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Top Ten 2013 – Stefano Ferreri

1. The Burning Hell – People

Data di Uscita: 16/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mondo è bello perché vario.
Il mondo è bello perché avariato.
Il proverbio e la sua distorsione umoristica. Bravi fratelli e coinquilini, identica dignità per entrambi, nelle stanze vagamente assolate dell’ultimo Burning Hell. Che è ancora il disco di un gruppo e di un uomo solo al comando, one-man band si diceva una volta. Quelli che in Canada continuano a spuntare come funghetti nel sottobosco indipendente, laddove i distratti vacanzieri dell’ascolto non hanno occhi che per la sequoia Arcade Fire, dito di ciclope senza più lune da puntare. Dici Burning Hell e pensi anche Woodpigeon, due menti vulcaniche travestite da orchestre, il più delle volte. Passaparola che valgono una condanna senza appelli alla volatilità. Segreti così ben custoditi da divenire silenziosi anche per chi ne ha musicato le trame, come il Mark Hamilton dimentico del proprio talento nelle prove recenti. A differenza di lui, Mathias Kom non è mai parso tanto concreto come oggi. Sarà il trafiletto nel Guinness dei Primati per quel blitzkrieg tour di ventiquattro ore e dieci date, mezza Europa conquistata attaccando con tre e non difendendo affatto. O forse l’innocuo spettro dell’agorafobia, chiuso finalmente nel cassetto dei ricordi assieme alla cattedra in storia alla Trent University. Non occorrono scuole per insegnare, quando si vive scrivendo canzoni. E non servono comitati accademici, se ad accompagnarti hai l’unico strumento che ti fa sorridere mentre lo suoni.

Il mondo è bello perché è un mosaico. Le singole tessere sono interpreti modeste e diranno anche poco, piccoli smalti anonimi cui non accorderesti il favore di uno sguardo. L’accostamento cromatico rovescia però la prospettiva e ti stupisce nel trovarti stupito. Lo sa bene Mathias quanto sia sfaccettata la realtà umana, avendola già perlustrata in lungo e in largo armato solo di pungente ironia e dell’inseparabile ukulele. Sindaci di rione e patetici musici da bar. Ballerini e bulletti di dubbia prestanza. Romanzieri e filibustieri. In tutti il germe di un insormontabile fallimento esistenziale, ambitissimo bonbon narrativo quando ci si aggrappi come disperati alla prima opportunità utile di evasione dall’inclemenza del proprio specchio. Incuriosito e affascinato dalla ricchezza di una collettività squinternata ma in fondo avvincente, quasi quanto il Woody Guthrie fotografo senza macchina fotografica di “Bound for Glory”, l’eclettico talentino di Peterborough ha confezionato un album piccino davvero superlativo, assemblando nove ritratti teneri e insieme feroci in un affresco che conserva vividi i tratti peculiari della sua arte, ma senza precludersi più elevate aspirazioni. Dai capitani d’industria malati di profitto ai viaggiatori annoiati, dai sognatori destinati a far sempre da tappezzeria ai rapper amatoriali, con i loro deliri di onnipotenza degni dei maestri del culto: tra le pieghe di “People”, Kom si diverte a raccogliere e mettere alla berlina manie e tic contemporanei quasi fosse un bizzarro entomologo innamorato del nostro declino. A rendere più amare le sue ricognizioni, il fatto di includere se stesso senza alcuna scappatoia tra coloro che son sospesi in attesa di dannazione, per aver tradito a giochi fatti l’adulto che sognava di diventare quando nulla ancora era compromesso.

Un disco sui desideri che non saranno mai realizzati, e forse nemmeno espressi. Una raccolta di fiabe nerissime e senza lieto fine, con il fatalismo dei vichinghi a trovare sponde impensabili tra i rapaci spelacchiati delle haciendas messicane. E apocalissi morbide, scabre radure di disincanto, carnevali vitalissimi e scampoli di umbratile intimismo, senza mai darla vinta alla desolazione.
A legare il tutto, nastrino color sangue annodato nel più sontuoso dei fiocchi, l’impareggiabile scetticismo di sempre. Quello inscritto nell’intestazione stessa abbracciata per i propri deliziosi misfatti musicali, il nome rubato a un opuscolo sulla Bibbia e inzuppato in un inchiostro beffardo, così da canzonare la perversione religiosa della cristianità evangelica e di ogni altro fanatismo dogmatico. Paroliere vertiginoso e penna raffinatissima, Mathias non è stanco di giocare con il kit del piccolo enciclopedista e dispensa generoso le sue ardite miscele di sacre scritture e cultura pop, country goticheggiante e dark cabaret, confinando in una misera enclave le tentazioni balcaniche e il pur felice bozzettismo folk cui pareva voler asservire per sempre i suoi Burning Hell. La morte è ancora attrice protagonista, ma a servirla recita un cast che ne affoga i soliloqui in una coralità frastornante, tutta guizzi, ben lontana dal bandismo circense dei tanti Brancaleone yankee apparsi negli ultimi anni. Così i toni gravi sono pareggiati da strumenti caldi e baldanzosi come il clarino della dolce metà, Ariel, o l’allegria del proprio piccolo feticcio a quattro corde. Ci si commuove rimanendo fanciulli ilari, e il treno di “Stand By Me” non ci risparmia. Ma si tratta di semplici sogni, abbaglianti come il freddo sole del nord e programmati per impazzire presto, come una maionese canaglia.

Dici Mathias Kom e pensi anche Elvis Perkins, uno che dalla Grande Mietitrice ha patito più di un tiro mancino. Il superbo artigiano della combriccola “In Dearland”, il desaparecido del western crepuscolare evocato con profitto nella tetra favola di congedo. Dici Mathias Kom e pensi al suo alter-ego giovanile, Mathieu Comme, e lo riconosci per il trasformista scellerato che è sempre stato. In testa la zazzera telespallesca di un novello Adam Duritz, nell’armadio mille travestimenti tutti plausibili: i Soul Coughing sofisticati e meno arditi sperimentatori, i Clientele sinuosi, gli Okkervil River immortalati nel loro meraviglioso candore da diorama sixties. O dei banalissimi Decemberists, che fanno fine e non impegnano granché. Ovunque aleggia poi il fantasma di un impossibile Bill Callahan espressionista, destinato a incarnarsi proprio sul filo di lana in un numero di spiazzante, superbo mimetismo. L’aderenza al modello è totale, pesanti come il piombo i debiti, ma letto alla stregua di un omaggio lo si può perdonare e apprezzare come la bella illusione che è in fondo. Virtuosismi da camaleonte e balocchi intellettuali a parte, in “People” batte davvero il cuore di un pianeta disgraziato e bellissimo. Quella indovinata dai nuovi Burning Hell è un’intonazione tra il confidenziale e lo smaliziato oltremodo convincente, in miracoloso equilibrio tra emotività e calligrafia.
E ci siamo dentro anche noi. Passioni, visioni, utopie, fantasie e falle. Falle soprattutto. Mie e di voi quattro, che avete bruciato interi minuti del vostro tempo prezioso tra i sofismi di questa recensione inservibile, all’inseguimento di un senso che – mi spiace dirvelo – non c’è mai stato.

Stefano Ferreri

2. Bill Callahan – Dream River

Data di Uscita: 17/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I have learned
when things are beautiful
to just keep on,
just keep on

E così lei ha fatto il grande passo, è notizia di questi giorni.
Dopo aver riposto in un baule l’abitino da fata silvana degli esordi, piegato con cura e corredato dalla corona di fiori colorati del ritratto di “Ys”, ha scelto di blindare la sua relazione con l’insipido attore comico Andy Samberg e il suo scintillante circo equestre televisivo. Lontane come non mai le suggestioni della New Weird America ma a un tiro di schioppo, in compenso, quella fama che le è sempre sfuggita, fuori dalla nicchia dorata degli indipendenti. Là dove con Bill Callahan avrebbe potuto vivere alla stregua di una regina per sempre giovane, addosso gli stracci belli di un’arte che può ancora permettersi d’essere povera, attorno la devozione di una corte di colleghi figuranti e l’invidia anche affettuosa del suo popolo adorante. Non deve essere comodo recitare nei panni della musa per un grande cantautore. Che non lesina quando si tratta di regalarti diamanti come pegno d’amore, ma sempre e solo in forma di canzoni. Chissà che noia per l’arpista ragazzina svezzata a pane e musica da quel professore galante e serioso, maturo per lei forse più del necessario. Chissà se almeno l’istantanea d’un pensiero, in una brutta copia appena abbozzata, si sarà soffermata sulla fiamma di ieri, in quei pochi minuti di stordimento sull’altare. E chissà quale pellicola sarà passata sullo schermo mentale di lui, distante mille miglia ma ancora sotto il tiro di un bel plotone di ricordi. Sciacquare via l’amarezza è impresa alla portata, se si viene fiancheggiati dalla tenacia e dall’igiene del tempo. La bellezza invece è tutto un altro paio di maniche. Il tipo di ferita che non si rimargina, le luci accecanti del regno che possono farti piangere, qualcosa che resta dentro e si può occultare, ma non si cancella. Il castano chiaro dei suoi capelli ha virato verso il cenere senza che il bianco e nero delle fotografie ne rendesse conto: un innocuo espediente che gli si perdona con benevolenza. Per la figura di Joanna intagliata nella memoria non si è potuto ricorrere, tuttavia, ad accorgimenti altrettanto validi. Così i diamanti hanno continuato a essere estratti dalla stessa miniera creativa e tagliati da quella sua penna essenziale nel tratto quanto aspra, maestra di disincanto, con la piena esclusiva concessa in questo caso ai soli affezionati ascoltatori.

Per registrare fedelmente il senso di vuoto e di sconforto era servito lo splendido “Sometimes I Wish We Were An Eagle”, quasi una testimonianza a caldo della propria sconfitta e insieme un gioiello di dissimulazione. “Apocalypse” si offrì a breve distanza come breviario folk disadorno, perfetto per l’ora dell’appianamento, mentre “Dream River” si presenta adesso e ha il sapore netto della rimozione. Non quella coatta e intransigente, quella che fa a cazzotti con il passato e strappa tutte le pagine andate del calendario, come fossero batteri da estirpare a forza. No, il nuovo disco di Bill conserva le prerogative dell’inessenziale cronaca di un viaggio. E di un sogno, anche, ovattato dalla bruma sdraiata a pelo dell’acqua, dal vapore mansueto di un treno sbuffante o dai fumi dell’alcol in un anonimo bar alla periferia dell’impero. Un dolce annebbiamento, le cui cadenze sono quelle di una danza che è più che altro un rilassato ciondolare. Birre e ringraziamenti come se non ci fosse un domani, con la sola rassicurazione di un’ironia sempre impeccabile al proprio posto. Come per la precedente raccolta, in bella vista risplende la pacificazione. Ma qui non nasce dall’abbraccio di una solitudine pure opportuna, da mandriano confuso nel paesaggio, bensì dall’appagamento offerto da una nuova relazione di coppia, la sola carta in grado di ricondurre la sua scrittura alla piena armonia con gli altri e con la natura. Con la vita. Anche il registro malinconico non pare poi così irrinunciabile, alla fine, e la posa può aspirare al temperamento oracolare del Leonard Cohen dei tardi capolavori, senza più timori reverenziali. Musicalmente si insiste nel solco delle migliori esplorazioni degli ultimi anni, quelli spesi evitando di nascondersi a oltranza dietro a un moniker, per confortevole che fosse. Si coltiva la medesima essenzialità nient’affatto cruda – levigatissima semmai – del secondo album a proprio nome, con le chitarre nel ruolo esatto che fu degli archi, magico cesello, senza disdegnare di tanto in tanto una sottile increspatura o un modesto fuoco bianco a base di riverberi. I lievi arabeschi di allora, quell’eleganza non pedante, sono lontani ma nemmeno troppo. In un quadro votato a una frugalità di pura sostanza, parsimoniosa e priva di spigoli, con i suoi occasionali scorci luminosi Callahan sembra voler confezionare a sorpresa una collezione di brani intensamente oldhamiani, un country anomalo e zampettante che superi proprio il Principe nel suo stesso terreno d’elezione. Gli arrangiamenti colpiscono nel segno, ancora una volta. Merito di un flauto rubato al Nick Drake di “Five Leavers Left” o “Bryter Layter” – a seconda della vivacità – capace magari di conferire un retrogusto agrodolce davvero prezioso. E merito di quelle sei corde in veste elettroacustica traviate proprio dalla vitalità dionisiaca dei fiati, ora in preda a convulsioni gentili, ora disinvolte nel dispensare sfumature finissime come i Wilco meno marziali.

Tutto questo senza indugiare nella calligrafia. Le ricognizioni di colui che si faceva chiamare Smog rimangono in prima battuta questioni squisitamente emozionali. Si spiegano così i non rari crescendo della parte strumentale, riflesso della necessità non derogabile di lasciarsi andare al cuore, alla primavera incalzante, con un pizzico di salutare negligenza. Bill vi si espone adottando un passo lento ma sicuro, come lo straordinario baritono che calza ormai come un guanto. Si mette a nudo e si confessa, trattando il sentimento invece che le cautele filosofiche di ieri. Ogni suo pezzo continua a essere una sorta di vino da meditazione, un amarone affinato in barrique. Equilibrato, morbido, da assaporare adagio. Il desiderio di potersi sottrarre al congedo dall’esistenza terrena è un’illusione appena, come una freccia scagliata in alto nel cielo e condannata a chiudere la propria parabola nella caduta, inevitabile. Nell’istante perfetto dell’apogeo, l’incontro con la più nobile aspirazione dei giorni trascorsi assieme a Joanna: quell’aquila che era stata l’emblema stesso della compiutezza e ora volteggia solitaria, il fiume come una mappa per orientarsi, prima di assecondare il capriccio onirico e sfumare in un gabbiano destinato a ben altri orizzonti. I contorni del tenue vagheggiare, agevolati dalle ombreggiature della Asat Classic, restano incerti anche quando va in scena la piena estate di un pittore di barche. Perso in una tempesta di pioggia e lampi cui farà seguito la ritrovata quiete dell’anima, il cumulo dei propri ricordi a rappresentare la sua più scintillante ricchezza. L’intimismo non è più un luogo angusto, né una passione astratta. E’ la curiosità che spinge il grosso volatile ad aprirsi e a esplorare in libertà, solo a sprazzi se occorre, prima che venga settembre e sia irresistibile la chiamata di ritorno all’oceano. O di rientro a casa su una strada bellissima e insidiosa, tutta ammantata di neve.
Non si può disconoscere la propria natura. Che richieda il conforto di un prestigio un po’ frivolo, o che induca a vivere come artisti dell’eremitaggio. La si accetta, provando a trarne magari una morale sempre nuova. A volte non occorre davvero altro, se si è bravi a far tesoro di tutta la bellezza incontrata sul proprio cammino e la si porta con sé, senza fermarsi mai.

Stefano Ferreri

3. The Besnard Lakes – Until in Excess, Imperceptible UFO

Data di Uscita: 02/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Alamogordo è dove la speranza va agli alberi pizzuti.
Se avete presente l’isola di Böcklin, ripensatela priva di aneliti romantici ma con carica simbolista elevata a potenza. E senza i cipressi possibilmente, solo deserto. Potrete anche darci una passata di sgrassante al limone, ma rimarrà il simulacro triste e corrotto in cui una certa idea di progresso l’ha trasformato. Sì, perché Alamogordo è il luogo dove il genio evase dalla bottiglia per non esservi mai più intrappolato. Demone scaltro, idolo amaro. Il posacenere in cui hanno lasciato a consumarsi il caro vecchio totem della frontiera, e un’utopia appena rimessa in tiro dopo i rovesci della grande depressione.
Alamogordo è il primo giorno di uno sterminato autunno.
Non proprio un bel posto per escursioni oniriche, ma spiegatelo voi all’estro bizzoso dei coniugi Jace Lacek e Olga Goreas, origini nell’est Europa e adozione canadese, al riparo dagli spifferi della guerra fredda. Fin troppo facile il nesso, ma chissà che gli sposini della scuderia Jagjaguwar non ci abbiano visto dell’altro. Il risvolto cinico della poetica del fanciullino 2.0 brevettata da Steven Spielberg, perché no? Alamogordo è anche il nulla in cui andò a rovinare la luccicante navicella del nostro amato E.T., partita in un trionfo di commozione sui titoli di coda del film per poi schiantarsi con il sigillo Atari nel fondo tossico di un’immonda discarica abusiva. Il più brutto videogioco di tutti i tempi e insieme la più incredibile metafora partorita dagli anni ottanta, per un rovescio della medaglia che ha saputo adeguare il mito di Icaro ai visionari da strapazzo del presente, non senza puntualità. E forse è proprio in questa desolata bruttura che si specchia il nuovo disco dei coniugi Lacek, riuscendo però nell’impresa di sublimarne gli spunti in una trama densa di suggestioni liriche quanto elusive. Rispetto alla fragorosa grandeur o all’epica squassante di ‘The Roaring Night’, ai disastri mentali e gli sperimentalismi arrembanti di ‘The Dark Horse’, qui il loro collettivo, Besnard Lakes, ha curato una raccolta assai più sfuggente. Impalpabile, come opportunamente suggerito anche dall’ermetismo in pillole di titolo e copertina, per quanto il fascino nelle loro canzoni riesca se possibile più plastico che in passato. Il flusso sonoro ha raggiunto un equilibrio che prima era sempre mancato e l’album si candida a diventare la perfetta trasposizione di un sogno. L’assenza di steccati nella sceneggiatura ricorda Gondry, satirica anarchia esclusa, mentre la grana fotografica mette al bando i contrasti che erano un po’ la loro firma nella luce.

L’elegia in soft focus di questo ‘Until in Excess, Imperceptible UFO’ ha indotto la critica a largheggiare con l’aggettivo “cinematico”, nemmeno a sproposito peraltro. Ralenti, piani sequenza, campi lunghi se non lunghissimi. Rimangono un’ostinata prerogativa della band di Montreal, il suo capriccio più amabile, per non dimenticare la predilezione per le riprese in esterni. Anche questa pellicola è girata in spazi aperti, interamente, e si apre nel pallore umido di una foschia caparbia, adagiata come soffice trapunta su una distesa erbosa. Nell’incertezza superba in cui ci troviamo abbandonati ci accoglie Olga, dalla sua casa fantasma sulla collina. Fattezze di sirena, voce suadente come il riverbero di una malinconia che non possa davvero far male. Eppure dietro questa calma alberga il lustro spento della morte, par quasi di sfiorarne l’ombra. E la nebbia è un muro, una presenza che irretisce e non esclude sinistre pressioni. Il gruppo ci culla con un dream-pop al calor bianco, tra refoli sonici e nuance space-orchestrali che saturano i già ridotti margini di manovra e sommergono anche la maestosità del coro, per poi renderne tutta l’energia nel bagliore di un attimo. Quando ci si presenta Jace, il suo falsetto è una dolce lama che fende la bruma. Quieti con la loro elettricità sempre finemente atmosferica, maliardi nel concedersi il balocco di piccole vampe azzurre innescate con le chitarre, ma abbastanza subdoli da non lasciare riferimenti validi. Nessun appiglio per noi avventati ospiti del loro miraggio. Sembra quasi che scherzino con gli ascoltatori i Besnard Lakes, con gentilezza. I cavalli neri di un tempo soggiogati e chiamati ad abbellire la vecchia giostra su cui danziamo un girotondo, la cui eleganza classicista trascolora un poco per volta alla stregua di un ricordo che si sfaldi, inesorabile. Poi un lieve sibilo, e lo scenario si rivoluziona: uno scorcio finalmente rischiarato dall’accompagnamento pop limpido, senza prefissi né suffissi, ma con l’amichevole adesione di uno Spencer Krug chiamato a ricambiare qualche favore arretrato. Ci diremmo lucidi in quest’oasi rinfrancante e soleggiata, e invece siamo nel cuore della creatività laboriosa del subconscio, con entrambi i piedi nella Fossa delle Marianne del sonno. E negli anfratti scivolosi di un torpore privo di regole, riecco inaspettata la mansuetudine fumosa della memoria. L’etereo splendore tratteggiato come in una tregenda d’angeli ancora non caduti – Les Paul Baritone, Epiphone Casino e la fedele Jazzmaster – omaggia l’inarrivabile altrove wilsoniano celebrandone l’inquietante, algida natura. L’invito, ancora una volta, è a lasciarsi andare, a far viaggiare incontrastata l’immaginazione, mentre il suono flessuoso solleva una polvere laminata che è incantevole sfarfallamento ma anche escoriazione a fil di pelle.

La mezzanotte arriva senza farsi annunciare e porta con sé tenui fuochi che destano meraviglia ma non sanno scaldare, e nemmeno bruciano. Nella rincorsa delle voci, il piacere di perdersi. Nella confusione, la fiducia di una notte nuovamente tersa, stellata, che chiama alla contemplazione. Finché le chitarre non scelgono di affollare la volta con una torma minacciosa di nuvoloni neri, l’impagabile schianto di un fortunale shoegaze già abbozzato negli sguardi come un’inedita tempesta del tardo William Turner. Ipotesi poi risparmiataci con l’allontanamento verso un’ulteriore solitudine, nel freddo di una passione disarmata, nei respiri congelati di un inverno che ricorda da vicino le tregue effimere ma bonarie dei L’Altra. Il viaggio conserva così i medesimi fragili contorni di quello pianificato con le sole forze del pensiero nel più riuscito lavoro di una band inglese che in pochi ricorderanno, Alfie, lei pure alquanto audace per indole astrattista. ‘Do You Imagine Things?’, titolo emblematico che può tornare utile. Stessa illusione di false simmetrie e specchi, stessa incorporea presenza. Le ascensioni pirotecniche degli Zeppelin e dell’Electric Light Orchestra, la fumisteria spigolosa e il virtuosismo progressive, i Fleetwood Mac rivisitati e le detonazioni a marchio Constellation: banditi dall’album di famiglia. Gli incendi sul mare e tutti i cannoni, conflitti ipotetici ma spaventosi, cedono il posto al maggior costrutto di una pace dilatata e pur sempre fantasiosa, al ghiaccio, alla rarefazione e le inquietudini intime. Pulite, ripiegate, conservate come candidi fazzoletti nelle tasche.
Infine Alamogordo, che è dove i sogni vanno a morire.
Le bombe all’idrogeno danno ragione all’apocalisse di un’umanità ormai senza speranze, identica a quella profetizzata da uno scrittore triestino tanti anni fa. I Besnard Lakes più visionari non mancano l’appuntamento con la paura condivisa. Volturano la loro creazione in incubo senza troppi complimenti. Sparecchiano la tavola e spalancano gli scuri a quasi tre minuti di raggelante e impassibile crepuscolo, ultimo panorama in cui s’intromette beffarda la rifrazione delle gocce di pioggia lontane – o sono lacrime? – di un delicato fallout. E intanto il lampo abbaglia e scortica i nostri occhi, indifferente.
Li chiudiamo invano nell’istante stesso in cui torniamo ad aprirli.

Stefano Ferreri

4. Mazzy Star – Seasons of Your Day

Data di Uscita: 24/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sarebbe stato troppo facile cantare una canzone d’amore. Troppo facile per lui che con le note c’era cresciuto. Per lui che sapeva far godere da morire un violino solo sfiorandolo. Come gode un diabetico assaporando l’ultima briciola di torta al cioccolato una sera d’inverno. Mentre fuori nevica. Troppo facile per lui che con la voce faceva vibrare gli umori più reconditi. Sincopati al torace. Giù per lo stomaco. Tra le gambe. No. Sarebbe stato troppo facile. Lui l’avrebbe dipinta. E poco importava che fosse daltonico. Cosa c’era di così diverso dalle note in una tavolozza di colori? In un modo o nell’altro. Alla fine. Tutto si riduceva sempre a dei numeri. I numeri lo tranquillizzavano. Non è forse luce ciò che entra in una radio? Ed il colore? Non è forse luce? Se poi vogliamo dirla tutta. Ruotare la manopola alla ricerca di una canzone mai sentita corrisponde a cambiare sfumatura.
Fu forse la profondità della sua voce. La vibrazione dell’aria in risonanza con qualche movimento dell’universo. Fu forse che Nettuno era in Pesci. O che l’agnello suonò per sbaglio alla casa del Leone. Fu forse un caso. Non si sa. Sta di fatto che lei credette sinceramente che lui sarebbe stato in grado di ritrarla brandendo un pennello invece di un archetto. E quando lui la invitò nel suo garage da musicista vissuto ma non logoro lei accettò.
Il garage era apparentemente in ordine. Espropriato della sua naturale funzione di cimitero di cianfrusaglie dalla dubbia utilità futura. Tabernacolo di ricordi polverosi e bici eternamente rotte. Sfoggiava chitarre lucide alle pareti. Spartiti di contorno. Un divano a strisce rosse e verdi. Vinili cronologicamente datati. Un violino riposto con galanteria in una custodia viola. Un tappeto con un che di già visto. Vittima di qualunquismo da mercatino delle pulci. Una tela per dipingere capitata lì per caso. Immobile e pallida. Incapace di trovare il proprio ruolo. Come uno scalatore in Olanda. Come un marinaio in Lichtenstein.
Quando lei cominciò a togliersi la camicia sentì un leggero brivido di freddo correrle lungo la schiena ad inseguire una pudicizia ormai lontana. Quando si sfilò la gonna lui sentì una leggera scossa risvegliargli l’appetito. Ma non era fame. Era gola. Lei si distese sul divano. Come in una scena scontata di un film in sconto al rivenditore all’angolo. Lui aveva la gola secca. Provò a canticchiare un vecchio blues che si spense prima di vedere la tremolante luce di una lampadina ad incandescenza impiccata al soffitto. Lei respingeva con tutte le sue forze in un angolo della sua mente il disagio di essere nuda con un uomo che neanche la sfiorava.
Intingeva timidamente il pennello e con gesti titubanti tracciava sulla tela i contorni approssimativi dell’oggetto delle sue pulsioni. Aveva la fronte imperlata di sudore. Era emozionato come un antropologo che risvegliato dopo un lungo sonno si ritrova di fronte alla Statua della Libertà sepolta nella sabbia. E intanto riempiva i contorni di sfumature e tonalità delle più disparate frequenze.
Era quasi l’alba quando completò il ritratto. Entrambi accusavano una stanchezza impropria. Surreale. Comprensibile. Lei si rimise le mutande giallo canarino. Quindi coi seni ancora nudi andò a ricercare la propria immagine su quella tela di cui aveva potuto fino a quel momento osservare fin nei minimi particolari solo il lato nascosto su cui nessuno si sofferma mai. Lui la guardava di nascosto. Il respiro affannato. Con l’olfatto acuito per poter carpire la sua essenza nei dettagli. Sperando di riuscire a scorgere l’eccitazione. Lei fissò quei segni rudimentali. Figli di un impegno che appariva sproporzionato messo accanto al risultato. In quel momento sentì fluire via tutto. L’imbarazzo. Il desiderio. Il freddo. La stanchezza.
Provò poi un affetto quasi materno nei suoi confronti. Ma non era dovuto a quei tratti infantili. Non era arrabbiata. Non era offesa. Non credeva di aver perduto tempo. Semplicemente ora vedeva tutto con chiarezza. Come un portatorce nell’estate artica. Aveva capito. E decise di andarsene. Con un sorriso.
Lui non riusciva a capire. Non era un pittore. Questo lo sapeva. Ma suonarle una canzone sarebbe stato troppo facile. La osservò mentre si rivestiva. Nel silenzio che aleggiava. Nessuno aveva più parlato da quando erano entrati. Solo in quel momento se ne rese conto. Ne fu assordato.
Quando fu sulla porta le chiese perché se ne stesse andando via in quel modo. Non capì la risposta che lei gli diede sorridendo. Cosa voleva dire che quel ritratto non era lei? Cosa voleva dire che evidentemente non era lei la donna che lui voleva dipingere? Cosa voleva dire che non erano i suoi occhi quelli sulla tela? Non erano i suoi. Lei aveva gli occhi verdi.
Lui rimase immobile per qualche minuto dopo che lei venne inghiottita dalla luce del sole che sorgeva. Richiudendo la porta dietro di sé. Poi si distese sul divano grigio. Osservando gli occhi sulla tela. Castani. Ma lui non lo sapeva. Fottuto daltonismo.

Pietro Liuzzo Scorpo

5. The Pastels – Slow Summits

D.d.U. 27/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura


Ed entravano nelle pieghe della notte inghiottiti dall’eco sommesso delle loro voci.
Il viale taceva rinfrescato dalla pioggia.
Al riparo dall’alba, che già pareva annunciarsi dentro il lampo di luce di un altro temporale, persino l’aria, densa come una marmellata, appariva come quella di un sogno.
G. e M. erano di nuovo insieme, e nel gioco di luce e buio, che è il gioco del mondo, i loro cuori restavano appaiati, tenendosi in un battito senza pausa, eterno. Era un pulsare magico e feroce sotto la coltre lanosa di felpe e magliette intime. Chissà cosa dicevano mentre mi vedevano sempre più lontano agitando un braccio nell’aria; chissà se avrebbero riempito quella notte di maggio con l’abbaglio dei pomeriggi andati, la vodka rubata al discount, le birre e il vino, i tramonti e i baci.

Gianfranco Costantiello

6. Yo La Tengo – Fade

Data di Uscita: 15/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Fade

John avrebbe voluto fissare il tempo: gli occhi di Jane nell’istante segreto in cui s’accordavano ai suoi, mentre le bocche intorno dicevano niente, strette tra le striature della parete in legno – su cui s’abbandonava la testa sognante – il tavolo lucido, le sedie malferme, la posa del respiro sul dorso dei bicchieri vuoti. Inseguendola tra il fruscio delle sciarpe e l’umido dei capotti che tratteneva le livide folate della sera nei chiassosi corridoi, tentò invano di ancorarsi al nero lanceolato dei suoi occhi e alla sfrontata piega delle labbra.
– Ti amo, ti amo dalla prima volta che t’ho visto, o forse, e più probabilmente, dalla seconda –
avrebbe potuto esordire così, messosi la porta alle spalle, e ritrovandola, bellissima, in piedi, sotto la luce ranciata del neon. Mentre quello che lasciò cadere fu una balbettante richiesta – ci – ga – rette – affondando sulla erre, in francese, forse perché parlare in un’altra lingua concede l’agio di essere qualcun altro, magari in un altro luogo, e chissà, in un altro tempo.
Scortati dal ronzio febbrile del refrigeratore, che giungeva sordo dalla cucina, fissavano il lastricato, tirando boccate di fumo acerbo nel freddo paralizzante della strada. John aveva cominciato a grattarsi nervosamente le nocche della mano destra con le unghia della mano sinistra, pensando a quando quei maledetti insetti microscopici lo avevano punto.
Poi un vento tragico soffiò, e John si disse che rabbia, che rabbia non essere vento e starsene fermi, a guardare …

… guardare dal finestrino di un’auto in corsa la campagna scorrere in un intermittente campo di luce, la testa di Jane rovesciata sulla sua spalla, il vento tra i capelli, la primavera d’improvviso.
Amarsi, litigare, amarsi ancora, e probabilmente abbandonarsi era solo il lascito inesorabile di una coincidenza, di un incontro scandito dall’assenza di un qualsiasi altro rapporto amoroso, che le loro vite avevano disatteso. John aveva una lunga storia con F., mentre Jane aveva appena rotto con T. colmando la sua solitudine con un tipo mal pettinato conosciuto nei corridoi universitari. Nel breve periodo in cui lei era singola, John, tentennando al suo sguardo sfrontato riflesso sul marciapiede di ghiaccio di fine gennaio, l’aveva quasi strattonata e baciata in un angolo della notte. Forse furono i residui di un sogno buio a fargli credere di averla posseduta, dato che, in realtà (ma come credere alla realtà?), aveva chiuso gli occhi e finto di morire, come accadde su quel sedile posteriore.
Amarsi non implica necessariamente il possedersi a vicenda: era il tacito accordo siglato quando gli occhi di Jane avevano insistentemente cercato quelli di John nei vaghi silenzi che seguirono al contatto fortuito tra le loro mani.
Quando l’auto s’arrestò sullo slargo erboso, egli saggiò l’aria, assaporandone l’odore di vaniglia tra i capelli di lei, e, riaprendo gli occhi, la vide; la vide, tra un lembo di cielo e il verde rigoglio di un ramo di quercia, svanire nel fiato del giorno.

Gianfranco Costantiello

7. Vampire Weekend – Modern Vampires of the City

Data di Uscita: 14/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo chiamavano il Gatsby metropolitano, viveva in uno di quei tipici appartamenti newyorkesi le cui ridotte dimensioni non erano un problema; a lui bastava l’unica finestra di cui disponeva per vivere, era speciale perché è da lì che salutava il suo migliore amico.

Adorava contemplare la prima luce dell’alba, vergine d’ogni sguardo straniero.

Era convinto che il Sole andasse a salutare lui per primo e poi il resto di New York, un brindisi ed un sentito sorriso erano il suo regalo quotidiano.

“You won’t even say your name… “

Only “I am that I am.”

“But who could ever live that way?”

Pochi gesti, sempre quelli e subito fuori tra le strade della città.

Adorava osservare la paranoia del mondo moderno.

All the cameras and files…

All the paranoid styles…

All the tension and fear…

Of a secret career…

And I think in your heart that you’ve seen the mistake…

But you let it go.

Sognava troppo spesso di vederci l’Africa tra i grattacieli, giraffe, zebre, leoni, di piantarci il mondo più selvaggio e naturale esistente nel bel mezzo della civiltà, proprio come quel raggio di sole o le passioni più sfrontate fanno nelle nostre vite.

Frequentava mostre d’arte, e i veri intenditori del settore lo riconoscevano, si parlava spesso di lui, c’erano davvero infinite storie che lo riguardavano, uno dei più informati raccontava che fosse molto ricco.

Apparteneva ad un’altra epoca, viveva in una dimensione parallela pur partecipando attivamente con il suo pensiero in questo mondo.

Non parlava mai di sé, non gli importava, ciò che aveva a cuore era la collettività.

Non dimenticava mai di elogiare la natura e la bellezza del dono della vita, poetiche celebrazioni di tutto ciò che ci circonda.

Le sue erano visioni surrealiste alle quali troppo spesso l’unica risposta devota erano gli sguardi diffidenti e dubbiosi dei suoi interlocutori.

”Non siate definitivi.” diceva. “Follow your gut.”

“Wisdom’s a gift but you’d trade it for youth.

Age is an honor-it’s still not the truth…”

YOU NEVER KNOW WHAT’S GONNA CONNECT WITH PEOPLE.

Idea Condivisibile, era questo il pensiero generale di chi lo ascoltava, ma ci si domandava troppo spesso come dar fiducia ad un uomo così solo, custode di pillole di felicità collettiva.

La sua solitudine era riconosciuta da tutti, nessuno ne aveva la certezza…

Il dubbio collettivo, che impediva all’ennesima etichetta sociale di affiancarsi ad un volto, era la sua solita visita ad un appartamento della città, riconoscibile dal suo unico e antico portone verde.

Francesca e Valeria Annichiarico

8. My Bloody Valentine – m b v

Data di Uscita: 03/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

She found now

L’ illusione e la delusione di passare da una bocca ad un’altra, di assaporare la saliva di un’altra ghiandola, di cercare cogli occhi chiusi, tra le pieghe delle lenzuola, l’inarcatura di una schiena su cui deve essere rimasta la traccia di un graffio e scoprirla cambiata anche nel gioco delle vertebre. Ridefinire le forme, gli incavi, le curve, imparare a dire un nuovo nome e dimenticare il calore delle coperte in cui si stava al riparo dall’inverno, l’alito di vino e tabacco, le persiane semichiuse.
V. se ne stava sospesa nell’aria con una lunga pertica per tenersi in equilibrio sulla corda. Era stato un pomeriggio senza amore, e l’ultimo clamore del giorno ora s’insediava per durare nel tempo, nel ricordo: il sole correva lungo il marciapiede, penetrava stanco in un ingresso socchiuso, chiedeva silenzio all’andirivieni dei bambini. Sfuocata nella smerigliatura della porta, un’ombra, si muoveva appena.
Era un vecchio che, risvegliatosi dal torpore del giorno, s’era messo il cappello e la giacca, e aveva acceso la radio. Macilento e zoppicante era sopravanzato fin sull’uscio, sul gradino che lo separava dalla strada. Altre facce s’affacciarono dalle finestre, indistinte contro la luce di un neon, tirando boccate di fumo e tradendo l’attesa con un tamburellio lunare delle dita sul davanzale.
La corda univa nelle linee della periferia due palazzoni dai muri scalcinati, vecchie strutture postatomiche, ferro e cemento dai contorni secchi e precisi che si ergevano a dominare l’incertezza dei passi nella strada. Ora, una nube di fumo, che convogliava i fumi delle canne fumarie, s’addensava contro il cielo nella stasi serotina, gettando un’ombra cupa e fredda nello spazio intorno.
V. fece due passetti, rapidi e uno di seguito all’altro. Un bambino di sotto nella strada aveva fermato la bicicletta nello stridio del freno e guardava nel cielo. Apriva un poco la bocca dallo stupore.
Sbocciavano intanto le mani umide di una ragazzina ai cancelli del cortile. Rincasava e il cuore le batteva ancora: aveva dato il suo primo bacio quel pomeriggio. I bambini se ne stavano seduti sulle scale stringendosi cogli occhi lucidi attorno a storie di fantasmi. La radio ronzava nell’ombra. Il vecchio, caricando con le dita tozze la sua pipa, seguiva cogli occhi il lungo percorso di un canale di scolo: provava a immaginarsi le pieghe, le curve, le rugosità. In fondo alla strada, sotto la luce bluastra di una bolla di sapone, una sirena si specchiava nella vetrina di un pub e muoveva una mano a rigovernare la sua lunga chioma. Oltre i vetri, all’interno, abbandonato su una sedia, un uomo la guardava. Forse pensava a come sarebbe stata la sua vita con lei.
V. si era innalzata oltre il livello dei tetti, oltre le canne fumarie, oltre gli occhi stanchi e annoiati. Dalle sue scapole parvero venir fuori delle ali piumate. Alcune piume caddero dal cielo coprendo le strade, e fu come il versarsi di una pioggia bianca, silenziosa, immacolata.

Gianfranco Costantiello

9. Neko Case – The Worse Things Get, the Harder I Fight, the Harder I Fight, the More I Love You

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Suggestions about a Fragile Crystal

When you catch the light the flood changes direction
And darkens the lens that projects by the skies
As you fly alongside you’ll discover my weakness
I’m not fighting for your freedom
I am fighting to be wise

Le gocce di pioggia corrono verticali lungo la vetrata del bar in cui ti piace passare le tue serate in compagnia dei tuoi drammi, del vecchio Harry Johnson, probabilmente il peggior barman dell’intera Virginia, e di una fedele bottiglia dello scotch più economico esposto al bancone.
I bracciali tintinnano sul polso al sollevarsi del bicchiere per freddare con un bacio l’ultimo pallido fondo alcolico. Le evidenze sono lampanti: il rossetto impresso sul vetro è della stessa tonalità di quello che hai sempre portato in borsa.
Solo pochi giorni prima, tieniti al lato della strada se hai da allacciarti le scarpe, ragazzo. Un severo cenno di risentimento cui ha fatto seguito il tuo inaspettato sorriso premuroso, per poi vederti andar via. Era caldo e mi hai lasciato più indietro, col tuo culo perfetto sul sellino per culi perfetti. Una gonna scura a lutto scomposta dal sottile vento estivo che le impone movimenti invitanti mentre ammicca arroganza disarmante e dichiara con espressione indifferente di non aver mai avuto intenzione di prendere le mie parti.

Non riuscivi a fare a meno di alleggerire con qualche commento ridicolo qualsiasi cosa ti turbasse. Impegnata discepola della satira più pungente, sostenevi che a far ironia ti si allunga la vita.
Per quanto fossero stabili i dogmi che avevi statuito, mutare in clown grotteschi i demoni in armatura che continuavano a incedere sul tuo fronte fragile, non è stato sufficiente a rendere più leggeri gli stessi principi a cui ambivi come fa il suicida con la corda. Ti sentivi minacciata dalle tue ombre come un castello di sabbia di fronte alla marea crescente. Il limitarsi allo sterile blaterare di questioni futili era la tua maschera, la pigrizia che ci costringe saldi alle nostre frustrazioni, l’ansia di perdere contro i propri fantasmi che ci rende indolenti, impreparati a vivere. Sono stanca, si è sentito pronunciare con voce ferma. Era un settembre mite, il cielo sereno, le foglie tinte appena di giallo caldo, se solo fossi riuscito a trovare il coraggio di prenderti la mano. Continuo a nutrire l’illusione che ti sarei bastato.

In fondo sapevo che sarebbe successo, bastava guardarti persa nella luce dell’ovest. Mi hai lasciato solo una mattina, un pezzo di carta recuperato dal secchio degli scarti e poche righe confuse:
Era notte. Tornavo a casa dopo l’ennesima serata chiassosa. Proseguivo per inerzia, abituata al tragitto. Pazzi e barboni ubriachi di freddo e semafori intermittenti che borbottano ritmiche metropolitane.
Ancora giallo. La città non mi è mai sembrata così bella.
Le mie rime pugnalate dalla tristezza chiedono nuovi miraggi. Ho pianto la mia solitudine, supplicato perché potessi ritrovare la strada che porta al fuoco di Prometeo, che col suo ardore sfida gli dei riuscendo così a smussare i vertici dell’infelicità umana. Ho chiesto perdono per ogni mio errore, una preghiera e un calice di sangue in pegno al cielo. Ho provato ad uccidere ogni aspettativa per evitare che l’ennesimo fallimento fosse troppo faticoso da sopportare. Sono stanca del caos a cui siamo costretti contro ogni volontà. Quel caos che turba il nostro vivere, che fa dissolvere i contorni come caligine polverosa e ci priva del diritto sacrosanto di comprendere le nostre scelte. Chiedo che ci sia resa la possibilità di andare avanti liberi da qualsiasi ombra come alberi svestiti dall’inverno incorruttibile, come la più grande benedizione che possa essere concessa. Non ho certezze rispetto a quel che sarà il mio domani. Andrò, dove mi porterà la ricerca del mio bisogno. Sarò, cacciatrice di nuovi paesaggi.

La strada è deserta.
Sebbene a chilometri di distanza, posso immaginarti a cercare stelle maldestre nel sogno di poterne possedere una, stringerla tra le mani, mentre il piede pigia sicuro sull’acceleratore. Investita dall’entusiasmo, urli alla notte tutte le canzoni che hai imparato e sporgi la testa oltre il finestrino, ti ho detto mille volte che è pericoloso. Il cuore pulsa come un martello pneumatico e impera la sensazione che da un momento all’altro esca fuori dal petto e caschi sull’asfalto, inerte, e si lasci a riposo mentre tu resti a guardarlo, ragazzina sull’altalena, con le gambe penzoloni sul bordo del mondo. Un brivido scorre lungo la schiena. È lo stridio di media frequenza che si percepisce quando raschi le unghie sulla lavagna. Sai bene di cosa si tratta. È l’inquietudine che si prova al sapere che a porsi di fronte a te non è un unico traguardo, ma potenziali infiniti. Libero arbitrio e paura hanno lo stesso colore.
Solo chi, come te, teme la libertà, è in grado di perseguirla.

Giulia Delli Santi

10. Basia Bulat – Tall Tall Shadow

Data di Uscita: 01/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La decisione con cui la vidi legarsi i lacci degli stivali invernali era il preludio di una nuova stagione del contrasto tra gli spettri di luce più chiara e più scura delle sue emozioni. “Cercherò di dipingere la mia ombra migliore”, continuava a ripetermi un pomeriggio, mentre sorseggiava del tè seduta a gambe incrociate su una poltrona ottocentesca, la neve che crolla dai rami di fuori, la tappezzeria floreale a ricordare i fasti di quella vecchia residenza nobiliare, adibita in parte a studio musicale. Solo il modo in cui portava la tazzina alle labbra era musica, la natura ricoperta di bianco come perfetta scenografia, il suo sguardo sempre basso, immobile per certi versi, sicuramente concentrato su possibili nuovi paesaggi da inventare. “Prova a premere ripetutamente un tasto del pianoforte a tua scelta, davvero, non m’importa quale sia, voglio solo concentrarmi su un suono per almeno un minuto, devo scacciare l’avvicinarsi di memorie non desiderate ” – A dispetto della terra dei ghiacci evocata dal cielo di oggi, l’avevo vista per la prima volta raccogliere rose in un prato a fianco di una antica cattedrale. Ne portava così tante tra le braccia che ancora mi domando come riuscì a non farne cadere nessuna, mentre un suo sorriso genuino riusciva a gareggiare con i colori della natura della foresta al tramonto. Stringemmo un sodalizio musicale e da quel giorno non ho più smesso di scrivere dei resoconti delle nostre reinterpretazioni della tradizione. C’erano atmosfere esistenti da sempre tra le sue corde vocali, non poteva scostare il percorso, la linea era già tracciata da tempo. Incominciai a pensare seriamente di dedicarmi a raccogliere materiali per una sua autobiografia il giorno in cui confessò ad una cena tra amici che, durante la sua infanzia e prima giovinezza, aveva sempre ascoltato la stessa stazione radio, specializzata in americana, country e blues, e soprattutto per questo la sua concezione di musica si era sempre orientata con naturalezza entro questi confini, riuscendo a trovare orizzonti più ampi e sempre a proprio agio nella così detta ‘modernità’ che qualsiasi nuova sperimentazione non riuscirebbe neppure a immaginare. Le bastava socchiudere gli occhi per essere altrove, sentirsi nel posto più giusto per lei in quel momento, sognare l’autostrada in cui voleva correre, il luogo in cui valeva la pena raggiungere qualcosa, per cui avrebbe anche accettato di barattare qualche sfaccettatura della sua personalità per sentirsi più vicina alla meta. Slegarsi da qualsiasi routine a fondo cieco, rendersi capaci di percepirsi come sola voce, estraniata da tutto, su qualsiasi palcoscenico o terrazzo, treno o stanza d’albergo. “Quando trovo la combinazione giusta d’accordi mi si scioglie la spina dorsale” e sorride, e le credo, perché avviene sul serio, succede anche a me quando la vedo comporre, è questo che può fare la magia, e la musica è la più naturale delle arti magiche. Dopo aver preparato il caffè rigiro tra le dita le foto preparate per la copertina ed il lancio del nuovo album, “raggiungerai un nuovo grande numero di ascoltatori”, penso tra me. Sembri una diva degli anni sessanta,sono orgoglioso di collaborare per questo progetto, sei riuscita a scrivere ancora di storie che in un attimo possono far crollare ogni cancello arrugginito, aprirsi verso torrenti d’azzurro, spazi ancora da scoprire, città senza fiumi comunque sognanti, amori possibili da restaurare. “Come ho fatto ad arrivare fin qui con questa grande forza d’animo, riuscendo a tenere insieme tutti i pezzi” potrebbe pensare lei stessa in un momento di vuoto, come potrebbe essere sempre più in grado di non lasciarsi visitare da pensieri sulla sua passata fragilità, meglio dimenticarsi di come fosse. La sbircio canticchiare senza emettere suono il ritornello di “Someone”, e penso a quanta gente buona di cuore meriterebbe di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, danzare a piedi nudi su un tappeto persiano e scrivere nuove canzoni sul vetro appannato. Che sia Amsterdam o Parigi o qualsiasi altra città scritta nel tuo cuore lei suonerà perché le coincidenze si avverino, non solo nelle tue lettere piene di lacrime e nostalgia, non solo nei tuoi sorrisi notturni, oltre il silenzio profondo dei sentimenti più veri ignorati per approssimazione dal destinatario, chiudere gli occhi tenendoli aperti sul mondo e imparare a viaggiare in qualsiasi situazione, un inno all’escapismo più rarefatto e al potere delle fiabe conquistate anche una volta superata l’infanzia. “Spero che tutto questo non sparisca come quel fiocco di neve che non riesco più a ritrovare tra i rami ricoperti di quell’albero.. Lo spero davvero. Lo spero con tutto il mio cuore. Canterò una canzone anche per lui. Spero che nessuno mi lascerà mai cadere così lontano da tutto, così come spero ancora che tutta questa musica non rimanga inascoltata, che qualcuno riesca a sentirsi più forte o ispirato anche grazie a lei, spero davvero che tutte queste cose possano lasciare un segno, che ci si riabitui a prendersi cura dei fiocchi di neve” . Succederà, te lo prometto. Da qui in poi ci impegneremo tutti sempre di più, proveremo ad aiutarci a vicenda, senza esitazioni e con passione nel cuore, “come nell’attimo in cui le dita e i tasti del pianoforte si cercano e si trovano, regalando armonia”, come dici meglio tu.

Filippo Redaelli

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