ultimi piani di questi giganti in vetro e acciaio provo sistematicamente l’impulso di incollarmi alle pareti in cristallo trasparente e gettare lo sguardo sotto di me, sin da quando ero bambino e seguivo mio padre dal Sud America nelle sue esposizioni in giro per il mondo. Ho ricordi sfocati e falsati da un punto di vista inevitabilmente infantile, memorie di bagagli caricati e scaricati di continuo, sorrisi sconosciuti e interminabili giornate trascorse spalmato sulle vetrate, come il burro di arachidi sul toast. È così semplice, a qualsiasi età, nutrire la propria fantasia con le città e le vite degli altri.
Si sta facendo sera tra le strade di New York e il cielo è impressionante di striature scure che in parte celano le ultime sfumature violacee dell’imbrunire; le nubi sfilacciate si sono addensate l’una sull’altra nel corso del pomeriggio, l’Hudson River accoglie ed assorbe le ombre, al pari di cadaveri da nascondere e dimenticare. Da quassù ci si sente ebbri, eccitati, come se sia possibile avere l’intera metropoli ai propri piedi, e ci si sporge all’infuori col petto gonfio e un’espressione febbrile, luccicante; poi di colpo si avverte il rovescio della medaglia, una improvvisa e reale stretta allo stomaco tipica delle situazioni precarie: e se nulla durasse nel tempo e il rapporto si invertisse, facendoti precipitare come uno tra i tanti, invisibile, inghiottito dalle ambizioni fallite?
Il crepuscolo è quasi svanito e la sera volge dal blu al nero in un lampo, puntinata da migliaia di luci colorate e attraversata dalle scariche elettriche della frenesia. Tornare qui dopo una manciata di tappe disposte come una costellazione nuova nella vasta mappa degli Stati Uniti è per me l’approdo ideale, una dichiarazione di fedeltà e amore eterno nei confronti di questa città. Anche Dave è d’accordo, mi volto per cercarlo con lo sguardo e lo trovo in fondo alla sala col bicchiere in mano, sorseggia di sicuro prosecco mentre una bellissima cameriera gli si avvicina col vassoio in mano e accenna movenze maliziose. L’incedere rallentato, un fianco leggermente sollevato rispetto all’altro, la mano libera che sposta dietro l’orecchio i capelli scappati dalla presa delle forcine dello chignon, il lieve ammiccamento nello sguardo. Sembra impossibile come sia diventato semplice scopare ora che siamo così famosi.

Le vie di Manhattan, nel loro reticolo di direttrici perpendicolari, brulicavano di vita e frastuono. Dall’altro lato della strada i taxi attendevano ordinati e composti, in fila indiana come i maestri dispongono i bimbi all’uscita di scuola. Ci stavamo attardando all’ingresso del grattacielo dove ci saremmo esibiti di lì a poche ore, quel giallo intenso come un tuorlo d’uovo contrastava con la bicromia essenziale del grigio e del bianco che scorgevo al di là dello scorrevole in vetro. Accanto a noi una donna era scesa da un’auto scura in compagnia di un uomo elegante in tweed, il soprabito dalle linee rigorose le lambiva a malapena le ginocchia, le lunghissime gambe coperte da calze velate si stagliavano fiere sui tacchi mentre cercava nervosamente qualcosa dentro una raffinata pochette. Mi chiedevo se li avrei rivisti anche la sera, all’ultimo piano, a bere qualcosa durante il nostro concerto, o se fossero soltanto ospiti dell’hotel di lusso che si trovava ai livelli inferiori. In questo lembo di terra relativamente piccolo, racchiuso tra due fiumi, sembrava che New York fosse patria esclusiva degli abbienti; in realtà, e per fortuna, le trame erano tessute con fibre di tutti i tipi, non a caso avevamo scelto Brooklyn per allestire la nostra base, lo studio. Se non altro l’aria cosmopolita e più a misura d’uomo ci sembrava un ottimo compromesso contro l’ostentazione di una supposta verità priva di nei, e a favore della preservazione della genuinità.

Nel momento in cui riesco a vincere la forza attrattiva del vetro e dello spettacolo delle strade, mi accorgo che la sala ha ora luci di fondo soffuse e qualche microscopico faretto bianco a simulare un intimo cielo stellato; le sedute sono per lo più occupate e altre persone sono radunate in piccoli gruppi in piedi, parlano tra loro con fare educato, nessuna voce si erge sulle altre, rispettose del contesto. I nostri strumenti sono apparecchiati in un angolo tra due vetrate, posso immergermi nella città pur rimanendo coi piedi ancorati al pavimento del locale. Manca davvero poco prima di presentarci in scena e dischiudere il nostro mondo sonoro agli spettatori. Dave mi porge un calice di vino, abbozziamo un rapido brindisi di apertura.
Sarà l’ansia da prestazione da esorcizzare, sarà la volontà di lasciare gran parte delle cose al caso e farmi trasportare dalla pancia e dall’istinto e null’altro, mi sorprendo già a pensare al dopo concerto, ai divani di pelle nera del privé dove avranno luogo gli incontri e le interviste con la stampa. Non ho mai voluto che mi scalfissero le emozioni dell’attesa con le solite domande ripetitive e prive di vero interesse. Che strana specie quella dei giornalisti, si concentrano sui dettagli inutili e perdono di vista l’insieme, con le prerogative insulse di catalogare la tua musica ed entrare il più possibile nel tuo privato. Anche stavolta dovremo raccontare aneddoti triti e ritriti ma tant’è, finché le braccia di Manhattan sono spalancate come morbidi atterraggi per i miei voli interiori, anche il recitare un ruolo al margine di un sogno posso accettarlo con riconoscenza nei confronti di una fortuna benigna. D’altra parte è successo tutto così in fretta, e a poco più di vent’anni si è sia consapevoli sia ancora piuttosto ingenui e inesperti, sovente giungono i momenti di sconforto e paura di non farcela a reggere le aspettative e il peso di essere cresciuti troppo velocemente. Tante volte Dave ed io ci siamo chiesti quale fosse la formula magica per non essere fagocitati dalla pericolosità della fama e rimanere, in fondo, fedeli a noi stessi; a volte ha vinto il panico – come quando, dilaniato dalla nausea, mi sono dovuto fermare al bagno di una stazione di servizio in mezzo al nulla nel Missouri – altre volte, molto più numerose, abbiamo vinto noi.
Stasera ne è la riprova, la chiusura del tour dove tutto è incominciato, siamo pronti a perderci tra le luci e gli umori. L’amalgama sonoro è estremamente vario e coglie spunti ovunque, come la nostra mente nei suoi viaggi invisibili, come le psicosi che scaturiscono da cause disparate, come la vita che parte dal Cile e attracca a New York. Distese infinite di chitarre, suites allucinate ché in fondo i Pink Floyd non sono mai morti per nessuno, il soul ibrido, l’elettonica dalla ritmica incalzante e la passione che deborda, e poi ancora un blues in chiave contemporanea, melodie perse in nome di suoni metallici tra atmosfere tribali e isterismi meccanici e frammentati, seppur ballabili. Infine si tira il fiato, si ricompone quello che è rimasto del cuore, ci si aggrappa di nuovo al pulsare della metropoli giù in basso e ci si sospende tra i pianeti dello spazio in atmosfere soft da cocktail, allentando la presa, chiudendo gli occhi.
È bellissimo essere a casa.

Federica Giaccani

6. Sigur Rós – Kveikur

Data di Uscita: 14/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Við höldum andanum (part II)

Cadevo.
L’avevo scelto quel salto; come avrebbe fatto, forte di anni fusi che colano via in meticolosa preparazione, il più arrogante degli acrobati che guarda, oltre i bastioni, un pubblico incapace per natura a dar fede. In questo modo, si è pronti anche alla più infelice delusione battuta a ritmo di fiato sospeso, in impaziente attesa di sapere come andrà a concludersi. Se, con un po’ di fortuna, in gloria di giudizio conquistato e sangue che ancora scorre elettrico in vena, energico come il riverbero di una fiaccola notturna o, al contrario, con il corpo dilaniato da uno schiaffo che morde feroce, come la luce del giorno brucia il sogno di sparire all’orizzonte di un mattino ancora acerbo. A quel punto tornerei cenere di fronte all’iceberg e mi lascerei soffiare via dal vento, abbandonato in una resa così rassicurante che porta alla memoria il braccio fermo di un vecchio padre.
Cadevo.
I venti metri colonnari si riducono prontamente e presto posso distinguere la grana leggera del fondale basaltico. Sapere della sua taciuta instabilità non può che turbarmi e unica risposta dovrebbe essere a suono d’immobile autorità tirannica, così da evitare che le sue sensualità ti portino a soffocare in un letto di sabbie incostanti.
Ogni errore, ogni scelta inopportuna, con voce dominante mi guida in fierezza alla superficie sconsigliata, conscio che ogni minuto di pentimento non sarebbe sufficiente a cancellare tutti i nei che indosso. In fondo, non ne sento così forte il peso. In onore all’imperfezione, l’alzerò ancora un bicchiere colmo di Bordeaux, affidandomi all’eco dell’ennesimo mantra, che una volta cominciata la ricerca, non si può altro che trovare qualcosa. D’altra parte, la spinta attrattiva è testarda oltre misura, e alternativa improbabile mi vorrebbe airone maggiore, pescatore con le ali, pronto a fuggire se il momento lo richiede.
Cadevo.
Il vapore umido che si solleva a ormai poca differenza dall’impatto, mi circonda in un amplesso facendosi elemento essenziale del rito catartico. A distanza, l’acqua si consegnava sincera come l’ingresso di una tomba entro cui nascondersi a riparo dalle risonanze scomposte di scadenze e commenti non voluti. Ora l’ambiente, reso inospitale dalla luce rifratta attraverso le minuscole particelle che si muovono confuse e che lasciano svanire i contorni, mi costringe a serrare gli occhi in atto di umana difesa di fronte al mutare di tutto ciò che una volta era riconoscibile. Il ricordo della sua trasparenza, che spero non sia tradito, lascia posto al forte l’odore metallico che attraverso le narici riempie gli ultimi istanti, irrorando ogni organo di un impulso adrenalinico al quale, se anche ne avessi la possibilità, non vorrei sottrarmi.
Non resta altro che raccogliere tutto il fiato possibile prima di trattenere il respiro, perché mi trovi pronto a scomparire nella sua moltitudine in liquida.

Giulia Delli Santi

7. Diamat – Being Is the Sum of Appearing

Data di Uscita: 30/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Qualcuno, vedendoci dall’esterno, avrebbe potuto dire che io e Clodette ci fossimo incontrati per caso. Una persona normale o eccezionale, seduta su una panchina in un parco con poco più di mezz’ora di luce ancora, avrebbe visto il motivo del nostro incontro scritto in un libro senza un finale che inizia, e si conclude, in una singola, infinita, parola.

Questo concetto potrà risultare assurdo, ma la prima volta che ci siamo visti avevamo entrambi occhi solo per qualcun altro. Non solo la vista, ma tutte le nostre sensazioni erano focalizzate verso un’identità ben precisa, una composizione di armonie, dissonanze, riflessi colorati e ricordi impressi. Guardavamo lo spettacolo da due punti distanti nello spazio, ma annessi nel coinvolgimento. Indossavo una t-shirt bianca di 3-4 taglie più grandi con sopra scritto il motivo del nostro incontro e delle scarpe improbabili. Nel complesso non dovevo fare una bella figura, ma non me ne vergognavo. Di te ricordo dei capelli castani tagliati a caschetto, un sorriso ampio con dei denti un po’ sporgenti. Eri in compagnia di una ragazza, conosciuta quella stessa sera o tua amica da una vita.
Ci guardavamo attraverso le nostre immagini proiettate sul vetro di un finestrino sporco, con i segni incancellabili delle gocce di pioggia del giorno prima a fare da filtro a due sguardi non ancora pronti ad incontrarsi.
Se ci fossimo parlati mi avresti chiesto la mia impressione. Io avrei alzato le spalle e distolto lo sguardo per un attimo per poi rispondere, ondeggiando la testa un paio di volte, che non potevo giudicare, perché sarebbe stato come provare a dare un voto alla casa dove vivi. Che all’inizio il tempo era dilatato per poi sfuggire al mio controllo verso la fine, come un cartone animato disegnato su un taccuino in cui gli ultimi disegni finiscono troppo presto. Schizzi che raccontavano di paesi dell’Est Europa e di grattacieli grigi uguali tra loro vissuti come spazi di crescita individuale. Spazi dove la gente non si vergogna di ballare, frammenti dove l’amicizia ha il sapore del liquore che cola da un bicchiere, dove le lacrime sono colorate di blu cobalto.
Siamo usciti da quel luogo con il medesimo, insaziabile, desiderio dell’infinito.
Con la voglia di andare in un luogo dove esiste la vita e non porta il mio nome, nel quale entrare da estraneo e uscire alzandomi da una tavola imbandita, di musica suonata sulla riva di un fiume, di capolinea dove non sei obbligato a scendere.

Filippo Righetto

8. Tim Hecker – Virgins

Data di Uscita: 14/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Che cosa ci facevano tutti quei vetrini appesi al soffitto, vicino alla veranda?
I miei occhi scrutavano questa stanza in cui già erano stati ma che al momento faticavano a riconoscere: le tende erano state smontate, l’enorme scrivania di compensato – un tempo quasi interamente sgombera – era adesso ricettacolo di pile di pubblicazioni di ottica, di lenti e cristalli di tutte le dimensioni, alcuni frammenti di specchi. Solo il metronomo era rimasto al suo posto.
Tim arrivò dalla cucina con due birre in mano, mi invitò a sedere e a brindare in onore della nuova impresa in cui si apprestava a cacciarsi: sarebbe tornato per un po’ nel vecchio continente a studiare e sfruttare le potenzialità di un elemento puro come la luce. Stanco di aver esplorato le oscurità asfittiche grondanti di nebbia e droni fino a scoprirne e sviscerarne ogni minima risonanza, voleva spingere oltre il suo talento indiscusso fino ad avventurarsi in nuovi lidi in cui avrebbe, comunque, brillato. La stasi creativa era inconcepibile, per chi era da sempre stato avvezzo a sfidare se stesso e le sue inclinazioni sorprendenti, ma un terreno saturo e battuto per tutta la sua estensione non era più fertile per germogli rigogliosi di nuova linfa, il segreto era scardinare le certezze, trovare altre chiavi per aprire altre porte.
Faceva oscillare i cristalli sospesi e mi faceva notare i prismi di luce che partivano dalle varie superfici e andavano a incidere le pareti, poi mi portò a riflettere sulle lunghezze d’onda, sui parallelismi tra vista e udito e le suggestioni che una mano abile potrebbe produrre dal connubio dei sensi. Il suo aereo diretto a Reykjavík sarebbe partito l’indomani, l’urgenza di depurare da ogni elemento superfluo la sua palette di melodie fino a raggiungere il succo primordiale e incontaminato di suoni vergini, limpidi, come la luce appunto, era pressante.
Appena giunse in Islanda, scelse di spostarsi a Nord della capitale, nella regione dei fiordi, e di alloggiare in una piccola locanda adiacente al porto giusto per il sapore intimo di quelle pareti interamente rivestite in legno caldo, per le torte preparate al mattino dalle mani laboriose dell’anziana signora in cucina, per l’assenza di altri avventori, per la vista sublime dall’ampia finestra della sua stanza: mare in sussulto, navi e un unico molo lunghissimo proteso verso l’infinito. Quello che non aveva messo nel conto era il nautofono che rombava talvolta cogliendolo di sorpresa, rendendogli difficile prendere sonno, insinuandosi tra le immagini e i tintinnii limpidi dei cristalli. In un primo momento aveva avvertito del fastidio: la purezza era irrevocabilmente inquinata. A ben guardare però queste incursioni avevano una loro ragione di esistere e abbracciavano come una scura coperta tesa dal passato le rivelazioni a venire che già sapevano di ghiaccio immacolato, luce candida e note di pianoforte. I droni c’erano ancora, al pari delle radici – inestirpabili per definizione, tuttavia erano docili e sapevano farsi da parte al momento giusto, riuscendo a dialogare col nuovo in maniera dialettica.
In un’alba gelida e chiara, coperta di brina, Tim decise di raggiungere Ben. Strano che ancora non si fossero visti, la loro solida amicizia e la stima reciproca li spingeva spesso a confronti emotivi e creativi, i frutti che ne nascevano erano dei miracoli sonori. Sembrava che Ben lo stesse attendendo, che sapeva che sarebbe arrivato da un momento all’altro; lo invitò ad entrare e chiuse la porta dietro di lui, l’aria in casa odorava di caminetto acceso e vino rosso, ambiente ideale per far confluire pensieri, fobie recondite, suggestioni illuminate. Live Room fu una stanza, o un spazio, che coprì l’arco di due giornate in cui in realtà entrambi persero contatto con il mondo e con le coordinate temporali; le parole spesso lasciavano posto a silenzi eloquenti con gli occhi fissi sulle braci rossastre e vive, riemergevano ricordi dell’uno di gite solitarie tra i lupi dei Carpazi tanto quanto le avventure dell’altro tra foreste di nebbia, scaturivano suoni sinistri e familiari. Poi la sirena del porto sembrava tornasse a tonare sorda anche lì, come se d’improvviso si fossero spostati all’esterno; un canto malinconico che presagiva altre imprese, altri luoghi, e la voglia di perdersi.
La voglia di perdersi nella luce totale. Tim fu risoluto e deciso nell’abbandonare Ben per ricercare l’assenza di buio e lo studio dei vari cristalli esposti ad una fonte praticamente continua.
71° 10′ 21″ di latitudine Nord // 25° 47′ 40″ di longitudine Est, punta Nord dell’isola di Magerøyam, Nord della Norvegia. Questa era la sua destinazione, raggiunta con vari battelli e traghetti, il rumore del nautofono costante riferimento a ricordo della splendida permanenza in Islanda. Il Mare Glaciale Artico e un piccolo capanno a strapiombo sulla distesa d’acqua, pieno di ogni comfort e di appigli per installare gli unici protagonisti di questa seconda parte di viaggio: i cristalli. Il momento era quello più propizio, i calcoli fatti con Ben erano perfetti e la rotazione terrestre aveva raggiunto l’inclinazione esatta. Il Sole, la radice della luce, non sarebbe sceso mai sotto l’orizzonte, la notte non ci sarebbe più stata per un lungo periodo, il crepuscolo inesistente. L’occhio disabituato a questo fenomeno faticava a chiudersi davvero e la contemplazione totale della rifrazione si contorceva su se stessa dando vita a fenomeni di pura allucinazione visiva, cerchi concentrici nel mare si aprivano senza alcun sasso lanciato. LIVE ROOM OUT, lì come a casa di Ben. Questa prorompente autorigenerazione di luce era ciò che Tim cercava per il suo prossimo studio, la sua prossima riproduzione sonora fatta di ascensione e ciclica. Intersecare continuamente i flussi luminosi con un suono ripetuto e sporcato da distese solitarie di droni in lontananza, questo era l’obiettivo finale mentre i cristalli oscillavano. Un monologo prolungato, ribadito con forza e precisione aliena in una volontà di ferro. L’energia sprigionata da questa esposizione tra il violento e il puro era richiudibile in un folgorante concetto: la palingenesi creativa, “che nasce di nuovo”, in un rimando continuo alla rifrazione più chiara. VIRGINAL I/II. L’importanza del riposo e di un quieto risveglio scandito da un battito lontano che si apriva in un loop pulsante smembrato in un’asincronia forzata, la lucentezza e i risvolti più impersonali di un’impresa quasi epica. INCENSE AT ABU GHRAIB + AMPS, DRUGS, HARMONIUM.
Un saluto necessario e completo a quelle terre magiche e ricolme di luce organizzato in un’ultima realizzazione globale, che racchiudeva le immense capacità di Tim. Le rifrazioni di luce ritornarono per un’ultima volta a colorare il cielo di eterni riflessi, la chiusura di una sperimentazione così pura in una distesa di suoni che chiudeva in dissolvenza l’avventura. STAB VARIATION.

Alessandro Ferri e Federica Giaccani

9. Fuck Buttons – Slow Focus

Data di Uscita: 22/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

In quel giorno di luglio, a Tulsa l’aria era umida e torrida e apparentemente immobile come l’asfalto infocato delle strade, non si muoveva di un soffio.
Summer cercava refrigerio nell’acqua della piscina gonfiabile in giardino: con i gomiti appoggiati ai bordi e un bikini verde menta che copriva a malapena le forme esplose all’improvviso all’indomani del suo tredicesimo compleanno, biascicava chewingum creando palloni enormi che faceva scoppiare sonoramente per attirare l’attenzione del suo aitante vicino di casa; poi prendeva la gomma da masticare con le dita e la estraeva dalla bocca in un lungo filo penzolante, fingeva di contemplare il cielo mentre sbirciava da sopra le lenti dei grossi occhiali a specchio sperando in una reazione interessata al di là della rete metallica.
Jim lucidava la moto ogni giorno, dopo pranzo, al centro del vialetto di ingresso alla casa, palcoscenico per la sua abilità nell’addomesticare i motori, per i suoi bicipiti gonfiati, jeans stretti e abbronzatura costante di ordinanza; un Narciso di periferia dagli scarsi ideali, si bullava poi la sera al bar con gli amici per le conquiste di cui aveva perso il conto. L’ultima era quella ragazzina alle prime armi con la malizia e la seduzione, e a lui piaceva troppo darsi delle arie come se non provasse alcun sussulto alla vista dei segnali lanciatigli a pochi passi da lui; in realtà veniva colto da un desiderio inconfessabile, proibito. Summer aveva solo tredici anni.
Hank e Miranda avevano ospiti e si davano un gran daffare intorno al barbecue per servire un arrosto che restasse indimenticabile nella memoria dei loro invitati. La villetta era stata rassettata alla perfezione in vista di quel pranzo tanto atteso, ma sul più bello l’aria condizionata aveva smesso di funzionare ed era stata rimpiazzata da un vecchio ventilatore trovato tra gli scatoloni del garage che sibilava fastidiosamente tra le conversazioni intavolate tra i commensali, la ventola di poco disassata andava a sfiorare il grigliato anteriore provocando delle vibrazioni moleste.

A un osservatore esterno, abbassando lentamente la focale a partire da quegli scenari, si dispiegava davanti agli occhi un tessuto urbano via via più articolato e fitto e in scala ridotta, dalla strada si passava all’isolato e poi al quartiere e infine all’intera area della città di Tulsa, Oklahoma. Una panoramica più complessa consentiva di cogliere un’infinita varietà di situazioni, e in ogni giardino, in ogni incrocio, ci si poteva imbattere in un Jim o una Miranda; bastava solo decidere quale spaccato scegliere.
La CNN da qualche ora aveva diramato un’allerta uragano, entro la notte era prevista una brusca variazione dei venti e la formazione di un vortice di immane potenza, ma la Tornado Alley delle Grandi Pianure era così profondamente avvezza a tali allarmi che ultimamente la gente aveva addirittura iniziato a diffidare di comunicati a loro avviso troppo frequenti e a scongiurare la paura rimanendo fedele alla propria routine.
In città da alcune settimane erano arrivati due ragazzi inglesi; a detta delle autorità si trattava di due esperti storm chasers specializzati in fisica al punto di essere in grado di ampliare le conoscenze relative alla previsione dei tornado, ma soprattutto di captare l’energia sprigionata dagli eventi atmosferici e tramutarla in altra forma innocua, una sorta di principio di conservazione dell’energia totale per intenderci. Andrew e Benjamin – questi i loro nomi – avevano preso in affitto un bunker sotterraneo al limite dei sobborghi occidentali di Tulsa, al confine tra l’abitato e le distese d’erba bassa senza soluzione di continuità; avevano portato con loro delle apparecchiature sofisticate accanto a strumenti più noti quali il GPS, quegli attrezzi mai visti suscitavano però alcune perplessità agli occhi dei locali intenditori del settore.

Il pomeriggio trascorse e venne la sera; l’aria, da umida e densa che era, prese a muoversi innescando correnti disordinate che col tempo si facevano sempre più insistenti. Summer e gli altri abitanti di Tulsa e dintorni si arresero all’evidenza e si videro costretti a mettere da parte i piaceri e le prese di posizione davanti a un cielo plumbeo foriero di cupi presagi. L’intera popolazione scomparve, la città precipitò in un silenzio irreale carico di attesa e inquietudine. Andrew e Benjamin, di contro, spalancarono la porta del bunker e uscirono in preda all’eccitazione e all’adrenalina, presero il vento in faccia e aprirono le braccia per essere, anche un solo istante, investiti dal connubio di correnti fresche e calde che di lì a poco si sarebbero sollevate mulinando poco lontano, al di sopra delle loro teste. Carichi degli strumenti portati, si avvicinarono gradualmente al fulcro del vortice mentre rovesci di pioggia impietosa avevano cominciato ad abbattersi sui loro impermeabili. Nel momento stesso che la tromba d’aria spiccò il volo in un turbine distruttivo, i due si schierarono nella spianata erbosa deserta dov’erano giunti e azionarono i dispositivi di contro-azione; la CNN era collegata per trasmettere in diretta lo scontro tra natura e uomo, nessuno riusciva a credere che potesse esistere una resistenza, o ancor più una risposta, alla forza atmosferica a cui già l’Oklahoma era stato costretto a piegarsi e cedere numerose volte.
Dissero che l’energia che scaturì dall’impatto fu di una potenza sconosciuta fino ad allora, il cielo fu investito da scie scure e fluttuanti frammiste a materia assimilabile a quella interstellare; ci furono esplosioni, un rumore di fondo di drone accompagnava le scintille e poi suoni prendevano a galoppare battenti tra i mulinelli fino a venire risucchiati per poi deflagrare di nuovo, dirompenti, dal cono del vortice. Quando anche l’ultimo dei synth si fu estinto, rimase una patina bianca accecante che occultò ogni cosa, talmente violenta da costringere a coprirsi gli occhi per alcuni secondi. Tolte le mani lo stupore generale fu inaudito, di quelli che si sa già che sarebbero finiti nelle pagine della storia: ogni cosa era rimasta al suo posto malgrado il tornado, niente s’era spostato nemmeno di un millimetro, e brillava di nuova luce.

Federica Giaccani

10. Nils Frahm – Spaces

Data di Uscita: 18/11/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Niente, avevo fatto appello al mio scarso autocontrollo, alla razionalità, e alla fine mi ero perfino aggrappato disperato all’appiglio dei doveri, stringendo la presa come meglio potevo. Non c’era modo di tenere a freno quei movimenti nello stomaco né l’aumento di battito cardiaco, intorno a me i genitori degli altri bambini intavolavano conversazioni rilassate coi cappotti ancora abbottonati, accarezzavano le teste dei loro figli per rasserenarli con la sicurezza esperta tipica di un genitore, rivolgevano loro sguardi amorevoli per poi tornare a parlare con chi capitava a tiro. Tu stavi ritta e fiera e tenevi al petto, gelosamente, gli spartiti; mi osservavi e in qualche modo assurdo avevi compreso che i ruoli si erano ribaltati in un cortocircuito di emozioni esplosive, non dicevi nulla per non smascherare la mia inadeguatezza di padre alla presenza di miei – supposti – simili, e aspettavi buona il tuo turno. Ti saresti seduta al pianoforte di lì a mezz’ora, quel vestitino rosso col colletto bianco era delizioso addosso a te. Tua madre al mio posto sarebbe stata all’altezza della situazione, luminosa e disinvolta come tutti gli altri; sfortunatamente la vita non era stata affatto benevola e ce l’aveva strappata via due anni prima, in un’estate di sudore, ospedali dall’odore intenso di disinfettante e città deserta. Alcune immagini di corse e dolore mi riaffioravano dalla memoria anche in quel momento che stavo combattendo con un’emotività che non ero mai riuscito ad addomesticare.
Mi avvicinai di colpo a te, Sabine, un veloce bacio sulla fronte, qualche rapido passo e uscii fuori dalla hall del teatro. Mi sistemai defilato in un angolo dell’edificio con le spalle appoggiate al muro.
Affondai il respiro nella lana grossa della sciarpa, gustandomi il silenzio e la vista dei lampioni tutti uguali, in batteria, che si perdevano prospetticamente lungo il viale; l’umidità esagerata rendeva impercettibili i contorni delle cose, anche i chiarori dell’illuminazione avevano le sembianze di macchie gialle sospese che fluttuavano tra gli intervalli di buio. Una sola sigaretta, per congelarmi le dita delle mani e stabilire un certo distacco da quello che sarebbe successo poco dopo, il tuo debutto sul palcoscenico davanti a numerose famiglie e sconosciuti lo sentivo anche un po’ il mio.
Pensavo anche che, dal momento in cui avevi espresso la volontà di dare ascolto alla tua passione per la musica, l’esistenza stava tracciando un cerchio invisibile attorno alle nostre vite mettendo ogni cosa al suo posto, facendo quadrare i conti: d’altronde io e Theresa c’eravamo conosciuti a lezione di piano. Ricordo ancora quando ti accompagnammo insieme alla scuola dove avresti preso le lezioni, il primo giorno in cui temevi di incontrare un maestro troppo severo. Gli occhi miei e di tua madre brillavano in un’intesa profonda e ancora viva, eravamo così felici di vederti desiderosa di imparare a far danzare le dita tra i tasti bianchi e neri in melodie variopinte. Ti immaginavamo assorta ma anche libera e selvaggia mentre avresti suonato, come quando ti piace saltellare leggera in un giorno di festa.
Mi sarei lasciato trasportare per ore dal filo teso dei ricordi, ma era tempo di rientrare, tornare da te, essere un padre affidabile e presente, accompagnarti dietro le quinte. La mia mano fredda tremava ribelle, la tua calda acuiva i contrasti e saldava la stretta. Il signor Frahm, il maestro, ci venne incontro e appoggiò gli occhi sulla mia inquietudine, era molto giovane ma aveva l’aria di chi già sapeva molto del mondo, oltre che della musica. Mi cinse la spalla con un braccio, quel gesto tanto spontaneo quanto significativo mi fece sentire sicuro e riappacificato, e se ne andò. Sabine sorrideva trepidante, in un lampo svanì nei camerini lasciandomi solo.
L’esibizione fu splendida, non solo per gli occhi di un padre disabituato all’imparzialità: il maestro aveva studiato una successione di brani che racchiudevano sapori classici e contemporanei, mai noiosi né ripetitivi; i bambini si divertivano visibilmente. La poltrona accanto alla mia era vuota, tuttavia avvertivo il calore di Theresa, come se fosse seduta lì per la durata intera del saggio. La complicità, l’orgoglio, l’amore immutevole e imperituro, la serenità.

La sala si era lentamente svuotata e i presenti s’erano riversati nella hall dove avevano ripreso a parlare tra loro come quando erano da poco arrivati; attendevo Sabine fuori dai camerini, travolto dall’euforica gioia dei ragazzini soddisfatti e felici. Il signor Frahm sistemava i fogli delle partiture musicali, appena mi vide mi invitò ad avvicinarmi. A quel punto mi ero sciolto ed ero pronto per una conversazione decente, mi porse un vinile con una panoramica dall’alto in copertina, tastiere e pianoforti e un uomo chino sui propri strumenti – era lui. Mi introdusse al suo nuovo lavoro pubblicato da poco, ci tenne a puntualizzare che le vibrazioni scaturite da una registrazione dal vivo sono necessariamente più autentiche e prorompenti di qualsiasi creazione in studio; mi spiegò le sue derive sperimentali a partire dal suono canonico del piano, come si intrufolavano le tastiere e l’elettronica per accompagnare percorsi già battuti dando loro inedite e mutevoli sfaccettature. Era al corrente del mio amore per la musica, sapeva di farmi cosa gradita con quelle spiegazioni affascinanti.

Girato l’angolo c’era un caffè che aveva aperto da poco e fuori faceva un gran freddo; era la serata ideale per nuove chiacchiere con mia figlia e una bella persona che pareva conoscerci e musicare le nostre passioni, da sempre.

Federica Giaccani

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