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Top Ten 2013 – Alessandro Ferri

1. Kanye West – Yeezus

Data di Uscita: 18/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Una villa enorme, design unico e vetro dappertutto per riflettere il sole e il mare. L’atrio d’ingresso introduce in un paradiso terrestre ed alieno condito da comfort di ogni genere, spazi macchina infiniti, piscina olimpionica a forma di vagina, ascensori rapidissimi, soffitti altissimi, cinque piani, pavimenti in legno, finestre a iosa. Open space. Il lusso era tutto suo, i soldi per la manutenzione non erano un problema per lui che ormai aveva sfondato senza alcun ritegno nel mercato globale. Comprata l’abitazione da un ricco magnate della zona l’aveva ricostruita a sua immagine e somiglianza. L’ego smisurato non lasciava nessuno spazio, ambizione e trasformismo erano gli ingredienti vincenti della scalata all’olimpo degli immortali. Divenire d’ispirazione per il mondo intero combattendo la banalità e la mediocrità era l’obiettivo, l’ordinario e il rancoroso andavano demonizzati nel suo circolo incantato ma così reale. Yeezus aveva deciso di sparare immagini caustiche sui palazzi di sessantasei città sparse nel mondo, era l’ultima provocazione che gli era venuta in mente. Doveva parlarne con il proprio tecnico video, stasera era in programma una cena a lume di candela per decidere il da farsi. Il tecnico chiamato per le proiezioni era Charlotte, una bellissima ragazza francese conosciuta durante un viaggio tra le vigne della Borgogna. I suoi fluenti capelli castani, i piccoli seni, il fondoschiena perfetto e la pelle sempre profumata gli avevano fatto perdere la testa; neppure lui capiva se la trovata delle proiezioni era reale o solo un modo per poter cenare da solo con lei.
Farneticante e misterioso se ne era rimasto chiuso nella sua casa per due mesi facendosi portare viveri e lussi dai vari assistenti. Un senso di sfida continua lo portava a spiazzare l’interlocutore completamente, era solito rimarcare di continuo il suo dominio assoluto con un linguaggio colto ed oscuro. Spacconate terrificanti erano all’ordine del giorno, lo stile unico e naturalmente diretto al gaudio dorato. Il talento indiscutibile debordava dappertutto lasciando di sasso chiunque, cambi in diverse direzioni da far venire mal di testa.
L’autoreferenzialità si faceva oscurità vorticosa, ai limiti massimi. Razzismo, amori torbidi, nessuna pubblicità o promozione al proprio talento. Metafora del potersi permettere ogni cosa, il distacco per sublimare la superiorità. La divinità è una qualche entità superiore straordinariamente dotata, si colloca altrove in una tensione sacra al congiungimento con esso. La fede diviene centrale e voleva instillare in tutti i suoi seguaci questo sentimento così da farsi seguire ed adorare.
Davanti allo specchio con il rasoio per rifinire perfettamente la barba. Bermuda beige, camicia bianca con motivi floreali alternati a piante rampicanti piccolissime, giacca stretta marrone e papillon di classe. Il profumo e gli occhiali da vista con montatura dorata non potevano decisamente mancare per l’appuntamento con Charlotte.
La ragazza arrivò puntualissima alle 20, lui si fece attendere ed il maggiordomo portò Charlotte nell’immensa sala da pranzo addobbata a festa. Si sedette sulla propria sedia fissando il soffitto immaginando mille proiezioni colorate, aveva un abito lungo rifinito con graziosi brillanti, una scollatura generosa e i capelli sciolti a ricadere sulle spalle.
L’arrivo di Yeezus, annunciato da una intro eccessiva e compulsiva intervallata da un coro di bambini, fu planetario. Pesce pregiato innaffiato da un vino bianco micidiale e fruttato, questa era la cena proposta a casa Yeezus; i discorsi della serata toccarono solamente di striscio le proiezioni e lui doveva lottare per non morire negli occhi così brillanti di lei. Mangiarono con calma e il vino arrivò in quantità industriali, lui si lasciò naturalmente andare a monologhi ricolmi di arroganza e auto proclamazione. L’unità di misura era ormai persa e le dita delle mani si sfiorarono nel tentativo di versare altro vino, il resto fu amore esagitato e dolce nello stesso tempo. I bellissimi abiti furono completamente strappati e i brandelli finirono sul tavolo, lo fecero in tutte le posizioni possibili prima nella sala da pranzo e poi nell’immensa camera da letto. Lo stravolgimento fu accompagnato da una colonna sonora che senza ritegno alcuno mescolava rap, industrial, glitch, distorsione, dancehall e beat ruvidissimi con un pizzico soul finale a riportare indietro nel tempo. Il battito cardiaco totalmente violentato da un’ascesa micidiale ed ipnotica, complessa da metabolizzare e prima di tutto da vivere.
Si risvegliarono presto per dirigersi nella piscina a forma di vagina dove fecero ancora all’amore fino allo sfinimento ricordando i ritmi della notte appena passata. Imprevedibili, emozionanti e opachi. Giunse alla conclusione che le proiezioni erano uno scusa, anche l’amore e il sesso in questo caso lo erano.
La conclusione era una nuova affermazione di totale e meritato dominio su tutti i fronti.

Alessandro Ferri

2. Apparat – Krieg und Frieden (Music for Theatre)

Data di Uscita: 15/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sergej vive nei pressi del fiume Enisej, nella Repubblica popolare di Tuva. La sua modesta abitazione sorge vicino ad un foresta immensa, un luogo oscuro meta di eremiti e sciamani dalle spiccate capacità curative.
La vita precedente a San Pietroburgo era frenetica, la sua vena poetica si era spenta fino ad annientarsi. L’hockey, il calcio e la mondanità lo avevano inghiottito rapidamente in un susseguirsi di eventi causati dal suo fulmineo e lucente successo come poeta espressionista capace di delineare perfettamente uno spazio urbano fonte di angoscia e smarrimento. Nel trasformato contesto globale riuscì a tracciare nuove fobie dai riflessi cangianti e mostruosi al limite dell’ignoto, iniziò collaborazioni con le maggiori riviste russe d’arte e non solo – anche i quotidiani desideravano le sue rubriche.
Il suo volere artistico si era tuttavia annebbiato totalmente e la nuova opera commissionata dal festival dell’arte Ruhrfestspiele: un’interpretazione di Guerra e Pace, celebre romanzo di Lev Tolstoj, non lo faceva dormire.
Inconscio e desideri repressi stavano per esplodere e comporre in quelle condizioni non era possibile. Tali problematiche, un tempo foriere di grande ispirazione, si erano tramutate in un pericoloso vortice di sensazioni non più controllabili. Sono le classiche crisi produttive e poetiche che o bloccano totalmente l’uomo oppure lo portano su nuove strade.
E in un gelida notte d’ottobre nella città della rivoluzione bolscevica trovò la scintilla. Un barbone ai bordi della strada che inneggiava a Lenin lo colpì immediatamente costringendolo ad uno stop, quasi pietrificato dai suoi lamenti. Finirono a bere vodka insieme seduti sull’asfalto gelido e prima di fare ritorno a casa il mendicante lo bloccò e si mise a ripetere come una forsennato la parola Tuva. Questo suono gutturale convinse Sergej a trasferirsi.
Da sempre terra autonoma che cercò in vari modi di sfuggire all’abominevole dominio comunista prima di allinearsi obbligatoriamente ai dettami della pianificazione totale e priva di senso. L’arresto di Kuular, buddismo e sciamanesimo rasi al suolo e collettivizzazione della vita non riuscirono comunque a distruggere la vena nomade di questa zona estrema e difficilmente assoggettabile. I vecchi monasteri, i disastri immani del Partito e i segni della sofferenza percepiti nell’aria ghiacciata dell’inverno incombente.
Le catene montuose invase dai fiumi e dai laghi portavano gli occhi di Sergej a seguire infiniti percorsi, l’isolamento totale creò una nuova foga compositiva. La resistenza alle condizioni spesso proibitive diede una forza antica alla sua scatola cranica, innervata di adrenalinica riflessione partorì il capolavoro. Forsennate camminate nelle foreste seguendo sentieri naturali, dialoghi fatti di silenzi con i curatori locali e notti insonni a scrivere.
La trasformazione totale, la nascita di un artista poliedrico e formidabile in più campi. L’impressionismo si impossessò di Sergej, le sensazioni davanti alla Natura portate a galla con immane potenza. Lo scorrere rapido e paradossalmente distaccato del tempo appuntato in ogni singolo istante dinnanzi al mutare delle condizioni di partenza. Il tracciato dell’opera sempre pronto a superarsi per giungere a lidi inesplorati, impossibile predire che cunicoli attraverserà in futuro l’artista.
Nei festeggiamenti per i dieci anni dell’interpretazione di Krieg und Frieden, tra riconoscimenti prestigiosi e viaggi promozionali dappertutto, fu chiesto di creare una sorta di colonna sonora.
Sergej che nel frattempo studiò la musica si dedicò anima e corpo al progetto ritornando nella sua casa accanto al fiume Enisej. Drone, archi, pianoforte e leggere percussioni a sfondare le barriere temporali. Melanconia e malinconia a tenersi per mano. Archi funerei messi a disposizione dell’impetuoso scorrere del fiume che porta le proprie acque a spargere i sedimenti in ogni metro quadro della zona. 44. Intromissioni ambientali e fermenti della natura tra i vortici ghiacciati a una temperatura oscillante tra i – 10° e – 35°. 44 (noise version). Tod. Lo sporcarsi in pensieri violenti ed isolati tra le montagne innevate vedendo vecchi film di stato con deportazioni in massa. PV. Il tintinnio del carillon a far vibrare l’aria mattutina prima di partire per lunghe camminate solitarie. K&F Thema. L’epica e una nuova alba. A Violent Sky.

Alessandro Ferri

3. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

4. Tim Hecker – Virgins

Data di Uscita: 14/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Che cosa ci facevano tutti quei vetrini appesi al soffitto, vicino alla veranda?
I miei occhi scrutavano questa stanza in cui già erano stati ma che al momento faticavano a riconoscere: le tende erano state smontate, l’enorme scrivania di compensato – un tempo quasi interamente sgombera – era adesso ricettacolo di pile di pubblicazioni di ottica, di lenti e cristalli di tutte le dimensioni, alcuni frammenti di specchi. Solo il metronomo era rimasto al suo posto.
Tim arrivò dalla cucina con due birre in mano, mi invitò a sedere e a brindare in onore della nuova impresa in cui si apprestava a cacciarsi: sarebbe tornato per un po’ nel vecchio continente a studiare e sfruttare le potenzialità di un elemento puro come la luce. Stanco di aver esplorato le oscurità asfittiche grondanti di nebbia e droni fino a scoprirne e sviscerarne ogni minima risonanza, voleva spingere oltre il suo talento indiscusso fino ad avventurarsi in nuovi lidi in cui avrebbe, comunque, brillato. La stasi creativa era inconcepibile, per chi era da sempre stato avvezzo a sfidare se stesso e le sue inclinazioni sorprendenti, ma un terreno saturo e battuto per tutta la sua estensione non era più fertile per germogli rigogliosi di nuova linfa, il segreto era scardinare le certezze, trovare altre chiavi per aprire altre porte.
Faceva oscillare i cristalli sospesi e mi faceva notare i prismi di luce che partivano dalle varie superfici e andavano a incidere le pareti, poi mi portò a riflettere sulle lunghezze d’onda, sui parallelismi tra vista e udito e le suggestioni che una mano abile potrebbe produrre dal connubio dei sensi. Il suo aereo diretto a Reykjavík sarebbe partito l’indomani, l’urgenza di depurare da ogni elemento superfluo la sua palette di melodie fino a raggiungere il succo primordiale e incontaminato di suoni vergini, limpidi, come la luce appunto, era pressante.
Appena giunse in Islanda, scelse di spostarsi a Nord della capitale, nella regione dei fiordi, e di alloggiare in una piccola locanda adiacente al porto giusto per il sapore intimo di quelle pareti interamente rivestite in legno caldo, per le torte preparate al mattino dalle mani laboriose dell’anziana signora in cucina, per l’assenza di altri avventori, per la vista sublime dall’ampia finestra della sua stanza: mare in sussulto, navi e un unico molo lunghissimo proteso verso l’infinito. Quello che non aveva messo nel conto era il nautofono che rombava talvolta cogliendolo di sorpresa, rendendogli difficile prendere sonno, insinuandosi tra le immagini e i tintinnii limpidi dei cristalli. In un primo momento aveva avvertito del fastidio: la purezza era irrevocabilmente inquinata. A ben guardare però queste incursioni avevano una loro ragione di esistere e abbracciavano come una scura coperta tesa dal passato le rivelazioni a venire che già sapevano di ghiaccio immacolato, luce candida e note di pianoforte. I droni c’erano ancora, al pari delle radici – inestirpabili per definizione, tuttavia erano docili e sapevano farsi da parte al momento giusto, riuscendo a dialogare col nuovo in maniera dialettica.
In un’alba gelida e chiara, coperta di brina, Tim decise di raggiungere Ben. Strano che ancora non si fossero visti, la loro solida amicizia e la stima reciproca li spingeva spesso a confronti emotivi e creativi, i frutti che ne nascevano erano dei miracoli sonori. Sembrava che Ben lo stesse attendendo, che sapeva che sarebbe arrivato da un momento all’altro; lo invitò ad entrare e chiuse la porta dietro di lui, l’aria in casa odorava di caminetto acceso e vino rosso, ambiente ideale per far confluire pensieri, fobie recondite, suggestioni illuminate. Live Room fu una stanza, o un spazio, che coprì l’arco di due giornate in cui in realtà entrambi persero contatto con il mondo e con le coordinate temporali; le parole spesso lasciavano posto a silenzi eloquenti con gli occhi fissi sulle braci rossastre e vive, riemergevano ricordi dell’uno di gite solitarie tra i lupi dei Carpazi tanto quanto le avventure dell’altro tra foreste di nebbia, scaturivano suoni sinistri e familiari. Poi la sirena del porto sembrava tornasse a tonare sorda anche lì, come se d’improvviso si fossero spostati all’esterno; un canto malinconico che presagiva altre imprese, altri luoghi, e la voglia di perdersi.
La voglia di perdersi nella luce totale. Tim fu risoluto e deciso nell’abbandonare Ben per ricercare l’assenza di buio e lo studio dei vari cristalli esposti ad una fonte praticamente continua.
71° 10′ 21″ di latitudine Nord // 25° 47′ 40″ di longitudine Est, punta Nord dell’isola di Magerøyam, Nord della Norvegia. Questa era la sua destinazione, raggiunta con vari battelli e traghetti, il rumore del nautofono costante riferimento a ricordo della splendida permanenza in Islanda. Il Mare Glaciale Artico e un piccolo capanno a strapiombo sulla distesa d’acqua, pieno di ogni comfort e di appigli per installare gli unici protagonisti di questa seconda parte di viaggio: i cristalli. Il momento era quello più propizio, i calcoli fatti con Ben erano perfetti e la rotazione terrestre aveva raggiunto l’inclinazione esatta. Il Sole, la radice della luce, non sarebbe sceso mai sotto l’orizzonte, la notte non ci sarebbe più stata per un lungo periodo, il crepuscolo inesistente. L’occhio disabituato a questo fenomeno faticava a chiudersi davvero e la contemplazione totale della rifrazione si contorceva su se stessa dando vita a fenomeni di pura allucinazione visiva, cerchi concentrici nel mare si aprivano senza alcun sasso lanciato. LIVE ROOM OUT, lì come a casa di Ben. Questa prorompente autorigenerazione di luce era ciò che Tim cercava per il suo prossimo studio, la sua prossima riproduzione sonora fatta di ascensione e ciclica. Intersecare continuamente i flussi luminosi con un suono ripetuto e sporcato da distese solitarie di droni in lontananza, questo era l’obiettivo finale mentre i cristalli oscillavano. Un monologo prolungato, ribadito con forza e precisione aliena in una volontà di ferro. L’energia sprigionata da questa esposizione tra il violento e il puro era richiudibile in un folgorante concetto: la palingenesi creativa, “che nasce di nuovo”, in un rimando continuo alla rifrazione più chiara. VIRGINAL I/II. L’importanza del riposo e di un quieto risveglio scandito da un battito lontano che si apriva in un loop pulsante smembrato in un’asincronia forzata, la lucentezza e i risvolti più impersonali di un’impresa quasi epica. INCENSE AT ABU GHRAIB + AMPS, DRUGS, HARMONIUM.
Un saluto necessario e completo a quelle terre magiche e ricolme di luce organizzato in un’ultima realizzazione globale, che racchiudeva le immense capacità di Tim. Le rifrazioni di luce ritornarono per un’ultima volta a colorare il cielo di eterni riflessi, la chiusura di una sperimentazione così pura in una distesa di suoni che chiudeva in dissolvenza l’avventura. STAB VARIATION.

Alessandro Ferri e Federica Giaccani

5. Laurel Halo – Chance of Rain

Data di Uscita: 28/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

A. “Potrebbe piovere oggi Laurel?”
L. “Di sicuro, oggi ci sarà un diluvio incredibile”.
Aveva appena sintetizzato un nuovo ammasso di suoni, la creazione costante dà assuefazione ed era fermamente convinta del potere psicotropo della propria realizzazione. Lui era la cavia. Lo scetticismo iniziale era scemato una volta messe sul tavolo le carte del progetto, da realizzare in uno scantinato molto umido. Un vero e proprio rito di passaggio avrebbe dovuto essere generato dalla musica, quantomeno impiegando un lasso di tempo di quattro ore. Il focus di tutto era rivolto alla fase liminale di transizione, immediatamente successiva a quella pre-liminale di separazione dall’ambiente circostante. La durata di questo intermezzo da passare letteralmente sulla soglia non era stata fissata da alcuna variabile, questo non lo aveva spaventato affatto. Il tempo in questione andava formato da zero e non semplicemente fatto scemare, riempito come al solito da azioni incastonate in agende prestabilite con impegni giornalieri. Così facendo la chiusura nell’anfratto bagnato era necessaria per abbattere la normale convenzione temporale e perdere il controllo sulla situazione. Il sentore di lei era che con la composizione ci si sarebbe potuti concentrati in maniera estrema sul proprio fisico, controllandone ogni battito. Alzare o abbassare il volume di ogni reazione nervosa come in un mixer di carne ed ossa, mettere in loop lo scorrere del sangue nella vena della gamba, aumentare il delay dei succhi gastrici e modulare la compressione delle ossa durante un abbraccio o la caduta da una sedia. Le reazioni chimiche e le sinapsi tutte attivate, si sarebbe ricreata una modalità di ballo in grado di rivisitare tutte le altre. L’esperienza psichica e sensoriale avrebbe così dovuto unirsi a quella prettamente fisica in un connubio inestricabile ma continuamente in evoluzione. Ogni situazione esterna avrebbe influenzato l’esperienza singola del momento trasfigurandolo per renderlo unico, gli effetti applicati al mixer umano erano infiniti. Il collage creato in quella precisa occasione era il primo passo verso un nuovo modo di vivere il club, si dava una forma senza strutture fisse per ricreare emozioni. La frattura con il vecchio mondo, in caso di riuscita dell’esperimento, si sarebbe accentuata.
Iniziando a fluttuare su un battito minimalista che calcola le possibilità tutte si era ritrova in una giungla scurissima ed estremamente umida nella quale avanzavano luci progressivamente più acute; il contrasto e la registrazione del flusso dei globuli rossi che pompano ossigeno nel cervello era cosa naturale in quello stato. Il nutrimento necessario aveva risvegliato i sensi ulteriormente rendendoli capaci di percepire una sillaba ripetuta in lontananza mentre l’anidride carbonica era portata ai polmoni dalla circolazione venosa. Oneiroi. Una nuova completezza veniva raggiunta successivamente quando le percussioni si scontrarono su un synth liquido esplodendo in una miriade di suoni sommersi. L’autogoverno continuava a prendere forme sempre maggiori, il battito si coniugava alla visione di papille gustative in fermento per l’arrivo di un tartufo pregiato. Elevato, pur restando collegato al resto, questo segmento sopra tutti gli altri la composizione rallentava prima di finire nel silenzio. Serendip. Il loop diventava concentrico e sempre più stringente, il capovolgimento dava le vertigini e la modalità risvegliata era la sensazione acuta dei peli che si rizzano con forza. Un gelo sempre più acuto alzava le frequenze, l’impulso si allungava, il kick veniva filtrato all’inverosimile ed era smembrato prima di riformarsi in altri pattern debordanti. Tracciati jazz e note riflesse in stalattiti dai mille colori si spezzavano in un vortice frenetico che tramutava la precedentemente sensazione in una pioggia di sudore. Chance of Rain. La trascendenza ultima giungeva accompagnata da un fluire iniziale che scorreva veloce in un denso ammasso di strutture armoniche ripetute e martellanti. Il basso con la sua linea aumentava il senso di controllo e le particelle che componevano le gocce di sudore si schiantarono al suolo rimandando indietro un suono fisso e cupo. Gli pareva di sentire in lontananza la techno di Detroit ma qui il cambiamento e il filtro apportato dal controllo totale sul proprio corpo rendevano questo pensiero infinitamente piccolo rispetto al puro piacere. Ainnome.
A. “Sta piovendo di brutto Laurel, avevi proprio ragione”.

Alessandro Ferri

6. DJ Rashad – Double Cup

Data di Uscita: 22/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Principio attivo: Completa libertà creativa.
Eccipienti: Teklife crew, footwork, jungle beats, linee di basso disorientanti, trap, house, hip hop, Bpm altissimi ma a volte anche meno di quanto richiederebbe il genere, frammenti rap tagliati, campionamenti, cinetica, ripetitività, Chicago, ghetto, breakdance, Planet Mu, Hyperdub, juke, shit, Acid Beat, Feelin, Let U No, Ghettoteknicianz, I Don’t Give a Fuck, synth, fusion, Drank Kusk Barz, Leavin, I’m Too Hi, broken vocalz, just banging on the streets, selling drugs and smoking.
Categoria farmaco: stimolante del sistema nervoso centrale e periferico.
Indicazioni: trattamento totale in caso di confusione mentale, propensione al millantare infinite conoscenze di musica elettronica, difficoltà nel concepire cosa sia la musica con Bpm spropositati, odio verso i neri in generale, odio verso i neri che fanno i bulli e vivono come vorresti vivere tu ma sei un inutile bianco, mancanza di attitudine al muovere il culo su una buona base, apatia.
Controindicazioni: ipersensibilità verso i componenti del prodotto a meno che non si raggiunga in breve termine l’assuefazione totale. I prodotti di base del farmaco sono controindicati nei pazienti affetti da gravi forme di nazismo, fascismo, mal di testa, cervicale, difficoltà respiratorie, anemia. La somministrazione dei suoni è controindicata nei casi di malattie legate alla musica cantautorale italiana degli anni 60’ e al black metal.
Effetti indesiderati: sono stati segnalati casi di persone che emulano il figo nero di turno chiunque esso sia, shock anafilattico, giovani dei centri sociali usciti dal tunnel che ci tornano e si fanno ancora i rasta pur avendo intuito che sono bianchi e fanno ridere i polli e se c’è un Dio non troveranno mai un lavoro accettabile, hipster di turno che vuole andare a Chicago e non ci va perché non ha tempo da togliere al postare stronzate su ogni social network possibile, hipster di turno che abusa del farmaco ma in realtà gli fa schifo e lo fa solo perché ha visto un voto alto su tutti i siti alternative. Sono state segnalate, in persone già affette da malattie cardiovascolari, gravi alterazioni delle facoltà sensoriali.
Precauzioni D’impiego: usare con cautela nei soggetti che mostrano segnali di rabbia repressa e potrebbero scatenare i loro istinti. Nei casi di persone muscolate affette da nazismo sospendere immediatamente la cura e correre via il più veloci possibile. Dosi elevate o prolungate del prodotto possono provocare dolore agli arti inferiori, mal di testa, crampi; una volta superati questi livelli di dolore indenni crea una dipendenza totale. Inoltre prima di associare qualsiasi altro suono controllare attentamente il gli eccipienti dell’aggiunta.
Avvertenze speciali: dopo un periodo di trattamenti senza alcun risultato contattare il rivenditore di suoni e chiedere “Legacy” di RP BOO, questo vi farà desistere e non assumerete mai più questi tipi di farmaci. Nonostante studi clinici accurati e il nostro desiderio di non istigare alla violenza contro le donne non assicuriamo che i pazienti possano sviluppare strane forme d’amore. Si consiglia di somministrare solo in casi di effettivo amore verso suoni digitalizzati, se considerate Skrillex ed Avicii dei supereroi e rimanete delusi la casa farmaceutica declina ogni responsabilità.
Interazioni: anche senza addizioni il risultato è assicurato, se proprio avete bisogno di una mano è consigliata marijuana di buona qualità.
Posologia: bambini dai 6 ai 12 anni dovrebbero stare molto lontani da queste vibrazioni. Adulti un ascolto al giorno e poi valutare il grado di piacere o crisi isterica.
Sovradosaggio: in caso di iperdosaggio è finita, siete fottuti. DJ Rashad qui è riuscito a rendere leggermente più digeribile lo stufato footwork, si è aperto ad influenze diverse smussando un attimo le linee dunque non riuscirete più a smettere di voler sentire i suoni contenuti in questo farmaco. Probabilmente andrete a cercare altro materiale e i provvedimenti da adottare consistono nel lasciarsi andare ed entrare nel terreno della dipendenza totale.

Alessandro Ferri

7. Tyler, the Creator – Wolf

Data di Uscita: 02/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Come per Frank Ocean mi è impossibile raccontare una storia, si tratta di personalità troppo eccessive per circoscriverle. Come fare a costruire un racconto ad esempio su Steve Jobs? , io non ne sono in grado e qui mi limito a riportare i dati di fatto visto che il resto sarebbe mera supposizione. Tutto è saturato e resta la vena creativa dell’artista, qualcosa di terribilmente debordante. Una matrioska creata per far uscire fantasmi e fissazioni di tutti i giorni.
Ad un persona x, ipotetica voce che mi chiede di consigliarle un disco, direi questo:” Tyler Gregory Okonma meglio conosciuto come Tyler The Creator è un giovane ragazzo che espone ed esprime le sue idee in varie modalità. Tyler ha cambiato l’hip hop scorticandolo per bene con la fondazione della Odd Future. Le personalità in gioco sono multiple e ci si scontra apertamente con una varierà quasi infinita di inclinazioni. La ribellione, il genio, la misoginia, il razzismo in varie forme, l’abilità spalmata su tutti i campi artistici, l’ironia, la comicità, l’ignoranza del fanciullo poco cresciuto, l’indecenza, la mancanza, la gelosia, la sincerità, una sorta di maturazione e l’ingenuità di chi dice tutto apertamente. Un’unica personalità si apre come la coda di un pavone con le sue piume colorate che ostenta il suo armamentario. Se poi non ti piacciono gli animali che si atteggiano potresti non apprezzare questo lavoro ma è un problema tuo; le perle come queste sono poche ma nello stesso tempo si possono donare a chiunque comprenda l’ispirazione folle che sta dietro”.
“E la storia è un terrificante triangolo amoroso: Sam e Wolf per avere Salem. E l’introspezione penetra la rabbia e l’allucinazione diventa seria in uno spettacolo surreale ma pregno di significati. I triangoli amorosi sono un tema trito e ritrito, chi riesce ad intercettare l’attenzione altrui con spunti del genere è decisamente da apprezzare. E se due bulli un poco ingenui portano le loro turbe in primo piano il gioco è fatto. Dovresti proprio ascoltarlo questo album che si potrebbe definire un “concept album”, ma questi sono paroloni inutili. Il tema è questo ma gli spunti narrativi presi e poi gettati via creano milioni di strade alternative. Piano, flow, jazz, urla d’orrore, synth, trame di batterie scarne e minimali, voce cupa che gratta il cuore e le orecchie, beat e metriche meccaniche si aprono al soul. Se sei un cazzo di indie-folk-pop totalitario e ti fa schifo il rap posso dirti che ci sono anche Laetitia Sadier e Erykah Badu, non c’è altro da dire”.

Jamba

Tutto parte in un Camp estivo, il Camp Flog Gnaw. Eco finale in ascesi o crisi epilettica. Paranoia totale

Get hip to the pew, you can drink piss and eat a dick in a few. The sickening view of visuals, i’ll eat yor ribs! I’m a wolf, the meet your kids after school, and give them drugs cause it’s cool

Cowboy

Metafora del viaggio, della vita e meccanica sonora scarna alla massima potenza con aperture dorate. Ipnosi

“ I am the cowboy on my own trip, I am the cowboy on my own trip, I am the cowboy on my own trip and I am the cowboy”

Awkward
Un romanticismo malato ti pervaderà completamente, la voce di Frank Ocean intersecata perfettamente, l’innamorarsi ingenuo e totale. L’insicurezza.

You’re my girlfriend, you’re my girl (whether you like it or not!), you’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girl, girlfriend. You’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girl (Shit I know that you’re my). You’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girlfriend.

Domo 23
Spacca tutto, sporcizia ed esplosione sonora alla massima potenza, Golf Wang.

Answer
Telefonate senza risposta a padri mai conosciuti. Ritmo sgranato e quieto in un intreccio tra passato, presente e futuro.

Hey Dad, it’s me, um…
Oh, I’m Tyler, I think I be your son
Sorry, I called you the wrong name, see, my brain’s splitting
Dad isn’t your name, see Faggot’s a little more fitting

48
Droga e media. Rimanere una persona normale è possibile oltre il successo. Beat caldo e decadente in vorticosa distorsione.

Crack fucked up the world, and I wonder if they realized the damage. I mean, they come from an era who made a lot of money of that shit

Partyisntover / Campfire / Bimmer
Cori allucinati, emotività, lounge, la passione per i Tame Impala,ipnosi finale con duetto Tyler e Frank Ocean. Capolavoro.

The party isn’t over, we could still dance girl
But I don’t have no rhythm
So fuck it, take a chance with a nigga
Like me, like me

IFHY
Amore passivo aggressivo, l’amore distratto e complesso allo stesso tempo, frammenti di gelosia. Synth killer, beat in loop e Pharrell a chiudere in bellezza. Scuse mal gestite.

I fucking hate you
But I love you
I’m bad at keeping my emotions bubbled
You’re good at being perfect
We’re good at being troubled, yeah

Pigs
Bulli omicidi e risse, vetri spaccati. Il film dell’orrore in slow motion è servito.

We are the Sams, and we’re dead — it’s just four of us
We come in peace, we mean no harm, and we’re inglorious

Treehome95
Il soul e i doppi sensi amorosi. Classe allo stato puro.

I want to go
I want to go
Baby, let’s go
To my treehome
Treehome

“Il tutto è una visione oscillante tra il grottesco, il caricaturale e il riflessivo. L’energia sprigionata è folle ma messa sotto un maggiore controllo rispetto alle precedenti uscite. Dimentico di dirti che prima di consigliarti questo album devo rivelarti un’altra cosa. Se non se un indie-totalitario ma solo un totalitario devo ammettere che probabilmente Tyler non sarà mai chiamato ad un patetico concertone del Primo Maggio o ad un ritrovo di nostalgici. Troppo misogino e americano da una parte e troppo nero dall’altra.
Il lupo se ne farà una ragione perché esce vincitore, impossibile perdere con una dose di talento del genere caro ascoltare x.”

Alessandro Ferri

8. The Field – Cupid’s Head

Data di Uscita: 30/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

No. No…
Il mio cuore batte talmente forte nel petto che non riesco ad udire altro se non il suo pulsare frenetico. Il sangue mi sfreccia nelle vene e mi incendia il volto, le mani sono gelate, una nell’altra. Sono zuppa di sudore, il mio odore acre mi riporta ai momenti di agitazione febbrile della mia vita: i compiti in classe di matematica, il primo bacio, il primo furto di automobile, la prima volta che…

BIGLIETTI PREGO!

Forzo un sorriso defilato, cercando di sembrare calma. Infilo la mano nella borsa mantenendo un occhio fisso sul capotreno, estraggo d’improvviso il ferro da una taschina laterale e BAM! Un colpo a bruciapelo sul malcapitato. Mi alzo di scatto mentre il corpo di lui cade a terra urtando il sedile di fianco. Il colpo di pistola ha generato un frastuono incredibile, mi meraviglio che nessun passeggero l’abbia sentito. Mi volto a destra, poi a sinistra, il compartimento è vuoto. Corro verso il freno di emergenza e lo premo con decisione, strappando via la fragile stagnatura. Mentre il treno è ancora in frenata esplodo un altro colpo per rompere il vetro che sarà la mia via di fuga. Salto giù col treno non ancora completamente fermo e mi infilo tra le sterpaglie di questa anonima provincia. Tengo ben saldo il baule che è la mia salvezza, il sogno di una intera vita, un autentico miracolo! Corro, corro e corro senza voltarmi mai indietro badando solo a non allentare la presa del bagaglio. Di colpo inciampo e…

No. No… mi sono addormentata! Col sangue gelato nelle vene mi volto di scatto per controllare se il baule è ancora al suo posto… Eccolo! Meno male. Faccio mente locale respirando a grandi boccate. Il mio cuore batte e batte, mentre fuori scorre un paesaggio nero. La porta in fondo al vagone si apre di scatto ed ecco avvicinarsi il controllore… Se mi chiede il biglietto è finita!

Maurizio Narciso

9. Gold Panda – Half of Where You Live

Data di Uscita: 11/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La città è un caos frenetico, un susseguirsi di epilettiche sistematiche gestualità. Un ritmo intenso, caleidoscopico. Guardando fuori dalla finestra del suo appartamento al quinto piano, gli pareva di vivere al centro del mondo. E contemporaneamente fuori dallo Spazio e dal Tempo. Le gocce di una lieve pioggia appiccicate al vetro lucido, la luce dell’ennesimo giorno che è trascorso. Mentre fuori: suoni e voci e claxon e persone che camminano e ancora voci, un accavallarsi infinito di voci, claxon, che sovrastano tutto, persino i pensieri. Le auto avanzano a singhiozzi, intrappolate nelle code ai semafori, come mosche in una ragnatela.

Tutto sembra leggero, ma anche più pesante. I ricordi non aiutano a vivere, ma a morire.

Ripensa al sole di Sao Paolo do Brasil e ripesca dalla memoria il profumo del mare e del vento che accarezzava la spiaggia come i rimpianti accarezzano l’anima. Un brivido caldo che poi diventa freddo gli cammina lungo la schiena come un insetto isterico. E la vede: Beatriz.
I suoi occhi. Dentro potevi trovarci tutta Sao Paolo. Forse, il mondo intero.
Le palme, il faro, le nuvole bianche come il latte, e il mare. Quel mare che lì, davvero, aveva lo stesso colore del cielo. E il fondale, l’atmosfera, erano la stessa cosa.
Beatriz era fuggita dalla favela, dalle baracche coperte di amianto e vernice, dalla polvere che ti si deposita fino dentro le ossa. Beatriz aveva un sogno. Un sogno bellissimo.
– Puoi portarmi con te?,- gli aveva chiesto. Solo questo. Questo e – Ti prego,- disse. Ti prego.

Sdraiato sul letto abbassa le palpebre e immagina il colore della sabbia che si riflette negli occhi di una ragazza appena maggiorenne, con i capelli neri come la tenebra e la pelle al sapore di acqua di mare.
Dalle casse dello stereo, i vibrafoni gli arrampicano lungo la spina dorsale come a scalare una parete rocciosa. Il vuoto diventa materia, le percussioni scandiscono il ritmo spezzato del battito del suo cuore.

La città è scomparsa. Inghiottita dalla fame atavica di pace. Fuori dalla finestra c’è la spiaggia di Sao Paolo do Brasil. C’è il sole. Un gruppo di ragazzini gioca a pallone in costume, vicino a dove il bagnasciuga diventa nient’altro che il punto d’incontro tra la Terra e l’Infinito.
Anche se distanti migliaia di chilometri, dietro al vetro, incontra gli occhi di una ragazza.
Due occhi profondi come l’Oceano che dicono solo: ti prego.

I loop, profondi, ossessivi, somigliano ai suoi ricordi: e gli sembra di morire.
Ma è la cosa più bella che abbia mai provato in tutta la vita.

Samuele Pica

10. Fuck Buttons – Slow Focus

Data di Uscita: 22/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

In quel giorno di luglio, a Tulsa l’aria era umida e torrida e apparentemente immobile come l’asfalto infocato delle strade, non si muoveva di un soffio.
Summer cercava refrigerio nell’acqua della piscina gonfiabile in giardino: con i gomiti appoggiati ai bordi e un bikini verde menta che copriva a malapena le forme esplose all’improvviso all’indomani del suo tredicesimo compleanno, biascicava chewingum creando palloni enormi che faceva scoppiare sonoramente per attirare l’attenzione del suo aitante vicino di casa; poi prendeva la gomma da masticare con le dita e la estraeva dalla bocca in un lungo filo penzolante, fingeva di contemplare il cielo mentre sbirciava da sopra le lenti dei grossi occhiali a specchio sperando in una reazione interessata al di là della rete metallica.
Jim lucidava la moto ogni giorno, dopo pranzo, al centro del vialetto di ingresso alla casa, palcoscenico per la sua abilità nell’addomesticare i motori, per i suoi bicipiti gonfiati, jeans stretti e abbronzatura costante di ordinanza; un Narciso di periferia dagli scarsi ideali, si bullava poi la sera al bar con gli amici per le conquiste di cui aveva perso il conto. L’ultima era quella ragazzina alle prime armi con la malizia e la seduzione, e a lui piaceva troppo darsi delle arie come se non provasse alcun sussulto alla vista dei segnali lanciatigli a pochi passi da lui; in realtà veniva colto da un desiderio inconfessabile, proibito. Summer aveva solo tredici anni.
Hank e Miranda avevano ospiti e si davano un gran daffare intorno al barbecue per servire un arrosto che restasse indimenticabile nella memoria dei loro invitati. La villetta era stata rassettata alla perfezione in vista di quel pranzo tanto atteso, ma sul più bello l’aria condizionata aveva smesso di funzionare ed era stata rimpiazzata da un vecchio ventilatore trovato tra gli scatoloni del garage che sibilava fastidiosamente tra le conversazioni intavolate tra i commensali, la ventola di poco disassata andava a sfiorare il grigliato anteriore provocando delle vibrazioni moleste.

A un osservatore esterno, abbassando lentamente la focale a partire da quegli scenari, si dispiegava davanti agli occhi un tessuto urbano via via più articolato e fitto e in scala ridotta, dalla strada si passava all’isolato e poi al quartiere e infine all’intera area della città di Tulsa, Oklahoma. Una panoramica più complessa consentiva di cogliere un’infinita varietà di situazioni, e in ogni giardino, in ogni incrocio, ci si poteva imbattere in un Jim o una Miranda; bastava solo decidere quale spaccato scegliere.
La CNN da qualche ora aveva diramato un’allerta uragano, entro la notte era prevista una brusca variazione dei venti e la formazione di un vortice di immane potenza, ma la Tornado Alley delle Grandi Pianure era così profondamente avvezza a tali allarmi che ultimamente la gente aveva addirittura iniziato a diffidare di comunicati a loro avviso troppo frequenti e a scongiurare la paura rimanendo fedele alla propria routine.
In città da alcune settimane erano arrivati due ragazzi inglesi; a detta delle autorità si trattava di due esperti storm chasers specializzati in fisica al punto di essere in grado di ampliare le conoscenze relative alla previsione dei tornado, ma soprattutto di captare l’energia sprigionata dagli eventi atmosferici e tramutarla in altra forma innocua, una sorta di principio di conservazione dell’energia totale per intenderci. Andrew e Benjamin – questi i loro nomi – avevano preso in affitto un bunker sotterraneo al limite dei sobborghi occidentali di Tulsa, al confine tra l’abitato e le distese d’erba bassa senza soluzione di continuità; avevano portato con loro delle apparecchiature sofisticate accanto a strumenti più noti quali il GPS, quegli attrezzi mai visti suscitavano però alcune perplessità agli occhi dei locali intenditori del settore.

Il pomeriggio trascorse e venne la sera; l’aria, da umida e densa che era, prese a muoversi innescando correnti disordinate che col tempo si facevano sempre più insistenti. Summer e gli altri abitanti di Tulsa e dintorni si arresero all’evidenza e si videro costretti a mettere da parte i piaceri e le prese di posizione davanti a un cielo plumbeo foriero di cupi presagi. L’intera popolazione scomparve, la città precipitò in un silenzio irreale carico di attesa e inquietudine. Andrew e Benjamin, di contro, spalancarono la porta del bunker e uscirono in preda all’eccitazione e all’adrenalina, presero il vento in faccia e aprirono le braccia per essere, anche un solo istante, investiti dal connubio di correnti fresche e calde che di lì a poco si sarebbero sollevate mulinando poco lontano, al di sopra delle loro teste. Carichi degli strumenti portati, si avvicinarono gradualmente al fulcro del vortice mentre rovesci di pioggia impietosa avevano cominciato ad abbattersi sui loro impermeabili. Nel momento stesso che la tromba d’aria spiccò il volo in un turbine distruttivo, i due si schierarono nella spianata erbosa deserta dov’erano giunti e azionarono i dispositivi di contro-azione; la CNN era collegata per trasmettere in diretta lo scontro tra natura e uomo, nessuno riusciva a credere che potesse esistere una resistenza, o ancor più una risposta, alla forza atmosferica a cui già l’Oklahoma era stato costretto a piegarsi e cedere numerose volte.
Dissero che l’energia che scaturì dall’impatto fu di una potenza sconosciuta fino ad allora, il cielo fu investito da scie scure e fluttuanti frammiste a materia assimilabile a quella interstellare; ci furono esplosioni, un rumore di fondo di drone accompagnava le scintille e poi suoni prendevano a galoppare battenti tra i mulinelli fino a venire risucchiati per poi deflagrare di nuovo, dirompenti, dal cono del vortice. Quando anche l’ultimo dei synth si fu estinto, rimase una patina bianca accecante che occultò ogni cosa, talmente violenta da costringere a coprirsi gli occhi per alcuni secondi. Tolte le mani lo stupore generale fu inaudito, di quelli che si sa già che sarebbero finiti nelle pagine della storia: ogni cosa era rimasta al suo posto malgrado il tornado, niente s’era spostato nemmeno di un millimetro, e brillava di nuova luce.

Federica Giaccani

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