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Top Ten 2013 – Pietro Liuzzo Scorpo

1. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

2. Neko Case – The Worse Things Get, the Harder I Fight, the Harder I Fight, the More I Love You

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Suggestions about a Fragile Crystal

When you catch the light the flood changes direction
And darkens the lens that projects by the skies
As you fly alongside you’ll discover my weakness
I’m not fighting for your freedom
I am fighting to be wise

Le gocce di pioggia corrono verticali lungo la vetrata del bar in cui ti piace passare le tue serate in compagnia dei tuoi drammi, del vecchio Harry Johnson, probabilmente il peggior barman dell’intera Virginia, e di una fedele bottiglia dello scotch più economico esposto al bancone.
I bracciali tintinnano sul polso al sollevarsi del bicchiere per freddare con un bacio l’ultimo pallido fondo alcolico. Le evidenze sono lampanti: il rossetto impresso sul vetro è della stessa tonalità di quello che hai sempre portato in borsa.
Solo pochi giorni prima, tieniti al lato della strada se hai da allacciarti le scarpe, ragazzo. Un severo cenno di risentimento cui ha fatto seguito il tuo inaspettato sorriso premuroso, per poi vederti andar via. Era caldo e mi hai lasciato più indietro, col tuo culo perfetto sul sellino per culi perfetti. Una gonna scura a lutto scomposta dal sottile vento estivo che le impone movimenti invitanti mentre ammicca arroganza disarmante e dichiara con espressione indifferente di non aver mai avuto intenzione di prendere le mie parti.

Non riuscivi a fare a meno di alleggerire con qualche commento ridicolo qualsiasi cosa ti turbasse. Impegnata discepola della satira più pungente, sostenevi che a far ironia ti si allunga la vita.
Per quanto fossero stabili i dogmi che avevi statuito, mutare in clown grotteschi i demoni in armatura che continuavano a incedere sul tuo fronte fragile, non è stato sufficiente a rendere più leggeri gli stessi principi a cui ambivi come fa il suicida con la corda. Ti sentivi minacciata dalle tue ombre come un castello di sabbia di fronte alla marea crescente. Il limitarsi allo sterile blaterare di questioni futili era la tua maschera, la pigrizia che ci costringe saldi alle nostre frustrazioni, l’ansia di perdere contro i propri fantasmi che ci rende indolenti, impreparati a vivere. Sono stanca, si è sentito pronunciare con voce ferma. Era un settembre mite, il cielo sereno, le foglie tinte appena di giallo caldo, se solo fossi riuscito a trovare il coraggio di prenderti la mano. Continuo a nutrire l’illusione che ti sarei bastato.

In fondo sapevo che sarebbe successo, bastava guardarti persa nella luce dell’ovest. Mi hai lasciato solo una mattina, un pezzo di carta recuperato dal secchio degli scarti e poche righe confuse:
Era notte. Tornavo a casa dopo l’ennesima serata chiassosa. Proseguivo per inerzia, abituata al tragitto. Pazzi e barboni ubriachi di freddo e semafori intermittenti che borbottano ritmiche metropolitane.
Ancora giallo. La città non mi è mai sembrata così bella.
Le mie rime pugnalate dalla tristezza chiedono nuovi miraggi. Ho pianto la mia solitudine, supplicato perché potessi ritrovare la strada che porta al fuoco di Prometeo, che col suo ardore sfida gli dei riuscendo così a smussare i vertici dell’infelicità umana. Ho chiesto perdono per ogni mio errore, una preghiera e un calice di sangue in pegno al cielo. Ho provato ad uccidere ogni aspettativa per evitare che l’ennesimo fallimento fosse troppo faticoso da sopportare. Sono stanca del caos a cui siamo costretti contro ogni volontà. Quel caos che turba il nostro vivere, che fa dissolvere i contorni come caligine polverosa e ci priva del diritto sacrosanto di comprendere le nostre scelte. Chiedo che ci sia resa la possibilità di andare avanti liberi da qualsiasi ombra come alberi svestiti dall’inverno incorruttibile, come la più grande benedizione che possa essere concessa. Non ho certezze rispetto a quel che sarà il mio domani. Andrò, dove mi porterà la ricerca del mio bisogno. Sarò, cacciatrice di nuovi paesaggi.

La strada è deserta.
Sebbene a chilometri di distanza, posso immaginarti a cercare stelle maldestre nel sogno di poterne possedere una, stringerla tra le mani, mentre il piede pigia sicuro sull’acceleratore. Investita dall’entusiasmo, urli alla notte tutte le canzoni che hai imparato e sporgi la testa oltre il finestrino, ti ho detto mille volte che è pericoloso. Il cuore pulsa come un martello pneumatico e impera la sensazione che da un momento all’altro esca fuori dal petto e caschi sull’asfalto, inerte, e si lasci a riposo mentre tu resti a guardarlo, ragazzina sull’altalena, con le gambe penzoloni sul bordo del mondo. Un brivido scorre lungo la schiena. È lo stridio di media frequenza che si percepisce quando raschi le unghie sulla lavagna. Sai bene di cosa si tratta. È l’inquietudine che si prova al sapere che a porsi di fronte a te non è un unico traguardo, ma potenziali infiniti. Libero arbitrio e paura hanno lo stesso colore.
Solo chi, come te, teme la libertà, è in grado di perseguirla.

Giulia Delli Santi

3. Teeth of the Sea – Master

Data di Uscita: 07/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Parte prima: introduzione del modello di approvvigionamento di una popolazione tra due fonti di cibo equidistanti
Si supponga di avere al tempo t=0 una popolazione di N individui nell’origine O del nostro sistema di riferimento. Si supponga inoltre che nei punti F1=(a,0), F2=(-a,0) si trovino due fonti di cibo, per la popolazione considerata, identiche. La probabilità nell’unità di tempo che un individuo da O muova verso F1 (F2) dipende dal numero di individui in O, dal numero di individui sul tratto orientato OF1 (OF2) e dal numero di individui che stazionano in F1 (F2). La probabilità nell’unità di tempo che un individuo lasci F1 (F2) per tornare in O è proporzionale al numero di individui che stazionano in F1. Le equazioni che regolano il sistema considerato sono dunque:
[…]
Come si può osservare dai grafici, nel caso in cui N<N_crit, in media, metà della popolazione si approvvigiona in F1 mentre la restante metà si approvvigiona in F2 per ogni t>0. Invece, per N>N_crit si nota che dopo un certo tempo transiente t1 una delle due fonti viene preferita all’altra. Da t1 in poi (momento in cui avviene la rottura spontanea della simmetria) si instaura un regime di cosiddetto “approvvigionamento locale periodico”, per cui, con frequenza 1/tp la preferenza della fonte cambia dall’una all’altra.
[…]
I risultati sperimentali (ottenuti dallo studio di una popolazione di formiche posta tra due fonti di cibo equidistanti) sono in buon accordo con i risultati delle simulazioni numeriche sopra riportati.

Rosso e nero. Una diagonale a separarli. Contorni dinamici di una bandiera al vento a racchiuderli. Pelli sintetiche di tamburi che vibrano. L’aria toglie quasi il respiro. Rosso e nero. Riversati per le strade. Scorrono. A contenerli. Cassonetti. Vetrine. Macchine parcheggiate. Rosso e nero. Calpestano l’asfalto consumato. Marciapiedi dissestati. Sfilano accanto a bici rubate. Lucchetti solitari di amori adolescenziali ormai vestiti di imbarazzo. Cerchioni abbandonati ai pali della luce. Rosso e nero. Rimbombano per la via. Voci che stonano nel contesto in mezzo al quale si alzano. Vecchi osservatori si affacciano dalle finestre. Sputano sentenze e catarro. Anarchico giudicare le anarchiche intenzioni. Rosso e nero. Utopico fine. Disprezzato dall’ignoranza di chi guarda altrove. Deriso dalla superficialità di chi pretende di ascoltare il canto dei gabbiani che volano alti sopra le onde abbracciato ad una murena. Rosso e nero. Sogno che subisce accanimento terapeutico. Ma oggi è ancora qui. Nel vento del presente. Il presente. L’acerrimo storico nemico.

Parte seconda: fuga da un predatore da due uscite equidistanti.
Si supponga di avere al tempo t=0 una popolazione di N individui (prede) nell’origine O del nostro sistema di riferimento. Si supponga inoltre che nei punti F1=(a,0), F2=(-a,0) si trovino due possibili vie di fuga da un predatore P posto in (0,p) che per il momento supporremo fisso. Rispetto al caso dell’approvvigionamento studiato in precedenza abbiamo quindi un parametro in più (cioè la distanza del predatore dalla popolazione di prede). Anche in questo caso la probabilità nell’unità di tempo che un individuo da O muova verso F1 (F2) dipende dal numero di individui nell’origine, dal numero di individui sul tratto orientato OF1 (OF2), dal numero di individui che stazionano in F1 (F2) e, inoltre, dal parametro p. La probabilità nell’unità di tempo che un individuo riesca a scappare da F1 (F2) (in questo caso un individuo, una volta arrivato in F1 (F2), non ritorna in O) sarà tanto minore quanto maggiore è il numero di individui che stazionano in F1 (F2) (intralcio della via di fuga). Le equazioni che regolano il sistema sono dunque:
[…]

Ed eccolo lì. Sbarramento nero davanti. Nero. Tinta unita. Materializzato improvvisamente. Sussulto atteso. Immobilità campale per brevi istanti. Rosso e nero. Coprire naso e bocca. Meglio essere pronti ad ogni evenienza. Nero. Mantenere le posizioni fino a nuovo ordine. Tenere il tempo facendo vibrare gli scudi. Ordine. Avanzare. Rosso e nero. Dotarsi di qualche oggetto da lanciare. Meglio essere pronti ad ogni evenienza. Nero. Accelerare. Aumenta il ritmo. Sotto i caschi il suono è attutito. Scie di fumo dalle retrovie sorvolano anfibi che sorreggono manganelli in movimento. Rosso e nero. Lanciare quello che si ha in mano. Indietreggiare. Raccogliere qualcos’altro. Meglio essere pronti ad ogni evenienza. Nero. Raccogliere e lanciare. Rispondere. Lacrimogeni. Rosso e nero. Gli occhi bruciano. Il gas CS è insopportabile. Lanciare. Colpire. Colpire con violenza. La rabbia è cresciuta istante dopo istante. Ma ancora prima. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. Rosso e nero. Volontà di riprendersi una libertà ormai espropriata. Rosso e nero. Esasperazione covata. Il gas CS. L’unico motivo per cui è concesso piangere.

Parte terza: fuga da un predatore in movimento da due uscite equidistanti.
Si consideri ora il predatore muoversi con velocità costante (0,-v). Il parametro p prima introdotto dipende ora dal tempo e, ovviamente, decresce in maniera monotona. Le equazioni diventano quindi:
[…]
Come si può osservare dal grafico in figura, anche in questo caso, dopo un certo tempo transiente t0, in cui ogni individuo che parte da O si muove in maniera equiprobabile verso F1 o F2, una delle due vie di fuga viene preferita all’altra. Quindi dopo un tempo t1 la preferenza per la via di fuga si inverte. Il nuovo fenomeno che si osserva, rispetto al caso del pericolo fisso, è che per p_crit1>p(t)>p_crit2 si ha una fase in cui il numero di individui nell’origine rimane pressoché costante (panico), a seguire questa fase, per p_crit2>p(t)>0 le due vie di fuga tornano ad essere equiprobabili.
[…]

Rosso e nero. Conati di vomito. Convulsioni. Nero. Calano i primi manganelli a baciare con passione crani recidivi. Tenendo il ritmo. Rosso e nero. Prendere un oggetto. Un qualsiasi oggetto. Lanciare. Colpire. Scappare. Nero. Alzare lo scudo. Poi puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Un calcio sullo scudo. Schivare un manganello. Via. Se si è ancora in grado di correre. O di trascinarsi. Via. Verso dell’aria più leggera. Via. Dove si possano aprire gli occhi. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Guardare attorno. Valutare le possibili vie di fuga. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Due possibili vie di fuga. Alla stessa distanza. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Le vie di fuga sono sovraffollate. Impossibile scappare. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Indecisione. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù.

Giù.

Giù.

I was thinking…
What I was thinking about…
What I was thinking…

Pietro Liuzzo Scorpo

Ringrazio T. Biancalani (Postdoctoral Research alla University of Illinois, Urbana-Champaign) per l’interessante discussione sui “sistemi bistabili”, fonte di ispirazione per questo racconto. Le parti in corsivo sono frutto di fantasia e non hanno alcuna valenza scientifica. L’articolo nel quale viene proposta una modellizzazione rigorosa e formale dell’approvvigionamento delle formiche si può trovare qua: http://arxiv.org/pdf/1306.4167.pdf

4. Nils Frahm – Spaces

Data di Uscita: 18/11/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Niente, avevo fatto appello al mio scarso autocontrollo, alla razionalità, e alla fine mi ero perfino aggrappato disperato all’appiglio dei doveri, stringendo la presa come meglio potevo. Non c’era modo di tenere a freno quei movimenti nello stomaco né l’aumento di battito cardiaco, intorno a me i genitori degli altri bambini intavolavano conversazioni rilassate coi cappotti ancora abbottonati, accarezzavano le teste dei loro figli per rasserenarli con la sicurezza esperta tipica di un genitore, rivolgevano loro sguardi amorevoli per poi tornare a parlare con chi capitava a tiro. Tu stavi ritta e fiera e tenevi al petto, gelosamente, gli spartiti; mi osservavi e in qualche modo assurdo avevi compreso che i ruoli si erano ribaltati in un cortocircuito di emozioni esplosive, non dicevi nulla per non smascherare la mia inadeguatezza di padre alla presenza di miei – supposti – simili, e aspettavi buona il tuo turno. Ti saresti seduta al pianoforte di lì a mezz’ora, quel vestitino rosso col colletto bianco era delizioso addosso a te. Tua madre al mio posto sarebbe stata all’altezza della situazione, luminosa e disinvolta come tutti gli altri; sfortunatamente la vita non era stata affatto benevola e ce l’aveva strappata via due anni prima, in un’estate di sudore, ospedali dall’odore intenso di disinfettante e città deserta. Alcune immagini di corse e dolore mi riaffioravano dalla memoria anche in quel momento che stavo combattendo con un’emotività che non ero mai riuscito ad addomesticare.
Mi avvicinai di colpo a te, Sabine, un veloce bacio sulla fronte, qualche rapido passo e uscii fuori dalla hall del teatro. Mi sistemai defilato in un angolo dell’edificio con le spalle appoggiate al muro.
Affondai il respiro nella lana grossa della sciarpa, gustandomi il silenzio e la vista dei lampioni tutti uguali, in batteria, che si perdevano prospetticamente lungo il viale; l’umidità esagerata rendeva impercettibili i contorni delle cose, anche i chiarori dell’illuminazione avevano le sembianze di macchie gialle sospese che fluttuavano tra gli intervalli di buio. Una sola sigaretta, per congelarmi le dita delle mani e stabilire un certo distacco da quello che sarebbe successo poco dopo, il tuo debutto sul palcoscenico davanti a numerose famiglie e sconosciuti lo sentivo anche un po’ il mio.
Pensavo anche che, dal momento in cui avevi espresso la volontà di dare ascolto alla tua passione per la musica, l’esistenza stava tracciando un cerchio invisibile attorno alle nostre vite mettendo ogni cosa al suo posto, facendo quadrare i conti: d’altronde io e Theresa c’eravamo conosciuti a lezione di piano. Ricordo ancora quando ti accompagnammo insieme alla scuola dove avresti preso le lezioni, il primo giorno in cui temevi di incontrare un maestro troppo severo. Gli occhi miei e di tua madre brillavano in un’intesa profonda e ancora viva, eravamo così felici di vederti desiderosa di imparare a far danzare le dita tra i tasti bianchi e neri in melodie variopinte. Ti immaginavamo assorta ma anche libera e selvaggia mentre avresti suonato, come quando ti piace saltellare leggera in un giorno di festa.
Mi sarei lasciato trasportare per ore dal filo teso dei ricordi, ma era tempo di rientrare, tornare da te, essere un padre affidabile e presente, accompagnarti dietro le quinte. La mia mano fredda tremava ribelle, la tua calda acuiva i contrasti e saldava la stretta. Il signor Frahm, il maestro, ci venne incontro e appoggiò gli occhi sulla mia inquietudine, era molto giovane ma aveva l’aria di chi già sapeva molto del mondo, oltre che della musica. Mi cinse la spalla con un braccio, quel gesto tanto spontaneo quanto significativo mi fece sentire sicuro e riappacificato, e se ne andò. Sabine sorrideva trepidante, in un lampo svanì nei camerini lasciandomi solo.
L’esibizione fu splendida, non solo per gli occhi di un padre disabituato all’imparzialità: il maestro aveva studiato una successione di brani che racchiudevano sapori classici e contemporanei, mai noiosi né ripetitivi; i bambini si divertivano visibilmente. La poltrona accanto alla mia era vuota, tuttavia avvertivo il calore di Theresa, come se fosse seduta lì per la durata intera del saggio. La complicità, l’orgoglio, l’amore immutevole e imperituro, la serenità.

La sala si era lentamente svuotata e i presenti s’erano riversati nella hall dove avevano ripreso a parlare tra loro come quando erano da poco arrivati; attendevo Sabine fuori dai camerini, travolto dall’euforica gioia dei ragazzini soddisfatti e felici. Il signor Frahm sistemava i fogli delle partiture musicali, appena mi vide mi invitò ad avvicinarmi. A quel punto mi ero sciolto ed ero pronto per una conversazione decente, mi porse un vinile con una panoramica dall’alto in copertina, tastiere e pianoforti e un uomo chino sui propri strumenti – era lui. Mi introdusse al suo nuovo lavoro pubblicato da poco, ci tenne a puntualizzare che le vibrazioni scaturite da una registrazione dal vivo sono necessariamente più autentiche e prorompenti di qualsiasi creazione in studio; mi spiegò le sue derive sperimentali a partire dal suono canonico del piano, come si intrufolavano le tastiere e l’elettronica per accompagnare percorsi già battuti dando loro inedite e mutevoli sfaccettature. Era al corrente del mio amore per la musica, sapeva di farmi cosa gradita con quelle spiegazioni affascinanti.

Girato l’angolo c’era un caffè che aveva aperto da poco e fuori faceva un gran freddo; era la serata ideale per nuove chiacchiere con mia figlia e una bella persona che pareva conoscerci e musicare le nostre passioni, da sempre.

Federica Giaccani

5. My Bloody Valentine – m b v

Data di Uscita: 03/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

She found now

L’ illusione e la delusione di passare da una bocca ad un’altra, di assaporare la saliva di un’altra ghiandola, di cercare cogli occhi chiusi, tra le pieghe delle lenzuola, l’inarcatura di una schiena su cui deve essere rimasta la traccia di un graffio e scoprirla cambiata anche nel gioco delle vertebre. Ridefinire le forme, gli incavi, le curve, imparare a dire un nuovo nome e dimenticare il calore delle coperte in cui si stava al riparo dall’inverno, l’alito di vino e tabacco, le persiane semichiuse.
V. se ne stava sospesa nell’aria con una lunga pertica per tenersi in equilibrio sulla corda. Era stato un pomeriggio senza amore, e l’ultimo clamore del giorno ora s’insediava per durare nel tempo, nel ricordo: il sole correva lungo il marciapiede, penetrava stanco in un ingresso socchiuso, chiedeva silenzio all’andirivieni dei bambini. Sfuocata nella smerigliatura della porta, un’ombra, si muoveva appena.
Era un vecchio che, risvegliatosi dal torpore del giorno, s’era messo il cappello e la giacca, e aveva acceso la radio. Macilento e zoppicante era sopravanzato fin sull’uscio, sul gradino che lo separava dalla strada. Altre facce s’affacciarono dalle finestre, indistinte contro la luce di un neon, tirando boccate di fumo e tradendo l’attesa con un tamburellio lunare delle dita sul davanzale.
La corda univa nelle linee della periferia due palazzoni dai muri scalcinati, vecchie strutture postatomiche, ferro e cemento dai contorni secchi e precisi che si ergevano a dominare l’incertezza dei passi nella strada. Ora, una nube di fumo, che convogliava i fumi delle canne fumarie, s’addensava contro il cielo nella stasi serotina, gettando un’ombra cupa e fredda nello spazio intorno.
V. fece due passetti, rapidi e uno di seguito all’altro. Un bambino di sotto nella strada aveva fermato la bicicletta nello stridio del freno e guardava nel cielo. Apriva un poco la bocca dallo stupore.
Sbocciavano intanto le mani umide di una ragazzina ai cancelli del cortile. Rincasava e il cuore le batteva ancora: aveva dato il suo primo bacio quel pomeriggio. I bambini se ne stavano seduti sulle scale stringendosi cogli occhi lucidi attorno a storie di fantasmi. La radio ronzava nell’ombra. Il vecchio, caricando con le dita tozze la sua pipa, seguiva cogli occhi il lungo percorso di un canale di scolo: provava a immaginarsi le pieghe, le curve, le rugosità. In fondo alla strada, sotto la luce bluastra di una bolla di sapone, una sirena si specchiava nella vetrina di un pub e muoveva una mano a rigovernare la sua lunga chioma. Oltre i vetri, all’interno, abbandonato su una sedia, un uomo la guardava. Forse pensava a come sarebbe stata la sua vita con lei.
V. si era innalzata oltre il livello dei tetti, oltre le canne fumarie, oltre gli occhi stanchi e annoiati. Dalle sue scapole parvero venir fuori delle ali piumate. Alcune piume caddero dal cielo coprendo le strade, e fu come il versarsi di una pioggia bianca, silenziosa, immacolata.

Gianfranco Costantiello

6. Moderat – II

Data di Uscita: 02/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sarei dovuto arrivare in piena estate, e suonare al tuo campanello con la speranza di non incontrare qualche tuo amico scendere per le scale di corsa e smuovere in me quelle sciocche gelosie da ragazzini; sarei poi entrato di slancio, lasciando cadere il borsone, e ti avrei stretto a me con la foga di chi ha aspettato tanto per poter avere ciò che desidera. Poi, come altre volte, saremmo andati ad affondare i piedi nella sabbia del lungofiume facendo attenzione a non inciampare negli arbusti selvatici cresciuti spontaneamente, fino ad arrivare al margine dove ci saremmo seduti, le gambe a ciondoloni nel vuoto, una birra in mano, incontri concerti e sventure e coincidenze mancate da raccontarci. Poi sarebbero giunte le notti, quelle che fai a fatica a discernere tra loro perché si uniscono l’un l’altra in un continuum spazio-temporale, a entrare e uscire dai clubs fumosi con l’elettronica avvolgente, in questa città in cui per nessuno sembra mai arrivare il momento giusto per andare a dormire. Ci saremmo svegliati all’ora di pranzo, col sole alto e il vociare allegro della gente dei caffè sotto le tue finestre; avrei cercato di scompigliare i tuoi capelli cortissimi approfittando del tuo daffare ai fornelli, omelette veloce e un bel piatto di verdure, o mi avresti portato a visitare una galleria d’arte aperta da poco, o a comprare i semi per le piante con cui avevi in mente da tanto di abbellire il terrazzino della cucina.

Ricordo ancora come avevi quasi supplicato che ti raggiungessi col caldo, usando ogni mezzo in tuo possesso per fare breccia nella pigrizia cronica di cui ho sempre sofferto; avevi dipinto immagini reali di lunghe camminate in strade nuove, e ore d’amore e di progetti da costruire assieme bevendo tè verde. Stavolta l’impresa era ardua più del solito, mi ero rabbuiato, orde di preoccupazioni e fobie rendevano insuperabili anche gli ostacoli più stupidi; avrei dovuto parlare sin da subito di attacchi di panico, la mia bocca tuttavia aveva un timore folle di pronunciare le cose con il loro vero nome, e la testa rifuggiva le oggettive definizioni. Cominciai ad accampare scuse strampalate, a cui tu giustamente non hai mai creduto. Lo si intuiva dalle tue risposte via via più rade e stanche, le argomentazioni andavano dissolvendosi e gli stimoli affievolivano davanti al mio muro privo di spiegazioni plausibili. E come darti torto, d’altronde? A un certo punto smettesti di scrivermi e chiamarmi, probabilmente al culmine dell’esasperazione, per salvare il tuo diritto a mantenere un equilibrio stabile, non messo a repentaglio dalle acrobazie su fili sghembi di chi stava combattendo con le proprie turbe interiori. D’altra parte mi ero impegnato eccome per tenerti lontana e cercare di dileguarmi dai tuoi giorni, dai tuoi occhi; malgrado ciò la tua assenza, improvvisa, non riuscivo ad accettarla, né a farci l’abitudine. Avevo smesso anche di rispondere al telefono, nella paura che di là dal cavo ci fossero obblighi da adempiere che mi avrebbero costretto a compiere azioni e a prendere delle decisioni. Quando mi coricavo il respiro mi si strozzava in gola, e nell’angoscia di non vedere un domani mi rialzavo a sedere; la notte in cui mi scostai le lenzuola di dosso e sgusciai dal letto, passai in rassegna col dito tutti i libri ritti e ordinati che tenevo negli scaffali, fino ad arrivare alle cornici che inquadravano foto indimenticabili dei momenti felici. Tolta quella da bambino, con la mia famiglia e la torta di compleanno, tu eri in tutte. Il tuo sorriso ancora riusciva a scuotermi, a illuminare un angolo recondito in me.

L’aereo atterrò che si era fatta mattina da poco, e l’aria era frizzante e velata della prima nebbiolina di settembre: com’erano distanti i giorni radiosi di occhiali scuri e notti danzanti! La città appariva diversa e inedita al mio sguardo timido, quasi vergognoso. Era la prima volta che la vedevo, la vivevo, così. Sapevo che te ne saresti andata prima dell’arrivo dell’autunno, una casa di moda di Buenos Aires aveva scelto i tuoi bozzetti per una nuova collezione di costumi da bagno; decisi ugualmente di fare un tentativo disperato e tu non c’eri più per davvero, un cartello “affittasi” aveva preso il posto della biancheria stesa in terrazzo, l’orto pensile te lo eri portato con te o lo avevi regalato a Corinna, come dicevi sempre.
Presi a girovagare come un cane randagio, inquieto; le cuffie le avevo lasciate in valigia e non mi servivano, da ogni finestra o negozio o caffè arrivava musica dolce e ammorbidita da battiti delicati immersi nella techno a me cara, nuova declinazione dell’elettronica che amavamo ascoltare insieme, inusuale ma familiare.
This is not what you wanted
Not what you had in mind

Quando non è più la stagione delle feste spensierate ma quella intimista delle scelte, dei conti con la coscienza, della cura dei legami e dei sentimenti, i rimpianti si moltiplicano e ti fanno maledire la tua paralisi, la mancata richiesta di aiuto che avrebbe potuto salvarti in tempo per non perdere il treno della vita. Scansavo coi piedi le prime foglie cadute in un autunno acerbo sui ritmi di dubstep e nostalgia, e mi sembrava quasi che tutta questa mancanza fosse una messa in scena, ché tu in realtà ti stessi nascondendo dietro una tenda o in auto dai vetri scuri per spiare le mie mosse e vedere cos’avrei fatto, se me la sarei cavata.
La notte mi arrischiai nei locali, avevo un’urgente necessità di ritmo e di rincorse sintetiche; scolai in un unico sorso il gin tonic appoggiato alla ringhiera del soppalco sospeso sulla pista da ballo, aveva lo stesso sapore di quando lo bevevo con te e questa cosa mi rincuorò ingenuamente.
Al mattino tornai alla tua porta e la musica si era fatta nuovamente meditativa e avvolgente, quasi romantica se vogliamo, il punto di arrivo era univoco, “I see the damage I’ve done”. Scrissi una breve lettera tanto impulsiva quanto sincera sull’incarto del pane del giorno prima, la lasciai cadere in quella che una volta era la tua buca delle lettere con la speranza che sarebbero state le tue mani a raccoglierla, chissà, un giorno. Alzai lo sguardo per l’ultima volta verso le finestre ora mute con ancora il ronzare dei synth nelle orecchie, e me ne andai.

Federica Giaccani

7. Great Thunder – Groovy Kinda Love

Data di Uscita: 10/12/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La sedia risultò comoda. Non l’avrebbe detto a vederla. Immaginò però che se solo avesse avuto il modo di aprirla ne sarebbe uscito un odore sgradevole. Si immaginava un odore di vello appena tosato. Impregnato di un’immagine bucolica. Pervasa dallo sterco e dal fieno. Immagine che andava fortemente a contrastare con quello che vedeva al di là del vetro. Fuori da quell’ufficio. Aldilà. Là dove trascorreva gran parte delle sue giornate. Sulla catena di montaggio. Dove l’artificialità regnava incontrastata. Il martello sull’acciaio. Le seghe circolari lucide. Rotanti in una pioggia di scintille arancioni. Colorate da un calore a stento sopportabile. Ed intanto il martello sempre in sottofondo. A tenere il tempo. Regolare. A scandire il trascorrere delle ore. Entità indefinita sempre mutevole che non può essere trattenuta. Che però rimane incastrata nel suo volto. Tra le pieghe della pelle. Nelle sue mani. Tra le ossa sempre più cigolanti. Nel suo dire. Tra le parole sempre più aspre. Nei suoi pensieri. Tra i risvolti del non detto rimasto tra i denti. Nel suo umore. Tra le disillusioni ed i sogni nemmeno troppo ambiziosi mai realizzati. Il martello scandisce tutto con precisione da metronomo. Oltre il suo interlocutore poteva scorgere il farneticare frenetico delle anime del porto. Anime alla stregua della sua affannate a rincorrere sogni mai avuti. Con la schiena rotta. L’imprecazione sempre pronta sulle labbra. Un dire scurrile che sfocia con estrema facilità su passanti di qualsivoglia specie. Un’esistenza immutata sospesa tra carichi da scaricare. Bandiere dai colori cangianti. Pennacchi e vapore. Metallo opaco e assi di legno lucido. Magliette a righe. Berretti di stoffe esotiche. Pantaloni di fustagno indossati così a lungo da aver logorato lo stesso incedere della vecchiaia. Sì che questa evitava di imbattersi in quella tela blu dalle origini oramai dimenticate per adagiarsi nelle ossa di chi quella tela blu la vestiva.

Whistles, pennants and smoke are blowing. The ships
are signaling cordially with multitudes of flags
rising and falling like birds all over the harbor.

L’uomo di fronte a lui sembrava perfettamente incastonato in una poltrona che affondava i braccioli nelle sue lonze. Rimase sorpreso quando l’uomo si alzò con agilità. Un’agilità inspiegabile. Insospettabile. E cominciò a parlare. Con voce suadente. Lenta. Ipnotica. Dai contorni sgraziati. Ma seducente nella pienezza dei colori. Contenuti nei bordi. Sospesi a mezz’aria. Aggrappati all’odore persistente di un sigaro acceso chissà quando. Parlava. Parlava a lui.
Lasciamo perdere tutte le frasi scontate che si sentono dire. Se sono scontate vuol dire che siamo sotto Natale. Oppure che c’è stato un difetto di produzione. Altrimenti non ci sarebbe motivo di farle pagare meno. Non trovi? Quindi lasciamole stare. Diamole per scontato. D’altra parte è indiscussa la necessità di discutere saltuariamente di discussioni già abbondantemente discusse. Nonostante la ridondanza degli argomenti. Nonostante i termini siano abusati. Nonostante un’apparente vacuità delle parole.
Era difficile stare a seguirlo. Su e giù per pensieri incongrui. Tra le calli e le rughe del suo filo logico. Lastricate di marmo bianco e guano. E nella sua mente sovvennero dei versi origliati un pomeriggio remoto. Sospirati da due labbra femminili. Un viso sottile. Capelli biondi. Sussurrati ad una lettera vergata in caratteri voluttuosi.

while horns are resounding in your beautiful ears
that simultaneously listen to
a soft uninvented music, fit for the musk deer

L’uomo cominciò a camminare. Sincronizzando il suo incedere un po’ impacciato con il suono del martello che proveniva dalla linea di produzione. Sì che sembrava che quel suono preciso e temporalmente equidistanziato fosse prodotto inspiegabilmente dal suo piede che si andava ad adagiare sul pavimento.
Quindi ora eccoci qua. E sembra un’eternità che siamo uno di fronte all’altro. Come ogni volta. Ad affrontare questioni bollite e ribollite. Conquistati entrambi da una recidività che forse ci appartiene nel profondo. Due anime aggrappate con tenacia alle facce opposte della stessa medeglia. Che si inseguono senza convinzione. Nella speranza che l’altro scappi più veloce.
Lo sapeva cosa voleva dire. Eppure lo guardava con gli occhi vuoti. Un che di già sentito. Agghindato a festa per l’occasione. Il pargolo che la domenica viene vestito dalla madre addobbata di bigotteria. I capelli pettinati a modo. Il laccio col fiocco al collo. I calzini a coprire i polpacci. Una benevola apparenza che non riesce a nascondere una fionda malvagia sempre tesa e pronta a sfregiare altri bambini. Venne trascinato da quell’immagine in una strada della sua infanzia. Un’infanzia che ricordava a stento di aver vissuto. Un’innocenza mai avuta. Nato figlio di puttana. Allevato come tale. In quell’immagine si ricordava Mary rimproverarlo. Mary. Mary dal seno prosperoso e labbra così rosse da far impallidire una veste vescovile. Mary. Che lo rimproverava. Con una dolcezza indefinibile. Con una durezza indimenticabile. Un copione che solo una puttana poteva recitare con tale maestria e sregolatezza. Con tale perspicacia e convinzione.
Mio caro. Le linee di condotta non viaggiano mai parallele ai binari del carro bestiame della vita sul quale ci troviamo e che ci sta portando chissà dove. Le linee di condotta sono tracciate da chi la sera non visto alza il gomito in un locale nascosto tra quei bassifondi che egli stesso tanto disprezza. Si disseta. Trangugiando quella bevanda di contrabbando che noi povere bestie agogniamo per poter dimenticare di essere su questo fetido vagone. A piedi nudi su paglia ed escrementi. Agogniamo la pozione dell’oblio. Non piangere. Le lacrime annacquano il contenuto del bicchiere. Asciugale. Tu sei un figlio di puttana. E quel damerino dovrà imparare a tirare con la fionda infilata nel culo se vorrà ancora colpire il mio amore.

and suddenly you’re in a different place
where everything seems to happen in waves
[…]
and the songs are loud but somehow dim
and it gets so terribly late

L’uomo aveva preso a camminargli intorno. Il ritmo delle sue parole era rimasto immutato. Il martello dopo aver taciuto per qualche istante riprese. Irrefrenabile. Inamovibile dal sottofondo.
Ora. Io e te sappiamo quello che dobbiamo dirci. Dovremmo contrattare tra un’ideale e l’altro. Tra un numero ed un altro. Insospettabilmente minore. Da una parte. Ma ribaltando la testa a ridosso dei ruoli che qui noi ricopriamo opposti ed inconciliabili tutto ciò appare esagerato. Ma non credere che le differenze non siano poi così estreme. Se dovessimo cominciare a parlare con la lingua l’uno dell’altro cambierebbero forse i termini ma non la sostanza. Io e te partiamo da presupposti diversi per giungere a conclusioni distinte. Le nostre convinzioni camminano su circonferenze concentriche.
Alle sue orecchie quella conversazione sembrava assumere delle sfumature da varietà. Un cabaret in un anfratto per dilettanti. Avrebbe dovuto per l’ennesima volta sopportare un insulto o una minaccia non esplicitata? Avrebbe creduto di nuovo di poter prendere la bandiera e chiamare a raccolta le speranze sue e dei suoi compagni?

We can […] play at a game of constantly being wrong
with a priceless set of vocabularies

Io te lo dico con tutto il tatto che posso avere. Se vuoi posso provare ad aggiungere anche gli altri quattro sensi. Ma sappiamo entrambi che capiresti anche facendo a meno del mio tono. Delle mie tonalità. Ormai capiresti anche se fossi sordo cieco e muto. Basta giocare.
Guardò aldilà del vetro. Tutto aveva l’aria di essere asettico. Lucido. Un set cinematografico costruito per immortalare una scena di cartapesta senza calendari. L’unica nota di realismo era intonata dal sudore fin troppo vivo sui volti scuriti dalla polvere venuta da chissà dove. Il martello che risuonava senza sosta simboleggiava la loro vita. Spesa a sbattere contro qualcosa di inscalfibile. Mentre fuori tutto sembra muoversi a velocità irriducibili. Trascinando con sé un entusiasmo tenace. Grida estatiche. Mentre dentro gli stronzi continuano a galleggiare a pelo d’acqua. Ed i figli di puttana invece affondano.
Si era innamorato. Molte volte. Ma mai aveva provato per una donna gli stessi sentimenti provati per Mary. Giunonica Mary. Divina Mary. Ma non di quelle divinità da altare. Candidamente descritte nel fiore degli anni. Virginee figure che ignorano il piacere più umano e sincero. Che forse capiscono quale sia il dolore della morte. Ma che non riescono a concepire quale sia il dolore di vivere. No. Mary era una divinità diversa. Terrena. La cui pelle sapeva della stessa strada sulla quale camminavi tutti i giorni. I cui capelli odoravano della stessa vita che impregnava il porto. Una vita di merda. Mary. La Madonna del porto.
Tu mi ricorderai per le mie tette. Piccolo figlio di puttana. Non per le mie parole. Tu uccideresti preso dalla gelosia. Invidioso di chi si attacca ai miei capezzoli e poi grida di piacere disturbando il tuo sonno inquieto. Ma sappi che tu ai miei capezzoli ti sei sfamato senza tirare fuori neanche un nichelino. Ingrato. Io t’ho svezzato. E tu mi ricorderai per le mie tette.
Mary aveva sbagliato. Ma Mary non era una di quelle divinità da altare. Capace di vedere nel cuore di chi la pregava. Onnisciente. La Madonna del porto era una divinità più alla mano. E quando quella mano si infilava lieve nei pantaloni ti sentivi perdonato di tutti i peccati. Ciononostante. Lui la ricordava per le sue parole. E se solo quel martello fosse uscito dalla sua testa sarebbe riuscito a ribattere allo stronzo che lo guardava da quelle piccole fessure tra il grasso che qualcuno avrebbe potuto scambiare per occhi. Sarebbe riuscito a ribattere come avrebbe fatto lei. Ma quelle seghe circolari gli stavano affettando la lucidità. La determinazione. Non proferì parola.

[…] I’m afraid
if it’s wheat it’s none of your sowing,
nevertheless I’d like to know
what you are doing and where you are going.

Uscì da quell’ufficio con un’aria gravida di sottotesto. Zuppa di parole non dette. Fradicia di rabbia inespressa. Si fermò in mezzo ai macchinari. Estraniato da quel luogo che lo aveva sempre visto come forestiero sgradito. Per un attimo sembrò calare il silenzio. Per un attimo sembrò che quell’edificio dalle vaste vetrate sul soffitto fosse diventato un’antica chiesa. Vuota. Pervasa dall’odore di incenso. Attraversata dall’eco dei canti sacri intonati in un passato indefinitamente remoto. I compagni lo guardarono in attesa di un segno. In attesa di una sola parola. Ma lui non era una divinità come Mary. E non era neanche un profeta. Pensò a tutte le parole trangugiate e vomitate nei mesi trascorsi. Pensò al grassone dietro alla scrivania. Pensò alle tette di Mary. Pensò a tutti i bei discorsi su diritti e lotta di classe. E la tettonica a zolle. E la Cappella Sistina. E l’elettricità e la macchina a vapore. E vaffanculo al capitalismo. E le tette di Mary. E l’occupazione. E l’esproprio proletario. E lo sciopero generale. E le tette di Mary.

The waves are running in verses this fine morning.
Please come flying.

Vieni da me Mary. Ti prego. Torna da me.

Pietro Liuzzo Scorpo

(In corsivo versi di Elizabeth Bishop)

8. Pat LePoidevin – American Fiction

Data di Uscita: 27/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I sensi sprofondavano nella poltrona. Un misto di tela verde e polvere. Espirava lentamente. Il fumo andava a raccogliersi negli angoli della stanza. Ad ingiallire la vecchia tappezzeria. Che sicuramente non necessitava di essere ulteriormente ingiallita. Una tappezzeria che non attendeva altro che la fine dei suoi giorni. Di essere staccata metodicamente pezzo per pezzo. Stufa di starsene lì immobile ad osservare quelle vite raccolte ai suoi piedi. Vecchi scrittori in disuso. Giovani poeti già stanchi. Musicisti insapore in smoking non più eleganti. Ma la tappezzeria non pensava. E se anche fosse stata in grado di pensare avrebbe sospirato senza riuscire a dire una parola.
Espirava un fumo dolce. Lieve sentore di limone. Caleidoscopico profumo. Trascinato lontano. Una valigia di propositi. Un sentiero tracciato su una mappa mentale cangiante. Mentre ripensava senza nostalgia ad ogni luogo in cui aveva pisciato. Senza marcare alcun territorio. Ripensava senza alcun entusiasmo ad ogni stanza nella quale avrebbe voluto dormire. Senza essere accusato di violazione della proprietà privata.
Scorreva col pensiero le strade che avrebbe percorso domani. Ed il giorno dopo ancora. Immaginava i paesaggi sconfinati. La risacca delle onde nel grano. Le fattorie che formano costellazioni in quel vuoto microcosmico. E poi le feste di piccoli villaggi alla luce delle lanterne. Celebrazioni patronali. Santi provinciali. Mentre giovani vergini si concedono per un primo ballo a vecchi coetanei sbiaditi. Mentre madri insoddisfatte piangono l’ennesima bottiglia vuota ai piedi del letto. Mentre anziane dagli occhi brillanti raccontano di come una guerra così lontana da non poter essere indicata sulla cartina che campeggia nella piazza principale abbia portato via loro l’unico vero amore. Hanno gli occhi brillanti e lucidi. Ma quando raccontano la solita storia alle amiche piangono sul serio. Mentre allargano le mani come vecchi pescatori che narrano di imprese mai compiute.
E poi via in un altro villaggio. Quando ormai è la stagione del raccolto. E le osterie si riempiono. E per le strade si alza tra la polvere l’odore del mosto. Moscerini sparsi. Mosche provinciali. Mentre giovani imberbi mostrano soddisfatti i primi calli a coetanee dagli occhi innocenti che ancora non sanno che odore hanno le lenzuola sudate. Mentre padri stremati imparano i caratteri incisi sul fondo dei boccali. Mentre vecchi dagli occhi vitrei rimpiangono i tempi in cui si spezzavano la schiena ma ancora riuscivano a soddisfare le loro mogli.
E poi via. Nel fumo dolce. Dove la città non è che un racconto di chi c’è stato. E ha visto taxi e grattacieli. Colletti bianchi e aspiranti attori. E poi in una giornata più incolore delle altre ha pianto la nostalgia. In un grigio monolocale di una periferia troppo poco bucolica. E forse ha trovato l’amore. Una studentessa che come lui viene da dove la città non è che un racconto di chi c’è stato.
Ora. I sensi sprofondano in una poltrona nell’attesa che sopraggiunga il sonno. La polvere vortica nel fumo. Si sposa alla tappezzeria ingiallita. I polmoni si riempiono di aspettative già infrante. Nella stanza accanto qualcuno invoca dio mentre celebra un rito pagano. Desolante scenario di un viaggio mai cominciato.

Pietro Liuzzo Scorpo

9. Diamat – Being Is the Sum of Appearing

Data di Uscita: 30/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Qualcuno, vedendoci dall’esterno, avrebbe potuto dire che io e Clodette ci fossimo incontrati per caso. Una persona normale o eccezionale, seduta su una panchina in un parco con poco più di mezz’ora di luce ancora, avrebbe visto il motivo del nostro incontro scritto in un libro senza un finale che inizia, e si conclude, in una singola, infinita, parola.

Questo concetto potrà risultare assurdo, ma la prima volta che ci siamo visti avevamo entrambi occhi solo per qualcun altro. Non solo la vista, ma tutte le nostre sensazioni erano focalizzate verso un’identità ben precisa, una composizione di armonie, dissonanze, riflessi colorati e ricordi impressi. Guardavamo lo spettacolo da due punti distanti nello spazio, ma annessi nel coinvolgimento. Indossavo una t-shirt bianca di 3-4 taglie più grandi con sopra scritto il motivo del nostro incontro e delle scarpe improbabili. Nel complesso non dovevo fare una bella figura, ma non me ne vergognavo. Di te ricordo dei capelli castani tagliati a caschetto, un sorriso ampio con dei denti un po’ sporgenti. Eri in compagnia di una ragazza, conosciuta quella stessa sera o tua amica da una vita.
Ci guardavamo attraverso le nostre immagini proiettate sul vetro di un finestrino sporco, con i segni incancellabili delle gocce di pioggia del giorno prima a fare da filtro a due sguardi non ancora pronti ad incontrarsi.
Se ci fossimo parlati mi avresti chiesto la mia impressione. Io avrei alzato le spalle e distolto lo sguardo per un attimo per poi rispondere, ondeggiando la testa un paio di volte, che non potevo giudicare, perché sarebbe stato come provare a dare un voto alla casa dove vivi. Che all’inizio il tempo era dilatato per poi sfuggire al mio controllo verso la fine, come un cartone animato disegnato su un taccuino in cui gli ultimi disegni finiscono troppo presto. Schizzi che raccontavano di paesi dell’Est Europa e di grattacieli grigi uguali tra loro vissuti come spazi di crescita individuale. Spazi dove la gente non si vergogna di ballare, frammenti dove l’amicizia ha il sapore del liquore che cola da un bicchiere, dove le lacrime sono colorate di blu cobalto.
Siamo usciti da quel luogo con il medesimo, insaziabile, desiderio dell’infinito.
Con la voglia di andare in un luogo dove esiste la vita e non porta il mio nome, nel quale entrare da estraneo e uscire alzandomi da una tavola imbandita, di musica suonata sulla riva di un fiume, di capolinea dove non sei obbligato a scendere.

Filippo Righetto

10. John Grant – Pale Green Ghosts

Data di Uscita: 11/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

John iniziò a perdere le speranza di cambiare il mondo durante i propri studi universitari, si convinse amaramente che la storia non sarebbe andata come i suoi desideri. L’insegnamento della Storia non aveva quasi più nessun senso, in pochi si mostravano interessati a concetti considerati troppo astratti in un mondo sempre più avviato verso la tecnologia estrema coniugata a forme di aberrante democrazia liquida.
I pensieri funerei divennero cupa e triste realtà nei primi mesi di supplenza in una scuola superiore qualsiasi in una parte a caso dell’Europa meridionale, per intenderci dall’Italia in giù. La disaffezione per la Sua materia prediletta lo costernava portandolo in uno stato di flebile coscienza; tra una lezione e l’altra, tra un giorno e l’altro era solito vagare come un’anima in pena nella città sempre più fatiscente dopo che il governo della zona in questione aveva scelto di staccarsi dal resto del mondo globalizzato per seguire logiche antiche e reazionarie. Debiti spaventosi ed esercizi commerciali tenuti in piedi con sussidi statali erogati tramite carta straccia decorata in malo modo, alunni sognanti in un mondo di plastica fatto di aggeggi elettronici all’ultimo grido sempre sovvenzionati dallo stato per tenerli buoni. Sciatti sono considerati i pochi ragazzi interessati agli insegnamenti storici, scorbutici e strambi invece i professori che la insegnano.
John non aveva più la forza di rivoltare la situazione come un calzino e continuava la sua vita adattandosi in malo modo al susseguirsi sempre più farraginoso degli eventi. L’amore, la passione, la gioia, la scoperta e la curiosità venivano confinate nella propria casa, nel proprio monolocale adibito a raccoglitore di idee nate probabilmente morte per la mancanza del contesto giusto. La mattinata a scuola, le interrogazioni passate a riprendere i bulli invece che a fare domande. Dopo qualche mese, con una barba sempre più folta, John era solito entrare in classe senza più dire nulla: gambe sul tavolo e lettura in silenzio del giornale mentre il trambusto scuoteva i muri. La noia aveva preso le redini delle prime ore di luce durante le sue giornate.
La sua collezione infinita di vinili era la salvezza, l’appiglio ad un periodo anteriore e più lucente della propria vita. La polvere posata su alcune pile messe leggermente in disparte non diminuiva il fascino dei suoni che quei supporti potevano fornire, una sensazione unica in grado di trasportare la sua mente in lidi a cui solo lui aveva accesso. L’ultimo arrivo, con quel titolo così rappresentativo, lo aveva messo davanti a svariate questioni. Pale Green Ghosts. Sulla copertina una figura maschile tremendamente simile alla sua immagine riflessa nello specchio, quel velo di cinismo nero su tutti i testi delle tracce contenute nell’album.
Suoni vari e mai banali, si rivedeva in tutto questo sconvolgimento interiore che fuoriusciva dai tracciati spianati dall’incedere dei pezzi. Synth e pianti, arrangiamenti claustrofobici e canzoni per pianoforte, voce d’altri tempi ed elettronica dinamica fusa ad un certo soul d’annata. L’assoluta poesia si marchia cupa di riflessioni sulla violenza e sulle distruzioni causate dalla mente e da un corpo malato.
Why Don’t You Love Me Anymore. Glacier. Blackbelt. Pale Green Ghosts. Perle assolute che scompongono e riplasmano il tempo nella piccola abitazione di John.
I suoi poveri alunni direbbero riguardo all’esperienza del disco: “OH BRO, CHE BOTTA, FORTE BRO”.
Se solo capissero la tragica situazione.

Alessandro Ferri

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