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Archive for dicembre, 2013

Top Ten 2013 – Filippo Righetto

1. bvdub & Loscil – Erebus

Data di Uscita: 07/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La storia dell’uomo che rifiutò il trapianto di cuore

Nel paese di Ísafjörður tutte le abitazioni e gli edifici hanno il tetto spiovente per evitare che la neve si accumuli. L’aria è gelida e gli odori di pesce e salsedine vengono attenuati e diventano meno intensi, come se una sciarpa tessuta da una mano amica allontanasse delle fragranze troppo acute per delle narici sensibili.
Anche gli uffici pubblici, la banca, il negozio di attrezzatura da pesca su tre piani, hanno il tetto inclinato anche se solo da un lato, e questa variante della classica forma squadrata dava la sensazione di un’illusione prospettica che li faceva sembrare come delle strutture incompiute, lasciate a metà. La prima volta che Jonas li vide, in mezzo a tetti blu fiordaliso e a porte scarlatte, nella sua mente si fece strada l’immagine di un bambino che solleva una scatola di cartone per cercare il giocattolo perduto, tant’è che fece il giro di tutto l’edificio per verificare se, dall’altra parte, ci fosse un infante alla ricerca del suo sonaglio.
Insegnava storia della letteratura greca all’università locale, ma la sua classe raggiungeva raramente i venti alunni a semestre. Il consiglio di facoltà gli rinnovava ogni anno il contratto di ricercatore, sia perchè il bilancio dell’istituto era buono, sia perchè era l’unico a voler insegnare una disciplina umanistica in un luogo così lontano dalla storia, dove i ricordi facevano fatica a superare il rigido inverno, o venivano dimenticati sotto metri e metri di acqua trasformata in ghiaccio.
In quella piccola cittadina dove la solidarietà significava sopravvivenza, i sentimenti negativi come l’invidia, la malizia, erano troppo freddi per entrare nel cuore della gente, che potevano indossare al più una maschera di cortese indifferenza di fronte ad argomenti, o persone, giudicate non degne come argomento di discussione. I suoi colleghi guardavano Jonas nello stesso modo, come se fosse uno strambo insegnante di ripetizioni. Lo incontravano nei corridoi dell’università, lo salutavano nel negozio di alimentari, gli facevano gli auguri sorridendo sotto le festività, per poi dimenticarlo subito dopo. A Jonas questo non importava, non perchè si sentisse superiore, o perchè pensasse che loro fossero superiori. Erano persone diverse. O forse era lui ad essere diverso, un fuorilegge che si sedeva ogni giorno sotto l’albero di pomi d’oro nel giardino delle Esperidi, ascoltando il soffio sfumato di Etere mentre i suoi occhi vedevano le forbici delle Moire avvicinarsi sempre più al filo che lega l’identità con la realtà.
A poche ore dall’operazione Jonas era seduto su una banchina del porto, sopra uno di quei contenitori giallo pallido dove i pescatori custodiscono le loro reti. La mezzanotte era passata da qualche ora, e lui sapeva di essere l’unica persona sveglia in tutto il paese. Persino Freyja stava dormendo, l’aveva salutata al telefono qualche minuto prima, dicendole che si sarebbero visti l’indomani mattina.
L’odore di legno dei bancali abbandonati lo fece viaggiare con i ricordi al primo giorno che si incontrarono. Erano nella biblioteca e lui stava leggendo l’unico libro sulla storia dell’antica Grecia che si poteva trovare lì dentro. Lo conosceva ormai a memoria, anche perchè era stato lui stesso a donarlo qualche anno prima. Con la testa appoggiata sulla mano, guardava le illustrazioni, che in qualche modo riuscivano sempre a suggerirgli qualcosa di nuovo. Teneva una matita a righe gialle e nere nella mano destra, impugnandola tra il pollice e l’indice, con la punta che si appoggiava sul dito mignolo. Con l’anulare dava dei piccoli colpi alla matita, in modo da far sbattere la punta sull’unghia del mignolo, come quel primo esemplare di telegrafo che aveva visto all’interno di una teca di vetro, in quel museo dove suo nonno l’aveva accompagnato tenendolo per mano. Gli era piaciuto così tanto che aveva imparato il codice Morse e, mentre guardava quelle figure, le sue dita descrivevano quello che i suoi occhi vedevano utilizzando quella piccola matita che non scriveva più sulla carta, ma che dipingeva nell’aria i contorni dell’immaginazione. La sua incredulità fu scavalcata solo dalla sua gioia quando una mano femminile cominciò ad aggiungere i colori caldi di un desiderio confortevole a quei dipinti stilizzati, che diventarono, finalmente, completi.
Scivolare dentro l’acqua fu facile…
Le luci dei lampioni del porto si diffondevano nel mare ghiacciato e Jonas, dal basso, vedeva delle grandi aree luminose che gli ricordavano le cabine illuminate delle navi da crociera durante una notte immersa nella nebbia, con le loro sirene che risuonavano ovattate e distanti nell’aria rarefatta.
Vedeva quella grande catasta di legno dietro la biblioteca dove si erano conosciuti. Così come quei tronchi diminuivano al passare dell’inverno per riscaldare parole scritte e disegni estrapolati, anche i loro nomi perdevano piano piano le loro lettere. Le vedeva vorticare davanti a sé, e più le lettere sparivano più loro si avvicinavano, fino a quando le loro iniziali, speculari e uniche, poste una di fronte all’altra, si fusero per diventare una nuova, prima, lettera.
Una sola lettera, per spiegare il motivo per cui un uomo aveva rifiutato il trapianto di cuore.
Che gli avrebbe dato la vita.
Che gli avrebbe tolto la vita.

Filippo Righetto

2. Apparat – Krieg und Frieden (Music for Theatre)

Data di Uscita: 15/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sergej vive nei pressi del fiume Enisej, nella Repubblica popolare di Tuva. La sua modesta abitazione sorge vicino ad un foresta immensa, un luogo oscuro meta di eremiti e sciamani dalle spiccate capacità curative.
La vita precedente a San Pietroburgo era frenetica, la sua vena poetica si era spenta fino ad annientarsi. L’hockey, il calcio e la mondanità lo avevano inghiottito rapidamente in un susseguirsi di eventi causati dal suo fulmineo e lucente successo come poeta espressionista capace di delineare perfettamente uno spazio urbano fonte di angoscia e smarrimento. Nel trasformato contesto globale riuscì a tracciare nuove fobie dai riflessi cangianti e mostruosi al limite dell’ignoto, iniziò collaborazioni con le maggiori riviste russe d’arte e non solo – anche i quotidiani desideravano le sue rubriche.
Il suo volere artistico si era tuttavia annebbiato totalmente e la nuova opera commissionata dal festival dell’arte Ruhrfestspiele: un’interpretazione di Guerra e Pace, celebre romanzo di Lev Tolstoj, non lo faceva dormire.
Inconscio e desideri repressi stavano per esplodere e comporre in quelle condizioni non era possibile. Tali problematiche, un tempo foriere di grande ispirazione, si erano tramutate in un pericoloso vortice di sensazioni non più controllabili. Sono le classiche crisi produttive e poetiche che o bloccano totalmente l’uomo oppure lo portano su nuove strade.
E in un gelida notte d’ottobre nella città della rivoluzione bolscevica trovò la scintilla. Un barbone ai bordi della strada che inneggiava a Lenin lo colpì immediatamente costringendolo ad uno stop, quasi pietrificato dai suoi lamenti. Finirono a bere vodka insieme seduti sull’asfalto gelido e prima di fare ritorno a casa il mendicante lo bloccò e si mise a ripetere come una forsennato la parola Tuva. Questo suono gutturale convinse Sergej a trasferirsi.
Da sempre terra autonoma che cercò in vari modi di sfuggire all’abominevole dominio comunista prima di allinearsi obbligatoriamente ai dettami della pianificazione totale e priva di senso. L’arresto di Kuular, buddismo e sciamanesimo rasi al suolo e collettivizzazione della vita non riuscirono comunque a distruggere la vena nomade di questa zona estrema e difficilmente assoggettabile. I vecchi monasteri, i disastri immani del Partito e i segni della sofferenza percepiti nell’aria ghiacciata dell’inverno incombente.
Le catene montuose invase dai fiumi e dai laghi portavano gli occhi di Sergej a seguire infiniti percorsi, l’isolamento totale creò una nuova foga compositiva. La resistenza alle condizioni spesso proibitive diede una forza antica alla sua scatola cranica, innervata di adrenalinica riflessione partorì il capolavoro. Forsennate camminate nelle foreste seguendo sentieri naturali, dialoghi fatti di silenzi con i curatori locali e notti insonni a scrivere.
La trasformazione totale, la nascita di un artista poliedrico e formidabile in più campi. L’impressionismo si impossessò di Sergej, le sensazioni davanti alla Natura portate a galla con immane potenza. Lo scorrere rapido e paradossalmente distaccato del tempo appuntato in ogni singolo istante dinnanzi al mutare delle condizioni di partenza. Il tracciato dell’opera sempre pronto a superarsi per giungere a lidi inesplorati, impossibile predire che cunicoli attraverserà in futuro l’artista.
Nei festeggiamenti per i dieci anni dell’interpretazione di Krieg und Frieden, tra riconoscimenti prestigiosi e viaggi promozionali dappertutto, fu chiesto di creare una sorta di colonna sonora.
Sergej che nel frattempo studiò la musica si dedicò anima e corpo al progetto ritornando nella sua casa accanto al fiume Enisej. Drone, archi, pianoforte e leggere percussioni a sfondare le barriere temporali. Melanconia e malinconia a tenersi per mano. Archi funerei messi a disposizione dell’impetuoso scorrere del fiume che porta le proprie acque a spargere i sedimenti in ogni metro quadro della zona. 44. Intromissioni ambientali e fermenti della natura tra i vortici ghiacciati a una temperatura oscillante tra i – 10° e – 35°. 44 (noise version). Tod. Lo sporcarsi in pensieri violenti ed isolati tra le montagne innevate vedendo vecchi film di stato con deportazioni in massa. PV. Il tintinnio del carillon a far vibrare l’aria mattutina prima di partire per lunghe camminate solitarie. K&F Thema. L’epica e una nuova alba. A Violent Sky.

Alessandro Ferri

3. Daughter – If You Leave

Data di Uscita: 18/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Elena ha gli occhi secchi ma di un turchese che può gareggiare con il cielo. L’atmosfera trattiene il respiro, sta, immobile. Come in attesa di qualcosa, come alla vigilia di un temporale. Elena è uscita di corsa da casa di Neil, dopo l’ennesima incomprensione, con la pioggia a bagnarle i capelli appiccicati sulla fronte, come a fare da riparo alla luce cristallo del suo sguardo. Corre e cammina con passi irregolari, senza meta, cerca di asciugarsi una lacrima densa di mascara e si morde un’unghia nell’attimo successivo. Neil è seduto su una poltrona del soggiorno, la bottiglia di whiskey appena aperta ai suoi piedi, i capelli spettinati, lo sguardo vuoto. Il sospetto è che nessuno dei due abbia voluto questo epilogo, senza un ultimo bacio disperato, dopo una giornata di carezze, con un silenzio di troppo prima del fulmine a ciel sereno, quella decisione presa dal fato e da entrambi, dalla mente e dall’istinto, dalla mancanza di sentimenti di due cuori non più di velluto ormai abituati ad eludere le emozioni. Stanno, Elena e Neil, lei con la sua corsa sotto la pioggia, lui con il suo guardare senza sosta il muro bianco davanti a lui, stanno e non sanno di esser stati capaci di lasciarsi per chissà quanto tempo, di alimentare rimpianti, bruciature, notti insonni. Stanno e non pensano a niente, sotto un cielo bianco, di plastica, mentre ritorna l’inverno. Elena passerà l’estate successiva ad invidiare coetanee ancora capaci di farsi del male, di avere degli artigli da spolverare, a guardarsi allo specchio e vedere una sagoma inerme. Cercherà di ritornare alla normalità passando attraverso la sua voce di seta. Sussurrando soffici melodie su un nastro usurato dagli anni e dagli usi, riascoltando il suono di alcune parole nelle notti di neve, con il silenzio tutt’intorno. Non sa ancora di questa sua eccezionalità nel momento in cui smette di correre e decide di scavalcare un cancello di un campo sportivo, mettendo a rischio la tenuta dei suoi jeans strettissimi e della sua giacca di pelle. Mentre con un movimento involontario del polso evita che un braccialetto si incastri in una delle punte del cancello, Neil a stretto contatto con le sue pareti non riesce, come sempre, a pensare a qualche cosa. Lentamente va schiarendosi il cielo, tra circa un’ora l’alba ritornerà sulla città. Elena rimane immobile ad ascoltare il suo respiro e la freschezza del vento, in piedi sul trampolino di una piscina. Il ciuffo di capelli le copre ora completamente la vista, ora le lascia solo un occhio scoperto. Prima che nasca un nuovo giorno la sua mente e le sue pupille si confondono con l’acqua, guardano i suoi piccoli spostamenti, cercano conforto. Le onde leggere sono il ricordo degli abbracci di Neil, del primo istante in cui si era sentita più viva, ma anche desiderio di risvegliarsi invisibile e vagare per il mondo senza poter essere urtata da niente. Essere come le foglie sugli alberi e stare in equilibrio a ricevere luce o dissolvere i sentimenti galleggiando nell’acqua, guardando le stelle cadere. L’alba sta per arrivare. Elena scuote il suo braccio sinistro e si accarezza con le dita ghiacciate un fiore tatuato appena sotto al collo, adagiato su più vertebre. La sua pelle è di porcellana, sanguina, ma nonostante più cadute non andrà mai in frantumi.

Filippo Redaelli

4. Tim Hecker – Virgins

Data di Uscita: 14/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Che cosa ci facevano tutti quei vetrini appesi al soffitto, vicino alla veranda?
I miei occhi scrutavano questa stanza in cui già erano stati ma che al momento faticavano a riconoscere: le tende erano state smontate, l’enorme scrivania di compensato – un tempo quasi interamente sgombera – era adesso ricettacolo di pile di pubblicazioni di ottica, di lenti e cristalli di tutte le dimensioni, alcuni frammenti di specchi. Solo il metronomo era rimasto al suo posto.
Tim arrivò dalla cucina con due birre in mano, mi invitò a sedere e a brindare in onore della nuova impresa in cui si apprestava a cacciarsi: sarebbe tornato per un po’ nel vecchio continente a studiare e sfruttare le potenzialità di un elemento puro come la luce. Stanco di aver esplorato le oscurità asfittiche grondanti di nebbia e droni fino a scoprirne e sviscerarne ogni minima risonanza, voleva spingere oltre il suo talento indiscusso fino ad avventurarsi in nuovi lidi in cui avrebbe, comunque, brillato. La stasi creativa era inconcepibile, per chi era da sempre stato avvezzo a sfidare se stesso e le sue inclinazioni sorprendenti, ma un terreno saturo e battuto per tutta la sua estensione non era più fertile per germogli rigogliosi di nuova linfa, il segreto era scardinare le certezze, trovare altre chiavi per aprire altre porte.
Faceva oscillare i cristalli sospesi e mi faceva notare i prismi di luce che partivano dalle varie superfici e andavano a incidere le pareti, poi mi portò a riflettere sulle lunghezze d’onda, sui parallelismi tra vista e udito e le suggestioni che una mano abile potrebbe produrre dal connubio dei sensi. Il suo aereo diretto a Reykjavík sarebbe partito l’indomani, l’urgenza di depurare da ogni elemento superfluo la sua palette di melodie fino a raggiungere il succo primordiale e incontaminato di suoni vergini, limpidi, come la luce appunto, era pressante.
Appena giunse in Islanda, scelse di spostarsi a Nord della capitale, nella regione dei fiordi, e di alloggiare in una piccola locanda adiacente al porto giusto per il sapore intimo di quelle pareti interamente rivestite in legno caldo, per le torte preparate al mattino dalle mani laboriose dell’anziana signora in cucina, per l’assenza di altri avventori, per la vista sublime dall’ampia finestra della sua stanza: mare in sussulto, navi e un unico molo lunghissimo proteso verso l’infinito. Quello che non aveva messo nel conto era il nautofono che rombava talvolta cogliendolo di sorpresa, rendendogli difficile prendere sonno, insinuandosi tra le immagini e i tintinnii limpidi dei cristalli. In un primo momento aveva avvertito del fastidio: la purezza era irrevocabilmente inquinata. A ben guardare però queste incursioni avevano una loro ragione di esistere e abbracciavano come una scura coperta tesa dal passato le rivelazioni a venire che già sapevano di ghiaccio immacolato, luce candida e note di pianoforte. I droni c’erano ancora, al pari delle radici – inestirpabili per definizione, tuttavia erano docili e sapevano farsi da parte al momento giusto, riuscendo a dialogare col nuovo in maniera dialettica.
In un’alba gelida e chiara, coperta di brina, Tim decise di raggiungere Ben. Strano che ancora non si fossero visti, la loro solida amicizia e la stima reciproca li spingeva spesso a confronti emotivi e creativi, i frutti che ne nascevano erano dei miracoli sonori. Sembrava che Ben lo stesse attendendo, che sapeva che sarebbe arrivato da un momento all’altro; lo invitò ad entrare e chiuse la porta dietro di lui, l’aria in casa odorava di caminetto acceso e vino rosso, ambiente ideale per far confluire pensieri, fobie recondite, suggestioni illuminate. Live Room fu una stanza, o un spazio, che coprì l’arco di due giornate in cui in realtà entrambi persero contatto con il mondo e con le coordinate temporali; le parole spesso lasciavano posto a silenzi eloquenti con gli occhi fissi sulle braci rossastre e vive, riemergevano ricordi dell’uno di gite solitarie tra i lupi dei Carpazi tanto quanto le avventure dell’altro tra foreste di nebbia, scaturivano suoni sinistri e familiari. Poi la sirena del porto sembrava tornasse a tonare sorda anche lì, come se d’improvviso si fossero spostati all’esterno; un canto malinconico che presagiva altre imprese, altri luoghi, e la voglia di perdersi.
La voglia di perdersi nella luce totale. Tim fu risoluto e deciso nell’abbandonare Ben per ricercare l’assenza di buio e lo studio dei vari cristalli esposti ad una fonte praticamente continua.
71° 10′ 21″ di latitudine Nord // 25° 47′ 40″ di longitudine Est, punta Nord dell’isola di Magerøyam, Nord della Norvegia. Questa era la sua destinazione, raggiunta con vari battelli e traghetti, il rumore del nautofono costante riferimento a ricordo della splendida permanenza in Islanda. Il Mare Glaciale Artico e un piccolo capanno a strapiombo sulla distesa d’acqua, pieno di ogni comfort e di appigli per installare gli unici protagonisti di questa seconda parte di viaggio: i cristalli. Il momento era quello più propizio, i calcoli fatti con Ben erano perfetti e la rotazione terrestre aveva raggiunto l’inclinazione esatta. Il Sole, la radice della luce, non sarebbe sceso mai sotto l’orizzonte, la notte non ci sarebbe più stata per un lungo periodo, il crepuscolo inesistente. L’occhio disabituato a questo fenomeno faticava a chiudersi davvero e la contemplazione totale della rifrazione si contorceva su se stessa dando vita a fenomeni di pura allucinazione visiva, cerchi concentrici nel mare si aprivano senza alcun sasso lanciato. LIVE ROOM OUT, lì come a casa di Ben. Questa prorompente autorigenerazione di luce era ciò che Tim cercava per il suo prossimo studio, la sua prossima riproduzione sonora fatta di ascensione e ciclica. Intersecare continuamente i flussi luminosi con un suono ripetuto e sporcato da distese solitarie di droni in lontananza, questo era l’obiettivo finale mentre i cristalli oscillavano. Un monologo prolungato, ribadito con forza e precisione aliena in una volontà di ferro. L’energia sprigionata da questa esposizione tra il violento e il puro era richiudibile in un folgorante concetto: la palingenesi creativa, “che nasce di nuovo”, in un rimando continuo alla rifrazione più chiara. VIRGINAL I/II. L’importanza del riposo e di un quieto risveglio scandito da un battito lontano che si apriva in un loop pulsante smembrato in un’asincronia forzata, la lucentezza e i risvolti più impersonali di un’impresa quasi epica. INCENSE AT ABU GHRAIB + AMPS, DRUGS, HARMONIUM.
Un saluto necessario e completo a quelle terre magiche e ricolme di luce organizzato in un’ultima realizzazione globale, che racchiudeva le immense capacità di Tim. Le rifrazioni di luce ritornarono per un’ultima volta a colorare il cielo di eterni riflessi, la chiusura di una sperimentazione così pura in una distesa di suoni che chiudeva in dissolvenza l’avventura. STAB VARIATION.

Alessandro Ferri e Federica Giaccani

5. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

6. Neko Case – The Worse Things Get, the Harder I Fight, the Harder I Fight, the More I Love You

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Suggestions about a Fragile Crystal

When you catch the light the flood changes direction
And darkens the lens that projects by the skies
As you fly alongside you’ll discover my weakness
I’m not fighting for your freedom
I am fighting to be wise

Le gocce di pioggia corrono verticali lungo la vetrata del bar in cui ti piace passare le tue serate in compagnia dei tuoi drammi, del vecchio Harry Johnson, probabilmente il peggior barman dell’intera Virginia, e di una fedele bottiglia dello scotch più economico esposto al bancone.
I bracciali tintinnano sul polso al sollevarsi del bicchiere per freddare con un bacio l’ultimo pallido fondo alcolico. Le evidenze sono lampanti: il rossetto impresso sul vetro è della stessa tonalità di quello che hai sempre portato in borsa.
Solo pochi giorni prima, tieniti al lato della strada se hai da allacciarti le scarpe, ragazzo. Un severo cenno di risentimento cui ha fatto seguito il tuo inaspettato sorriso premuroso, per poi vederti andar via. Era caldo e mi hai lasciato più indietro, col tuo culo perfetto sul sellino per culi perfetti. Una gonna scura a lutto scomposta dal sottile vento estivo che le impone movimenti invitanti mentre ammicca arroganza disarmante e dichiara con espressione indifferente di non aver mai avuto intenzione di prendere le mie parti.

Non riuscivi a fare a meno di alleggerire con qualche commento ridicolo qualsiasi cosa ti turbasse. Impegnata discepola della satira più pungente, sostenevi che a far ironia ti si allunga la vita.
Per quanto fossero stabili i dogmi che avevi statuito, mutare in clown grotteschi i demoni in armatura che continuavano a incedere sul tuo fronte fragile, non è stato sufficiente a rendere più leggeri gli stessi principi a cui ambivi come fa il suicida con la corda. Ti sentivi minacciata dalle tue ombre come un castello di sabbia di fronte alla marea crescente. Il limitarsi allo sterile blaterare di questioni futili era la tua maschera, la pigrizia che ci costringe saldi alle nostre frustrazioni, l’ansia di perdere contro i propri fantasmi che ci rende indolenti, impreparati a vivere. Sono stanca, si è sentito pronunciare con voce ferma. Era un settembre mite, il cielo sereno, le foglie tinte appena di giallo caldo, se solo fossi riuscito a trovare il coraggio di prenderti la mano. Continuo a nutrire l’illusione che ti sarei bastato.

In fondo sapevo che sarebbe successo, bastava guardarti persa nella luce dell’ovest. Mi hai lasciato solo una mattina, un pezzo di carta recuperato dal secchio degli scarti e poche righe confuse:
Era notte. Tornavo a casa dopo l’ennesima serata chiassosa. Proseguivo per inerzia, abituata al tragitto. Pazzi e barboni ubriachi di freddo e semafori intermittenti che borbottano ritmiche metropolitane.
Ancora giallo. La città non mi è mai sembrata così bella.
Le mie rime pugnalate dalla tristezza chiedono nuovi miraggi. Ho pianto la mia solitudine, supplicato perché potessi ritrovare la strada che porta al fuoco di Prometeo, che col suo ardore sfida gli dei riuscendo così a smussare i vertici dell’infelicità umana. Ho chiesto perdono per ogni mio errore, una preghiera e un calice di sangue in pegno al cielo. Ho provato ad uccidere ogni aspettativa per evitare che l’ennesimo fallimento fosse troppo faticoso da sopportare. Sono stanca del caos a cui siamo costretti contro ogni volontà. Quel caos che turba il nostro vivere, che fa dissolvere i contorni come caligine polverosa e ci priva del diritto sacrosanto di comprendere le nostre scelte. Chiedo che ci sia resa la possibilità di andare avanti liberi da qualsiasi ombra come alberi svestiti dall’inverno incorruttibile, come la più grande benedizione che possa essere concessa. Non ho certezze rispetto a quel che sarà il mio domani. Andrò, dove mi porterà la ricerca del mio bisogno. Sarò, cacciatrice di nuovi paesaggi.

La strada è deserta.
Sebbene a chilometri di distanza, posso immaginarti a cercare stelle maldestre nel sogno di poterne possedere una, stringerla tra le mani, mentre il piede pigia sicuro sull’acceleratore. Investita dall’entusiasmo, urli alla notte tutte le canzoni che hai imparato e sporgi la testa oltre il finestrino, ti ho detto mille volte che è pericoloso. Il cuore pulsa come un martello pneumatico e impera la sensazione che da un momento all’altro esca fuori dal petto e caschi sull’asfalto, inerte, e si lasci a riposo mentre tu resti a guardarlo, ragazzina sull’altalena, con le gambe penzoloni sul bordo del mondo. Un brivido scorre lungo la schiena. È lo stridio di media frequenza che si percepisce quando raschi le unghie sulla lavagna. Sai bene di cosa si tratta. È l’inquietudine che si prova al sapere che a porsi di fronte a te non è un unico traguardo, ma potenziali infiniti. Libero arbitrio e paura hanno lo stesso colore.
Solo chi, come te, teme la libertà, è in grado di perseguirla.

Giulia Delli Santi

7. Fuck Buttons – Slow Focus

Data di Uscita: 22/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

In quel giorno di luglio, a Tulsa l’aria era umida e torrida e apparentemente immobile come l’asfalto infocato delle strade, non si muoveva di un soffio.
Summer cercava refrigerio nell’acqua della piscina gonfiabile in giardino: con i gomiti appoggiati ai bordi e un bikini verde menta che copriva a malapena le forme esplose all’improvviso all’indomani del suo tredicesimo compleanno, biascicava chewingum creando palloni enormi che faceva scoppiare sonoramente per attirare l’attenzione del suo aitante vicino di casa; poi prendeva la gomma da masticare con le dita e la estraeva dalla bocca in un lungo filo penzolante, fingeva di contemplare il cielo mentre sbirciava da sopra le lenti dei grossi occhiali a specchio sperando in una reazione interessata al di là della rete metallica.
Jim lucidava la moto ogni giorno, dopo pranzo, al centro del vialetto di ingresso alla casa, palcoscenico per la sua abilità nell’addomesticare i motori, per i suoi bicipiti gonfiati, jeans stretti e abbronzatura costante di ordinanza; un Narciso di periferia dagli scarsi ideali, si bullava poi la sera al bar con gli amici per le conquiste di cui aveva perso il conto. L’ultima era quella ragazzina alle prime armi con la malizia e la seduzione, e a lui piaceva troppo darsi delle arie come se non provasse alcun sussulto alla vista dei segnali lanciatigli a pochi passi da lui; in realtà veniva colto da un desiderio inconfessabile, proibito. Summer aveva solo tredici anni.
Hank e Miranda avevano ospiti e si davano un gran daffare intorno al barbecue per servire un arrosto che restasse indimenticabile nella memoria dei loro invitati. La villetta era stata rassettata alla perfezione in vista di quel pranzo tanto atteso, ma sul più bello l’aria condizionata aveva smesso di funzionare ed era stata rimpiazzata da un vecchio ventilatore trovato tra gli scatoloni del garage che sibilava fastidiosamente tra le conversazioni intavolate tra i commensali, la ventola di poco disassata andava a sfiorare il grigliato anteriore provocando delle vibrazioni moleste.

A un osservatore esterno, abbassando lentamente la focale a partire da quegli scenari, si dispiegava davanti agli occhi un tessuto urbano via via più articolato e fitto e in scala ridotta, dalla strada si passava all’isolato e poi al quartiere e infine all’intera area della città di Tulsa, Oklahoma. Una panoramica più complessa consentiva di cogliere un’infinita varietà di situazioni, e in ogni giardino, in ogni incrocio, ci si poteva imbattere in un Jim o una Miranda; bastava solo decidere quale spaccato scegliere.
La CNN da qualche ora aveva diramato un’allerta uragano, entro la notte era prevista una brusca variazione dei venti e la formazione di un vortice di immane potenza, ma la Tornado Alley delle Grandi Pianure era così profondamente avvezza a tali allarmi che ultimamente la gente aveva addirittura iniziato a diffidare di comunicati a loro avviso troppo frequenti e a scongiurare la paura rimanendo fedele alla propria routine.
In città da alcune settimane erano arrivati due ragazzi inglesi; a detta delle autorità si trattava di due esperti storm chasers specializzati in fisica al punto di essere in grado di ampliare le conoscenze relative alla previsione dei tornado, ma soprattutto di captare l’energia sprigionata dagli eventi atmosferici e tramutarla in altra forma innocua, una sorta di principio di conservazione dell’energia totale per intenderci. Andrew e Benjamin – questi i loro nomi – avevano preso in affitto un bunker sotterraneo al limite dei sobborghi occidentali di Tulsa, al confine tra l’abitato e le distese d’erba bassa senza soluzione di continuità; avevano portato con loro delle apparecchiature sofisticate accanto a strumenti più noti quali il GPS, quegli attrezzi mai visti suscitavano però alcune perplessità agli occhi dei locali intenditori del settore.

Il pomeriggio trascorse e venne la sera; l’aria, da umida e densa che era, prese a muoversi innescando correnti disordinate che col tempo si facevano sempre più insistenti. Summer e gli altri abitanti di Tulsa e dintorni si arresero all’evidenza e si videro costretti a mettere da parte i piaceri e le prese di posizione davanti a un cielo plumbeo foriero di cupi presagi. L’intera popolazione scomparve, la città precipitò in un silenzio irreale carico di attesa e inquietudine. Andrew e Benjamin, di contro, spalancarono la porta del bunker e uscirono in preda all’eccitazione e all’adrenalina, presero il vento in faccia e aprirono le braccia per essere, anche un solo istante, investiti dal connubio di correnti fresche e calde che di lì a poco si sarebbero sollevate mulinando poco lontano, al di sopra delle loro teste. Carichi degli strumenti portati, si avvicinarono gradualmente al fulcro del vortice mentre rovesci di pioggia impietosa avevano cominciato ad abbattersi sui loro impermeabili. Nel momento stesso che la tromba d’aria spiccò il volo in un turbine distruttivo, i due si schierarono nella spianata erbosa deserta dov’erano giunti e azionarono i dispositivi di contro-azione; la CNN era collegata per trasmettere in diretta lo scontro tra natura e uomo, nessuno riusciva a credere che potesse esistere una resistenza, o ancor più una risposta, alla forza atmosferica a cui già l’Oklahoma era stato costretto a piegarsi e cedere numerose volte.
Dissero che l’energia che scaturì dall’impatto fu di una potenza sconosciuta fino ad allora, il cielo fu investito da scie scure e fluttuanti frammiste a materia assimilabile a quella interstellare; ci furono esplosioni, un rumore di fondo di drone accompagnava le scintille e poi suoni prendevano a galoppare battenti tra i mulinelli fino a venire risucchiati per poi deflagrare di nuovo, dirompenti, dal cono del vortice. Quando anche l’ultimo dei synth si fu estinto, rimase una patina bianca accecante che occultò ogni cosa, talmente violenta da costringere a coprirsi gli occhi per alcuni secondi. Tolte le mani lo stupore generale fu inaudito, di quelli che si sa già che sarebbero finiti nelle pagine della storia: ogni cosa era rimasta al suo posto malgrado il tornado, niente s’era spostato nemmeno di un millimetro, e brillava di nuova luce.

Federica Giaccani

8. Esmerine – Dalmak

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La strada, per Èton, aveva l’odore di lucido per scarpe e il suono di monete dimenticate.
La strada voleva dire l’incrocio tra Rue Sainte-Catherine e Rue Berri, in prossimità della stazione Berri-UQAM della rete metropolitana di Montreal. Puliva le scarpe agli uomini d’affari che emergevano dalle scale mobili e che volevano fare buona impressione durante una riunione. Agli studenti che parcheggiavano la bicicletta nella rastrelliera dopo essersi sporcati di fango attraversando il parco. Ai fedeli che uscivano dalla chiesa pentecostale dopo la funzione, ed erano i più strani: pulisci bene la suola, ragazzo, Dio vede anche sotto le scarpe.
Seduto sui mattoni grigi che facevano da cornice all’aiuola squadrata e senza fiori, Èton imparava a capire le persone che aveva davanti con una rapida occhiata. Li spogliava come se fossero tante spighe di granturco alle quali toglieva tutte le foglie con un sol gesto, lasciando l’interno, così fragile e spesso custodito così male, esposto al giudizio di un contadino disinteressato. Diffidava delle persone con la pelle del volto liscia e le scarpe grinzose. Di chi sorride durante le giornate di pioggia, quando il lucido non penetra nel cuoio, e la noncuranza e le intemperie sconfiggono la tua voglia di riuscire in un’impresa di per sé vana. Èton affrontava i loro sguardi e le loro richieste, accettandole come sfide grazie alle quali migliorarsi.
Nel corso della sua vita Èton era cambiato molte volte, convergendo verso la definizione di un individuo indipendente, assetato, dominatore. Potente. Una volta entrato in possesso dei segreti di una disciplina delegava quella funzione ad altre persone al di sotto di lui, infondendo in quel gesto lo stesso spirito con cui un padrone getta il piatto degli avanzi ai cani. Prediligeva i mezzi di trasporto su rotaie, sulle quali viaggiava sopra un vagone nero di acciaio blindato che aveva progettato lui stesso, e che chiamava loculo. In piedi davanti ad uno dei tanti finestrini laterali, fissava la sua immagine, statica, con le mani dietro la schiena. Il suo riflesso immutabile, in contrasto con il dinamismo del paesaggio circostante, era per lui la più grande beffa a cui doveva assistere ogni giorno, che veniva accolta con un sorriso amaro ed un luccichio pericoloso negli occhi.
Mentre si trovava nella regione spazzata da tempeste di sabbia e datteri rossi, venne a sapere di un eremita che specchiandosi nelle pozze d’acqua sotterranee della Yerebatan Sarnıcı era capace di prendere possesso di quel ritratto che rappresentava ormai l’ultima sfida irrisolta per Èton. Camminando in quella caverna, dove luce e pietra creavano delle sfumature color ruggine sul soffitto a volte, toccava ciascuna delle trecentotrentasei colonne, vedendo in ognuna di esse uno dei limiti che era riuscito a superare. Ad un certo punto la sua attenzione fu catturata da uno scintillio che proveniva da una zona sommersa alla sua sinistra. Si tolse le scarpe per non bagnarle, l’unico vincolo dal quale non voleva, o non poteva, separarsi. Non riuscendo a capire cosa fosse incastrato tra le pietre del fondale, Èton avvicinò la mano per prendere l’oggetto, e quando il suo dito indice sfiorò la superficie dell’acqua riuscì a distinguere quel che aveva attirato il suo sguardo.
La sua sicurezza vacillò quando riconobbe quella piccola moneta di rame, come quelle con cui veniva pagato quando faceva il lustrascarpe seduto sull’aiuola di mattoni grigi. C’erano delle volte, quando una di queste rotolava fino ai suoi piedi dopo essere uscita dalla tasca di un cliente mentre si alzava dalla seggiola, in cui Èton rimaneva tutto il giorno a fissarla, senza prenderla. All’inizio si stupiva di quelle volte in cui, verso sera, guardava dove era caduta la moneta e la ritrovava. Dopo un po’ di tempo capì che le persone guardano verso il basso agli oggetti che non ritengono importanti, con l’indifferenza con cui un elefante calpesta una formica. Ora Èton guardava il suo riflesso frastagliato. Si rendeva conto di aver guardato verso il basso monete, formiche, persone, ed ora vedeva anche se stesso, senza provare alcunchè.
Si guardò intorno. Il suo sguardo corse lungo la vasta sala vuota, mentre si rendeva conto che non esisteva nessun eremita, che la sua ultima sfida consisteva nell’abbandonare tutto quello che aveva faticosamente guadagnato fin’ora.
Tornò sul corridoio, si infilò le scarpe allacciandole con cura, e tornò ad immergersi nell’acqua…
Ricordò quella giornata di pioggia fitta regalata da un cielo timido in cui, senza ombrello o cerata, era rimasto seduto su quell’aiuola senza alzarsi. Lo aveva fatto perchè provava freddo, quel genere di freddo bagnato che ti incolla i vestiti alla pelle e che dura così tanto da farti pensare che non ti abbandonerà mai. A poche ore dal sorgere del sole si era alzato e, allo stremo delle forze, si era avvicinato alla fontana in marmo dall’altra parte della strada. Era entrato con un piede, poi con l’altro, immergendosi infine completamente. Galleggiava sulla superficie dell’acqua con le braccia spalancate e gli occhi rivolti verso l’alto. Le sue lacrime, che non sarebbero più tornate, si erano sciolte in quei lineamenti ondulati, che gli stavano dando il primo abbraccio della sua vita.

Filippo Righetto

9. Bill Callahan – Dream River

Data di Uscita: 17/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I have learned
when things are beautiful
to just keep on,
just keep on

E così lei ha fatto il grande passo, è notizia di questi giorni.
Dopo aver riposto in un baule l’abitino da fata silvana degli esordi, piegato con cura e corredato dalla corona di fiori colorati del ritratto di “Ys”, ha scelto di blindare la sua relazione con l’insipido attore comico Andy Samberg e il suo scintillante circo equestre televisivo. Lontane come non mai le suggestioni della New Weird America ma a un tiro di schioppo, in compenso, quella fama che le è sempre sfuggita, fuori dalla nicchia dorata degli indipendenti. Là dove con Bill Callahan avrebbe potuto vivere alla stregua di una regina per sempre giovane, addosso gli stracci belli di un’arte che può ancora permettersi d’essere povera, attorno la devozione di una corte di colleghi figuranti e l’invidia anche affettuosa del suo popolo adorante. Non deve essere comodo recitare nei panni della musa per un grande cantautore. Che non lesina quando si tratta di regalarti diamanti come pegno d’amore, ma sempre e solo in forma di canzoni. Chissà che noia per l’arpista ragazzina svezzata a pane e musica da quel professore galante e serioso, maturo per lei forse più del necessario. Chissà se almeno l’istantanea d’un pensiero, in una brutta copia appena abbozzata, si sarà soffermata sulla fiamma di ieri, in quei pochi minuti di stordimento sull’altare. E chissà quale pellicola sarà passata sullo schermo mentale di lui, distante mille miglia ma ancora sotto il tiro di un bel plotone di ricordi. Sciacquare via l’amarezza è impresa alla portata, se si viene fiancheggiati dalla tenacia e dall’igiene del tempo. La bellezza invece è tutto un altro paio di maniche. Il tipo di ferita che non si rimargina, le luci accecanti del regno che possono farti piangere, qualcosa che resta dentro e si può occultare, ma non si cancella. Il castano chiaro dei suoi capelli ha virato verso il cenere senza che il bianco e nero delle fotografie ne rendesse conto: un innocuo espediente che gli si perdona con benevolenza. Per la figura di Joanna intagliata nella memoria non si è potuto ricorrere, tuttavia, ad accorgimenti altrettanto validi. Così i diamanti hanno continuato a essere estratti dalla stessa miniera creativa e tagliati da quella sua penna essenziale nel tratto quanto aspra, maestra di disincanto, con la piena esclusiva concessa in questo caso ai soli affezionati ascoltatori.

Per registrare fedelmente il senso di vuoto e di sconforto era servito lo splendido “Sometimes I Wish We Were An Eagle”, quasi una testimonianza a caldo della propria sconfitta e insieme un gioiello di dissimulazione. “Apocalypse” si offrì a breve distanza come breviario folk disadorno, perfetto per l’ora dell’appianamento, mentre “Dream River” si presenta adesso e ha il sapore netto della rimozione. Non quella coatta e intransigente, quella che fa a cazzotti con il passato e strappa tutte le pagine andate del calendario, come fossero batteri da estirpare a forza. No, il nuovo disco di Bill conserva le prerogative dell’inessenziale cronaca di un viaggio. E di un sogno, anche, ovattato dalla bruma sdraiata a pelo dell’acqua, dal vapore mansueto di un treno sbuffante o dai fumi dell’alcol in un anonimo bar alla periferia dell’impero. Un dolce annebbiamento, le cui cadenze sono quelle di una danza che è più che altro un rilassato ciondolare. Birre e ringraziamenti come se non ci fosse un domani, con la sola rassicurazione di un’ironia sempre impeccabile al proprio posto. Come per la precedente raccolta, in bella vista risplende la pacificazione. Ma qui non nasce dall’abbraccio di una solitudine pure opportuna, da mandriano confuso nel paesaggio, bensì dall’appagamento offerto da una nuova relazione di coppia, la sola carta in grado di ricondurre la sua scrittura alla piena armonia con gli altri e con la natura. Con la vita. Anche il registro malinconico non pare poi così irrinunciabile, alla fine, e la posa può aspirare al temperamento oracolare del Leonard Cohen dei tardi capolavori, senza più timori reverenziali. Musicalmente si insiste nel solco delle migliori esplorazioni degli ultimi anni, quelli spesi evitando di nascondersi a oltranza dietro a un moniker, per confortevole che fosse. Si coltiva la medesima essenzialità nient’affatto cruda – levigatissima semmai – del secondo album a proprio nome, con le chitarre nel ruolo esatto che fu degli archi, magico cesello, senza disdegnare di tanto in tanto una sottile increspatura o un modesto fuoco bianco a base di riverberi. I lievi arabeschi di allora, quell’eleganza non pedante, sono lontani ma nemmeno troppo. In un quadro votato a una frugalità di pura sostanza, parsimoniosa e priva di spigoli, con i suoi occasionali scorci luminosi Callahan sembra voler confezionare a sorpresa una collezione di brani intensamente oldhamiani, un country anomalo e zampettante che superi proprio il Principe nel suo stesso terreno d’elezione. Gli arrangiamenti colpiscono nel segno, ancora una volta. Merito di un flauto rubato al Nick Drake di “Five Leavers Left” o “Bryter Layter” – a seconda della vivacità – capace magari di conferire un retrogusto agrodolce davvero prezioso. E merito di quelle sei corde in veste elettroacustica traviate proprio dalla vitalità dionisiaca dei fiati, ora in preda a convulsioni gentili, ora disinvolte nel dispensare sfumature finissime come i Wilco meno marziali.

Tutto questo senza indugiare nella calligrafia. Le ricognizioni di colui che si faceva chiamare Smog rimangono in prima battuta questioni squisitamente emozionali. Si spiegano così i non rari crescendo della parte strumentale, riflesso della necessità non derogabile di lasciarsi andare al cuore, alla primavera incalzante, con un pizzico di salutare negligenza. Bill vi si espone adottando un passo lento ma sicuro, come lo straordinario baritono che calza ormai come un guanto. Si mette a nudo e si confessa, trattando il sentimento invece che le cautele filosofiche di ieri. Ogni suo pezzo continua a essere una sorta di vino da meditazione, un amarone affinato in barrique. Equilibrato, morbido, da assaporare adagio. Il desiderio di potersi sottrarre al congedo dall’esistenza terrena è un’illusione appena, come una freccia scagliata in alto nel cielo e condannata a chiudere la propria parabola nella caduta, inevitabile. Nell’istante perfetto dell’apogeo, l’incontro con la più nobile aspirazione dei giorni trascorsi assieme a Joanna: quell’aquila che era stata l’emblema stesso della compiutezza e ora volteggia solitaria, il fiume come una mappa per orientarsi, prima di assecondare il capriccio onirico e sfumare in un gabbiano destinato a ben altri orizzonti. I contorni del tenue vagheggiare, agevolati dalle ombreggiature della Asat Classic, restano incerti anche quando va in scena la piena estate di un pittore di barche. Perso in una tempesta di pioggia e lampi cui farà seguito la ritrovata quiete dell’anima, il cumulo dei propri ricordi a rappresentare la sua più scintillante ricchezza. L’intimismo non è più un luogo angusto, né una passione astratta. E’ la curiosità che spinge il grosso volatile ad aprirsi e a esplorare in libertà, solo a sprazzi se occorre, prima che venga settembre e sia irresistibile la chiamata di ritorno all’oceano. O di rientro a casa su una strada bellissima e insidiosa, tutta ammantata di neve.
Non si può disconoscere la propria natura. Che richieda il conforto di un prestigio un po’ frivolo, o che induca a vivere come artisti dell’eremitaggio. La si accetta, provando a trarne magari una morale sempre nuova. A volte non occorre davvero altro, se si è bravi a far tesoro di tutta la bellezza incontrata sul proprio cammino e la si porta con sé, senza fermarsi mai.

Stefano Ferreri

10. Lapalux – Nostalchic

Data di Uscita: 26/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Jeremy lavora nella stanza delle fotocopie della EAM.
I suoi compagni si chiamano Kerry, Jenna, Astrid, e Jeremy non saprebbe ancora dire se siano persone reali, o se siano assimilabili a quelle macchine vuote il cui ronzio ammorba la sua esistenza giorno dopo giorno.
Il ronzio, quel ronzio… l’aveva sentito per la prima volta in metrò qualche giorno prima, trasmesso dagli altoparlanti che di solito ospitavano la monotona voce femminile di qualche Essex girl. In piedi, stretto ad un appiglio, aveva visto una mano affusolata e dalle vene in evidenza scivolare nella tasca di un estraneo, per impossessarsi di un oggetto o per donare qualcosa, Jeremy questo non era riuscito a capirlo. Aveva studiato tutti i volti delle persone a lui vicine, ma nessuno aveva visto, tutti continuavano a masticare parole incuranti della bellezza di quel gesto, rapido ed evanescente, ipnotico come quelle girandole che costruiva da bambino per stupire la sua vicina di casa.
Quella sera Jeremy tornò nel suo appartamento, appoggiò le chiavi di casa nella ciotola sul comodino di fianco all’ingresso, si tolse il guanto destro e vide, veramente, la sua mano. Ruotava, lenta, dolce, in un gioco di luce prismatica dove ogni ombra era una domanda non posta, ed ogni solco una risposta da trovare.
Il giorno dopo il suo capo gli chiese se si sentisse bene e lui rispose che si, stava bene, stava estremamente bene. Il ronzio aveva assunto una dimensione pseudo corporea, tradotto da onde meccaniche in linguaggio del corpo. Jeremy continuava a pensare alla scena a cui aveva assistito. Sapeva di essere l’unico ad aver visto, ma non aveva ancora capito completamente… aveva cominciato a scalfire quella patina di insensibilità che, ora se ne rendeva conto, ricopriva ogni cosa.
Jeremy prese la sua decisione qualche mattino dopo, nella stanza delle fotocopie. Indossava per la prima volta, sotto il completo d’obbligo, la sua maglietta preferita.

Che cos’è, realtà. I turbamenti che proviamo nudi, nascosti agli occhi del Mondo, o le emozioni manifestate all’aperto, tra giudizi e riscontri?

La sua mano scivolò sotto il bavero della giacca per poi fermarsi all’altezza dello sterno, a contatto con il tessuto della sua pelle, per poi finire in posizione di riposo…
Tutto ad un tratto i faretti sul soffitto focalizzarono la loro luce bianca in tanti fasci verticali di energia incontaminata, mentre dagli scanner irradiava un bagliore fucsia pallido che abbracciava tutto. Nella camera si sparse il suo profumo, ampio come l’odore di pane appena sfornato, non aggressivo, ma morbido come un ricordo.
E lì, nel centro della stanza, sotto un cielo carminio composto da parole e non da immagini, c’era la sua conferma.

Margherita ha gli occhi che guardano in una direzione opposta rispetto alla sua voce.

Filippo Righetto

Top Ten 2013 – Giulia Delli Santi

1. Bill Callahan – Dream River

Data di Uscita: 17/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I have learned
when things are beautiful
to just keep on,
just keep on

E così lei ha fatto il grande passo, è notizia di questi giorni.
Dopo aver riposto in un baule l’abitino da fata silvana degli esordi, piegato con cura e corredato dalla corona di fiori colorati del ritratto di “Ys”, ha scelto di blindare la sua relazione con l’insipido attore comico Andy Samberg e il suo scintillante circo equestre televisivo. Lontane come non mai le suggestioni della New Weird America ma a un tiro di schioppo, in compenso, quella fama che le è sempre sfuggita, fuori dalla nicchia dorata degli indipendenti. Là dove con Bill Callahan avrebbe potuto vivere alla stregua di una regina per sempre giovane, addosso gli stracci belli di un’arte che può ancora permettersi d’essere povera, attorno la devozione di una corte di colleghi figuranti e l’invidia anche affettuosa del suo popolo adorante. Non deve essere comodo recitare nei panni della musa per un grande cantautore. Che non lesina quando si tratta di regalarti diamanti come pegno d’amore, ma sempre e solo in forma di canzoni. Chissà che noia per l’arpista ragazzina svezzata a pane e musica da quel professore galante e serioso, maturo per lei forse più del necessario. Chissà se almeno l’istantanea d’un pensiero, in una brutta copia appena abbozzata, si sarà soffermata sulla fiamma di ieri, in quei pochi minuti di stordimento sull’altare. E chissà quale pellicola sarà passata sullo schermo mentale di lui, distante mille miglia ma ancora sotto il tiro di un bel plotone di ricordi. Sciacquare via l’amarezza è impresa alla portata, se si viene fiancheggiati dalla tenacia e dall’igiene del tempo. La bellezza invece è tutto un altro paio di maniche. Il tipo di ferita che non si rimargina, le luci accecanti del regno che possono farti piangere, qualcosa che resta dentro e si può occultare, ma non si cancella. Il castano chiaro dei suoi capelli ha virato verso il cenere senza che il bianco e nero delle fotografie ne rendesse conto: un innocuo espediente che gli si perdona con benevolenza. Per la figura di Joanna intagliata nella memoria non si è potuto ricorrere, tuttavia, ad accorgimenti altrettanto validi. Così i diamanti hanno continuato a essere estratti dalla stessa miniera creativa e tagliati da quella sua penna essenziale nel tratto quanto aspra, maestra di disincanto, con la piena esclusiva concessa in questo caso ai soli affezionati ascoltatori.

Per registrare fedelmente il senso di vuoto e di sconforto era servito lo splendido “Sometimes I Wish We Were An Eagle”, quasi una testimonianza a caldo della propria sconfitta e insieme un gioiello di dissimulazione. “Apocalypse” si offrì a breve distanza come breviario folk disadorno, perfetto per l’ora dell’appianamento, mentre “Dream River” si presenta adesso e ha il sapore netto della rimozione. Non quella coatta e intransigente, quella che fa a cazzotti con il passato e strappa tutte le pagine andate del calendario, come fossero batteri da estirpare a forza. No, il nuovo disco di Bill conserva le prerogative dell’inessenziale cronaca di un viaggio. E di un sogno, anche, ovattato dalla bruma sdraiata a pelo dell’acqua, dal vapore mansueto di un treno sbuffante o dai fumi dell’alcol in un anonimo bar alla periferia dell’impero. Un dolce annebbiamento, le cui cadenze sono quelle di una danza che è più che altro un rilassato ciondolare. Birre e ringraziamenti come se non ci fosse un domani, con la sola rassicurazione di un’ironia sempre impeccabile al proprio posto. Come per la precedente raccolta, in bella vista risplende la pacificazione. Ma qui non nasce dall’abbraccio di una solitudine pure opportuna, da mandriano confuso nel paesaggio, bensì dall’appagamento offerto da una nuova relazione di coppia, la sola carta in grado di ricondurre la sua scrittura alla piena armonia con gli altri e con la natura. Con la vita. Anche il registro malinconico non pare poi così irrinunciabile, alla fine, e la posa può aspirare al temperamento oracolare del Leonard Cohen dei tardi capolavori, senza più timori reverenziali. Musicalmente si insiste nel solco delle migliori esplorazioni degli ultimi anni, quelli spesi evitando di nascondersi a oltranza dietro a un moniker, per confortevole che fosse. Si coltiva la medesima essenzialità nient’affatto cruda – levigatissima semmai – del secondo album a proprio nome, con le chitarre nel ruolo esatto che fu degli archi, magico cesello, senza disdegnare di tanto in tanto una sottile increspatura o un modesto fuoco bianco a base di riverberi. I lievi arabeschi di allora, quell’eleganza non pedante, sono lontani ma nemmeno troppo. In un quadro votato a una frugalità di pura sostanza, parsimoniosa e priva di spigoli, con i suoi occasionali scorci luminosi Callahan sembra voler confezionare a sorpresa una collezione di brani intensamente oldhamiani, un country anomalo e zampettante che superi proprio il Principe nel suo stesso terreno d’elezione. Gli arrangiamenti colpiscono nel segno, ancora una volta. Merito di un flauto rubato al Nick Drake di “Five Leavers Left” o “Bryter Layter” – a seconda della vivacità – capace magari di conferire un retrogusto agrodolce davvero prezioso. E merito di quelle sei corde in veste elettroacustica traviate proprio dalla vitalità dionisiaca dei fiati, ora in preda a convulsioni gentili, ora disinvolte nel dispensare sfumature finissime come i Wilco meno marziali.

Tutto questo senza indugiare nella calligrafia. Le ricognizioni di colui che si faceva chiamare Smog rimangono in prima battuta questioni squisitamente emozionali. Si spiegano così i non rari crescendo della parte strumentale, riflesso della necessità non derogabile di lasciarsi andare al cuore, alla primavera incalzante, con un pizzico di salutare negligenza. Bill vi si espone adottando un passo lento ma sicuro, come lo straordinario baritono che calza ormai come un guanto. Si mette a nudo e si confessa, trattando il sentimento invece che le cautele filosofiche di ieri. Ogni suo pezzo continua a essere una sorta di vino da meditazione, un amarone affinato in barrique. Equilibrato, morbido, da assaporare adagio. Il desiderio di potersi sottrarre al congedo dall’esistenza terrena è un’illusione appena, come una freccia scagliata in alto nel cielo e condannata a chiudere la propria parabola nella caduta, inevitabile. Nell’istante perfetto dell’apogeo, l’incontro con la più nobile aspirazione dei giorni trascorsi assieme a Joanna: quell’aquila che era stata l’emblema stesso della compiutezza e ora volteggia solitaria, il fiume come una mappa per orientarsi, prima di assecondare il capriccio onirico e sfumare in un gabbiano destinato a ben altri orizzonti. I contorni del tenue vagheggiare, agevolati dalle ombreggiature della Asat Classic, restano incerti anche quando va in scena la piena estate di un pittore di barche. Perso in una tempesta di pioggia e lampi cui farà seguito la ritrovata quiete dell’anima, il cumulo dei propri ricordi a rappresentare la sua più scintillante ricchezza. L’intimismo non è più un luogo angusto, né una passione astratta. E’ la curiosità che spinge il grosso volatile ad aprirsi e a esplorare in libertà, solo a sprazzi se occorre, prima che venga settembre e sia irresistibile la chiamata di ritorno all’oceano. O di rientro a casa su una strada bellissima e insidiosa, tutta ammantata di neve.
Non si può disconoscere la propria natura. Che richieda il conforto di un prestigio un po’ frivolo, o che induca a vivere come artisti dell’eremitaggio. La si accetta, provando a trarne magari una morale sempre nuova. A volte non occorre davvero altro, se si è bravi a far tesoro di tutta la bellezza incontrata sul proprio cammino e la si porta con sé, senza fermarsi mai.

Stefano Ferreri

2. Plantman – Whispering Trees

Data di Uscita: 16/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Al diavolo le feste comandate. Dimenticati i tacchini in forno, dimenticati i parenti a tavola, dimenticati i ringraziamenti ai parenti in tavola per i tacchini al forno e la salsa ai mirtilli, quello fu il primo anno che decidemmo di partire insieme. L’idea suscitò profonda riluttanza da parte di tua madre, io, tu e una Kaiser Fraser modello Manhattan del cinquantuno. Ciminiera color piscio e grande aderenza, promesse da mio fratello se solo fossi riuscito a metterla in moto: freno a mano in tensione, cambio in folle e piedi staccati dai pedali. Un respiro profondo e una leggera carezza al quadro comandi, come se avessi di fronte un piccolo Robin Redbreast ferito da un ginepro troppo alto, fino alla chiave che giro delicatamente e il motore prende vita. Non c’è fretta, porto il piede sinistro al pedale della frizione e insisto fino in fondo. Un movimento rapido e sicuro della mano fino al cambio, inserisco la prima. Porto a riposo lo stazionamento e lascio andare lentamente il pedale della frizione come se stessi centellinando un olio prezioso e, allo stesso tempo, con il piede destro inizio a premere l’acceleratore sempre piano, sempre delicatamente, come se stessi calpestando una zolla di terra troppo umida, con lo sguardo soddisfatto di chi sa che sta per compiere un miracolo. Ti raccontavo con il tono del più preparato degli insegnanti che guidare una macchina non ha nulla a che fare con l’esperienza. È piuttosto una questione di sensibilità. Tattile anzitutto. Tu mi guardavi con gli occhi di chi ha desiderio d’apprendere, di chi crede di avere di fronte la massima autorità in materia “qualsiasi cosa”. Non l’ho mai negato per la verità. Il mio orgoglio.
Ogni anno la meta era stabilita quasi casualmente, unico riferimento in nostro possesso era una carta della contea dello stesso anno dell’auto. Probabilmente non erano mai state separate. Le pagine ingiallite come l’acero in autunno, avevano lo stesso odore di posacenere e le guide delle pieghe erano consumate al punto d’aver creato dei solchi irreparabili tra le città in parallelo, quasi a voler riportare alla memoria una Berlino appena divisa d’agosto. Ci sentivamo come due pionieri dell’esplorazione, senza mezzi, senza soldi. Ogni passo compiuto era saturo di desiderio, esclusivamente mossi da impulsi di azzardo. Che poi, a volerla raccontare tutta, le nostre non sono mai state così grandi imprese. Ma nelle tue mani le colline dell’Essex, distese di castagno, diventavano impervie montagne cilene e noi, alle loro pendici, scalatori preparati con il desiderio di raggiungere il tetto del mondo che pulsa avido nei nostri stessi stomaci. Appena raggiunto il mare, la passeggiata programmata diventava un’appassionata caccia al feroce halibut che ci vedeva impegnati con potenti mezzi in attesa paziente e vigile, nella speranza che la nostra preda si lasciasse scorgere tradita dai momenti luminosi che dimostrano le alghe, mosse al suo passaggio, se sfiorate dal sole dell’est.
Andiamo a guardare l’alba all’hanningfield reservoir, così hai chiesto, e l’eco della tua voce, mitigata dal muschio che rivestiva la moltitudine di ontano, ci faceva strada fino a valle. Appena usciti dalla fitta coltre arborea, si presenta di fronte a noi uno straordinario cielo trafitto da infiniti dardi luminosi che facevano luce alle morbide colline e al timido lago, così da renderlo un elegantissimo palcoscenico con le sue acque puntellate di minuscole luci danzanti. Quella vista t’impressionava come fosse la cosa più straordinaria che ti potesse capitare e neanch’io avevo mai visto un cielo così. Era talmente pregno di stelle che non riuscivo a riconoscere nessuna della manciata di costellazioni che con gli anni ero riuscito a memorizzare solo per far colpo sulla ragazza di turno. Ci sistemammo ai piedi di un salice, sicuri che la nostra compagnia ne avrebbe fatto cessare il pianto di solitudine. Il cigno, Ercole, la caffettiera. Ti assicuro che esiste, e il tuo sguardo assonnato era mio complice. Ci guardavamo divertiti al pensiero che dal nostro ormai vicino ritorno, conveniva farci trovare pronti a giustificare la fuga improvvisata. Magari con un regalo, che forse avrebbe commosso tua madre al punto da concederci il suo perdono. Mi chiedi se il prossimo anno saremmo partiti ancora e la mia conferma, per il prossimo e per gli anni a seguire, non poteva che trasformarsi in sorriso, che fiorisce come un ciliegio primaverile di fronte alla schiettezza di una domanda sbiascicata un istante prima di cadere addormentata: Vuoi sposarmi papà?

Giulia Delli Santi

3. The Burning Hell – People

Data di Uscita: 16/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mondo è bello perché vario.
Il mondo è bello perché avariato.
Il proverbio e la sua distorsione umoristica. Bravi fratelli e coinquilini, identica dignità per entrambi, nelle stanze vagamente assolate dell’ultimo Burning Hell. Che è ancora il disco di un gruppo e di un uomo solo al comando, one-man band si diceva una volta. Quelli che in Canada continuano a spuntare come funghetti nel sottobosco indipendente, laddove i distratti vacanzieri dell’ascolto non hanno occhi che per la sequoia Arcade Fire, dito di ciclope senza più lune da puntare. Dici Burning Hell e pensi anche Woodpigeon, due menti vulcaniche travestite da orchestre, il più delle volte. Passaparola che valgono una condanna senza appelli alla volatilità. Segreti così ben custoditi da divenire silenziosi anche per chi ne ha musicato le trame, come il Mark Hamilton dimentico del proprio talento nelle prove recenti. A differenza di lui, Mathias Kom non è mai parso tanto concreto come oggi. Sarà il trafiletto nel Guinness dei Primati per quel blitzkrieg tour di ventiquattro ore e dieci date, mezza Europa conquistata attaccando con tre e non difendendo affatto. O forse l’innocuo spettro dell’agorafobia, chiuso finalmente nel cassetto dei ricordi assieme alla cattedra in storia alla Trent University. Non occorrono scuole per insegnare, quando si vive scrivendo canzoni. E non servono comitati accademici, se ad accompagnarti hai l’unico strumento che ti fa sorridere mentre lo suoni.

Il mondo è bello perché è un mosaico. Le singole tessere sono interpreti modeste e diranno anche poco, piccoli smalti anonimi cui non accorderesti il favore di uno sguardo. L’accostamento cromatico rovescia però la prospettiva e ti stupisce nel trovarti stupito. Lo sa bene Mathias quanto sia sfaccettata la realtà umana, avendola già perlustrata in lungo e in largo armato solo di pungente ironia e dell’inseparabile ukulele. Sindaci di rione e patetici musici da bar. Ballerini e bulletti di dubbia prestanza. Romanzieri e filibustieri. In tutti il germe di un insormontabile fallimento esistenziale, ambitissimo bonbon narrativo quando ci si aggrappi come disperati alla prima opportunità utile di evasione dall’inclemenza del proprio specchio. Incuriosito e affascinato dalla ricchezza di una collettività squinternata ma in fondo avvincente, quasi quanto il Woody Guthrie fotografo senza macchina fotografica di “Bound for Glory”, l’eclettico talentino di Peterborough ha confezionato un album piccino davvero superlativo, assemblando nove ritratti teneri e insieme feroci in un affresco che conserva vividi i tratti peculiari della sua arte, ma senza precludersi più elevate aspirazioni. Dai capitani d’industria malati di profitto ai viaggiatori annoiati, dai sognatori destinati a far sempre da tappezzeria ai rapper amatoriali, con i loro deliri di onnipotenza degni dei maestri del culto: tra le pieghe di “People”, Kom si diverte a raccogliere e mettere alla berlina manie e tic contemporanei quasi fosse un bizzarro entomologo innamorato del nostro declino. A rendere più amare le sue ricognizioni, il fatto di includere se stesso senza alcuna scappatoia tra coloro che son sospesi in attesa di dannazione, per aver tradito a giochi fatti l’adulto che sognava di diventare quando nulla ancora era compromesso.

Un disco sui desideri che non saranno mai realizzati, e forse nemmeno espressi. Una raccolta di fiabe nerissime e senza lieto fine, con il fatalismo dei vichinghi a trovare sponde impensabili tra i rapaci spelacchiati delle haciendas messicane. E apocalissi morbide, scabre radure di disincanto, carnevali vitalissimi e scampoli di umbratile intimismo, senza mai darla vinta alla desolazione.
A legare il tutto, nastrino color sangue annodato nel più sontuoso dei fiocchi, l’impareggiabile scetticismo di sempre. Quello inscritto nell’intestazione stessa abbracciata per i propri deliziosi misfatti musicali, il nome rubato a un opuscolo sulla Bibbia e inzuppato in un inchiostro beffardo, così da canzonare la perversione religiosa della cristianità evangelica e di ogni altro fanatismo dogmatico. Paroliere vertiginoso e penna raffinatissima, Mathias non è stanco di giocare con il kit del piccolo enciclopedista e dispensa generoso le sue ardite miscele di sacre scritture e cultura pop, country goticheggiante e dark cabaret, confinando in una misera enclave le tentazioni balcaniche e il pur felice bozzettismo folk cui pareva voler asservire per sempre i suoi Burning Hell. La morte è ancora attrice protagonista, ma a servirla recita un cast che ne affoga i soliloqui in una coralità frastornante, tutta guizzi, ben lontana dal bandismo circense dei tanti Brancaleone yankee apparsi negli ultimi anni. Così i toni gravi sono pareggiati da strumenti caldi e baldanzosi come il clarino della dolce metà, Ariel, o l’allegria del proprio piccolo feticcio a quattro corde. Ci si commuove rimanendo fanciulli ilari, e il treno di “Stand By Me” non ci risparmia. Ma si tratta di semplici sogni, abbaglianti come il freddo sole del nord e programmati per impazzire presto, come una maionese canaglia.

Dici Mathias Kom e pensi anche Elvis Perkins, uno che dalla Grande Mietitrice ha patito più di un tiro mancino. Il superbo artigiano della combriccola “In Dearland”, il desaparecido del western crepuscolare evocato con profitto nella tetra favola di congedo. Dici Mathias Kom e pensi al suo alter-ego giovanile, Mathieu Comme, e lo riconosci per il trasformista scellerato che è sempre stato. In testa la zazzera telespallesca di un novello Adam Duritz, nell’armadio mille travestimenti tutti plausibili: i Soul Coughing sofisticati e meno arditi sperimentatori, i Clientele sinuosi, gli Okkervil River immortalati nel loro meraviglioso candore da diorama sixties. O dei banalissimi Decemberists, che fanno fine e non impegnano granché. Ovunque aleggia poi il fantasma di un impossibile Bill Callahan espressionista, destinato a incarnarsi proprio sul filo di lana in un numero di spiazzante, superbo mimetismo. L’aderenza al modello è totale, pesanti come il piombo i debiti, ma letto alla stregua di un omaggio lo si può perdonare e apprezzare come la bella illusione che è in fondo. Virtuosismi da camaleonte e balocchi intellettuali a parte, in “People” batte davvero il cuore di un pianeta disgraziato e bellissimo. Quella indovinata dai nuovi Burning Hell è un’intonazione tra il confidenziale e lo smaliziato oltremodo convincente, in miracoloso equilibrio tra emotività e calligrafia.
E ci siamo dentro anche noi. Passioni, visioni, utopie, fantasie e falle. Falle soprattutto. Mie e di voi quattro, che avete bruciato interi minuti del vostro tempo prezioso tra i sofismi di questa recensione inservibile, all’inseguimento di un senso che – mi spiace dirvelo – non c’è mai stato.

Stefano Ferreri

4. Neko Case – The Worse Things Get, the Harder I Fight, the Harder I Fight, the More I Love You

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Suggestions about a Fragile Crystal

When you catch the light the flood changes direction
And darkens the lens that projects by the skies
As you fly alongside you’ll discover my weakness
I’m not fighting for your freedom
I am fighting to be wise

Le gocce di pioggia corrono verticali lungo la vetrata del bar in cui ti piace passare le tue serate in compagnia dei tuoi drammi, del vecchio Harry Johnson, probabilmente il peggior barman dell’intera Virginia, e di una fedele bottiglia dello scotch più economico esposto al bancone.
I bracciali tintinnano sul polso al sollevarsi del bicchiere per freddare con un bacio l’ultimo pallido fondo alcolico. Le evidenze sono lampanti: il rossetto impresso sul vetro è della stessa tonalità di quello che hai sempre portato in borsa.
Solo pochi giorni prima, tieniti al lato della strada se hai da allacciarti le scarpe, ragazzo. Un severo cenno di risentimento cui ha fatto seguito il tuo inaspettato sorriso premuroso, per poi vederti andar via. Era caldo e mi hai lasciato più indietro, col tuo culo perfetto sul sellino per culi perfetti. Una gonna scura a lutto scomposta dal sottile vento estivo che le impone movimenti invitanti mentre ammicca arroganza disarmante e dichiara con espressione indifferente di non aver mai avuto intenzione di prendere le mie parti.

Non riuscivi a fare a meno di alleggerire con qualche commento ridicolo qualsiasi cosa ti turbasse. Impegnata discepola della satira più pungente, sostenevi che a far ironia ti si allunga la vita.
Per quanto fossero stabili i dogmi che avevi statuito, mutare in clown grotteschi i demoni in armatura che continuavano a incedere sul tuo fronte fragile, non è stato sufficiente a rendere più leggeri gli stessi principi a cui ambivi come fa il suicida con la corda. Ti sentivi minacciata dalle tue ombre come un castello di sabbia di fronte alla marea crescente. Il limitarsi allo sterile blaterare di questioni futili era la tua maschera, la pigrizia che ci costringe saldi alle nostre frustrazioni, l’ansia di perdere contro i propri fantasmi che ci rende indolenti, impreparati a vivere. Sono stanca, si è sentito pronunciare con voce ferma. Era un settembre mite, il cielo sereno, le foglie tinte appena di giallo caldo, se solo fossi riuscito a trovare il coraggio di prenderti la mano. Continuo a nutrire l’illusione che ti sarei bastato.

In fondo sapevo che sarebbe successo, bastava guardarti persa nella luce dell’ovest. Mi hai lasciato solo una mattina, un pezzo di carta recuperato dal secchio degli scarti e poche righe confuse:
Era notte. Tornavo a casa dopo l’ennesima serata chiassosa. Proseguivo per inerzia, abituata al tragitto. Pazzi e barboni ubriachi di freddo e semafori intermittenti che borbottano ritmiche metropolitane.
Ancora giallo. La città non mi è mai sembrata così bella.
Le mie rime pugnalate dalla tristezza chiedono nuovi miraggi. Ho pianto la mia solitudine, supplicato perché potessi ritrovare la strada che porta al fuoco di Prometeo, che col suo ardore sfida gli dei riuscendo così a smussare i vertici dell’infelicità umana. Ho chiesto perdono per ogni mio errore, una preghiera e un calice di sangue in pegno al cielo. Ho provato ad uccidere ogni aspettativa per evitare che l’ennesimo fallimento fosse troppo faticoso da sopportare. Sono stanca del caos a cui siamo costretti contro ogni volontà. Quel caos che turba il nostro vivere, che fa dissolvere i contorni come caligine polverosa e ci priva del diritto sacrosanto di comprendere le nostre scelte. Chiedo che ci sia resa la possibilità di andare avanti liberi da qualsiasi ombra come alberi svestiti dall’inverno incorruttibile, come la più grande benedizione che possa essere concessa. Non ho certezze rispetto a quel che sarà il mio domani. Andrò, dove mi porterà la ricerca del mio bisogno. Sarò, cacciatrice di nuovi paesaggi.

La strada è deserta.
Sebbene a chilometri di distanza, posso immaginarti a cercare stelle maldestre nel sogno di poterne possedere una, stringerla tra le mani, mentre il piede pigia sicuro sull’acceleratore. Investita dall’entusiasmo, urli alla notte tutte le canzoni che hai imparato e sporgi la testa oltre il finestrino, ti ho detto mille volte che è pericoloso. Il cuore pulsa come un martello pneumatico e impera la sensazione che da un momento all’altro esca fuori dal petto e caschi sull’asfalto, inerte, e si lasci a riposo mentre tu resti a guardarlo, ragazzina sull’altalena, con le gambe penzoloni sul bordo del mondo. Un brivido scorre lungo la schiena. È lo stridio di media frequenza che si percepisce quando raschi le unghie sulla lavagna. Sai bene di cosa si tratta. È l’inquietudine che si prova al sapere che a porsi di fronte a te non è un unico traguardo, ma potenziali infiniti. Libero arbitrio e paura hanno lo stesso colore.
Solo chi, come te, teme la libertà, è in grado di perseguirla.

Giulia Delli Santi

5. Sigur Rós – Kveikur

Data di Uscita: 14/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Við höldum andanum (part II)

Cadevo.
L’avevo scelto quel salto; come avrebbe fatto, forte di anni fusi che colano via in meticolosa preparazione, il più arrogante degli acrobati che guarda, oltre i bastioni, un pubblico incapace per natura a dar fede. In questo modo, si è pronti anche alla più infelice delusione battuta a ritmo di fiato sospeso, in impaziente attesa di sapere come andrà a concludersi. Se, con un po’ di fortuna, in gloria di giudizio conquistato e sangue che ancora scorre elettrico in vena, energico come il riverbero di una fiaccola notturna o, al contrario, con il corpo dilaniato da uno schiaffo che morde feroce, come la luce del giorno brucia il sogno di sparire all’orizzonte di un mattino ancora acerbo. A quel punto tornerei cenere di fronte all’iceberg e mi lascerei soffiare via dal vento, abbandonato in una resa così rassicurante che porta alla memoria il braccio fermo di un vecchio padre.
Cadevo.
I venti metri colonnari si riducono prontamente e presto posso distinguere la grana leggera del fondale basaltico. Sapere della sua taciuta instabilità non può che turbarmi e unica risposta dovrebbe essere a suono d’immobile autorità tirannica, così da evitare che le sue sensualità ti portino a soffocare in un letto di sabbie incostanti.
Ogni errore, ogni scelta inopportuna, con voce dominante mi guida in fierezza alla superficie sconsigliata, conscio che ogni minuto di pentimento non sarebbe sufficiente a cancellare tutti i nei che indosso. In fondo, non ne sento così forte il peso. In onore all’imperfezione, l’alzerò ancora un bicchiere colmo di Bordeaux, affidandomi all’eco dell’ennesimo mantra, che una volta cominciata la ricerca, non si può altro che trovare qualcosa. D’altra parte, la spinta attrattiva è testarda oltre misura, e alternativa improbabile mi vorrebbe airone maggiore, pescatore con le ali, pronto a fuggire se il momento lo richiede.
Cadevo.
Il vapore umido che si solleva a ormai poca differenza dall’impatto, mi circonda in un amplesso facendosi elemento essenziale del rito catartico. A distanza, l’acqua si consegnava sincera come l’ingresso di una tomba entro cui nascondersi a riparo dalle risonanze scomposte di scadenze e commenti non voluti. Ora l’ambiente, reso inospitale dalla luce rifratta attraverso le minuscole particelle che si muovono confuse e che lasciano svanire i contorni, mi costringe a serrare gli occhi in atto di umana difesa di fronte al mutare di tutto ciò che una volta era riconoscibile. Il ricordo della sua trasparenza, che spero non sia tradito, lascia posto al forte l’odore metallico che attraverso le narici riempie gli ultimi istanti, irrorando ogni organo di un impulso adrenalinico al quale, se anche ne avessi la possibilità, non vorrei sottrarmi.
Non resta altro che raccogliere tutto il fiato possibile prima di trattenere il respiro, perché mi trovi pronto a scomparire nella sua moltitudine in liquida.

Giulia Delli Santi

6. Mazzy Star – Seasons of Your Day

Data di Uscita: 24/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sarebbe stato troppo facile cantare una canzone d’amore. Troppo facile per lui che con le note c’era cresciuto. Per lui che sapeva far godere da morire un violino solo sfiorandolo. Come gode un diabetico assaporando l’ultima briciola di torta al cioccolato una sera d’inverno. Mentre fuori nevica. Troppo facile per lui che con la voce faceva vibrare gli umori più reconditi. Sincopati al torace. Giù per lo stomaco. Tra le gambe. No. Sarebbe stato troppo facile. Lui l’avrebbe dipinta. E poco importava che fosse daltonico. Cosa c’era di così diverso dalle note in una tavolozza di colori? In un modo o nell’altro. Alla fine. Tutto si riduceva sempre a dei numeri. I numeri lo tranquillizzavano. Non è forse luce ciò che entra in una radio? Ed il colore? Non è forse luce? Se poi vogliamo dirla tutta. Ruotare la manopola alla ricerca di una canzone mai sentita corrisponde a cambiare sfumatura.
Fu forse la profondità della sua voce. La vibrazione dell’aria in risonanza con qualche movimento dell’universo. Fu forse che Nettuno era in Pesci. O che l’agnello suonò per sbaglio alla casa del Leone. Fu forse un caso. Non si sa. Sta di fatto che lei credette sinceramente che lui sarebbe stato in grado di ritrarla brandendo un pennello invece di un archetto. E quando lui la invitò nel suo garage da musicista vissuto ma non logoro lei accettò.
Il garage era apparentemente in ordine. Espropriato della sua naturale funzione di cimitero di cianfrusaglie dalla dubbia utilità futura. Tabernacolo di ricordi polverosi e bici eternamente rotte. Sfoggiava chitarre lucide alle pareti. Spartiti di contorno. Un divano a strisce rosse e verdi. Vinili cronologicamente datati. Un violino riposto con galanteria in una custodia viola. Un tappeto con un che di già visto. Vittima di qualunquismo da mercatino delle pulci. Una tela per dipingere capitata lì per caso. Immobile e pallida. Incapace di trovare il proprio ruolo. Come uno scalatore in Olanda. Come un marinaio in Lichtenstein.
Quando lei cominciò a togliersi la camicia sentì un leggero brivido di freddo correrle lungo la schiena ad inseguire una pudicizia ormai lontana. Quando si sfilò la gonna lui sentì una leggera scossa risvegliargli l’appetito. Ma non era fame. Era gola. Lei si distese sul divano. Come in una scena scontata di un film in sconto al rivenditore all’angolo. Lui aveva la gola secca. Provò a canticchiare un vecchio blues che si spense prima di vedere la tremolante luce di una lampadina ad incandescenza impiccata al soffitto. Lei respingeva con tutte le sue forze in un angolo della sua mente il disagio di essere nuda con un uomo che neanche la sfiorava.
Intingeva timidamente il pennello e con gesti titubanti tracciava sulla tela i contorni approssimativi dell’oggetto delle sue pulsioni. Aveva la fronte imperlata di sudore. Era emozionato come un antropologo che risvegliato dopo un lungo sonno si ritrova di fronte alla Statua della Libertà sepolta nella sabbia. E intanto riempiva i contorni di sfumature e tonalità delle più disparate frequenze.
Era quasi l’alba quando completò il ritratto. Entrambi accusavano una stanchezza impropria. Surreale. Comprensibile. Lei si rimise le mutande giallo canarino. Quindi coi seni ancora nudi andò a ricercare la propria immagine su quella tela di cui aveva potuto fino a quel momento osservare fin nei minimi particolari solo il lato nascosto su cui nessuno si sofferma mai. Lui la guardava di nascosto. Il respiro affannato. Con l’olfatto acuito per poter carpire la sua essenza nei dettagli. Sperando di riuscire a scorgere l’eccitazione. Lei fissò quei segni rudimentali. Figli di un impegno che appariva sproporzionato messo accanto al risultato. In quel momento sentì fluire via tutto. L’imbarazzo. Il desiderio. Il freddo. La stanchezza.
Provò poi un affetto quasi materno nei suoi confronti. Ma non era dovuto a quei tratti infantili. Non era arrabbiata. Non era offesa. Non credeva di aver perduto tempo. Semplicemente ora vedeva tutto con chiarezza. Come un portatorce nell’estate artica. Aveva capito. E decise di andarsene. Con un sorriso.
Lui non riusciva a capire. Non era un pittore. Questo lo sapeva. Ma suonarle una canzone sarebbe stato troppo facile. La osservò mentre si rivestiva. Nel silenzio che aleggiava. Nessuno aveva più parlato da quando erano entrati. Solo in quel momento se ne rese conto. Ne fu assordato.
Quando fu sulla porta le chiese perché se ne stesse andando via in quel modo. Non capì la risposta che lei gli diede sorridendo. Cosa voleva dire che quel ritratto non era lei? Cosa voleva dire che evidentemente non era lei la donna che lui voleva dipingere? Cosa voleva dire che non erano i suoi occhi quelli sulla tela? Non erano i suoi. Lei aveva gli occhi verdi.
Lui rimase immobile per qualche minuto dopo che lei venne inghiottita dalla luce del sole che sorgeva. Richiudendo la porta dietro di sé. Poi si distese sul divano grigio. Osservando gli occhi sulla tela. Castani. Ma lui non lo sapeva. Fottuto daltonismo.

Pietro Liuzzo Scorpo

7. Nick Cave and The Bad Seeds – Push the Sky Away

Data di Uscita: 18/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Diari

Cara Bee,
ho appena scaricato la foto che ha inviato via mail mia sorella. Come cresce in fretta suo figlio! Per un attimo ho avuto l’impulso di chiamarla ma non trovo le forze, perciò, per non vanificare il mio desiderio di interloquire in qualche maniera con qualcuno, decido di scriverti.
Come sai, da tre mesi mi sono trasferito in questa nuova città e ho trovato una sistemazione soddisfacente seppur precaria. Stamattina ho avuto una piacevole conversazione con un personaggio del posto. Dice di essere stato frate eremita per quindici anni, poi è tornato nel mondo civilizzato ma qui tutti lo definiscono un po’ matto; sarà, ma ho scorto nei suoi occhi tutta la fibrillazione e il candore di uno spirito completamente libero, privo di imposizioni. Non fraintendermi, non intendo scomparire, tagliare ogni tipo di contatto ed emulare le gesta di quell’uomo fuori dal tempo. Tuttavia credo sia indispensabile, giunto oramai a un punto cruciale della mia vita, mettere in fila i fotogrammi di ieri e quelli di oggi per riconoscere e annotare le cose importanti e le cose superflue per poi dividerle le une dalle altre.
Non è la mia una semplice cesura, una raccolta differenziata dei sentimenti, delle gioie, delle speranze e dei tormenti. Né voglio montare un patetico filmino dei ricordi. È una necessità, questa, di rispondere a una domanda: cosa sto facendo?
Per rispondere al meglio a questo quesito ho pensato bene di osservare. Osservare quanto più posso ogni cosa che ha a che fare con la mia quotidianità, staccarmene.
Ti aggiorno presto,

Kin

***

Cara Bee,
detto, fatto. Ti aggiorno con grande soddisfazione. Riflettendo sul bisogno di osservare, l’altro giorno ho pensato bene di andare in cima a una collina dalla quale si ammira un bellissimo scorcio della città coi suoi due campanili che sembrano grattare le nuvole.
Sarà un brano rock and roll ascoltato in auto, sarà stata la velocità con la quale guidavo; alla fine mi sono sentito sollevato. “Sollevato”, credo di aver trovato il termine appropriato. Lì, su quella collina mi sembrava di dominare il mondo, non nel senso di comandare o chissà che. Sentivo di reggere il mondo, il mio mondo fatto anche di piccole banalità. Una canzone dice: “quando senti di aver ottenuto tutto ciò per cui sei venuto, se tutto hai ottenuto e non hai altro da chiedere, devi solo sollevare, sollevare il cielo più in là”. Ebbene, non sento altro nella testa, non sento di dover rispondere più a nessuna domanda. Adesso sento solo delle cose da fare. E tutto ciò mi… solleva!
Non vedo l’ora di rivedere mia sorella e conoscere mio nipote.

Kin

Andrea Russo

8. Basia Bulat – Tall Tall Shadow

Data di Uscita: 01/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La decisione con cui la vidi legarsi i lacci degli stivali invernali era il preludio di una nuova stagione del contrasto tra gli spettri di luce più chiara e più scura delle sue emozioni. “Cercherò di dipingere la mia ombra migliore”, continuava a ripetermi un pomeriggio, mentre sorseggiava del tè seduta a gambe incrociate su una poltrona ottocentesca, la neve che crolla dai rami di fuori, la tappezzeria floreale a ricordare i fasti di quella vecchia residenza nobiliare, adibita in parte a studio musicale. Solo il modo in cui portava la tazzina alle labbra era musica, la natura ricoperta di bianco come perfetta scenografia, il suo sguardo sempre basso, immobile per certi versi, sicuramente concentrato su possibili nuovi paesaggi da inventare. “Prova a premere ripetutamente un tasto del pianoforte a tua scelta, davvero, non m’importa quale sia, voglio solo concentrarmi su un suono per almeno un minuto, devo scacciare l’avvicinarsi di memorie non desiderate ” – A dispetto della terra dei ghiacci evocata dal cielo di oggi, l’avevo vista per la prima volta raccogliere rose in un prato a fianco di una antica cattedrale. Ne portava così tante tra le braccia che ancora mi domando come riuscì a non farne cadere nessuna, mentre un suo sorriso genuino riusciva a gareggiare con i colori della natura della foresta al tramonto. Stringemmo un sodalizio musicale e da quel giorno non ho più smesso di scrivere dei resoconti delle nostre reinterpretazioni della tradizione. C’erano atmosfere esistenti da sempre tra le sue corde vocali, non poteva scostare il percorso, la linea era già tracciata da tempo. Incominciai a pensare seriamente di dedicarmi a raccogliere materiali per una sua autobiografia il giorno in cui confessò ad una cena tra amici che, durante la sua infanzia e prima giovinezza, aveva sempre ascoltato la stessa stazione radio, specializzata in americana, country e blues, e soprattutto per questo la sua concezione di musica si era sempre orientata con naturalezza entro questi confini, riuscendo a trovare orizzonti più ampi e sempre a proprio agio nella così detta ‘modernità’ che qualsiasi nuova sperimentazione non riuscirebbe neppure a immaginare. Le bastava socchiudere gli occhi per essere altrove, sentirsi nel posto più giusto per lei in quel momento, sognare l’autostrada in cui voleva correre, il luogo in cui valeva la pena raggiungere qualcosa, per cui avrebbe anche accettato di barattare qualche sfaccettatura della sua personalità per sentirsi più vicina alla meta. Slegarsi da qualsiasi routine a fondo cieco, rendersi capaci di percepirsi come sola voce, estraniata da tutto, su qualsiasi palcoscenico o terrazzo, treno o stanza d’albergo. “Quando trovo la combinazione giusta d’accordi mi si scioglie la spina dorsale” e sorride, e le credo, perché avviene sul serio, succede anche a me quando la vedo comporre, è questo che può fare la magia, e la musica è la più naturale delle arti magiche. Dopo aver preparato il caffè rigiro tra le dita le foto preparate per la copertina ed il lancio del nuovo album, “raggiungerai un nuovo grande numero di ascoltatori”, penso tra me. Sembri una diva degli anni sessanta,sono orgoglioso di collaborare per questo progetto, sei riuscita a scrivere ancora di storie che in un attimo possono far crollare ogni cancello arrugginito, aprirsi verso torrenti d’azzurro, spazi ancora da scoprire, città senza fiumi comunque sognanti, amori possibili da restaurare. “Come ho fatto ad arrivare fin qui con questa grande forza d’animo, riuscendo a tenere insieme tutti i pezzi” potrebbe pensare lei stessa in un momento di vuoto, come potrebbe essere sempre più in grado di non lasciarsi visitare da pensieri sulla sua passata fragilità, meglio dimenticarsi di come fosse. La sbircio canticchiare senza emettere suono il ritornello di “Someone”, e penso a quanta gente buona di cuore meriterebbe di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, danzare a piedi nudi su un tappeto persiano e scrivere nuove canzoni sul vetro appannato. Che sia Amsterdam o Parigi o qualsiasi altra città scritta nel tuo cuore lei suonerà perché le coincidenze si avverino, non solo nelle tue lettere piene di lacrime e nostalgia, non solo nei tuoi sorrisi notturni, oltre il silenzio profondo dei sentimenti più veri ignorati per approssimazione dal destinatario, chiudere gli occhi tenendoli aperti sul mondo e imparare a viaggiare in qualsiasi situazione, un inno all’escapismo più rarefatto e al potere delle fiabe conquistate anche una volta superata l’infanzia. “Spero che tutto questo non sparisca come quel fiocco di neve che non riesco più a ritrovare tra i rami ricoperti di quell’albero.. Lo spero davvero. Lo spero con tutto il mio cuore. Canterò una canzone anche per lui. Spero che nessuno mi lascerà mai cadere così lontano da tutto, così come spero ancora che tutta questa musica non rimanga inascoltata, che qualcuno riesca a sentirsi più forte o ispirato anche grazie a lei, spero davvero che tutte queste cose possano lasciare un segno, che ci si riabitui a prendersi cura dei fiocchi di neve” . Succederà, te lo prometto. Da qui in poi ci impegneremo tutti sempre di più, proveremo ad aiutarci a vicenda, senza esitazioni e con passione nel cuore, “come nell’attimo in cui le dita e i tasti del pianoforte si cercano e si trovano, regalando armonia”, come dici meglio tu.

Filippo Redaelli

9. Kurt Vile – Wakin on a Pretty Daze

Data di Uscita: 09/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Erano le sei. Non si capiva se stavo alzandomi o andando a dormire. Ma la luce del sole era così bella che non potei far altro che alzarmi. Il pavimento era freddo e le mattonelle piene di polvere. Indossai una maglietta e aggiunsi sopra, aperta, una sbiadita camicia a quadri. Presi i primi pantaloni che trovai e andai a bagnarmi la faccia con dell’acqua gelata.
Uscii fuori e il cane venne a salutarmi. Si stava bene. La sottile brezza sembrava essere dalla mia parte e gli altri cani, stranamente, stavano in silenzio. Non pensavo affatto a come avrei fatto a vivere le prossime due settimane senza soldi.
Mi infilai un paio di calze doppie e un vecchio paio di scarpe di cuoio. Pensai di prendere il furgone e andare in città, ma andai ad aprire il cancello delle galline, che cominciarono a scappare dappertutto dentro il recinto. Raccolsi un paio di uova e le andai a friggere con una spessa striscia di pancetta. Mentre la padella scoppiettava andai a mettere un disco di Neil Young.
Mangiai con molta calma e bevvi pure un bicchiere di vino. Lessi un po’ e presi il furgone. Mi avviai senza sapere esattamente dove andare.
Arrivai in città in un’ora, dopo aver corso discretamente. Ero riuscito a trovare una specie di manager, anche se la cosa non mi interessava più di tanto. L’avevo sentito solo a telefono. Ci incontrammo davanti a un bar e non mi fece una buona impressione. Mi disse che avrei suonato la settimana successiva, in una serata con dei buoni gruppi e mi aggiunse una data a fine mese in una specie di bettola in cui però ci andava anche qualcuno a cui piaceva la musica. Di soldi non se ne parlava proprio, perciò rimanevo col dubbio su come campare nelle settimane che mi rimanevano.
Andai a bere un whiskey and soda con gli ultimi spiccioli che avevo. Al bar tenevano il volume della radio alto, probabilmente per rintronare i clienti che arrivavano là mezzi sbronzi e, vista l’impossibilità di parlare con qualcuno, si preoccupavano soltanto di far diventare intera la loro sbronza.
Il sole era ormai alto e non sapevo che ora fosse, così mi riavviai velocemente verso casa.
Isis stava già preparando da mangiare e non mi chiese nemmeno dove ero stato, ma mi sorrise. Suonai per lei un blues col vecchio pianoforte a muro che si trovava in quella casa prima che ci arrivassi io.
Erano anni che non sapevo più se fossi innamorato di lei, ma non me ne facevo più un problema, bastava guardarla sorridere o fare qualsiasi cosa con la sua innata eleganza per convincersi di amarla.
Il pranzo fu scarno ma buono e ci stendemmo sul divano abbastanza soddisfatti. Le piaceva guardarmi mentre pensavo. Parlammo del nostro programma per la giornata: riposare un po’, mangiare una mela, fare l’amore, riparare la finestra del bagno. Il programma fu rispettato ed Isis andò a lavorare.
Andai ad annaffiare l’orto, me n’ero dimenticato la mattina, e rientrai a casa per leggere. Continuai a leggere per molto tempo, saltando la cena, finché tornò Isis dal ristorante con due bistecche che dei clienti schizzinosi non avevano neanche toccato. Quindi mangiammo insieme e andammo in camera.
Io tornai fuori e alzai gli occhi in alto. La notte nera e il cielo stellato sembravano essere d’accordo con me: ero fottuto, ma me la cavavo bene.
La giornata era finita, senza sorprese, ma il giorno dopo sarebbero potute cambiare parecchie cose, soprattutto nella mia testa, ma quella giornata era comunque finita così, ed ero contento.

Marco Di Memmo

10. Fuck Buttons – Slow Focus

Data di Uscita: 22/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

In quel giorno di luglio, a Tulsa l’aria era umida e torrida e apparentemente immobile come l’asfalto infocato delle strade, non si muoveva di un soffio.
Summer cercava refrigerio nell’acqua della piscina gonfiabile in giardino: con i gomiti appoggiati ai bordi e un bikini verde menta che copriva a malapena le forme esplose all’improvviso all’indomani del suo tredicesimo compleanno, biascicava chewingum creando palloni enormi che faceva scoppiare sonoramente per attirare l’attenzione del suo aitante vicino di casa; poi prendeva la gomma da masticare con le dita e la estraeva dalla bocca in un lungo filo penzolante, fingeva di contemplare il cielo mentre sbirciava da sopra le lenti dei grossi occhiali a specchio sperando in una reazione interessata al di là della rete metallica.
Jim lucidava la moto ogni giorno, dopo pranzo, al centro del vialetto di ingresso alla casa, palcoscenico per la sua abilità nell’addomesticare i motori, per i suoi bicipiti gonfiati, jeans stretti e abbronzatura costante di ordinanza; un Narciso di periferia dagli scarsi ideali, si bullava poi la sera al bar con gli amici per le conquiste di cui aveva perso il conto. L’ultima era quella ragazzina alle prime armi con la malizia e la seduzione, e a lui piaceva troppo darsi delle arie come se non provasse alcun sussulto alla vista dei segnali lanciatigli a pochi passi da lui; in realtà veniva colto da un desiderio inconfessabile, proibito. Summer aveva solo tredici anni.
Hank e Miranda avevano ospiti e si davano un gran daffare intorno al barbecue per servire un arrosto che restasse indimenticabile nella memoria dei loro invitati. La villetta era stata rassettata alla perfezione in vista di quel pranzo tanto atteso, ma sul più bello l’aria condizionata aveva smesso di funzionare ed era stata rimpiazzata da un vecchio ventilatore trovato tra gli scatoloni del garage che sibilava fastidiosamente tra le conversazioni intavolate tra i commensali, la ventola di poco disassata andava a sfiorare il grigliato anteriore provocando delle vibrazioni moleste.

A un osservatore esterno, abbassando lentamente la focale a partire da quegli scenari, si dispiegava davanti agli occhi un tessuto urbano via via più articolato e fitto e in scala ridotta, dalla strada si passava all’isolato e poi al quartiere e infine all’intera area della città di Tulsa, Oklahoma. Una panoramica più complessa consentiva di cogliere un’infinita varietà di situazioni, e in ogni giardino, in ogni incrocio, ci si poteva imbattere in un Jim o una Miranda; bastava solo decidere quale spaccato scegliere.
La CNN da qualche ora aveva diramato un’allerta uragano, entro la notte era prevista una brusca variazione dei venti e la formazione di un vortice di immane potenza, ma la Tornado Alley delle Grandi Pianure era così profondamente avvezza a tali allarmi che ultimamente la gente aveva addirittura iniziato a diffidare di comunicati a loro avviso troppo frequenti e a scongiurare la paura rimanendo fedele alla propria routine.
In città da alcune settimane erano arrivati due ragazzi inglesi; a detta delle autorità si trattava di due esperti storm chasers specializzati in fisica al punto di essere in grado di ampliare le conoscenze relative alla previsione dei tornado, ma soprattutto di captare l’energia sprigionata dagli eventi atmosferici e tramutarla in altra forma innocua, una sorta di principio di conservazione dell’energia totale per intenderci. Andrew e Benjamin – questi i loro nomi – avevano preso in affitto un bunker sotterraneo al limite dei sobborghi occidentali di Tulsa, al confine tra l’abitato e le distese d’erba bassa senza soluzione di continuità; avevano portato con loro delle apparecchiature sofisticate accanto a strumenti più noti quali il GPS, quegli attrezzi mai visti suscitavano però alcune perplessità agli occhi dei locali intenditori del settore.

Il pomeriggio trascorse e venne la sera; l’aria, da umida e densa che era, prese a muoversi innescando correnti disordinate che col tempo si facevano sempre più insistenti. Summer e gli altri abitanti di Tulsa e dintorni si arresero all’evidenza e si videro costretti a mettere da parte i piaceri e le prese di posizione davanti a un cielo plumbeo foriero di cupi presagi. L’intera popolazione scomparve, la città precipitò in un silenzio irreale carico di attesa e inquietudine. Andrew e Benjamin, di contro, spalancarono la porta del bunker e uscirono in preda all’eccitazione e all’adrenalina, presero il vento in faccia e aprirono le braccia per essere, anche un solo istante, investiti dal connubio di correnti fresche e calde che di lì a poco si sarebbero sollevate mulinando poco lontano, al di sopra delle loro teste. Carichi degli strumenti portati, si avvicinarono gradualmente al fulcro del vortice mentre rovesci di pioggia impietosa avevano cominciato ad abbattersi sui loro impermeabili. Nel momento stesso che la tromba d’aria spiccò il volo in un turbine distruttivo, i due si schierarono nella spianata erbosa deserta dov’erano giunti e azionarono i dispositivi di contro-azione; la CNN era collegata per trasmettere in diretta lo scontro tra natura e uomo, nessuno riusciva a credere che potesse esistere una resistenza, o ancor più una risposta, alla forza atmosferica a cui già l’Oklahoma era stato costretto a piegarsi e cedere numerose volte.
Dissero che l’energia che scaturì dall’impatto fu di una potenza sconosciuta fino ad allora, il cielo fu investito da scie scure e fluttuanti frammiste a materia assimilabile a quella interstellare; ci furono esplosioni, un rumore di fondo di drone accompagnava le scintille e poi suoni prendevano a galoppare battenti tra i mulinelli fino a venire risucchiati per poi deflagrare di nuovo, dirompenti, dal cono del vortice. Quando anche l’ultimo dei synth si fu estinto, rimase una patina bianca accecante che occultò ogni cosa, talmente violenta da costringere a coprirsi gli occhi per alcuni secondi. Tolte le mani lo stupore generale fu inaudito, di quelli che si sa già che sarebbero finiti nelle pagine della storia: ogni cosa era rimasta al suo posto malgrado il tornado, niente s’era spostato nemmeno di un millimetro, e brillava di nuova luce.

Federica Giaccani

Top Ten 2013 – Samuele Pica

1. Atoms for Peace – Amok

Data di Uscita: 25/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

C’è un pesce biondo, schizofrenico, che balla tra le onde conturbanti del Mozambico e sa mutare le sue pinne in ali, portandosi dall’estremo sud dell’Africa fino ai deserti occidentali di questo continente, dove si nutre delle onde sonore emesse dalle chitarre e ruba le antichissime storie dei griot.
Disperde la propria materia nel vento e si affida alle perturbazioni che lo portano in America. Ora non ha più una sostanza, non sa di cosa sia fatto, etereo ed eterno.
Vibra nell’aria di oscure cantine newyorkesi, vorticando amorosamente con la musica di nere chitarre elettriche. Si sposta nelle immense praterie, strisciando selvaggiamente nella folta pelliccia dei bisonti che si scaraventano verso la vita; corre senza sosta nelle infinite distese di mais, seducendo folli ragazze dagli occhi azzurri che spargono la loro esistenza nel mondo. Arriva nell’assolata costa occidentale per poter portare la sua non-materia su una materia che gli consentirà di infilarsi tra le fragili fibre del tessuto della storia.

Dal mio cervello parte l’impulso nervoso, dalle mie dita di carne nervi sangue ed ossa il movimento, dal movimento delle mie dita prende vita la macchina. Dal mio cervello elettrico partono le macchine, il creato elettrico. S’incrocia l’umano con la sua tecnica fino a confondersi; il braccio di uomo afferra il fianco di donna, il campione viene afferrato da una bizzarra linea melodica. Onde tra onde, urti, spinte, forze.

Da un’indescrivibile acqua sonora guizza un pesce giallo, sempre più pazzo, fa esplodere bombe letali e poi si pente, dona gli atomi alla pace. Dalle sale losangeline si tuffa direttamente nel Pacifico, con un salto folle, disperato, pieno di coraggio e libido, teso verso la gioia, verso il senso.
Nuota per centinaia di chilometri, lungo le coste del Messico; attraversa il canale di Panama e si riapre all’Atlantico. Percorre le coste assolate toccando nudi corpi bruni, dimentica il nord e la fredda sostanza del silicio, e tra i tetti di lamiera rotola fino alle pelli tese dei tamburi che lo scagliano in alto, di spiaggia in spiaggia, dove alterna fuochi e feste a miseria e disperazione.
La sua è una continua mutazione, pesce petalo uccello onda uomo, cambia la sua forma ingenuamente e si muove quasi a spasmi, con scatti, contorsioni, passi leggeri, nella naturale artificialità della danza, muta il suo stupore elettronico in concretezza umana, scivolando dagli anonimi tasti di un computer fino alle braccia di cinque uomini moderni in tutto, ma non dissimili dai rapsodi o dalla prima persona che ha raccontato una storia.

C’è solo una secolare ubriachezza che ci può salvare da questo martirio naturale eppure così folle e insensato, è un’ebbrezza violenta che, in una delle sue forme, ci fa impugnare un pugnale fatto di materia da percuotere, un pugnale che scagliamo contro il pesante corpo del tempo, perforandolo con onde sacre a cui diamo spesso il nome di Musica.

Marco Di Memmo

2. John Cohen – Deaf Arena

Data di Uscita: 28/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Immagino ogni giorno
La fine.
Il buio che entra nel corpo, le mani
Fredde di sangue raffermo.
Il canto lontano di un sogno,
la voce diventa melodia di rumori
in sottofondo.
Il respiro scandisce nell’aria il mio tempo
E la vista diventa sfocata.
Nessuno può sentirmi,
perché non so più gridare, soffoco.
Un altro respiro, un altro
Un brivido caldo mi avvolge le ossa,
una lacrima scorre lungo il viso.
Un ultimo sogno vorrei fare
Un ultimo sogno.
Ma sento un tonfo nel petto
E il sale del pianto sulle labbra socchiuse.

Che cosa vuoi che sia la morte?, diceva Andy a John, in un giorno di pioggia in cui anche la pioggia era stanca di cadere.
È meglio il niente, a vivere in fondo si muore, diceva Andy a John, mentre le gocce si arrampicavano al vetro della finestra, come tentassero di non scivolare via, per sempre.
Forse hai ragione, diceva alla fine John a Andy, come rassegnato, come la pioggia, a cadere, per sempre.
Alla fine, siamo tutti sordi, come un’onda che si infrange in mare aperto.

Samuele Pica

3. Moderat – II

Data di Uscita: 02/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sarei dovuto arrivare in piena estate, e suonare al tuo campanello con la speranza di non incontrare qualche tuo amico scendere per le scale di corsa e smuovere in me quelle sciocche gelosie da ragazzini; sarei poi entrato di slancio, lasciando cadere il borsone, e ti avrei stretto a me con la foga di chi ha aspettato tanto per poter avere ciò che desidera. Poi, come altre volte, saremmo andati ad affondare i piedi nella sabbia del lungofiume facendo attenzione a non inciampare negli arbusti selvatici cresciuti spontaneamente, fino ad arrivare al margine dove ci saremmo seduti, le gambe a ciondoloni nel vuoto, una birra in mano, incontri concerti e sventure e coincidenze mancate da raccontarci. Poi sarebbero giunte le notti, quelle che fai a fatica a discernere tra loro perché si uniscono l’un l’altra in un continuum spazio-temporale, a entrare e uscire dai clubs fumosi con l’elettronica avvolgente, in questa città in cui per nessuno sembra mai arrivare il momento giusto per andare a dormire. Ci saremmo svegliati all’ora di pranzo, col sole alto e il vociare allegro della gente dei caffè sotto le tue finestre; avrei cercato di scompigliare i tuoi capelli cortissimi approfittando del tuo daffare ai fornelli, omelette veloce e un bel piatto di verdure, o mi avresti portato a visitare una galleria d’arte aperta da poco, o a comprare i semi per le piante con cui avevi in mente da tanto di abbellire il terrazzino della cucina.

Ricordo ancora come avevi quasi supplicato che ti raggiungessi col caldo, usando ogni mezzo in tuo possesso per fare breccia nella pigrizia cronica di cui ho sempre sofferto; avevi dipinto immagini reali di lunghe camminate in strade nuove, e ore d’amore e di progetti da costruire assieme bevendo tè verde. Stavolta l’impresa era ardua più del solito, mi ero rabbuiato, orde di preoccupazioni e fobie rendevano insuperabili anche gli ostacoli più stupidi; avrei dovuto parlare sin da subito di attacchi di panico, la mia bocca tuttavia aveva un timore folle di pronunciare le cose con il loro vero nome, e la testa rifuggiva le oggettive definizioni. Cominciai ad accampare scuse strampalate, a cui tu giustamente non hai mai creduto. Lo si intuiva dalle tue risposte via via più rade e stanche, le argomentazioni andavano dissolvendosi e gli stimoli affievolivano davanti al mio muro privo di spiegazioni plausibili. E come darti torto, d’altronde? A un certo punto smettesti di scrivermi e chiamarmi, probabilmente al culmine dell’esasperazione, per salvare il tuo diritto a mantenere un equilibrio stabile, non messo a repentaglio dalle acrobazie su fili sghembi di chi stava combattendo con le proprie turbe interiori. D’altra parte mi ero impegnato eccome per tenerti lontana e cercare di dileguarmi dai tuoi giorni, dai tuoi occhi; malgrado ciò la tua assenza, improvvisa, non riuscivo ad accettarla, né a farci l’abitudine. Avevo smesso anche di rispondere al telefono, nella paura che di là dal cavo ci fossero obblighi da adempiere che mi avrebbero costretto a compiere azioni e a prendere delle decisioni. Quando mi coricavo il respiro mi si strozzava in gola, e nell’angoscia di non vedere un domani mi rialzavo a sedere; la notte in cui mi scostai le lenzuola di dosso e sgusciai dal letto, passai in rassegna col dito tutti i libri ritti e ordinati che tenevo negli scaffali, fino ad arrivare alle cornici che inquadravano foto indimenticabili dei momenti felici. Tolta quella da bambino, con la mia famiglia e la torta di compleanno, tu eri in tutte. Il tuo sorriso ancora riusciva a scuotermi, a illuminare un angolo recondito in me.

L’aereo atterrò che si era fatta mattina da poco, e l’aria era frizzante e velata della prima nebbiolina di settembre: com’erano distanti i giorni radiosi di occhiali scuri e notti danzanti! La città appariva diversa e inedita al mio sguardo timido, quasi vergognoso. Era la prima volta che la vedevo, la vivevo, così. Sapevo che te ne saresti andata prima dell’arrivo dell’autunno, una casa di moda di Buenos Aires aveva scelto i tuoi bozzetti per una nuova collezione di costumi da bagno; decisi ugualmente di fare un tentativo disperato e tu non c’eri più per davvero, un cartello “affittasi” aveva preso il posto della biancheria stesa in terrazzo, l’orto pensile te lo eri portato con te o lo avevi regalato a Corinna, come dicevi sempre.
Presi a girovagare come un cane randagio, inquieto; le cuffie le avevo lasciate in valigia e non mi servivano, da ogni finestra o negozio o caffè arrivava musica dolce e ammorbidita da battiti delicati immersi nella techno a me cara, nuova declinazione dell’elettronica che amavamo ascoltare insieme, inusuale ma familiare.
This is not what you wanted
Not what you had in mind

Quando non è più la stagione delle feste spensierate ma quella intimista delle scelte, dei conti con la coscienza, della cura dei legami e dei sentimenti, i rimpianti si moltiplicano e ti fanno maledire la tua paralisi, la mancata richiesta di aiuto che avrebbe potuto salvarti in tempo per non perdere il treno della vita. Scansavo coi piedi le prime foglie cadute in un autunno acerbo sui ritmi di dubstep e nostalgia, e mi sembrava quasi che tutta questa mancanza fosse una messa in scena, ché tu in realtà ti stessi nascondendo dietro una tenda o in auto dai vetri scuri per spiare le mie mosse e vedere cos’avrei fatto, se me la sarei cavata.
La notte mi arrischiai nei locali, avevo un’urgente necessità di ritmo e di rincorse sintetiche; scolai in un unico sorso il gin tonic appoggiato alla ringhiera del soppalco sospeso sulla pista da ballo, aveva lo stesso sapore di quando lo bevevo con te e questa cosa mi rincuorò ingenuamente.
Al mattino tornai alla tua porta e la musica si era fatta nuovamente meditativa e avvolgente, quasi romantica se vogliamo, il punto di arrivo era univoco, “I see the damage I’ve done”. Scrissi una breve lettera tanto impulsiva quanto sincera sull’incarto del pane del giorno prima, la lasciai cadere in quella che una volta era la tua buca delle lettere con la speranza che sarebbero state le tue mani a raccoglierla, chissà, un giorno. Alzai lo sguardo per l’ultima volta verso le finestre ora mute con ancora il ronzare dei synth nelle orecchie, e me ne andai.

Federica Giaccani

4. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

5. Bonobo – The North Borders

Data di Uscita: 01/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Heaven for the sinner

Ti è sempre piaciuto immergere le mani nell’acqua, fin da bambina. Non aveva importanza il colore… le tinte pervinca del lago Moraine aggraziate da polvere di quarzo e silicati, il filtro rosato del lago Retba con i suoi cumuli di sale. La trasparenza, la limpidezza, non significavano nulla.

L’acqua è onesta liquida… riflette con generosità la persona che risponde al tuo nome di battesimo, al nome che ti sei dato, ed al nome a cui rispondi quando nessuno ti chiama.

Mi hai detto queste parole stando seduta sulle punte, le braccia distese lungo le gambe con i polsi all’altezza delle ginocchia, la mano sinistra sopra la mano destra con le dita un po’ aperte per avere una finestra da cui guardare. Hai modellato la tua anima su quelle forme come la creta nella quale affondavano i tuoi piedi nudi in un’ansa del fiume Narmada, quando, dopo aver visto il sole tingere le nuvole dei colori dei tuoi desideri, hai scoperto che non c’è differenza tra cielo e terra.
Quando ho raccolto le mani a coppa ti sei messa a ridere dolcemente, come una madre che ammira gli sforzi di un bambino mentre legge un libro senza conoscere le parole.

Se ti metti le mani sugli occhi, come speri di poter vedere qualcosa?

Ho cominciato a divaricare le dita e le ho subito richiuse, spaventato per via dell’acqua che sfuggiva dalla mia presa. Mi hai messo una mano sul braccio e mi hai detto che quel fiume non si sarebbe mai essiccato, sarebbe stato sempre pieno e rigoglioso. Ti ho guardato intensamente, desiderando e sperando che tu avessi ragione. Ho immerso le mani come ti avevo visto fare, ma quando sono emerse dall’acqua i miei occhi hanno tremato di nuovo. Tu allora mi hai stretto il braccio più forte e mi hai avvolto con quelle parole regalate ad una persona che non ha nulla.

Siamo noi a scegliere quali parole devono essere scritte per ultime.

Vedevo… le gocce che cadevano secondo l’ordine da me scelto… la campana delle rivoluzioni fallite, sprovvista di un pendolo, ma il cui accento era risuonato per migliaia di anni nelle orecchie degli uomini sconfitti. Vidi le mie scelte passate e le loro conseguenze, ad un passo dal commettere gli stessi errori. L’ultima goccia cadde dalle mie mani e, increspando quel mantello languido, mi fece vedere tutto il resto. Il fiume si popolò di quelle persone che mi hanno sempre tenuto una mano sulle spalle. Formando un semicerchio, si strinsero attorno a me. Dal gruppo si staccò un amico che si è sempre rivolto a me con il palmo orientato verso l’alto. Nella sua mano c’era un biscotto che diffondeva una morbida fragranza di nocciole nell’aria. Mi sorrideva, invitandomi a mangiarlo. Morsi la superficie e, senza fermarmi, arrivai al cuore. Di un colore giallo ocra, profumava di zenzero e di un futuro scritto su un filo d’erba piegato dal vento.
Tutto cominciò a scomparire, i dubbi e le incomprensioni che dividono, come sciolte sotto una lente d’ingrandimento che era sempre esistita, in attesa che la luce spuntasse dalle nuvole.
Rimase solo la certezza che due persone possono stare in equilibrio sullo stesso principio, senza il timore di cadere.

Filippo Righetto

6. Moby – Innocents

Data di Uscita: 01/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We started like children
Lost in the building by the wall
Hope lost to fear
And nothing was clear when we lost it all

This is how, how we tried
This is where, where it died
This is how, how we cried
Like the dogs left outside. – “The Dogs”

Mi feci trasferire dall’altro lato della città, dall’altra parte del fiume.
Dove vivevo la gente non era esattamente lo stereotipo di quello che un quartiere medio definirebbe un “buon vicinato”. Camminando sulla strada che portava dal droghiere alla farmacia, i passanti erano soliti vaneggiare sullo stato primordiale della materia interstellare, passando qualche volta per l’elencazione dei difetti e delle atrocità che la tipica mentalità capitalistica portava con sé da quando il crollo del muro di Berlino era entrato nell’immaginario collettivo e nell’arte figurativa come il segno definitivo del passaggio alla libertà in senso strettamente tecnico.
Come se l’essere davvero liberi dipendesse dal crollo delle barriere fisiche. Come se lo stato della materia interstellare non assomigliasse per niente all’anima degli esseri umani. Ma, soprattutto, come se fosse davvero il fottuto capitalismo il motivo per cui le persone stessero perdendo di vista l’essenza ed il senso della vita.
Parlavano, parlavano, parlavano. Tanto e tanto animatamente che quasi perdevo la voglia di spingermi fino alla farmacia. Compravo le pillole direttamente dal droghiere, che oramai aveva preso il vizio di commerciarle sottobanco.
Era tutto molto strano: avevo speso la mia intera vita a percorrere la strada che, a piedi, portava dal droghiere alla farmacia. Avevo, per tutta la vita, creduto a quella gente; alle loro storie, alle loro più oscure paure, sino a farle mie, sino ad avere davvero paura. Mi ero persino convinto che ci fosse un serio nesso storico/scientifico/culturale tra l’esplosione di una supernova e il crollo di un mucchio di mattoni nella Germania di qualche secolo fa.

Nel quartiere dove mi sono fatto trasferire, la gente ha delle abitudini decisamente più convenzionali: al mattino si alza, porta il cane a pisciare, i figli a scuola; va al lavoro, guarda il frenetico dinamismo di una città in continua evoluzione attraverso le opache vetrate di un palazzo di trecentotredici piani, paga regolarmente le rate dell’automobile, quelle del televisore, quelle della mobilia, quelle dell’assicurazione, quelle del fondo pensionistico. Le vacanze estive le trascorre sulle spiagge artificiali degli attici dei palazzi, al trecentoquattordicesimo piano.
La vita, nei posti come questo, scorre via e si perde come lo sguardo dove manca un orizzonte, un appiglio per gli occhi, un punto di riferimento qualsiasi. Il tempo è regolato dall’incedere ritmato e costante del rumore che fanno i cocci dei sogni di ciascuno quando cadono infranti sull’asfalto nero delle superstrade e si accumulano sotto alle fondamenta dei grattaceli, sempre più alti, come se le nuvole fossero solo un’illusione perpetua.
Nei posti come questo, sulla strada che va dal droghiere alla farmacia, non incontri nessuno, nessuno ti rivolge la parola. Semplicemente perché nei posti come questo non esiste una drogheria e nemmeno una farmacia: esiste l’ipermercato. C’è tutto lì, e per raggiungerlo c’è la sopraelevata.

All this time
In a moment’s time
To turn away
Leave it all behind

So we climb
So we all uphold the line
The crowd is home
The treasure found

So let it go
Wake up, wake up, wake up
We’re almost home. – “Almost Home”

Mi sono fatto ritrasferire dall’altro lato della città, dalla parte sbagliata del fiume.
Non chiedetemi perché. Non è certo perché mi piaccia la gente di qui, o quella maledetta strada che dal droghiere va fino alla farmacia. Ma nelle loro parole sento che c’è qualcosa di rassicurante, qualcosa che mi fa sentire a casa.
Il rumore dei miei pensieri, mischiato al gran vociare, alle urla teatrali, alle risa, allo sbuffo di vecchi motori a scoppio, ai suoni che si riversano in strada dalle botteghe, si fonde in un impasto denso si sensazioni che regolarizzano biologicamente il battito del mio cuore.
Ogni giorno, a piedi, mentre cammino su quella strada che taglia il quartiere a metà come una melagrana, incontro gli stessi cani randagi di sempre. Entro dal droghiere; esco. Ci penso sempre almeno per una trentina di secondi se affrontare il lungo viaggio fino alla farmacia. Poi decido, puntualmente, di non avventurarmi. La città, piano, sta arrivando fino là, fino dalla parte sbagliata del fiume.
E poi, tutto sommato, le pillole di cui ho bisogno le vende anche il droghiere sottobanco.

Samuele Pica

7. The Field – Cupid’s Head

Data di Uscita: 30/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

No. No…
Il mio cuore batte talmente forte nel petto che non riesco ad udire altro se non il suo pulsare frenetico. Il sangue mi sfreccia nelle vene e mi incendia il volto, le mani sono gelate, una nell’altra. Sono zuppa di sudore, il mio odore acre mi riporta ai momenti di agitazione febbrile della mia vita: i compiti in classe di matematica, il primo bacio, il primo furto di automobile, la prima volta che…

BIGLIETTI PREGO!

Forzo un sorriso defilato, cercando di sembrare calma. Infilo la mano nella borsa mantenendo un occhio fisso sul capotreno, estraggo d’improvviso il ferro da una taschina laterale e BAM! Un colpo a bruciapelo sul malcapitato. Mi alzo di scatto mentre il corpo di lui cade a terra urtando il sedile di fianco. Il colpo di pistola ha generato un frastuono incredibile, mi meraviglio che nessun passeggero l’abbia sentito. Mi volto a destra, poi a sinistra, il compartimento è vuoto. Corro verso il freno di emergenza e lo premo con decisione, strappando via la fragile stagnatura. Mentre il treno è ancora in frenata esplodo un altro colpo per rompere il vetro che sarà la mia via di fuga. Salto giù col treno non ancora completamente fermo e mi infilo tra le sterpaglie di questa anonima provincia. Tengo ben saldo il baule che è la mia salvezza, il sogno di una intera vita, un autentico miracolo! Corro, corro e corro senza voltarmi mai indietro badando solo a non allentare la presa del bagaglio. Di colpo inciampo e…

No. No… mi sono addormentata! Col sangue gelato nelle vene mi volto di scatto per controllare se il baule è ancora al suo posto… Eccolo! Meno male. Faccio mente locale respirando a grandi boccate. Il mio cuore batte e batte, mentre fuori scorre un paesaggio nero. La porta in fondo al vagone si apre di scatto ed ecco avvicinarsi il controllore… Se mi chiede il biglietto è finita!

Maurizio Narciso

8. Kanye West – Yeezus

Data di Uscita: 18/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Una villa enorme, design unico e vetro dappertutto per riflettere il sole e il mare. L’atrio d’ingresso introduce in un paradiso terrestre ed alieno condito da comfort di ogni genere, spazi macchina infiniti, piscina olimpionica a forma di vagina, ascensori rapidissimi, soffitti altissimi, cinque piani, pavimenti in legno, finestre a iosa. Open space. Il lusso era tutto suo, i soldi per la manutenzione non erano un problema per lui che ormai aveva sfondato senza alcun ritegno nel mercato globale. Comprata l’abitazione da un ricco magnate della zona l’aveva ricostruita a sua immagine e somiglianza. L’ego smisurato non lasciava nessuno spazio, ambizione e trasformismo erano gli ingredienti vincenti della scalata all’olimpo degli immortali. Divenire d’ispirazione per il mondo intero combattendo la banalità e la mediocrità era l’obiettivo, l’ordinario e il rancoroso andavano demonizzati nel suo circolo incantato ma così reale. Yeezus aveva deciso di sparare immagini caustiche sui palazzi di sessantasei città sparse nel mondo, era l’ultima provocazione che gli era venuta in mente. Doveva parlarne con il proprio tecnico video, stasera era in programma una cena a lume di candela per decidere il da farsi. Il tecnico chiamato per le proiezioni era Charlotte, una bellissima ragazza francese conosciuta durante un viaggio tra le vigne della Borgogna. I suoi fluenti capelli castani, i piccoli seni, il fondoschiena perfetto e la pelle sempre profumata gli avevano fatto perdere la testa; neppure lui capiva se la trovata delle proiezioni era reale o solo un modo per poter cenare da solo con lei.
Farneticante e misterioso se ne era rimasto chiuso nella sua casa per due mesi facendosi portare viveri e lussi dai vari assistenti. Un senso di sfida continua lo portava a spiazzare l’interlocutore completamente, era solito rimarcare di continuo il suo dominio assoluto con un linguaggio colto ed oscuro. Spacconate terrificanti erano all’ordine del giorno, lo stile unico e naturalmente diretto al gaudio dorato. Il talento indiscutibile debordava dappertutto lasciando di sasso chiunque, cambi in diverse direzioni da far venire mal di testa.
L’autoreferenzialità si faceva oscurità vorticosa, ai limiti massimi. Razzismo, amori torbidi, nessuna pubblicità o promozione al proprio talento. Metafora del potersi permettere ogni cosa, il distacco per sublimare la superiorità. La divinità è una qualche entità superiore straordinariamente dotata, si colloca altrove in una tensione sacra al congiungimento con esso. La fede diviene centrale e voleva instillare in tutti i suoi seguaci questo sentimento così da farsi seguire ed adorare.
Davanti allo specchio con il rasoio per rifinire perfettamente la barba. Bermuda beige, camicia bianca con motivi floreali alternati a piante rampicanti piccolissime, giacca stretta marrone e papillon di classe. Il profumo e gli occhiali da vista con montatura dorata non potevano decisamente mancare per l’appuntamento con Charlotte.
La ragazza arrivò puntualissima alle 20, lui si fece attendere ed il maggiordomo portò Charlotte nell’immensa sala da pranzo addobbata a festa. Si sedette sulla propria sedia fissando il soffitto immaginando mille proiezioni colorate, aveva un abito lungo rifinito con graziosi brillanti, una scollatura generosa e i capelli sciolti a ricadere sulle spalle.
L’arrivo di Yeezus, annunciato da una intro eccessiva e compulsiva intervallata da un coro di bambini, fu planetario. Pesce pregiato innaffiato da un vino bianco micidiale e fruttato, questa era la cena proposta a casa Yeezus; i discorsi della serata toccarono solamente di striscio le proiezioni e lui doveva lottare per non morire negli occhi così brillanti di lei. Mangiarono con calma e il vino arrivò in quantità industriali, lui si lasciò naturalmente andare a monologhi ricolmi di arroganza e auto proclamazione. L’unità di misura era ormai persa e le dita delle mani si sfiorarono nel tentativo di versare altro vino, il resto fu amore esagitato e dolce nello stesso tempo. I bellissimi abiti furono completamente strappati e i brandelli finirono sul tavolo, lo fecero in tutte le posizioni possibili prima nella sala da pranzo e poi nell’immensa camera da letto. Lo stravolgimento fu accompagnato da una colonna sonora che senza ritegno alcuno mescolava rap, industrial, glitch, distorsione, dancehall e beat ruvidissimi con un pizzico soul finale a riportare indietro nel tempo. Il battito cardiaco totalmente violentato da un’ascesa micidiale ed ipnotica, complessa da metabolizzare e prima di tutto da vivere.
Si risvegliarono presto per dirigersi nella piscina a forma di vagina dove fecero ancora all’amore fino allo sfinimento ricordando i ritmi della notte appena passata. Imprevedibili, emozionanti e opachi. Giunse alla conclusione che le proiezioni erano uno scusa, anche l’amore e il sesso in questo caso lo erano.
La conclusione era una nuova affermazione di totale e meritato dominio su tutti i fronti.

Alessandro Ferri

9. Albedo – Lezioni di Anatomia

D.d.U. 02/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi sveglio nel cuore della notte, alla testa del letto nascosto da libri e cianfrusaglie l’interruttore della lampada a braccio sul comò. So come raggiungere gli occhiali, il bagno, il frigo. Quanto basta per riprendere serenamente a dormire o inutilmente ripetere per l’ennesima notte insonne la ritualistica del “riprendi sonno ti prego”. Organo fascista quello cerebro, ho le gambe a pezzi, le braccia stanche, gli occhi bruciano al punto che con piacere, potendo, li immergerei in un bicchiere d’acqua ghiacciata. Le dita, anch’esse, tremano spasmodiche a fronte degli stress lavorativi. Ma niente, lui di spegnersi non ne vuole sapere, dammi pace, ti prego. Ma nulla, temo il giorno in cui stanchi delle angherie impunite di quell’ammasso nodoso di fallimenti memorizzati e prossimi, decideranno di fuggire. Già lo vedo, ognuno per la sua strada. Un pezzo alla volta, le dita, arricciate come armadilli rotoleranno via favorite chi dal vento chi dal terreno inclinato, per direzioni divergenti, stanche d’una vita intera passata a pochi centimetri l’una dall’altra. Il cuore, a sobbalzi precisi e singhiozzi d’extrasistole salterà via dalla sua gabbia, e cercherà una ad una le metà che ho meticolosamente evitato per prendere i due di picche che gli ho risparmiato, si spezzerà ogni volta e non sarà mai più felice di così. Sarà felicissimo così. Il fegato e lo stomaco saranno i più lieti di andarsene e alla faccia delle abitudini discutibili del capo sceglieranno uno stile di vita sano, elastici e allenati come muscoli si daranno al jogging, già lo so. La schiena, per lei sarà dura, drizzarsi dopo anni, si impegni. Dimostrategli carattere, profondità e capacità che in lui sono manchevoli.

Alfonso Errico

10. Four Tet – Beautiful Rewind

Data di Uscita: 03/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Secret Threes

‎”Chi credi che ci sia là?”

Tutto iniziò con questa domanda, che mi fece un ignaro cliente trovandomi con lo sguardo fisso verso il grande oblò di una delle lavatrici a gettoni.

Mi fece trasalire e solo così riuscii a distogliere per un attimo lo sguardo dalla centrifuga per rispondere semplicemente: “È come se fossi immerso in un sogno bellissimo e allo stesso tempo in un terribile incubo”.

Non ricordo nemmeno di aver detto quella frase, dei tipi continuano a ripeterla indicandomi col dito, ridono e mi chiamano l’uomo dei sogni nella lavatrice.
Non mi importa di loro per me conta solo la musica che riesco ad udire mentre il risciacquo veloce fa orbitare i miei panni in circolo; ecco, è quello il momento in cui sento quei ritmi ipnotici, sui quali di tanto in tanto fa capolino una melodia dolce o una voce angelica e poco altro.

Nei momenti di maggiore concentrazione riesco addirittura a vedere delle immagini evanescenti, come macchie di benzina sull’asfalto bagnato, che irrompono l’intero spettro visivo, pulsando a ritmo di musica. Solo l’oblò non ne è invaso, lì c’è un bosco misterioso, nel quale mi addentro a grande velocità, come risucchiato.
E’ una corsa infinita verso il cuore della selva alberata, che non raggiungo mai, d’improvviso la visione si blocca e la musica si interrompe insieme al meccanismo di rotazione di quella macchina.

Tutte i pomeriggi sono li, con le tasche piene di monete ed una busta di plastica con dentro giusto un pantalone, una camicia, dei giorni solo con un paio di calzini. L’uomo dei sogni nella lavatrice che estasiato da una musica elettronica ripetitiva cerca di arrivare al cuore delle proprie visioni.

Non faccio uso di droghe, né ho mai creduto nel sovrannaturale, sono sano come un pesce e so cosa state pensando, non soffro di attacchi epilettici o cose così. Una volta ho invitato un mio amico a guardare lì dentro e ad ascoltare la melodia ma non è voluto venire, convinto che volessi giocargli qualche scherzo infantile.

Oggi ho deciso di acquistare quella macchina prodigiosa, sono disposto a pagare quella lavatrice tutti i soldi che mi chiederà il proprietario della lavanderia; è il primo mercoledì del mese e lui come di consueto farà visita al gestore che cambia le banconote in monete.
Lo aspetto smanioso sotto i neon dell’insegna “BEAUTIFUL REWIND”, che nome per una lavanderia. Non resisto alla tentazione e decido di lavare la felpa che ho indosso. Entro e mi siedo al solito posto, carico il carrello e inserisco la moneta.
Attendo qualche minuto, mi concentro ed ecco che il carrello accelera, la melodia comincia a farsi strada nella mia testa, comincio ad intravedere i colori, il bosco, adesso si accelera all’interno della visione…

Nero! Per un attimo non ho visto più nulla come se fosse saltata la corrente per una frazione di tempo quasi impercettibile… sono dall’altra parte del vetro a girare vertiginosamente, fuori intravedo la stanza bianca con le panche, le seggiole e le altre lavatrici in lontananza, una immagine sfocata e una sensazione generale di stordimento…
Riesco ad udire urla lontane e distorte di una ragazza che piange terrorizzata ed indica la postazione dov’ero seduto, si mette le mani nei capelli, piange e piange; dice che l’uomo dei sogni nella lavatrice è scomparso all’improvviso, come volatilizzato.
Cerco di parlarle ma non ci riesco, vorrei rassicurarla, sono qui ad un passo da lei, dietro l’oblò, le parole non vengono fuori, nella mia testa rimbomba solo una frase: “Nell’oscurità di un futuro passato il mago desidera vedere. Non esiste che un’opportunità tra questo mondo e l’altro. Fuoco, cammina con me”.

Maurizio Narciso

Top Ten 2013- Filippo Redaelli

1. Daughter – If You Leave

Data di Uscita: 18/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Elena ha gli occhi secchi ma di un turchese che può gareggiare con il cielo. L’atmosfera trattiene il respiro, sta, immobile. Come in attesa di qualcosa, come alla vigilia di un temporale. Elena è uscita di corsa da casa di Neil, dopo l’ennesima incomprensione, con la pioggia a bagnarle i capelli appiccicati sulla fronte, come a fare da riparo alla luce cristallo del suo sguardo. Corre e cammina con passi irregolari, senza meta, cerca di asciugarsi una lacrima densa di mascara e si morde un’unghia nell’attimo successivo. Neil è seduto su una poltrona del soggiorno, la bottiglia di whiskey appena aperta ai suoi piedi, i capelli spettinati, lo sguardo vuoto. Il sospetto è che nessuno dei due abbia voluto questo epilogo, senza un ultimo bacio disperato, dopo una giornata di carezze, con un silenzio di troppo prima del fulmine a ciel sereno, quella decisione presa dal fato e da entrambi, dalla mente e dall’istinto, dalla mancanza di sentimenti di due cuori non più di velluto ormai abituati ad eludere le emozioni. Stanno, Elena e Neil, lei con la sua corsa sotto la pioggia, lui con il suo guardare senza sosta il muro bianco davanti a lui, stanno e non sanno di esser stati capaci di lasciarsi per chissà quanto tempo, di alimentare rimpianti, bruciature, notti insonni. Stanno e non pensano a niente, sotto un cielo bianco, di plastica, mentre ritorna l’inverno. Elena passerà l’estate successiva ad invidiare coetanee ancora capaci di farsi del male, di avere degli artigli da spolverare, a guardarsi allo specchio e vedere una sagoma inerme. Cercherà di ritornare alla normalità passando attraverso la sua voce di seta. Sussurrando soffici melodie su un nastro usurato dagli anni e dagli usi, riascoltando il suono di alcune parole nelle notti di neve, con il silenzio tutt’intorno. Non sa ancora di questa sua eccezionalità nel momento in cui smette di correre e decide di scavalcare un cancello di un campo sportivo, mettendo a rischio la tenuta dei suoi jeans strettissimi e della sua giacca di pelle. Mentre con un movimento involontario del polso evita che un braccialetto si incastri in una delle punte del cancello, Neil a stretto contatto con le sue pareti non riesce, come sempre, a pensare a qualche cosa. Lentamente va schiarendosi il cielo, tra circa un’ora l’alba ritornerà sulla città. Elena rimane immobile ad ascoltare il suo respiro e la freschezza del vento, in piedi sul trampolino di una piscina. Il ciuffo di capelli le copre ora completamente la vista, ora le lascia solo un occhio scoperto. Prima che nasca un nuovo giorno la sua mente e le sue pupille si confondono con l’acqua, guardano i suoi piccoli spostamenti, cercano conforto. Le onde leggere sono il ricordo degli abbracci di Neil, del primo istante in cui si era sentita più viva, ma anche desiderio di risvegliarsi invisibile e vagare per il mondo senza poter essere urtata da niente. Essere come le foglie sugli alberi e stare in equilibrio a ricevere luce o dissolvere i sentimenti galleggiando nell’acqua, guardando le stelle cadere. L’alba sta per arrivare. Elena scuote il suo braccio sinistro e si accarezza con le dita ghiacciate un fiore tatuato appena sotto al collo, adagiato su più vertebre. La sua pelle è di porcellana, sanguina, ma nonostante più cadute non andrà mai in frantumi.

Filippo Redaelli

2. The National – Trouble Will Find Me

Data di Uscita: 21/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Eleganza, superiorità, classe, consapevolezza. Anche in un giardino di una villa nobiliare, accanto e più lontani dalle finestre di New York. Anche con un lento per l’orchestra imperiale e non solo per il tuo giradischi in legno perfettamente levigato, in posizione impeccabile nella geometria del salone, con la comodità di un tappeto e lo skyline ad abbracciare lo sguardo e le piante dall’altro angolo della stanza. Anche in solitudine e non solo cercando di scrivere romanzi per interpretare il cuore dei tempi. Anche è l’incessante ricerca di equilibrio, normalità e frasi che si spostano da un orizzonte all’altro, incantesimo contro le ansie e valzer per scacciare via le insicurezze di troppo, minimi ma necessari spostamenti di gradazione sulla scala cromatica. Sapersi liberare dal peso delle parole che non si vuole più sentire e riscrivere una storia a proprio uso e consumo. I’m not alone. I’ll never be. Una prospettiva più domestica a far capolino tra le ragnatele ormai dimenticate e le ossa spezzate e ritrovate a nuovo, il viso rasato, il completo stirato meglio, la stessa classe dei momenti migliori, il solito bicchiere di vino, nuove pareti e il talento sempre quello infallibile degli ultimi anni. Put the flowers you found in a vase. Grace. Con l’aiuto di più voci amiche, lanterne nella burrasca anche per te che facevi finta di non riconoscere più una possibilità di salvezza. Everything I love is on the table. Everything I love is out to sea. Mettiti gli occhiali da sole che hai appena comprato e scattiamoci pure fotografie in riva al mare. Torniamo in studio a registrare con le chitarre di sempre e le poesie non imparate a memoria e lasciate invecchiare nelle migliori cantine d’America. Innamorarsi per la prima volta degli specchi, accontentarsi di un muro bianco, perché nel bianco ci sono le infinite metamorfosi della luce. Lui dice che tutti i dischi che resteranno tra cent’anni avranno un’impronta e che l’hanno inventata loro. Che nessuno ha saputo in questo modo dei nostri tempi, direttamente dal loro cuore. I suoi Wayfarer possono ricordargli anche qualcuno. Per altri sono diminuite le vendite di antidepressivi e aumentate quelle di biglietti di concerti. Nessuno di loro rimane in seconda fila. Come sei riuscito ancora una volta a lasciar stare il tuo sistema nervoso per trovare armonia? Joe è rimasto tra i muri di Harvard e non si ricorda più se ha imparato qualcosa. Vuole che venga pubblicata un’autobiografia per tutto quello che non è ancora riuscito a scrivere o a insegnare. Sharon ha scritto un disco che verrà ricordato tra i più significativi del novecento e degli anni dieci del secolo XXI nelle antologie di musica rock per la scuola che non sappiamo se verranno mai scritte. Il bianco e nero tornato e rimasto di moda. Tu che riesci sempre più avanti di noi, insegnaci a sentirci noi stessi all’ennesima potenza. Riesci anche a parlare di Los Angeles senza snaturarti un secondo. Ritroverai un’alba dentro di te prima della rinascita del giorno su Dallas. Il sole che non ci fa vedere per la troppa luce mi ricorda i capelli biondissimi di Annie e il suo rossetto rosso lampone e la sua pelle di cristallo. La sedia posta come trono nel grattacielo più importante della città è condivisa con voci femminili, e da tempo. Ballavo, come ho imparato a fare, per lasciare da parte la paura. Tu sedevi su una sedia sorseggiando Pink Rabbits e sentivo bracciali tintinnare contro il calice di vetro. I’m so surprise you want to dance with me now, I was just getting used to living life without you around. You didn’t see me I was falling apart, I was a television version of a person with a broken heart. Giochiamo a rincorrerci, sapendoci inseparabili, sul tetto del mondo e nel dominio dei secoli passati alle nostre spalle, come su una collina verdissima recintata da boschi, al di qua del nostro palcoscenico montato ad un piano della villa di cui non conosciamo più le coordinate. Anche se non ci saliremo scriveremo lo stessa la nostra storia migliore.

Filippo Redaelli

3. Torres – Torres

Data di Uscita: 22/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura


Il libro poggiava sul tavolo con la costa rivolta verso l’alto e le pagine a contatto diretto con la superficie fredda su cui facevamo colazione assieme quasi tutte le mattine. Lo sollevai, era il diario di Jim Carroll che le avevo prestato. A pagina 58 aveva sottolineato a matita uno stralcio di dialogo: “Non sarebbe bello se fossimo noi a passare attraverso la luce e non viceversa?”; ricordavo bene quelle pagine, quel dialogo fra Carroll e Andrea Feldman. Il suo suicidio, la volubile consapevolezza con cui aveva radunato spettatori per quel suo ultimo, macabro spettacolo: tutto in quella storia ci aveva per qualche motivo impressionate.
Assieme, Sylvia e io, avevamo cercato notizie più approfondite sul web e c’eravamo imbattute in alcune foto della Feldman, lineamenti non proprio delicati ma bellissimi. Non avevo potuto fare a meno di prendere in giro Sylvia per quel suo broncio perenne così simile a quello dell’attrice. Aveva sorriso, non lo faceva spesso. Era un caso di meteoropatia inversa, era davvero contenta solo quando pioveva. E anche a me piaceva molto.
Ci sedevamo sul tappeto davanti alle vetrate della sala da pranzo con una tazza di tisana calda e guardavamo il cielo squarciato da quei tagli di luce rapidissimi ma accecanti e terribili. Puntualmente nella casa calava un religioso silenzio che ci trasportava dritte alle viscere della nostra esistenza, giù fino alle convinzioni e alle paure più ataviche e radicate. Adrenalina seguita infine dalla pace nel momento in cui spalancavamo tutte le finestre assaporando l’odore della pioggia.
La sua assenza, ora, è simile a quelle crepe che corrono in cielo nelle sere estive fino a pugnalare la terra. Mi scuote dalle interiora, mi sconvolge e, al tempo stesso, non mi stupisce.

“Non sarebbe bello se fossimo noi a passare attraverso la luce e non viceversa?”: ho sfiorato con il dito il tratto a matita e ho preso a leggere ad alta voce l’intera pagina, poi il capitolo, poi tutto il libro. Non avevo mai sentito rimbombare così la mia voce nella casa: mi sembra che la mancanza di una persona possa spogliare un ambiente di ogni arredamento possibile; mi sembra che le mie corde vocali abbiano sentito il bisogno di farsi più gravi per giungere anche al suo orecchio.
Ha lasciato una musicasetta nello stereo, ferma sulla seconda traccia di un disco triste, angoscioso. Premo play e, nello stesso istante, la pioggia comincia a cadere al di là della vetrata. I tuoni si fondono perfettamente con la canzone. Mi siedo sul tappeto, guardo il temporale: stranamente mi sento sollevata.

Annachiara Casimo

4. Laura Marling – Once I Was an Eagle

Data di Uscita: 27/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sono riuscita a dare un nuovo significato alla parola passato. Ho vissuto, ho cercato me stessa lontano, sostituendo i miei primi sbagli con nuovi errori, regalando nuove particolari gioie ai precedenti istanti di serenità. Ho scoperto che il dolore ce lo portiamo dentro, se in alcuni giorni non riusciamo ad alzarci dal letto. Che a volte l’unica saggezza è il riderci sopra. Sto cercando di trovare un significato alla parola amore. Non sono ancora riuscita a capirlo, non sono ancora riuscita a capirmi fino in fondo. È molto romantico riguardarsi e pensare di sentirsi a proprio agio camminando verso l’orizzonte sentendosi eroi di un mondo sconosciuto. La notte, prima di tentare l’accesso al mondo del sogno, alcune convinzioni spariscono. Anche se adesso sono sdraiata lontano da te. Anche se sono riuscita a raggiungere traguardi che pensavo non fossero alla mia portata. Ritorna cuore, trafitto da tre spade, continua a tendere verso dimensioni lontane … Non ho più smesso di abitare una casa nelle vicinanze di una spiaggia. Non ho mai smesso di cercare la bontà nelle persone. Incespicando ci riesco, tutto sommato. Ho imparato ad alzarmi presto al mattino e decidere in pochissimo tempo come sistemare i capelli per sentirmi a mio agio e sto cercando di conoscere le mutazioni che mi sorprendono nel mio carattere nel momento di portare avanti una relazione con un altro essere umano. Quando mi sento come il miglior cavallo da caccia della foresta o come il sovrano di una valle sconfinata riesco a scansare il dolore soltanto socchiudendo gli occhi, e niente mi tocca più sotto la pelle. Un giorno ho scritto che non sarei più stata vittima in una storia d’amore. Ci sono esperienze che involontariamente plasmano il tuo modo di ragionare. Ci vuole del tempo per sentirsi forti anche nella nudità, se questo costa mostrare delle cicatrici. Canto per farti capire che sarei la prima a stringerti le mani se tu capissi la mia necessità di vivere dimenticando il dolore. Probabilmente ci siamo solamente conosciuti in un tempo sbagliato. Nei giorni di festa ritorno ogni volta in riva al mare per ricordarmi del giorno in cui incontrai Undine. Mi ricordò di come mantenere l’animo chiaro, scherzammo, riuscimmo in uno sguardo a rivedere in modo naif il mondo. Poi la sua mano fredda mi accarezzò sulla guancia, mi baciò e poi scomparve, scomparve perché era uno spirito marino e la sua casa è l’ Oceano. Tu per quanto tempo sei stato felice e dove e come ti è capitato di esserlo? Non so a cosa stai pensando ma se ti interessa saperlo ieri notte mi sono addormentata pensando a due cose: a una ragazza che mi piacerebbe aiutare e a una persona che può essere in grado di tenere in mano il mio cuore. Canto sempre anche per chi non conosco, per chi si riconosce nei miei dubbi, per chi anche solo per una notte non ha avuto paura di crescere insieme a me.
Se chiudo gli occhi mi vedo ancora sospirare con un sigaretta a spegnersi tra le dita di una mano e un bicchiere con del vino nell’altra. Quando eravamo innamorati … Lo siamo mai stati? Sto scrivendo una canzone che mi sta aiutando ad andare avanti, per arrivare a cantarci sopra parole di un’altra epoca e non soffrirci più. Non sono io, ti stai sbagliando. Così rivedo quella scena nella mente, il colore opaco delle pareti del locale, la mia giaccia di pelle appoggiata sulla sedia. To gather flowers constantly … Rivedo la facciata di alcune case e vorrei riappropriarmi del sapore di giorni che ricordo felici, con meno pensieri. L’altro giorno sono uscita di casa dimenticandomi un disco a basso volume nello stereo, stava parlando dell’impossibilità di raggiungere la perfezione. Per corteggiarla, ora per te mi ritrovo tra le mani un lavoro di più di un’ora, come se fosse un film o un romanzo, senza troppe interruzioni. Ci vogliono rigore e dedizione per poter parlare di bellezza, bisogna proteggere il significato delle parole. Mi rattristo per chi senza accorgersene calpesta la bellezza credendo di conoscerne il regno. Take me somewhere I can grow. Give me something let me go. Tell me something I don’t know. Come poteva bastare a quel tempo? Una mattina sono scesa molto presto in cucina e ho guardato fuori verso il giardino. Ho letto il titolo della news principale sulla copertina del giornale del giorno prima, diceva You’re not sad, You look for the blues. Non riuscivo più a capire a chi fosse riferito. Ho incrociato il mio sguardo con quello di una ragazzina quella stessa sera, non so a chi cercasse di piacere a tutti i costi. Era invidiosa dei miei capelli chiari, un amaro dopo del mio portamento. Ripresi a camminare, dopo essere uscita annoiata dal locale. Sulla strada di un sentiero non asfaltato la strada da percorrere sembrava ad ogni passo ingigantirsi a dismisura, la sciarpa cadde a terra due volte, poi il vento cessò all’improvviso e mi ritrovai a leggere poesie cercando di non pensare a luoghi ormai abbandonati. Sei nella terra che ora hai imparato a chiamare con il tuo nome. Ricordi d’infanzia irrompono tra le ombre nel mio cuore. Devi continuare a seguire la tua verità, mi dico, senza lasciarti fermare dagli sbagli della memoria. Ora non ci sarà più rimpianto, ora il silenzio della serenità parlerà per il nostro amore. Love be brave. Thank you naivety for failing me again, dovremmo scrivere entrambi su un pezzetto di carta. È un viaggio tra pensieri in bianco e nero e tentativi di rinascita, equilibri da ritrovare. È aprire un diario e scriverci sopra tutto il possibile per lasciare la mente vuota, una camminata illuminata leggermente dal sole per imparare ad apprezzare anche minimi dettagli. Anzi, come lasciare che l’alba possa portarsi via le cicatrici per sempre. Tu sei il mio prossimo verso. I save these words for you.

Filippo Redaelli

5. Volcano Choir – Repave

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Repave

Tu credi di conservarti nella tua non scelta, nella tua bellezza che sorge da una mancanza di necessità, dalla linearità di una decisione leggera. Con la schiena al riparo dalla marea, una schiena appoggiata ad una roccia ben levigata, lo sguardo può sporgersi oltre l’orizzonte. Si scoprirà miope, all’istante. Non ne capirà subito il motivo. La mente cercherà di farlo ragionare nel modo sbagliato portandolo a ritroso tra vecchie istantanee dei tempi buoni, quelli in cui i gesti funzionavano ancora, senza sapere che si trattava solo di una gestualità incosciente, spontanea, come le ginocchia sbucciate del fanciullo. Siamo creature imperfette, non possiamo farci niente, dobbiamo imparare ad essere grandi anche nella resa. E riscoprire uno sguardo diverso, un nuovo orizzonte, la capacità di costruire, una volta dopo l’altra, senza partire sempre da zero. Lascia che io impari ancora un poco. Non è una lezione, sarà la tua una fuga, una fuga che accompagnerà il tentativo della salita in cattedra. Una radio in lontananza legge poesie datate e ci riabitua alla scoperta della parola, del suo modo di farci migliorare. Guarda. I movimenti del mare a volte sembrano allinearsi perfettamente con i tuoi pensieri. Non voglio più scrivere canzoni su di te. Su quello che manca alla nostra relazione. Su quello che potremmo dirci una volta sistemate più cose. Ti prego, ritorna è un insieme di parole sbagliate. Bisognerebbe dire semplicemente, splendidamente: ritorniamo. Questa è la storia di come ricostruire non partendo da uno zero. Perché nell’atto della nascita già ci avviciniamo ad essere più di un insieme vuoto. Siamo già una storia. Potrai riguardare fotografie, video, disegni, proiezioni irreali. Non basteranno. Però davvero, non riportarmi sulla strada che non voglio percorrere ora. Non voglio scrivere solo per me. È per questo che al centro di questo tentativo di ricostruzione c’è una spiaggia, ora ti spiegherò anche perché il mare. Voglio vederti camminare e voltarti nella mia direzione, questo sì che me lo concedo. Stiamo parlando dell’amore più vero. Non sono discorsi inventati per superare la noia o per mancanza di passatempi migliori. E ci ostiniamo a capirci ancora poco di questa storia che non decidiamo di vivere fino in fondo. Lo vedi, ho imparato ad usare anche i plurali. Tu ricomincerai a parlarmi di musica, io ti insegnerò anche a ricostruire. Non è poi così difficile. Basta guardare il mare. Ecco, così. Lo vedi come ogni volta promette un addio romantico alla costa e poi ritorna su sentieri battuti solo per regalarle un altro bacio? Un bacio che si aggiunge ad altri già assaporati e ridefiniti dal tempo. È un dolce cullarsi. Sapersi gestire. Imparare ad amare la ricostruzione. Perché è qui che stiamo parlando per davvero e senza ornamenti di amore …

We’re talking real love
I want to read up on that love
Damn, can’t believe you left me on the land, to be seen, to be scribed
Tell you now that you:
Rely, rely, rely, rely, behave, behave, behave, behave
Spend all of that time not wanting to
Rely, rely, rely, rely, behave, behave, behave, behave
Decide, decide, decide, decide, repave, repave, repave, repave
Inside, inside, inside, inside, the lade, the lade, the lade, the lade …

Filippo Redaelli

6. Basia Bulat – Tall Tall Shadow

Data di Uscita: 01/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La decisione con cui la vidi legarsi i lacci degli stivali invernali era il preludio di una nuova stagione del contrasto tra gli spettri di luce più chiara e più scura delle sue emozioni. “Cercherò di dipingere la mia ombra migliore”, continuava a ripetermi un pomeriggio, mentre sorseggiava del tè seduta a gambe incrociate su una poltrona ottocentesca, la neve che crolla dai rami di fuori, la tappezzeria floreale a ricordare i fasti di quella vecchia residenza nobiliare, adibita in parte a studio musicale. Solo il modo in cui portava la tazzina alle labbra era musica, la natura ricoperta di bianco come perfetta scenografia, il suo sguardo sempre basso, immobile per certi versi, sicuramente concentrato su possibili nuovi paesaggi da inventare. “Prova a premere ripetutamente un tasto del pianoforte a tua scelta, davvero, non m’importa quale sia, voglio solo concentrarmi su un suono per almeno un minuto, devo scacciare l’avvicinarsi di memorie non desiderate ” – A dispetto della terra dei ghiacci evocata dal cielo di oggi, l’avevo vista per la prima volta raccogliere rose in un prato a fianco di una antica cattedrale. Ne portava così tante tra le braccia che ancora mi domando come riuscì a non farne cadere nessuna, mentre un suo sorriso genuino riusciva a gareggiare con i colori della natura della foresta al tramonto. Stringemmo un sodalizio musicale e da quel giorno non ho più smesso di scrivere dei resoconti delle nostre reinterpretazioni della tradizione. C’erano atmosfere esistenti da sempre tra le sue corde vocali, non poteva scostare il percorso, la linea era già tracciata da tempo. Incominciai a pensare seriamente di dedicarmi a raccogliere materiali per una sua autobiografia il giorno in cui confessò ad una cena tra amici che, durante la sua infanzia e prima giovinezza, aveva sempre ascoltato la stessa stazione radio, specializzata in americana, country e blues, e soprattutto per questo la sua concezione di musica si era sempre orientata con naturalezza entro questi confini, riuscendo a trovare orizzonti più ampi e sempre a proprio agio nella così detta ‘modernità’ che qualsiasi nuova sperimentazione non riuscirebbe neppure a immaginare. Le bastava socchiudere gli occhi per essere altrove, sentirsi nel posto più giusto per lei in quel momento, sognare l’autostrada in cui voleva correre, il luogo in cui valeva la pena raggiungere qualcosa, per cui avrebbe anche accettato di barattare qualche sfaccettatura della sua personalità per sentirsi più vicina alla meta. Slegarsi da qualsiasi routine a fondo cieco, rendersi capaci di percepirsi come sola voce, estraniata da tutto, su qualsiasi palcoscenico o terrazzo, treno o stanza d’albergo. “Quando trovo la combinazione giusta d’accordi mi si scioglie la spina dorsale” e sorride, e le credo, perché avviene sul serio, succede anche a me quando la vedo comporre, è questo che può fare la magia, e la musica è la più naturale delle arti magiche. Dopo aver preparato il caffè rigiro tra le dita le foto preparate per la copertina ed il lancio del nuovo album, “raggiungerai un nuovo grande numero di ascoltatori”, penso tra me. Sembri una diva degli anni sessanta,sono orgoglioso di collaborare per questo progetto, sei riuscita a scrivere ancora di storie che in un attimo possono far crollare ogni cancello arrugginito, aprirsi verso torrenti d’azzurro, spazi ancora da scoprire, città senza fiumi comunque sognanti, amori possibili da restaurare. “Come ho fatto ad arrivare fin qui con questa grande forza d’animo, riuscendo a tenere insieme tutti i pezzi” potrebbe pensare lei stessa in un momento di vuoto, come potrebbe essere sempre più in grado di non lasciarsi visitare da pensieri sulla sua passata fragilità, meglio dimenticarsi di come fosse. La sbircio canticchiare senza emettere suono il ritornello di “Someone”, e penso a quanta gente buona di cuore meriterebbe di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, danzare a piedi nudi su un tappeto persiano e scrivere nuove canzoni sul vetro appannato. Che sia Amsterdam o Parigi o qualsiasi altra città scritta nel tuo cuore lei suonerà perché le coincidenze si avverino, non solo nelle tue lettere piene di lacrime e nostalgia, non solo nei tuoi sorrisi notturni, oltre il silenzio profondo dei sentimenti più veri ignorati per approssimazione dal destinatario, chiudere gli occhi tenendoli aperti sul mondo e imparare a viaggiare in qualsiasi situazione, un inno all’escapismo più rarefatto e al potere delle fiabe conquistate anche una volta superata l’infanzia. “Spero che tutto questo non sparisca come quel fiocco di neve che non riesco più a ritrovare tra i rami ricoperti di quell’albero.. Lo spero davvero. Lo spero con tutto il mio cuore. Canterò una canzone anche per lui. Spero che nessuno mi lascerà mai cadere così lontano da tutto, così come spero ancora che tutta questa musica non rimanga inascoltata, che qualcuno riesca a sentirsi più forte o ispirato anche grazie a lei, spero davvero che tutte queste cose possano lasciare un segno, che ci si riabitui a prendersi cura dei fiocchi di neve” . Succederà, te lo prometto. Da qui in poi ci impegneremo tutti sempre di più, proveremo ad aiutarci a vicenda, senza esitazioni e con passione nel cuore, “come nell’attimo in cui le dita e i tasti del pianoforte si cercano e si trovano, regalando armonia”, come dici meglio tu.

Filippo Redaelli

7. Okkervil River – The Silver Gymnasium

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Continuava nervosamente a slacciare e riallacciare il bottone del polsino sinistro di una camicia a righe sottili ed il suo sguardo, vagando distratto, non cessava di essere disturbato dai neon asfissianti delle insegne dei ristoranti di St. Oak’s Street. Un bambino guardava i camion lanciarsi pachidermici per la strada, con il viso appiccicato alla vetrina di una steakhouse, la madre, alle prese con la bavaglina della figlia più piccola, cercava di pulirle la saliva mantenendo un sorriso sulle labbra. Un uomo vestito di grigio con in mano una valigetta dall’aspetto importante scese da una Cadillac di fretta, una donna dai capelli ricci e castani lo seguì qualche passo indietro, apparentemente stressata dal suo vestito nero troppo aderente e dal fumo del sigaro del suo presunto marito. Bill guardava fuori dal finestrino e cercava di non lasciarsi inghiottire dai colori di quel tardo pomeriggio autunnale. Cercava di non pensare a quanti anni avesse, implorando la sua memoria di lasciarlo pensare a una via migliore per scappare via da quella cittadina o di dimenticarsi completamente di quel desiderio. Sorseggiò la sua bibita e tastò le tasche della giacca in cerca di qualcosa o, forse, solamente per ingannare il tempo per qualche secondo. Come giunse alla sua mente l’immagine di vecchie scorribande lungo il fiume d’estate non poteva di certo spiegarlo. Paragonò quella dolce doccia fresca allo stupore del trovarsi ad ascoltare una delle proprie canzoni preferite alla radio, per caso, e a come per tre o quattro minuti tutto l’universo nei dintorni potesse apparire baciato dal sole. Andava continuamente, e senza molto successo ultimamente,alla ricerca di momenti da imprimere nella memoria, come le polaroid che un tempo amava scattare a se stesso, alla sua famiglia, agli amici, ad Annie, a suo fratello, a qualsiasi persona e anche luogo ed oggetto attirasse la sua attenzione. C’era nascosta, da qualche parte tra i suoi ricordi, la sensazione di una libertà sconfinata provata correndo alzando dell’acqua piovana con i talloni su un prato, a fianco di un ruscello limpidissimo, vicino a una montagna che prometteva alla vita di un giovane di aiutarla ad innalzarsi come lei verso il successo. Tolse per un attimo gli occhiali e stropicciò gli occhi, si guardò ancora attorno, la sua scarsa attenzione per quel luogo fu scossa da una ragazza dai lineamenti orientali che tagliava con cura una fetta di torta, non guardando mai oltre le sue mani ed il piatto. Anche lui è sempre stato molto timido ma la crescente responsabilità richiesta in famiglia e ogni urto metabolizzato o evitato proveniente da quella magnifica espressione che usano chiamare “vita adulta”, lo stava rendendo coriaceo, a tratti più rude, a volte insensibile, lui che passava serate a comporre tracklist perfette negli anni di high school per chi riusciva a meritarsi la sua attenzione. Stava percependo la bellezza in un modo diverso. A cosa lo avrebbe portato questa metamorfosi non poteva ancora sospettarlo. La ragazza lasciò mezza fetta di torta e andò a pagare, sorridendo alla cassiera, e, a fatica, spostò il pesante portone d’ingresso e tornò fuori dall’orbita visiva di Bill, tornò alla sua vita da studentessa. Portava la maglietta dello stesso college in cui andava lui. Forse l’avrebbe rivista un giorno. Immaginava se stesso a diciassette anni correre a spulciare tra i vinili del negozio di dischi più vicino a casa, cercare quello più appropriato per l’ultima piacevole sensazione della giornata, godersi le ultime ore di sole d’autunno, scoprire una poesia per la prima volta. Passeranno i pensieri scuri, i dubbi laceranti, i mal di testa per decisioni impossibili da prendere, il senso di non appartenenza a quella realtà, lo sconcerto per quella sensazione dolce e amara del tempo che passa e di tutti i cambiamenti che portano un ragazzo a diventare uomo. Bill si vide da una prospettiva che stava diventando nuova qualche mese più avanti, a suo agio ad una rassegna cinematografica nella grande città. Smise in quei giorni di respingere con ostinazione quello che si era rifiutato di considerare, che alcune speranze possono crollare, che le ferite bisogna lasciarla guarire essiccando al sole, che sarebbe rimasto comunque la stessa persona di sempre. Più coraggiosa. Seduto a quel tavolino, guardando i camion sfrecciare, non riuscirà ancora ad immaginare il suo futuro. Si preparava però, senza saperlo, al giorno in cui, specchiandosi nell’acqua del ruscello, riuscirà a riconoscere di nuovo il suo volto. ..fermarsi un istante e stendere le braccia all’universo e credere di poterlo abbracciare non una, non due, ma centomila e trecento volte e più ancora, con queste braccia spalancate al vento, una porta di una casa sulla natura, a volte mi ritrovo a chiamarla sottovoce libertà, da me stesso, da luoghi che non mi appartengono, da tutto quello che non voglio che mi definisca, dalla volontà di liberarsi della nozione di passato o di farla propria sentendosi sulla via di casa. Prendere la chitarra nel mezzo della confusione e spazzarla via per tutte le volte che ne hai bisogno e ritrovarti nell’oceano, nella progressione di due accordi, come se questo lembo di terra fosse sempre stato nostro, insieme alla nostra musica, senza pensare a tutto ciò che è inutile, che non dovrebbe più importare, perché questo è l’unico posto che conta, mentre sfiora la mia pelle, le nostre pupille che brillano dove devono stare, tutte le storie che vogliamo raccontare, togliersi ogni peso e proseguire il cammino, leggeri, con l’anima nuova ogni giorno, suonare sul corso infinito delle nuvole già passate e della luce del sole, le storie delle nostre corse per sentirci più vivi.

Filippo Redaelli

8. Arctic Monkeys – AM

Data di Uscita: 09/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

bella è una creatura sognante, che mi ricorda del cosmo più lontano, della consistenza delle stelle, i suoi baci potrebbero essere come paragonati a uno scontro fra costellazioni. Crede nei movimenti lenti come una donna degli anni sessanta però si trova a suo agio nel mondo moderno delle metropoli, ho incominciato già da qualche anno a cantare di lei, senza che all’inizio me ne accorgessi veramente. Portavo occhiali scuri, non riuscivo ancora a mettere i sentimenti a fuoco. Ho preso sempre più confidenza con la mia voce e il mio volto, mi sono appropriato del paroliere della tradizione migliore inserendoci tutto il vocabolario personale che mi sono ritrovato a disposizione, sono entrato in un mondo di amori spezzati e riconquistati, il mondo canzone dei lunghi amori perduti ma ritrovati. I tuoi stivali e i tuoi jeans neri sono diventati musica passando attraverso una chitarra, il mio amore sbranato ha fatto fatica a non esprimersi nella sua completezza. Per te l’amore era un gioco, lo dicevi sempre cercandoti nello specchio mentre ti passavi le dita tra i capelli. Le tue guance hanno ripreso colore? Sei solo tu in questo momento che puoi vantarti di possedere registrazioni inedite di alcune mie canzoni, solo tu puoi ascoltare la mia voce negli istanti appena successivi alla scoperta di nuove emozioni, solo tu la puoi riascoltare all’infinito così rotta da una nuova scoperta o scossa pensando a parole lasciate appassire, nuda come la mia schiena e questo muro bianco, e la mano tremante, strumento della creazione. Ti riconoscerai in queste parole, che effetto ti farà pensare che diventeranno di tutti, che verranno riutilizzate in contesti lontani una manciata di secoli dai momenti da cui sono partite? Ho finto di scrivere questa lettera cercando di ricreare le sensazioni di un anno fa, quando le carte non erano ancora del tutto scoperte. Siamo passati tutti attraverso concerti e folle oceaniche, chitarre e occhiali da sole, Glastonbury e le copertine dei giornali, ci pensi alle storie che si nascondono e che hanno fatto ciò che io scrivessi in questo modo? Lo sai che ho sempre scritto canzoni, non sei l’unica. Arabella sei stata soprattutto tu, però ora è libera di volare per aria come un palloncino che non perderà mai la sua posizione nel cielo. Cambierà anche nome, qualcuno lo ispirerà, altri la dimenticheranno. Non noi. Ho visto la foto di un polso con tatuato il disegno della copertina dell’album. Credo che abbia appena incominciato a esprimere tutto quello di cui porta significato. Ci pensi mai al percorso che può compiere una canzone?

Filippo Redaelli

9. Vampire Weekend – Modern Vampires of the City

Data di Uscita: 14/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo chiamavano il Gatsby metropolitano, viveva in uno di quei tipici appartamenti newyorkesi le cui ridotte dimensioni non erano un problema; a lui bastava l’unica finestra di cui disponeva per vivere, era speciale perché è da lì che salutava il suo migliore amico.

Adorava contemplare la prima luce dell’alba, vergine d’ogni sguardo straniero.

Era convinto che il Sole andasse a salutare lui per primo e poi il resto di New York, un brindisi ed un sentito sorriso erano il suo regalo quotidiano.

“You won’t even say your name… “

Only “I am that I am.”

“But who could ever live that way?”

Pochi gesti, sempre quelli e subito fuori tra le strade della città.

Adorava osservare la paranoia del mondo moderno.

All the cameras and files…

All the paranoid styles…

All the tension and fear…

Of a secret career…

And I think in your heart that you’ve seen the mistake…

But you let it go.

Sognava troppo spesso di vederci l’Africa tra i grattacieli, giraffe, zebre, leoni, di piantarci il mondo più selvaggio e naturale esistente nel bel mezzo della civiltà, proprio come quel raggio di sole o le passioni più sfrontate fanno nelle nostre vite.

Frequentava mostre d’arte, e i veri intenditori del settore lo riconoscevano, si parlava spesso di lui, c’erano davvero infinite storie che lo riguardavano, uno dei più informati raccontava che fosse molto ricco.

Apparteneva ad un’altra epoca, viveva in una dimensione parallela pur partecipando attivamente con il suo pensiero in questo mondo.

Non parlava mai di sé, non gli importava, ciò che aveva a cuore era la collettività.

Non dimenticava mai di elogiare la natura e la bellezza del dono della vita, poetiche celebrazioni di tutto ciò che ci circonda.

Le sue erano visioni surrealiste alle quali troppo spesso l’unica risposta devota erano gli sguardi diffidenti e dubbiosi dei suoi interlocutori.

”Non siate definitivi.” diceva. “Follow your gut.”

“Wisdom’s a gift but you’d trade it for youth.

Age is an honor-it’s still not the truth…”

YOU NEVER KNOW WHAT’S GONNA CONNECT WITH PEOPLE.

Idea Condivisibile, era questo il pensiero generale di chi lo ascoltava, ma ci si domandava troppo spesso come dar fiducia ad un uomo così solo, custode di pillole di felicità collettiva.

La sua solitudine era riconosciuta da tutti, nessuno ne aveva la certezza…

Il dubbio collettivo, che impediva all’ennesima etichetta sociale di affiancarsi ad un volto, era la sua solita visita ad un appartamento della città, riconoscibile dal suo unico e antico portone verde.

Francesca e Valeria Annichiarico

10. Nick Cave and The Bad Seeds – Push the Sky Away

Data di Uscita: 18/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Diari

Cara Bee,
ho appena scaricato la foto che ha inviato via mail mia sorella. Come cresce in fretta suo figlio! Per un attimo ho avuto l’impulso di chiamarla ma non trovo le forze, perciò, per non vanificare il mio desiderio di interloquire in qualche maniera con qualcuno, decido di scriverti.
Come sai, da tre mesi mi sono trasferito in questa nuova città e ho trovato una sistemazione soddisfacente seppur precaria. Stamattina ho avuto una piacevole conversazione con un personaggio del posto. Dice di essere stato frate eremita per quindici anni, poi è tornato nel mondo civilizzato ma qui tutti lo definiscono un po’ matto; sarà, ma ho scorto nei suoi occhi tutta la fibrillazione e il candore di uno spirito completamente libero, privo di imposizioni. Non fraintendermi, non intendo scomparire, tagliare ogni tipo di contatto ed emulare le gesta di quell’uomo fuori dal tempo. Tuttavia credo sia indispensabile, giunto oramai a un punto cruciale della mia vita, mettere in fila i fotogrammi di ieri e quelli di oggi per riconoscere e annotare le cose importanti e le cose superflue per poi dividerle le une dalle altre.
Non è la mia una semplice cesura, una raccolta differenziata dei sentimenti, delle gioie, delle speranze e dei tormenti. Né voglio montare un patetico filmino dei ricordi. È una necessità, questa, di rispondere a una domanda: cosa sto facendo?
Per rispondere al meglio a questo quesito ho pensato bene di osservare. Osservare quanto più posso ogni cosa che ha a che fare con la mia quotidianità, staccarmene.
Ti aggiorno presto,

Kin

***

Cara Bee,
detto, fatto. Ti aggiorno con grande soddisfazione. Riflettendo sul bisogno di osservare, l’altro giorno ho pensato bene di andare in cima a una collina dalla quale si ammira un bellissimo scorcio della città coi suoi due campanili che sembrano grattare le nuvole.
Sarà un brano rock and roll ascoltato in auto, sarà stata la velocità con la quale guidavo; alla fine mi sono sentito sollevato. “Sollevato”, credo di aver trovato il termine appropriato. Lì, su quella collina mi sembrava di dominare il mondo, non nel senso di comandare o chissà che. Sentivo di reggere il mondo, il mio mondo fatto anche di piccole banalità. Una canzone dice: “quando senti di aver ottenuto tutto ciò per cui sei venuto, se tutto hai ottenuto e non hai altro da chiedere, devi solo sollevare, sollevare il cielo più in là”. Ebbene, non sento altro nella testa, non sento di dover rispondere più a nessuna domanda. Adesso sento solo delle cose da fare. E tutto ciò mi… solleva!
Non vedo l’ora di rivedere mia sorella e conoscere mio nipote.

Kin

Andrea Russo

Top Ten 2013 – Alfonso Errico

1. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

2. Moderat – II

Data di Uscita: 02/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sarei dovuto arrivare in piena estate, e suonare al tuo campanello con la speranza di non incontrare qualche tuo amico scendere per le scale di corsa e smuovere in me quelle sciocche gelosie da ragazzini; sarei poi entrato di slancio, lasciando cadere il borsone, e ti avrei stretto a me con la foga di chi ha aspettato tanto per poter avere ciò che desidera. Poi, come altre volte, saremmo andati ad affondare i piedi nella sabbia del lungofiume facendo attenzione a non inciampare negli arbusti selvatici cresciuti spontaneamente, fino ad arrivare al margine dove ci saremmo seduti, le gambe a ciondoloni nel vuoto, una birra in mano, incontri concerti e sventure e coincidenze mancate da raccontarci. Poi sarebbero giunte le notti, quelle che fai a fatica a discernere tra loro perché si uniscono l’un l’altra in un continuum spazio-temporale, a entrare e uscire dai clubs fumosi con l’elettronica avvolgente, in questa città in cui per nessuno sembra mai arrivare il momento giusto per andare a dormire. Ci saremmo svegliati all’ora di pranzo, col sole alto e il vociare allegro della gente dei caffè sotto le tue finestre; avrei cercato di scompigliare i tuoi capelli cortissimi approfittando del tuo daffare ai fornelli, omelette veloce e un bel piatto di verdure, o mi avresti portato a visitare una galleria d’arte aperta da poco, o a comprare i semi per le piante con cui avevi in mente da tanto di abbellire il terrazzino della cucina.

Ricordo ancora come avevi quasi supplicato che ti raggiungessi col caldo, usando ogni mezzo in tuo possesso per fare breccia nella pigrizia cronica di cui ho sempre sofferto; avevi dipinto immagini reali di lunghe camminate in strade nuove, e ore d’amore e di progetti da costruire assieme bevendo tè verde. Stavolta l’impresa era ardua più del solito, mi ero rabbuiato, orde di preoccupazioni e fobie rendevano insuperabili anche gli ostacoli più stupidi; avrei dovuto parlare sin da subito di attacchi di panico, la mia bocca tuttavia aveva un timore folle di pronunciare le cose con il loro vero nome, e la testa rifuggiva le oggettive definizioni. Cominciai ad accampare scuse strampalate, a cui tu giustamente non hai mai creduto. Lo si intuiva dalle tue risposte via via più rade e stanche, le argomentazioni andavano dissolvendosi e gli stimoli affievolivano davanti al mio muro privo di spiegazioni plausibili. E come darti torto, d’altronde? A un certo punto smettesti di scrivermi e chiamarmi, probabilmente al culmine dell’esasperazione, per salvare il tuo diritto a mantenere un equilibrio stabile, non messo a repentaglio dalle acrobazie su fili sghembi di chi stava combattendo con le proprie turbe interiori. D’altra parte mi ero impegnato eccome per tenerti lontana e cercare di dileguarmi dai tuoi giorni, dai tuoi occhi; malgrado ciò la tua assenza, improvvisa, non riuscivo ad accettarla, né a farci l’abitudine. Avevo smesso anche di rispondere al telefono, nella paura che di là dal cavo ci fossero obblighi da adempiere che mi avrebbero costretto a compiere azioni e a prendere delle decisioni. Quando mi coricavo il respiro mi si strozzava in gola, e nell’angoscia di non vedere un domani mi rialzavo a sedere; la notte in cui mi scostai le lenzuola di dosso e sgusciai dal letto, passai in rassegna col dito tutti i libri ritti e ordinati che tenevo negli scaffali, fino ad arrivare alle cornici che inquadravano foto indimenticabili dei momenti felici. Tolta quella da bambino, con la mia famiglia e la torta di compleanno, tu eri in tutte. Il tuo sorriso ancora riusciva a scuotermi, a illuminare un angolo recondito in me.

L’aereo atterrò che si era fatta mattina da poco, e l’aria era frizzante e velata della prima nebbiolina di settembre: com’erano distanti i giorni radiosi di occhiali scuri e notti danzanti! La città appariva diversa e inedita al mio sguardo timido, quasi vergognoso. Era la prima volta che la vedevo, la vivevo, così. Sapevo che te ne saresti andata prima dell’arrivo dell’autunno, una casa di moda di Buenos Aires aveva scelto i tuoi bozzetti per una nuova collezione di costumi da bagno; decisi ugualmente di fare un tentativo disperato e tu non c’eri più per davvero, un cartello “affittasi” aveva preso il posto della biancheria stesa in terrazzo, l’orto pensile te lo eri portato con te o lo avevi regalato a Corinna, come dicevi sempre.
Presi a girovagare come un cane randagio, inquieto; le cuffie le avevo lasciate in valigia e non mi servivano, da ogni finestra o negozio o caffè arrivava musica dolce e ammorbidita da battiti delicati immersi nella techno a me cara, nuova declinazione dell’elettronica che amavamo ascoltare insieme, inusuale ma familiare.
This is not what you wanted
Not what you had in mind

Quando non è più la stagione delle feste spensierate ma quella intimista delle scelte, dei conti con la coscienza, della cura dei legami e dei sentimenti, i rimpianti si moltiplicano e ti fanno maledire la tua paralisi, la mancata richiesta di aiuto che avrebbe potuto salvarti in tempo per non perdere il treno della vita. Scansavo coi piedi le prime foglie cadute in un autunno acerbo sui ritmi di dubstep e nostalgia, e mi sembrava quasi che tutta questa mancanza fosse una messa in scena, ché tu in realtà ti stessi nascondendo dietro una tenda o in auto dai vetri scuri per spiare le mie mosse e vedere cos’avrei fatto, se me la sarei cavata.
La notte mi arrischiai nei locali, avevo un’urgente necessità di ritmo e di rincorse sintetiche; scolai in un unico sorso il gin tonic appoggiato alla ringhiera del soppalco sospeso sulla pista da ballo, aveva lo stesso sapore di quando lo bevevo con te e questa cosa mi rincuorò ingenuamente.
Al mattino tornai alla tua porta e la musica si era fatta nuovamente meditativa e avvolgente, quasi romantica se vogliamo, il punto di arrivo era univoco, “I see the damage I’ve done”. Scrissi una breve lettera tanto impulsiva quanto sincera sull’incarto del pane del giorno prima, la lasciai cadere in quella che una volta era la tua buca delle lettere con la speranza che sarebbero state le tue mani a raccoglierla, chissà, un giorno. Alzai lo sguardo per l’ultima volta verso le finestre ora mute con ancora il ronzare dei synth nelle orecchie, e me ne andai.

Federica Giaccani

3. Tyler, the Creator – Wolf

Data di Uscita: 02/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Come per Frank Ocean mi è impossibile raccontare una storia, si tratta di personalità troppo eccessive per circoscriverle. Come fare a costruire un racconto ad esempio su Steve Jobs? , io non ne sono in grado e qui mi limito a riportare i dati di fatto visto che il resto sarebbe mera supposizione. Tutto è saturato e resta la vena creativa dell’artista, qualcosa di terribilmente debordante. Una matrioska creata per far uscire fantasmi e fissazioni di tutti i giorni.
Ad un persona x, ipotetica voce che mi chiede di consigliarle un disco, direi questo:” Tyler Gregory Okonma meglio conosciuto come Tyler The Creator è un giovane ragazzo che espone ed esprime le sue idee in varie modalità. Tyler ha cambiato l’hip hop scorticandolo per bene con la fondazione della Odd Future. Le personalità in gioco sono multiple e ci si scontra apertamente con una varierà quasi infinita di inclinazioni. La ribellione, il genio, la misoginia, il razzismo in varie forme, l’abilità spalmata su tutti i campi artistici, l’ironia, la comicità, l’ignoranza del fanciullo poco cresciuto, l’indecenza, la mancanza, la gelosia, la sincerità, una sorta di maturazione e l’ingenuità di chi dice tutto apertamente. Un’unica personalità si apre come la coda di un pavone con le sue piume colorate che ostenta il suo armamentario. Se poi non ti piacciono gli animali che si atteggiano potresti non apprezzare questo lavoro ma è un problema tuo; le perle come queste sono poche ma nello stesso tempo si possono donare a chiunque comprenda l’ispirazione folle che sta dietro”.
“E la storia è un terrificante triangolo amoroso: Sam e Wolf per avere Salem. E l’introspezione penetra la rabbia e l’allucinazione diventa seria in uno spettacolo surreale ma pregno di significati. I triangoli amorosi sono un tema trito e ritrito, chi riesce ad intercettare l’attenzione altrui con spunti del genere è decisamente da apprezzare. E se due bulli un poco ingenui portano le loro turbe in primo piano il gioco è fatto. Dovresti proprio ascoltarlo questo album che si potrebbe definire un “concept album”, ma questi sono paroloni inutili. Il tema è questo ma gli spunti narrativi presi e poi gettati via creano milioni di strade alternative. Piano, flow, jazz, urla d’orrore, synth, trame di batterie scarne e minimali, voce cupa che gratta il cuore e le orecchie, beat e metriche meccaniche si aprono al soul. Se sei un cazzo di indie-folk-pop totalitario e ti fa schifo il rap posso dirti che ci sono anche Laetitia Sadier e Erykah Badu, non c’è altro da dire”.

Jamba

Tutto parte in un Camp estivo, il Camp Flog Gnaw. Eco finale in ascesi o crisi epilettica. Paranoia totale

Get hip to the pew, you can drink piss and eat a dick in a few. The sickening view of visuals, i’ll eat yor ribs! I’m a wolf, the meet your kids after school, and give them drugs cause it’s cool

Cowboy

Metafora del viaggio, della vita e meccanica sonora scarna alla massima potenza con aperture dorate. Ipnosi

“ I am the cowboy on my own trip, I am the cowboy on my own trip, I am the cowboy on my own trip and I am the cowboy”

Awkward
Un romanticismo malato ti pervaderà completamente, la voce di Frank Ocean intersecata perfettamente, l’innamorarsi ingenuo e totale. L’insicurezza.

You’re my girlfriend, you’re my girl (whether you like it or not!), you’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girl, girlfriend. You’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girl (Shit I know that you’re my). You’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girlfriend.

Domo 23
Spacca tutto, sporcizia ed esplosione sonora alla massima potenza, Golf Wang.

Answer
Telefonate senza risposta a padri mai conosciuti. Ritmo sgranato e quieto in un intreccio tra passato, presente e futuro.

Hey Dad, it’s me, um…
Oh, I’m Tyler, I think I be your son
Sorry, I called you the wrong name, see, my brain’s splitting
Dad isn’t your name, see Faggot’s a little more fitting

48
Droga e media. Rimanere una persona normale è possibile oltre il successo. Beat caldo e decadente in vorticosa distorsione.

Crack fucked up the world, and I wonder if they realized the damage. I mean, they come from an era who made a lot of money of that shit

Partyisntover / Campfire / Bimmer
Cori allucinati, emotività, lounge, la passione per i Tame Impala,ipnosi finale con duetto Tyler e Frank Ocean. Capolavoro.

The party isn’t over, we could still dance girl
But I don’t have no rhythm
So fuck it, take a chance with a nigga
Like me, like me

IFHY
Amore passivo aggressivo, l’amore distratto e complesso allo stesso tempo, frammenti di gelosia. Synth killer, beat in loop e Pharrell a chiudere in bellezza. Scuse mal gestite.

I fucking hate you
But I love you
I’m bad at keeping my emotions bubbled
You’re good at being perfect
We’re good at being troubled, yeah

Pigs
Bulli omicidi e risse, vetri spaccati. Il film dell’orrore in slow motion è servito.

We are the Sams, and we’re dead — it’s just four of us
We come in peace, we mean no harm, and we’re inglorious

Treehome95
Il soul e i doppi sensi amorosi. Classe allo stato puro.

I want to go
I want to go
Baby, let’s go
To my treehome
Treehome

“Il tutto è una visione oscillante tra il grottesco, il caricaturale e il riflessivo. L’energia sprigionata è folle ma messa sotto un maggiore controllo rispetto alle precedenti uscite. Dimentico di dirti che prima di consigliarti questo album devo rivelarti un’altra cosa. Se non se un indie-totalitario ma solo un totalitario devo ammettere che probabilmente Tyler non sarà mai chiamato ad un patetico concertone del Primo Maggio o ad un ritrovo di nostalgici. Troppo misogino e americano da una parte e troppo nero dall’altra.
Il lupo se ne farà una ragione perché esce vincitore, impossibile perdere con una dose di talento del genere caro ascoltare x.”

Alessandro Ferri

4. Kanye West – Yeezus

Data di Uscita: 18/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Una villa enorme, design unico e vetro dappertutto per riflettere il sole e il mare. L’atrio d’ingresso introduce in un paradiso terrestre ed alieno condito da comfort di ogni genere, spazi macchina infiniti, piscina olimpionica a forma di vagina, ascensori rapidissimi, soffitti altissimi, cinque piani, pavimenti in legno, finestre a iosa. Open space. Il lusso era tutto suo, i soldi per la manutenzione non erano un problema per lui che ormai aveva sfondato senza alcun ritegno nel mercato globale. Comprata l’abitazione da un ricco magnate della zona l’aveva ricostruita a sua immagine e somiglianza. L’ego smisurato non lasciava nessuno spazio, ambizione e trasformismo erano gli ingredienti vincenti della scalata all’olimpo degli immortali. Divenire d’ispirazione per il mondo intero combattendo la banalità e la mediocrità era l’obiettivo, l’ordinario e il rancoroso andavano demonizzati nel suo circolo incantato ma così reale. Yeezus aveva deciso di sparare immagini caustiche sui palazzi di sessantasei città sparse nel mondo, era l’ultima provocazione che gli era venuta in mente. Doveva parlarne con il proprio tecnico video, stasera era in programma una cena a lume di candela per decidere il da farsi. Il tecnico chiamato per le proiezioni era Charlotte, una bellissima ragazza francese conosciuta durante un viaggio tra le vigne della Borgogna. I suoi fluenti capelli castani, i piccoli seni, il fondoschiena perfetto e la pelle sempre profumata gli avevano fatto perdere la testa; neppure lui capiva se la trovata delle proiezioni era reale o solo un modo per poter cenare da solo con lei.
Farneticante e misterioso se ne era rimasto chiuso nella sua casa per due mesi facendosi portare viveri e lussi dai vari assistenti. Un senso di sfida continua lo portava a spiazzare l’interlocutore completamente, era solito rimarcare di continuo il suo dominio assoluto con un linguaggio colto ed oscuro. Spacconate terrificanti erano all’ordine del giorno, lo stile unico e naturalmente diretto al gaudio dorato. Il talento indiscutibile debordava dappertutto lasciando di sasso chiunque, cambi in diverse direzioni da far venire mal di testa.
L’autoreferenzialità si faceva oscurità vorticosa, ai limiti massimi. Razzismo, amori torbidi, nessuna pubblicità o promozione al proprio talento. Metafora del potersi permettere ogni cosa, il distacco per sublimare la superiorità. La divinità è una qualche entità superiore straordinariamente dotata, si colloca altrove in una tensione sacra al congiungimento con esso. La fede diviene centrale e voleva instillare in tutti i suoi seguaci questo sentimento così da farsi seguire ed adorare.
Davanti allo specchio con il rasoio per rifinire perfettamente la barba. Bermuda beige, camicia bianca con motivi floreali alternati a piante rampicanti piccolissime, giacca stretta marrone e papillon di classe. Il profumo e gli occhiali da vista con montatura dorata non potevano decisamente mancare per l’appuntamento con Charlotte.
La ragazza arrivò puntualissima alle 20, lui si fece attendere ed il maggiordomo portò Charlotte nell’immensa sala da pranzo addobbata a festa. Si sedette sulla propria sedia fissando il soffitto immaginando mille proiezioni colorate, aveva un abito lungo rifinito con graziosi brillanti, una scollatura generosa e i capelli sciolti a ricadere sulle spalle.
L’arrivo di Yeezus, annunciato da una intro eccessiva e compulsiva intervallata da un coro di bambini, fu planetario. Pesce pregiato innaffiato da un vino bianco micidiale e fruttato, questa era la cena proposta a casa Yeezus; i discorsi della serata toccarono solamente di striscio le proiezioni e lui doveva lottare per non morire negli occhi così brillanti di lei. Mangiarono con calma e il vino arrivò in quantità industriali, lui si lasciò naturalmente andare a monologhi ricolmi di arroganza e auto proclamazione. L’unità di misura era ormai persa e le dita delle mani si sfiorarono nel tentativo di versare altro vino, il resto fu amore esagitato e dolce nello stesso tempo. I bellissimi abiti furono completamente strappati e i brandelli finirono sul tavolo, lo fecero in tutte le posizioni possibili prima nella sala da pranzo e poi nell’immensa camera da letto. Lo stravolgimento fu accompagnato da una colonna sonora che senza ritegno alcuno mescolava rap, industrial, glitch, distorsione, dancehall e beat ruvidissimi con un pizzico soul finale a riportare indietro nel tempo. Il battito cardiaco totalmente violentato da un’ascesa micidiale ed ipnotica, complessa da metabolizzare e prima di tutto da vivere.
Si risvegliarono presto per dirigersi nella piscina a forma di vagina dove fecero ancora all’amore fino allo sfinimento ricordando i ritmi della notte appena passata. Imprevedibili, emozionanti e opachi. Giunse alla conclusione che le proiezioni erano uno scusa, anche l’amore e il sesso in questo caso lo erano.
La conclusione era una nuova affermazione di totale e meritato dominio su tutti i fronti.

Alessandro Ferri

5. Mount Kimbie – Cold Spring Fault Less Youth

Data di Uscita: 27/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

L’inverno cede, luce fioca non irradierà cristalli prossimi a liquidarsi, brina poco convinta. La macchina spanna facile, fa caldo nei piumini, quasi da toglierseli e fare l’amore in macchina come mocciosi arrapati. Una casa l’abbiamo, un mutuo anche e durerà certamente, quasi quanto è certo il nostro amore, amore. Il turno delle due, una macchina in due, ti aspetto, ti vengo a prendere, il più delle volte siamo uno, in due. Ed è un bel tormento a dirla tutta, il tedio dello starci stretti e doverci stare dietro, me l’avessero detto avrei firmato subito, ammesso che per ste cose ci siano carte da firmare. Gli anni a venire, al seguito e servizio della ragazzina dai capelli rossi, Charile, sarà la pena da scontare per un’infatuazione inarrestabile. La corte non accetta appelli, lei contraccambierà e dovrete amarvi! Ma vostro onore, si piange miseria, e quando farà gli anni, quando faremo gli anniversari, quando le annose ricorrenze vorranno esser festeggiate, io non saprò manco dove portarla, l’amore costa, vostro onore. Arrangiati, Charlie, la legge non accetta ignoranti, l’amore non cerca scusanti. Da allora pub come ristoranti, cinema come teatri, centri commerciali come Spa. Vorrei darti di più ragazzina, stupirti con un lusso vero, mentre mi spii celata dal groviglio di una frangia ramata, non mi giudichi e contraccambi lo sciocco che sono al pari, grazie.

L’inverno cede, luce fioca non irradierà i cristalli prossimi a liquidarsi, brina poco convinta. Sorseggi sereno un cappuccio bollente e taci, ho un compagno di poche parole io, un san bernardo pare. Con la faccia mogia e sempre penante, di cosa ti preoccupi, cosa ci manca? A me nulla, macherà a te qualcosa? Posso dartela io? Parla, Charlie, senza che io te lo chieda, parla. Non finiamo a fare l’amore in macchina come mocciosi arrapit, una casa ce l’abbiamo, una casa nostra fra ventanni. Nostra. Il turno delle due e noi due, silenziose le ore, silenziosi noi, e mi ritrovo bambina con un padre imbronciato che mi aspetta e mi viene a prendere.

Charlie!
Che c’è?
Che hai?
Pensavo.
A cosa?
Che ti amo.
E?
E che non ti do quanto vorrei, e la cosa mi distrugge perché vorrei, giuro che.
Charlie, ti ricordi di quando uscivamo le prime volte con la macchina di tuo padre?

Come mocciosi arrapati.

Alfonso Errico

6. Burial – Rival Dealer

D.d.U. 11/12/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

L’inconfondibile emicrania delle ore che seguono un rave umido ed acido.
I ritmi dei ricettori nervosi restano accelerati e spasmodici, le gambe tremendamente esauste ancora si muovono da sé, i pensieri rimbalzano impazziti da uno scompartimento e l’altro della memoria. Scatti compulsivi tra i canali di un vecchio televisore, il telecomando prende in rassegna tutta l’offerta in chiaro: televendite, voci distanti, spot di videogiochi, report di discorsi pubblici entrati nella storia.
I piedi perseverano nelle danze chimiche.
Sms arrivano a valanga, qualcuno forse mi cerca, oppure sbagliano numero; nelle tempie la pressione di un costante chiacchiericcio di fondo.
La nebbia è penetrata nello scantinato, ricettacolo di sogni infranti e divani sfondati dalla tappezzeria in velluto a coste marrone. Tuttavia una luce nuova entra dagli spiragli dei cartoni incastrati sommariamente nelle bocchette di aerazione. The sunlight has come.
Il breakbeat va in pausa, lascia il posto a ritmi solari e regolari, bagliori inediti ripescati dal pop degli anni ottanta. Forse esiste ancora la speranza, sotto la coltre di nostalgia che mi rende da sempre un’anima perduta.
Excuse me, I’m lost.
In una improvvisa epifania, ci si perde e ci ritrova ciclicamente.
Rimango ancora un po’ sprofondato nella penombra, ma quando uscirò probabilmente arriverà una mano da stringere. E l’aria sarà malinconica ma meno rarefatta.
You’re not alone.

Federica Giaccani

7. Apparat – Krieg und Frieden (Music for Theatre)

Data di Uscita: 15/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sergej vive nei pressi del fiume Enisej, nella Repubblica popolare di Tuva. La sua modesta abitazione sorge vicino ad un foresta immensa, un luogo oscuro meta di eremiti e sciamani dalle spiccate capacità curative.
La vita precedente a San Pietroburgo era frenetica, la sua vena poetica si era spenta fino ad annientarsi. L’hockey, il calcio e la mondanità lo avevano inghiottito rapidamente in un susseguirsi di eventi causati dal suo fulmineo e lucente successo come poeta espressionista capace di delineare perfettamente uno spazio urbano fonte di angoscia e smarrimento. Nel trasformato contesto globale riuscì a tracciare nuove fobie dai riflessi cangianti e mostruosi al limite dell’ignoto, iniziò collaborazioni con le maggiori riviste russe d’arte e non solo – anche i quotidiani desideravano le sue rubriche.
Il suo volere artistico si era tuttavia annebbiato totalmente e la nuova opera commissionata dal festival dell’arte Ruhrfestspiele: un’interpretazione di Guerra e Pace, celebre romanzo di Lev Tolstoj, non lo faceva dormire.
Inconscio e desideri repressi stavano per esplodere e comporre in quelle condizioni non era possibile. Tali problematiche, un tempo foriere di grande ispirazione, si erano tramutate in un pericoloso vortice di sensazioni non più controllabili. Sono le classiche crisi produttive e poetiche che o bloccano totalmente l’uomo oppure lo portano su nuove strade.
E in un gelida notte d’ottobre nella città della rivoluzione bolscevica trovò la scintilla. Un barbone ai bordi della strada che inneggiava a Lenin lo colpì immediatamente costringendolo ad uno stop, quasi pietrificato dai suoi lamenti. Finirono a bere vodka insieme seduti sull’asfalto gelido e prima di fare ritorno a casa il mendicante lo bloccò e si mise a ripetere come una forsennato la parola Tuva. Questo suono gutturale convinse Sergej a trasferirsi.
Da sempre terra autonoma che cercò in vari modi di sfuggire all’abominevole dominio comunista prima di allinearsi obbligatoriamente ai dettami della pianificazione totale e priva di senso. L’arresto di Kuular, buddismo e sciamanesimo rasi al suolo e collettivizzazione della vita non riuscirono comunque a distruggere la vena nomade di questa zona estrema e difficilmente assoggettabile. I vecchi monasteri, i disastri immani del Partito e i segni della sofferenza percepiti nell’aria ghiacciata dell’inverno incombente.
Le catene montuose invase dai fiumi e dai laghi portavano gli occhi di Sergej a seguire infiniti percorsi, l’isolamento totale creò una nuova foga compositiva. La resistenza alle condizioni spesso proibitive diede una forza antica alla sua scatola cranica, innervata di adrenalinica riflessione partorì il capolavoro. Forsennate camminate nelle foreste seguendo sentieri naturali, dialoghi fatti di silenzi con i curatori locali e notti insonni a scrivere.
La trasformazione totale, la nascita di un artista poliedrico e formidabile in più campi. L’impressionismo si impossessò di Sergej, le sensazioni davanti alla Natura portate a galla con immane potenza. Lo scorrere rapido e paradossalmente distaccato del tempo appuntato in ogni singolo istante dinnanzi al mutare delle condizioni di partenza. Il tracciato dell’opera sempre pronto a superarsi per giungere a lidi inesplorati, impossibile predire che cunicoli attraverserà in futuro l’artista.
Nei festeggiamenti per i dieci anni dell’interpretazione di Krieg und Frieden, tra riconoscimenti prestigiosi e viaggi promozionali dappertutto, fu chiesto di creare una sorta di colonna sonora.
Sergej che nel frattempo studiò la musica si dedicò anima e corpo al progetto ritornando nella sua casa accanto al fiume Enisej. Drone, archi, pianoforte e leggere percussioni a sfondare le barriere temporali. Melanconia e malinconia a tenersi per mano. Archi funerei messi a disposizione dell’impetuoso scorrere del fiume che porta le proprie acque a spargere i sedimenti in ogni metro quadro della zona. 44. Intromissioni ambientali e fermenti della natura tra i vortici ghiacciati a una temperatura oscillante tra i – 10° e – 35°. 44 (noise version). Tod. Lo sporcarsi in pensieri violenti ed isolati tra le montagne innevate vedendo vecchi film di stato con deportazioni in massa. PV. Il tintinnio del carillon a far vibrare l’aria mattutina prima di partire per lunghe camminate solitarie. K&F Thema. L’epica e una nuova alba. A Violent Sky.

Alessandro Ferri

8. King Krule – 6 Feet Beneath the Moon

Data di Uscita: 24/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La città d’inverno è preferibile, non ci sono gli altri e restiamo tranquilli, nessuna festa a scopo turistico, le luci sono essenziali, e l’inverno benedice e suggella il tutto con la patina di brina che ricopre ogni cosa. Il mare d’inverno, ecco cosa si perdono gli sciocchi, come se fosse tutto fare il bagno e prendere il sole, che ne sanno del canto delle Erinni, di quell’amplificatore di sensi di colpa e tragedia che è lo scrosciare delle onde quando fa un freddo gelido, che taglia la faccia e vuole, pare voglia, abbracciarti nelle sere più fredde. Quasi a dire, fa freddo, troppo per sopportarlo e non esserlo. Diventa freddo, diventa freddo con me. Sarebbe tutto così perfetto, spicciolerei abbastanza per portare a casa la pagnotta col mio solito e sicuro spettacolo da bar, tastiera e basi, se non fosse per quel ragazzino. Piccolo, iracondo, ragazzino. Sembra che mi segua, viene con la sua chitarrina, sputa veleno come un vecchio negro stanco, ha dentro tutta la rabbia di un adulto e nessun graffio in vista, è vestito bene, perché ha gli occhi in brace? E porca puttana mi fotte il lavoro, viene, suona gratis, elemosina le birre che sono certo non potrebbe bere, chi cazzo ci crede che ha diciotto anni. A fine serata prendo la busta e i locandieri mi guardano come un ladro, ti sei portato la spalla o quello ha suonato al posto tuo? Bastardo, cosa dovrei fare? Mica posso cacciare i tuoi clienti? Non lo sopporto più.
Anche oggi, anche oggi dannazione, basta, ora vado e ci parlo. Ehi, ehi tu, moccioso! Io? Tu! Prima che tu mi dica qualsiasi cosa, sei Corgy Del Perno vero? Ti chiamavano così per via di quel collo inesistente e delle mani affusolate, sei tu vero? Vuoi che ti spacchi la faccia? Sei tu vero? Sì, sono io. Figlio di puttana, ho conosciuto Elly, era la mia babysitter, m’ha insegnato a suonare la chitarra, mi raccontava sempre di te, l’hai mollata per la metropoli, volevi sfondare, ora sei in una topaia a fare le marchette. Come cazzo ti permetti, stai zitto e ascolta, lei ti cerca ancora, dopo tutti questi anni? Sì, idiota, e lei è più stupida di te, non posso tornare, allora almeno suona qualcosa di decente e mollami un LA che devo accordare.

Alfonso Errico

9. Gold Panda – Half of Where You Live

Data di Uscita: 11/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La città è un caos frenetico, un susseguirsi di epilettiche sistematiche gestualità. Un ritmo intenso, caleidoscopico. Guardando fuori dalla finestra del suo appartamento al quinto piano, gli pareva di vivere al centro del mondo. E contemporaneamente fuori dallo Spazio e dal Tempo. Le gocce di una lieve pioggia appiccicate al vetro lucido, la luce dell’ennesimo giorno che è trascorso. Mentre fuori: suoni e voci e claxon e persone che camminano e ancora voci, un accavallarsi infinito di voci, claxon, che sovrastano tutto, persino i pensieri. Le auto avanzano a singhiozzi, intrappolate nelle code ai semafori, come mosche in una ragnatela.

Tutto sembra leggero, ma anche più pesante. I ricordi non aiutano a vivere, ma a morire.

Ripensa al sole di Sao Paolo do Brasil e ripesca dalla memoria il profumo del mare e del vento che accarezzava la spiaggia come i rimpianti accarezzano l’anima. Un brivido caldo che poi diventa freddo gli cammina lungo la schiena come un insetto isterico. E la vede: Beatriz.
I suoi occhi. Dentro potevi trovarci tutta Sao Paolo. Forse, il mondo intero.
Le palme, il faro, le nuvole bianche come il latte, e il mare. Quel mare che lì, davvero, aveva lo stesso colore del cielo. E il fondale, l’atmosfera, erano la stessa cosa.
Beatriz era fuggita dalla favela, dalle baracche coperte di amianto e vernice, dalla polvere che ti si deposita fino dentro le ossa. Beatriz aveva un sogno. Un sogno bellissimo.
– Puoi portarmi con te?,- gli aveva chiesto. Solo questo. Questo e – Ti prego,- disse. Ti prego.

Sdraiato sul letto abbassa le palpebre e immagina il colore della sabbia che si riflette negli occhi di una ragazza appena maggiorenne, con i capelli neri come la tenebra e la pelle al sapore di acqua di mare.
Dalle casse dello stereo, i vibrafoni gli arrampicano lungo la spina dorsale come a scalare una parete rocciosa. Il vuoto diventa materia, le percussioni scandiscono il ritmo spezzato del battito del suo cuore.

La città è scomparsa. Inghiottita dalla fame atavica di pace. Fuori dalla finestra c’è la spiaggia di Sao Paolo do Brasil. C’è il sole. Un gruppo di ragazzini gioca a pallone in costume, vicino a dove il bagnasciuga diventa nient’altro che il punto d’incontro tra la Terra e l’Infinito.
Anche se distanti migliaia di chilometri, dietro al vetro, incontra gli occhi di una ragazza.
Due occhi profondi come l’Oceano che dicono solo: ti prego.

I loop, profondi, ossessivi, somigliano ai suoi ricordi: e gli sembra di morire.
Ma è la cosa più bella che abbia mai provato in tutta la vita.

Samuele Pica

10. In Zaire – White Sun Black Sun

Data di Uscita: 19/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Siamo sempre sull’orlo del conosciuto, mai dentro, mai fuori. Quando blandamente ti chiedi se il bicchiere della tua vita sia mezzo pieno o mezzo vuoto ti appelli ad un modo di dire basato su congetture erronee e anacronistiche, il bicchiere non è mai mezzo vuoto, mai mezzo pieno, il bicchiere è sempre pieno, per metà d’acqua e metà d’aria, magari. Siamo generazioni collaborative, scoprendo ricordiamo chi ha preparato la strada, guardiamo anche per loro e in loro c’è il seme del nostro estro. Quando si è istruiti a farlo, la realtà appare in un’altra maniera e questa comprensione permette spessore. La capacità aumenta la capacità, perché un bicchiere porta l’acqua solo quando sai che è fatto per questo. Altrimenti, la contiene soltanto. Perché la conoscenza è fonte, l’educazione anfora, la volontà bicchiere. E in tutto questo le idee sono i picchetti attraverso cui passa il filo della nostra storia. E in tutto questo l’umanità non ha fatto che disegnarsi addosso alle proprie idee. Ogni volta che formuli dedichi qualcosa a chi c’è stato, vincoli chi verrà. Sostituire il pregiudizio privato con congetture pubblicamente verificabili è il più grande esercizio di verità, cosa ti dice questo? Cosa ti suggerisce questo assioma? Che la verità, la conoscenza, le idee, trovano forza nella condivisibilità. E immagina quanto apparirermo ridicoli quando voleremo da una stella all’altra saltando fra i wormhole, quando ci godremo un alba di galassia e non di un sole solo. Quando t’abbraccerò nella coscienza collettiva di centinaia di individui, e ricorderemo con un sorriso come questa stella si sta spegnendo, come questo sistema sta crollando ineluttabilmente. L’inesorabile sconfitta del calore, la morte termica e dunque il cambiamento che svela la menzogna di una fine infinita. La fine è sempre finita, sempre finirà.
Eleganti verità, orpelli di interrelazioni, complessità e continuità di sistemi.

Alfonso Errico

Top Ten 2013 – Marco Di Memmo

1. Atoms for Peace – Amok

Data di Uscita: 25/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

C’è un pesce biondo, schizofrenico, che balla tra le onde conturbanti del Mozambico e sa mutare le sue pinne in ali, portandosi dall’estremo sud dell’Africa fino ai deserti occidentali di questo continente, dove si nutre delle onde sonore emesse dalle chitarre e ruba le antichissime storie dei griot.
Disperde la propria materia nel vento e si affida alle perturbazioni che lo portano in America. Ora non ha più una sostanza, non sa di cosa sia fatto, etereo ed eterno.
Vibra nell’aria di oscure cantine newyorkesi, vorticando amorosamente con la musica di nere chitarre elettriche. Si sposta nelle immense praterie, strisciando selvaggiamente nella folta pelliccia dei bisonti che si scaraventano verso la vita; corre senza sosta nelle infinite distese di mais, seducendo folli ragazze dagli occhi azzurri che spargono la loro esistenza nel mondo. Arriva nell’assolata costa occidentale per poter portare la sua non-materia su una materia che gli consentirà di infilarsi tra le fragili fibre del tessuto della storia.

Dal mio cervello parte l’impulso nervoso, dalle mie dita di carne nervi sangue ed ossa il movimento, dal movimento delle mie dita prende vita la macchina. Dal mio cervello elettrico partono le macchine, il creato elettrico. S’incrocia l’umano con la sua tecnica fino a confondersi; il braccio di uomo afferra il fianco di donna, il campione viene afferrato da una bizzarra linea melodica. Onde tra onde, urti, spinte, forze.

Da un’indescrivibile acqua sonora guizza un pesce giallo, sempre più pazzo, fa esplodere bombe letali e poi si pente, dona gli atomi alla pace. Dalle sale losangeline si tuffa direttamente nel Pacifico, con un salto folle, disperato, pieno di coraggio e libido, teso verso la gioia, verso il senso.
Nuota per centinaia di chilometri, lungo le coste del Messico; attraversa il canale di Panama e si riapre all’Atlantico. Percorre le coste assolate toccando nudi corpi bruni, dimentica il nord e la fredda sostanza del silicio, e tra i tetti di lamiera rotola fino alle pelli tese dei tamburi che lo scagliano in alto, di spiaggia in spiaggia, dove alterna fuochi e feste a miseria e disperazione.
La sua è una continua mutazione, pesce petalo uccello onda uomo, cambia la sua forma ingenuamente e si muove quasi a spasmi, con scatti, contorsioni, passi leggeri, nella naturale artificialità della danza, muta il suo stupore elettronico in concretezza umana, scivolando dagli anonimi tasti di un computer fino alle braccia di cinque uomini moderni in tutto, ma non dissimili dai rapsodi o dalla prima persona che ha raccontato una storia.

C’è solo una secolare ubriachezza che ci può salvare da questo martirio naturale eppure così folle e insensato, è un’ebbrezza violenta che, in una delle sue forme, ci fa impugnare un pugnale fatto di materia da percuotere, un pugnale che scagliamo contro il pesante corpo del tempo, perforandolo con onde sacre a cui diamo spesso il nome di Musica.

Marco Di Memmo

2. These New Puritans – Field of Reeds

Data di Uscita: 10/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Tutto quello che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze, poiché nel soggiorno dei morti dove vai non c’è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza.
Ecclesiaste IX, 10

Eri distesa ed ascoltavi Brahms come si ascolta il canto degli uccelli, mentre il caffè bolliva e la consueta vita si perpetuava leggera. Poi ti alzasti con un piccolo balzo e andasti a riempirti la tazza, chiedendomi come sempre “tu non lo bevi, no?”; io ero sul balcone e guardavo gli irregolari filari di alberi che riempivano i colli e non seppi risponderti. Sentivo quella incredibile sensazione di come tutto fosse “indistinto” che di solito difficilmente riesco a spiegare.
Entrammo insieme nella doccia e ci lavammo ridendo tutto il tempo, dopodiché ci vestimmo con calma sotto il vociare incomprensibile delle vicine cinesi.

Era un qualsiasi giorno di primavera e la mia mano, “pensiero esterno”, capiva di dovere amarti e fare di te un’opera d’arte, suonando la tastiera delle tue ciglia, bevendo dalla pace dei tuoi occhi, scappando come una volpe lungo le discese nevose del tuo corpo. Stavo imparando a muovermi lungo un pentagramma fino ad allora sconosciuto ed anche il mio sonno ormai dipendeva da te. Avevo ricacciato la morte nel terreno della morte e non lasciavo più che insozzasse il terreno della vita. Rimanevo fermo, con gli occhi chiusi, e con una calma antica volavo sopra ai vulcani, nuotavo lungo le coste di tutti i continenti, avvolgevo le nuvole lungo il selvaggio monte della mia follia.

Scendemmo in strada con l’estate come meta, vorticando tra le strade trafficate e i vecchi palazzi, abbandonando l’ansia del consumarsi nel commercio con gli uomini, con le istituzioni, dimenticando gli uomini che ci avrebbero giudicati idonei a qualcosa che in fondo è solo vapore, come tutte le cose. Accendesti una sigaretta e te ne rubai un paio di boccate solo per farti un dispetto, schivando il volo dei piccioni affamati; tu spegnesti la sigaretta e nella tua infinita gentilezza la andasti a buttare in un cestino. Il vento ci diceva che stava per arrivare la sera e la fontana accompagnava il brusio umano della piazza.
Dopo aver vagato decidemmo che saremmo tornati a casa. E ci parve un attimo il tempo trascorso prima di rientrare. Il pavimento liscio si lasciava navigare veloce fino alla tua camera.
E nello stringerti pensai che era tutto quello che potevo fare, trovando tra le tue braccia l’allegra fatica di cogliere le olive, la sottile gioia di capire una complessa proposizione, l’entusiasmo dello scoprire il funzionamento delle cose, la bontà del frutto della meditazione.
Alla fine andammo a mangiare che la luna era ormai in cielo. Dopo cena andai sul balcone a respirare l’aria fresca e a guardare la città illuminata. Sentii ancora una volta quell’indescrivibile sentimento di “indistinzione”: mi parve che la luna, tu, le piante sui terrazzi, la città con le sue migliaia di luci ed io fossimo tutti quanti uguali, differenti nella forma ma intrisi della stessa Essenza. Rientrai sereno e sorrisi mentre riempiendoti una tazza di caffè mi domandasti come sempre “tu non lo bevi, no?”.

Marco Di Memmo

3. Bill Callahan – Dream River

Data di Uscita: 17/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I have learned
when things are beautiful
to just keep on,
just keep on

E così lei ha fatto il grande passo, è notizia di questi giorni.
Dopo aver riposto in un baule l’abitino da fata silvana degli esordi, piegato con cura e corredato dalla corona di fiori colorati del ritratto di “Ys”, ha scelto di blindare la sua relazione con l’insipido attore comico Andy Samberg e il suo scintillante circo equestre televisivo. Lontane come non mai le suggestioni della New Weird America ma a un tiro di schioppo, in compenso, quella fama che le è sempre sfuggita, fuori dalla nicchia dorata degli indipendenti. Là dove con Bill Callahan avrebbe potuto vivere alla stregua di una regina per sempre giovane, addosso gli stracci belli di un’arte che può ancora permettersi d’essere povera, attorno la devozione di una corte di colleghi figuranti e l’invidia anche affettuosa del suo popolo adorante. Non deve essere comodo recitare nei panni della musa per un grande cantautore. Che non lesina quando si tratta di regalarti diamanti come pegno d’amore, ma sempre e solo in forma di canzoni. Chissà che noia per l’arpista ragazzina svezzata a pane e musica da quel professore galante e serioso, maturo per lei forse più del necessario. Chissà se almeno l’istantanea d’un pensiero, in una brutta copia appena abbozzata, si sarà soffermata sulla fiamma di ieri, in quei pochi minuti di stordimento sull’altare. E chissà quale pellicola sarà passata sullo schermo mentale di lui, distante mille miglia ma ancora sotto il tiro di un bel plotone di ricordi. Sciacquare via l’amarezza è impresa alla portata, se si viene fiancheggiati dalla tenacia e dall’igiene del tempo. La bellezza invece è tutto un altro paio di maniche. Il tipo di ferita che non si rimargina, le luci accecanti del regno che possono farti piangere, qualcosa che resta dentro e si può occultare, ma non si cancella. Il castano chiaro dei suoi capelli ha virato verso il cenere senza che il bianco e nero delle fotografie ne rendesse conto: un innocuo espediente che gli si perdona con benevolenza. Per la figura di Joanna intagliata nella memoria non si è potuto ricorrere, tuttavia, ad accorgimenti altrettanto validi. Così i diamanti hanno continuato a essere estratti dalla stessa miniera creativa e tagliati da quella sua penna essenziale nel tratto quanto aspra, maestra di disincanto, con la piena esclusiva concessa in questo caso ai soli affezionati ascoltatori.

Per registrare fedelmente il senso di vuoto e di sconforto era servito lo splendido “Sometimes I Wish We Were An Eagle”, quasi una testimonianza a caldo della propria sconfitta e insieme un gioiello di dissimulazione. “Apocalypse” si offrì a breve distanza come breviario folk disadorno, perfetto per l’ora dell’appianamento, mentre “Dream River” si presenta adesso e ha il sapore netto della rimozione. Non quella coatta e intransigente, quella che fa a cazzotti con il passato e strappa tutte le pagine andate del calendario, come fossero batteri da estirpare a forza. No, il nuovo disco di Bill conserva le prerogative dell’inessenziale cronaca di un viaggio. E di un sogno, anche, ovattato dalla bruma sdraiata a pelo dell’acqua, dal vapore mansueto di un treno sbuffante o dai fumi dell’alcol in un anonimo bar alla periferia dell’impero. Un dolce annebbiamento, le cui cadenze sono quelle di una danza che è più che altro un rilassato ciondolare. Birre e ringraziamenti come se non ci fosse un domani, con la sola rassicurazione di un’ironia sempre impeccabile al proprio posto. Come per la precedente raccolta, in bella vista risplende la pacificazione. Ma qui non nasce dall’abbraccio di una solitudine pure opportuna, da mandriano confuso nel paesaggio, bensì dall’appagamento offerto da una nuova relazione di coppia, la sola carta in grado di ricondurre la sua scrittura alla piena armonia con gli altri e con la natura. Con la vita. Anche il registro malinconico non pare poi così irrinunciabile, alla fine, e la posa può aspirare al temperamento oracolare del Leonard Cohen dei tardi capolavori, senza più timori reverenziali. Musicalmente si insiste nel solco delle migliori esplorazioni degli ultimi anni, quelli spesi evitando di nascondersi a oltranza dietro a un moniker, per confortevole che fosse. Si coltiva la medesima essenzialità nient’affatto cruda – levigatissima semmai – del secondo album a proprio nome, con le chitarre nel ruolo esatto che fu degli archi, magico cesello, senza disdegnare di tanto in tanto una sottile increspatura o un modesto fuoco bianco a base di riverberi. I lievi arabeschi di allora, quell’eleganza non pedante, sono lontani ma nemmeno troppo. In un quadro votato a una frugalità di pura sostanza, parsimoniosa e priva di spigoli, con i suoi occasionali scorci luminosi Callahan sembra voler confezionare a sorpresa una collezione di brani intensamente oldhamiani, un country anomalo e zampettante che superi proprio il Principe nel suo stesso terreno d’elezione. Gli arrangiamenti colpiscono nel segno, ancora una volta. Merito di un flauto rubato al Nick Drake di “Five Leavers Left” o “Bryter Layter” – a seconda della vivacità – capace magari di conferire un retrogusto agrodolce davvero prezioso. E merito di quelle sei corde in veste elettroacustica traviate proprio dalla vitalità dionisiaca dei fiati, ora in preda a convulsioni gentili, ora disinvolte nel dispensare sfumature finissime come i Wilco meno marziali.

Tutto questo senza indugiare nella calligrafia. Le ricognizioni di colui che si faceva chiamare Smog rimangono in prima battuta questioni squisitamente emozionali. Si spiegano così i non rari crescendo della parte strumentale, riflesso della necessità non derogabile di lasciarsi andare al cuore, alla primavera incalzante, con un pizzico di salutare negligenza. Bill vi si espone adottando un passo lento ma sicuro, come lo straordinario baritono che calza ormai come un guanto. Si mette a nudo e si confessa, trattando il sentimento invece che le cautele filosofiche di ieri. Ogni suo pezzo continua a essere una sorta di vino da meditazione, un amarone affinato in barrique. Equilibrato, morbido, da assaporare adagio. Il desiderio di potersi sottrarre al congedo dall’esistenza terrena è un’illusione appena, come una freccia scagliata in alto nel cielo e condannata a chiudere la propria parabola nella caduta, inevitabile. Nell’istante perfetto dell’apogeo, l’incontro con la più nobile aspirazione dei giorni trascorsi assieme a Joanna: quell’aquila che era stata l’emblema stesso della compiutezza e ora volteggia solitaria, il fiume come una mappa per orientarsi, prima di assecondare il capriccio onirico e sfumare in un gabbiano destinato a ben altri orizzonti. I contorni del tenue vagheggiare, agevolati dalle ombreggiature della Asat Classic, restano incerti anche quando va in scena la piena estate di un pittore di barche. Perso in una tempesta di pioggia e lampi cui farà seguito la ritrovata quiete dell’anima, il cumulo dei propri ricordi a rappresentare la sua più scintillante ricchezza. L’intimismo non è più un luogo angusto, né una passione astratta. E’ la curiosità che spinge il grosso volatile ad aprirsi e a esplorare in libertà, solo a sprazzi se occorre, prima che venga settembre e sia irresistibile la chiamata di ritorno all’oceano. O di rientro a casa su una strada bellissima e insidiosa, tutta ammantata di neve.
Non si può disconoscere la propria natura. Che richieda il conforto di un prestigio un po’ frivolo, o che induca a vivere come artisti dell’eremitaggio. La si accetta, provando a trarne magari una morale sempre nuova. A volte non occorre davvero altro, se si è bravi a far tesoro di tutta la bellezza incontrata sul proprio cammino e la si porta con sé, senza fermarsi mai.

Stefano Ferreri

4. Julianna Barwick – Nepenthe

Data di Uscita: 20/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Tu lo sai, straniero, dove stai andando? Sai qual è la tua direzione? Quale il tuo paese di partenza e quale la tua meta?

Io ho mangiato un fiore che non mi fa ricordare più niente e non so nemmeno più se sono stato un uomo felice oppure no, so soltanto che è scomparso ogni mio dolore e mi pare che col dolore scompaia pure la vita.

Tu invece, pellegrino, sai con certezza dove stai andando e la tua è una grande meta a cui si arriva con piccole mete.

Ho riletto un vecchio diario che avevo ed ho scoperto che anch’io volevo essere un pellegrino ma non ne ebbi la forza, fui un viandante che si fermava a guardare il cielo da ubriaco, come un vecchio poeta cinese, e coglieva i folli fiori della luna e le stelle, portandosi con loro i semi bianchi e neri dell’estasi e dell’orrore. Ho letto inoltre che l’unica cosa che rimpiangevo era il non sapere amare abbastanza, perché –a quanto scrivevo- l’amore era l’unica salvezza dell’essere umano dal nulla, l’unica cosa che poteva scacciare la morte della vita. Leggo che vedevo le persone impegnate a fare tutto per non amare, per non appassionarsi, per non impegnarsi.
Ma ora non voglio leggere più niente, non voglio più nessuna etica, nessuna passione, nessuna parola; ora vivo nel vuoto, nel nulla, e volere qualcosa mi pare un atto bestiale e colmo di vanità. Evito il giudizio degli uomini e so che non spetta a me giudicarli, come non spetta ad alcun fiore il giudicare un altro fiore.
Mi rendo conto di non essere nemmeno più umano, ma so che è stato un processo lento e irreversibile che mi ha portato a non essere più pieno.
Come ho detto col dolore sembra che sia scomparsa anche la vita, certo, la mia vita, ma la grande vita, quella che non si distrugge ne si crea, va avanti e la sento sempre più potente e più assoluta, e il mio Nulla privo di ricordi, privo anche di me, si avvia ogni giorno ad essere l’infinito bagliore del Tutto.

Marco Di Memmo

5. Fire! Orchestra – Exit!

Data di Uscita: 11/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Un gigante di pietra ha preso per mano la statua della libertà e ingrandendosi ha iniziato a ballare dissennato agitando le braccia e le gambe freneticamente come le tribù di antenati che attorno a fuochi sacri cominciarono a posare le prime pietre di canto e percussione che formarono la sua materia.
Ammassando asteroidi ha costruito il suo letto, incastrandolo in una galassia come un Ulisse titanico. Se chiudi gli occhi riesci ad essere quel gigante e puoi stenderti nel suo letto-galassia per parlare con Dio attraverso il tuo pensiero.
Tutto è delirio, soprattutto la libertà, soprattutto l’essere uomini. Uomo umano, uomo tempo, il suo stesso tempo di cui crede di conoscere qualcosa, di cui crede di aver svelato il mistero del suo scorrere, mentre quello è un enigma in cui scorre la materia, facendosi decomporre e ricomporre. L’umano trema, si contraddice, lascia vibrare la sua anima in gola, tracima dagli ottoni e i legni, esplode nell’orchestra e sale fino agli astri.
Quel gigante assume migliaia di forme ed è migliaia di forme, incarna -o meglio impietra- ogni genio, è fatto di pezzi di storia, di miti, di leggende, è ogni titano, ogni pazzo: è il sesto re di Babilonia, è un poeta provenzale, è “colui che precede il sole”, è Beethoven, ha la solennità di Omero, è una triade di note, è Crono, è un baleniere feringio, è Monk che balla in delirio, Mingus che sorride. Canta il gioioso rumore dell’universo.
Questo gigante, Jazz, figlio di una grande madre meravigliosa, è sempre stato un po’ tocco al cervello, ma da un buon mezzo secolo è iniziato ad impazzire veramente, da quando il verbo delirante di un sassofonista e di una folle schiera di semidei si è sparso nei suoi minerali folli.
Ora se ne sta come il pensatore di Rodin sul ciglio di un pianeta remoto e talvolta, ridestato da un’idea improvvisa, cattura qualche astro, lo sbriciola e ne sparge le polveri sulla nostra terra. Questi granelli siderali colpiscono all’improvviso donne dalle voci potenti, musicisti distratti ed altri adepti alati della grande madre che si adunano in riunioni sonore dionisiache, aperti al piacere, aperti alla conoscenza, aperti alla libertà, tenuti legati solo da un sottile filo alla realtà regolata, al canone. Pregano tutto ciò che è sacro, forse senza saperlo, lodano il gigante e la sua genitrice, adorano tutti gli dei, cantano inni alla notte e al sole.
È un fuoco che s’insinua nelle membra della terra ed esploda e grida, è un’orchestra, un tramite mistico, una disordinata schiera di luci che ci porta ballando, in trance, verso l’uscita.

Marco Di Memmo

6. Peals – Walking Field

D.d.U. 14/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

In gran segreto, senza sapere il perché, portava dentro la tasca una foglia schiacciata tra due pezzi di carta, la portava con sé lungo le strade infinite che percorreva. La foglia andava seccandosi tra le centinaia di miglia percorse. Senza saperlo era stata a Costantinopoli, a Samarcanda, a Karakorum.
Arrivato a Pechino Marco Polo prese la sua foglia e soffiando la fece volare in aria, fin quando non cadde a terra. Ma non era contento e come un bambino sorrise per la piccola illuminazione: sbriciolò la foglia ormai secca nelle sue mani e soffiò forte.
Poi guardò quei piccoli frammenti scomparire nel cielo della Cina.

Marco Di Memmo

7. Junip – Junip

Data di Uscita: 23/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I never saw the truth hanging from the door

Il passo si fa piombo.
Ho lasciato Göteborg troppi anni fa, e non me ne pento.
In cosa credi, continuavi a chiedermelo. Mi dicevi che non avrei dovuto provare vergogna per i miei istinti, così ho guardato da vicino i dettagli più imbarazzanti e li ho lasciati sbocciare come i fiori delle primavere che abbiamo passato insieme a fissare sdraiati la caduta dell’ultimo petalo.
Osservo la punta lucida delle mie scarpe poi alzo lo sguardo, il brusio della moltitudine di gente che invade la mia strada mi fa da velo sonoro. È la strada di sempre, dove ci piaceva fare due passi fino al market dietro l’angolo per una birra e un’altra cicca, era il gioco di sempre.
Dicevi che il principio sta nel saper tradire se stessi per imparare a darsi un’altra possibilità, mentre io sbuffavo via il fumo dell’ultima sigaretta, improvvisando l’espressione di un maldestro sarcasmo a mascherare il mio non capirne il senso. Sollevo le spalle, l’ennesima dichiarazione lapidaria d’intenti.
Avevi gli occhi freddi, assenti, come quelli di qualcuno che ha visto per se stesso un passato le cui risposte riecheggiano agghiaccianti, ed un futuro d’indimenticabile solitudine.

You keep my heart calling whenever you’re out of my view.

Gli inverni erano troppo lunghi, riuscivamo a superare la noia inventando storie di abusi e tormenti solo per avere la migliore ragione di cercare il coraggio di piegare l’angoscia con un abbraccio. E prendevi in giro la mia insicurezza con l’arrogante fascino che strizza l’occhio a chi è convinto che l’amore tra pari sia la cosa più comprensibile a questo mondo. Arrivarono anche gli anni degli arrivederci e le lettere dei primi tempi colme di sofferenza come avevi previsto. Potevo riconoscerle dalle lacrime che hanno contratto fogli di bugie e soddisfazioni inesistenti. Non è stato facile lasciarsi alle spalle l’ultima, dove confessavi un’infanzia insignita dalle attenzioni proibite di tua madre, portate nello stomaco come si fa con una medaglia in decoro all’onore. Dopo la sua morte, gli anni passati in un benzinaio appena fuori città per concedere la tua riconoscenza a qualche rivoltante cliente di passaggio e tirar su, così, pochi soldi per la prossima dose. In ultimo la decisione di farla finita, del non sopportare più una vita disposta solo a mortificarti; e me, che ammetto d’aver accettato la tua scelta solo dopo anni di analisi e tanto Xanax.
Spero di poter essere di nuovo qui quando l’ultimo petalo sarà pronto a cadere.
Una volta mi hai detto che c’è sempre un ritorno negli occhi di chi se ne va.

Giulia Delli Santi

8. Kevin Morby – Harlem River

Data di Uscita: 26/11/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

“I miei pensieri vagano nel Grande Vuoto”
CHIH-KANG

Ho un posto dove mi rifugio da tutte le chiacchiere maleodoranti, dove posso ascoltare la voce di un’unica massa di molecole d’acqua in movimento. Quella è la mia stessa voce, che non sapendo esattamente dove stia andando parte dall’alto delle montagne per poi finire in una distesa immensa di parole non parlate, quella è la tua voce.
È un drago silenzioso in mezzo a una folla delirante, questa è la mia tana, la tana del mistero, dove tra palazzi e ponti colossali c’è spazio per alberi-enigmi e l’apparente desolazione delle canne che spuntano dall’acqua che diventano colonne sacre dove si posano gli antichi uccelli portando storie millenarie. Uno di questi, il felice bluebird, mi ha raccontato una storia che si tramandano i volatili da almeno un secolo.

Sulla riva di quel fiume, forse proprio dove si trova il mio rifugio, c’era un pescatore, un mistico, forse un santo, che si stendeva a meditare. Non odiava in fondo gli esseri umani, ma sopportava poco le loro chiacchiere. Aveva portato il suo corpo in tutti gli oceani ed ora che il corpo si era fermato, la sua mente invece non riusciva più a fermarsi. Sotto al suo sguardo sereno si celava una grande saggezza, dalla sua bocca usciva solo la sua semplice parola piena di sapere, ma ora inseguiva qualcosa di diverso, di indefinito. Così posava a terra il suo grande cappello e si sdraiava sull’erba, fissando l’azzurro dei suoi occhi contro quello del cielo e rimaneva così, in silenzio, facendo vagare i suoi pensieri in un non-luogo in cui cercava lui stesso di arrivare.
Un giorno un ragazzo, in un misto di disprezzo ed interesse, gli si avvicinò per sapere cosa facesse lì tutto il tempo a fissare il cielo, ma appena gli fu vicino gli presero le vertigini di fronte a quell’uomo che sembrava un semidio, una figura mitologica, un oracolo dagli occhi ghiacciati. Stava parlando una lingua sconosciuta, pareva che recitasse una preghiera. Appena finì vide il ragazzo che lo guardava da qualche metro di distanza.
– Che vuoi ragazzo?
– Beh… io… ma in che lingua parlavi? Che stai facendo?
– Sto spargendo nel vento la saggezza e il sapere.
– Che significa? Cos’era? E che lingua era?
– Cinese… era una poesia vecchia di secoli. Sto tornando indietro, ridiscendendo la vita: gli oceani, il magma… le stelle. Mi muovo sempre meno per viaggiare senza tempo nella Via.
Il ragazzo rimase senza parole e dopo aver esitato un po’ scappò via. L’uomo sorrise, si mise il cappello in testa e se ne andò col suo calmo passo veloce verso una meta che nessuno conosceva.
Il giorno dopo tornò alla stesso punto. Dopo un lungo, ultimo sospiro, si sciacquò la faccia e posò il suo cappello sull’acqua che se lo portò subito via. Poi si tolse i vestiti, li ripiegò e li mise a terra con una pietra sopra per farli rimanere fermi. Rimase nudo, con l’acqua che gli colava dalla barba sull’addome. Cominciò lentamente a ruotare su sé stesso, sempre più velocemente, finché sembrò che il suo corpo si rimpicciolisse e cominciasse a cambiare colore. Continuò ancora questo piccolo turbine che diventava sempre più azzurro e minuto. Ben presto fu chiaro che quel pescatore stava compiendo la sua metamorfosi, il suo viaggio senza tempo attraverso la vita, passando dalla forma umana a quella di bluebird diretto verso il cielo, per diventare a sua volta cielo.
Le schiere di uccelli raccontarono di aver poi visto quel loro compagno dissolversi nei cieli più alti, irraggiungibili, fino a disintegrarsi, inondando per un istante l’intero universo con un’azzurra luce madreperlacea.

Ed io che non so niente, come tutti gli uomini che mi hanno preceduto e come quelli che verranno, mentre penso a quel me stesso di cent’anni fa e a quelli futuri, perduro nella mia condotta, agendo come la canna che si flette e si rialza vivendo sotto la danza delle costellazioni, e che verrà portata via dall’acqua del fiume Harlem.

Marco Di Memmo

9. Eluvium – Nightmare Ending

Data di Uscita: 14/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Mi hai chiesto di fare un viaggio senza schiudere le labbra, semplicemente guardando fuori dalla finestra, mentre accarezzavi il vetro caldo per l’arsura estiva. Annoiata, forse, desiderosa di riscoprire qualcosa… di ritrovare il nome di un’emozione assopita, persa tra le pieghe di un lenzuolo ricamato con un ago che lega i nostri scopi. La confidenza del silenzio, l’hai sempre chiamata… quando due persone non provano imbarazzo per il silenzio che si viene a creare, perchè sono legate da un filo più spesso di quello dove corrono le parole.
Avremmo potuto dirigerci verso uno di quei luoghi creati dai tuoi desideri e che io vivo nella mia fantasia, invece decidemmo di partire senza una meta e di fermarci solo quando qualcuno, reale o immateriale, ce lo avesse sussurrato all’orecchio. Ed il segno arrivò, camuffato da breve riflesso dorato. Un piccolo orologio di cui era visibile solo il quadrante, con il cinturino in cuoio che si sbriciolò quando lo tirammo fuori dal terreno. Cominciasti a spolverarlo mentre mormoravi che probabilmente non sarebbe mai stato compleatamente pulito, per poi porgermelo, all’improvviso, chiedendo di ricaricarlo, per capire se funzionasse ancora. Girai la rotellina, inizialmente dura e tenace, poi dolce e remissiva, tanto che pensavo stesse girando a vuoto. Hai voluto fare un gioco: avremmo visto dove puntava la lancetta dei secondi per tracciare una rotta da seguire, finchè non avessimo trovato il suo proprietario.
Iniziammo a camminare, consci della direzione e della meta. Eravamo due amici che, senza tenersi per mano, giocavano e si riscoprivano. Ci tiravamo la terra ed i tuoi capelli presto furono una nuvola polverosa che ti facevano sembrare selvaggia. Io presi una lunga foglia da una pianta e me la attaccai dietro la nuca. Mi guardasti con un sorriso sardonico, dicendo che come indiano non valevo molto. Io ti risposi che se fossimo stati in una tribù di pellerossa ti avrei chiamata Chime, e che saresti stata solo mia.
Con il sole che, ampio e rosso, accarezzava i campi coltivati, cominciò a piovere lievemente. Presi la tua testa tra le mie mani e ti spogliai della tua identità selvatica. Continuammo a camminare, e man mano che la luce diminuiva io ti stringevo sempre più forte tanto che, se qualcuno ci avesse seguito, avrebbe visto solo una serie di orme nel terreno.
Eravamo due adulti che condividevano speranze sul futuro, ricordi scritti su carta, poesie mai pronunciate, nemmeno a noi stessi.
Eravamo soli ed eravamo in compagnia. Di lucciole e silenzio, campi di grano e pannocchie.
Quando l’orologio smise di battere io ti portavo addormentata tra le mie braccia. Era fermo sulle 4.51 ed io sapevo che non l’avrei ricaricato. Fino al prossimo riflesso dorato.

Mi hai convinto dell’importanza di non conoscere mai l’ora.

Filippo Righetto

10. múm – Smilewound

Data di Uscita: 09/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Dopo un profondissimo respiro ricordai di avere dimenticato buona parte della mia vita da molto tempo, ma non ne fui tanto dispiaciuto, pensai piuttosto ai versi di Brecht:

La fragilità della memoria
dà forza agli uomini.

Pensai per un momento, inaspettatamente, a quando mia madre mi raccontava le favole in quel letto infinito per farmi addormentare nel pomeriggio, ma questo pensiero tenero mi strideva nella mente ora che nessun racconto poteva placare la fame della mia avida e allucinante insonnia. Erano anni, forse un decennio, che non conoscevo le gioie del sonno profondo, quello che si accende appena si chiudono gli occhi e si spegne quando li si riapre al mattino. Vivevo da troppo in quel costante stato di dormiveglia che non mi faceva godere né del giorno né della notte, in cui non potevo mai dire con convinzione di essere desto o dormiente, sano di mente o pazzo.
Anche in quel momento così insolito e potente avevo una minima difficoltà nel dirmi cosciente, nell’affermare con certezza di non stare sotto il dominio dei sogni. Mi tenevo incastrato nel crepaccio di una montagna, una parete verticale, tenuto appena da una corda che doveva assicurarmi la vita e la speranza. Il prossimo punto di appiglio sembrava irraggiungibile, disperatamente in alto come io ero disperatamente in basso. Avrei dovuto fare un balzo sovrumano per raggiungere quel punto e continuare a salire in alto fino alla cima. Mi ero azzardato a toccare una dea che fino ad allora nessuno aveva mai osato avvicinare. Dovevo risolvere quello stallo mortale con un’azione immortale, dovevo abbandonare la mia carne umana per vestire i muscoli degli dei immortali, dovevo abbandonare la mia limitata intelligenza di uomo per approdare all’infinita forza mentale degli eterni. E come fare ad abbandonare il corpo e l’anima da uomo? Dimenticandosene.
Gridai talmente forte da far trasecolare l’aria, meravigliai la roccia, feci librare la mia vibrante carne ed esplodere la mia mente. Il resto fu un balzo, un volo disumano, presi le sembianze di mille animali dalla tigre alla gru, sentii l’antico furore e la gioia senza tempo degli eroi e mi trovai, senza sapere come, alcuni metri più in alto in pochissimo tempo.
Con molto sforzo ancora arrivai in cima alla montagna dopo non essere stato più uomo e fu solo lì che mi sentii davvero un uomo.

Marco Di Memmo

Top Ten 2013 – Maurizio Narciso

1. Boards of Canada – Tomorrow’s Harvest

Data di Uscita: 10/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Nothing is real

Nella luce incerta di giugno, la guardo sporgersi lievemente dalla finestra, i capelli lunghi e neri piegati dal vento raccogliersi sulla bocca. Lascia cadere qualche parola di sotto. Finge di non vedermi. Quindici anni prima mi teneva la mano: nella penombra di una piccola mansarda, tra i vecchi giocattoli velati di polvere e i libri delle mie sorelle più grandi, seduti su un canapè dai piedi instabili, prometteva che non mi avrebbe lasciato. Lungo i tubi, gli scarichi, le grondaie del pozzo di luce scalcinato, su cui s’apriva una finestrella, scorreva il tempo dei nostri pomeriggi mentre lontano la città si perdeva nello sfacelo del giorno.
Quand’è che ha deciso di portare via per sempre il suo sguardo dal mio?
Cerco il punto esatto, il centro forse, oppure un’angolazione ideale dove poter vedere l’istante in cui le cose accadono. È possibile vivere fuori da questa bolla d’aria, fermi e distanti dagli sguardi di chi sta intorno e guardare, semplicemente guardare il mondo che se ne va e poi ritorna per poi andarsene ancora?
È stata la pioggia a svegliarmi. Una pioggia violenta. Sembrava una padella che friggesse e che nei suoi giorni non avesse fatto nient’altro che friggere. Forse una pioggia così fa accadere le cose troppo in fretta: l’occhio è preda di quelle gocce che cadono a dividerci dal mondo.
(Il mondo, il mondo, che cos’è il mondo? Una parola, mi dico in fretta respingendo l’idea vertiginosa e magnetica delle sue strade, delle sue storie, dei suoi volti. Ancora un’ultima immagine: una palla blu e bianca, come la panna che si sfalda sul gelato, che ruota nel nero assoluto.)
Sul costone della collina, nei campi che si stendevano appena finivano le case, lì dove ora sorgono grigi palazzoni, cortili di pietrisco e cancelli dalle linee dritte e dai colori smorti, andavamo a caccia di lucertole. Io e lei. Una volta fummo sorpresi da un temporale, di quelli estivi, brevi ma violenti. Nell’aria che s’era fatta livida e metallica d’improvviso, i fulmini squarciavano il cielo, qua e là, lontano, come in uno scenario apocalittico o come in quelle trasmissioni americane alla tv. Nella mansarda, s’era tolta la magliettina a pois, lasciandola ad asciugare sul canapè. Lì, in quella stanza che sarebbe diventata la nostra stanza d’amore, la toccai per la prima volta: riluceva indifesa, stupita di sé e di me così vicini, al rigagnolo di luce irreale che passava dalla finestrella. Ricordo la pelle d’oca, il suo alito caldo e alla pesca (era ghiotta di quelle caramelle alla pesca che spacciava il tabacchi della piazza), i capelli bagnati, la pelle morbida e appiccicaticcia e salata, come se fosse ieri.
Era molto raro vederla dalla finestra. Probabilmente s’era affacciata per indagare su dove si erano riparati suo nipote e i suoi amici durante l’acquazzone. Dandosi il tono di una sorella maggiore, li rimproverava tutti. Esibiva un accento diverso, a tratti ridicolo, corroso dagli anni universitari trascorsi in qualche città del nord del paese, M.. Mi.. non ricordo più. Provo un piccolo piacere a sentirla inciampare sulla o come quando mi urlava di no, di starle lontano. Rivedo la mia mano tendersi in avanti, pochi centimetri mi separano da lei, in corsa, veloce. Il vestitino bianco, le sue gambe sottili, i capelli alla vaniglia tremare contro vento. Lei contro l’azzurro del cielo, lei randagia tra le auto parcheggiate, lei bellissima tra le mie braccia: la agguantavo da dietro, per un braccio, si divincolava con le unghie, e all’angolo, dove la riprendevo, rifiatavamo abbagliati dalla luce del sole ancora alto e smemorato nel cielo. Si stava lì per un attimo come a sperare che quell’azzurro impenetrabile si lacerasse davanti ai nostri occhi. Come quando cadono i fulmini.
Ancora una mano verso il vuoto, ancora una parola lasciata cadere di sotto, la piega delle labbra, un sorriso, sempre uguale che svanisce, ed è voce nella stanza, tra le tende bianche e vaporose che ridiscendono lente e leggere e fatate, in uno svolazzo.

Gianfranco Costantiello

2. Autechre – Exai

Data di Uscita: 04/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

MATER LC02070

Questa tuta spaziale mi costringe il petto e gli arti, la sento pesantissima, come fosse un’armatura medioevale. Cammino lungo il bordo esterno del mio velivolo in cerca della falla rilevata dal computer di bordo ma non ne trovo alcuna. I miei piedi sono ancorati allo scafo e ogni movimento è faticosissimo. Cominciano a bruciarmi gli occhi, rientro anche oggi senza aver trovato nulla di rilevante.

Sono partito due anni fa e sulla terra non tornerò più. Non a causa del problema esterno rilevato da “MATER LC02070”, quello è un inconveniente da poco, rallenterà solamente di due anni e quattro mesi il mio arrivo su Plutone. Sono un fisico, chimico, ingegnere aerospaziale, matematico, medico-chirurgo, professore di filosofia ma soprattutto il primo uomo ad affrontare un viaggio interspaziale così lungo da non permettergli un ritorno sulla terra. Ho dedicato la mia vita alla scienza e questo sarà il mio ultimo dono all’umanità.

Il mio soggiorno qui si basa sulla ripetitività di azioni indispensabili a curare questo enorme ecosistema viaggiante, assicurare il prosieguo del suo equilibrio dinamico e garantire di conseguenza il mio arrivo sul pianeta inesplorato. Sbarcherò tra quarant’anni, sei mesi e tre giorni. Sarò vecchio e la mia figura esile sarà la prima a calcare la polverosa superficie aliena.

Il mio diario di bordo è registrato in vinile, curioso che questo sia ancora il mezzo di immagazzinamento dati più preciso. La scatola nera che contiene l’incisore dei dischi è un gigantesco monolite nero sul quale sono impresse null’altro se non le proprie generalità: Æ / Exai. Il meccanismo di registrazione effettua anche il download automatico dei dati ogni 12 ore trasmettendo a terra le informazioni grazie a svariati ripetitori di segnale disseminati su ogni pianeta sui quali l’uomo è riuscito a lanciare satelliti. Purtroppo però è solo un trasmettitore di onda, la ricezione non è più possibile avendo superato già da sedici giorni la distanza massima di garanzia ovvero otto volte la distanza terra-luna. Non posso più avere riscontri dalla base operativa terrestre, speriamo che tutto stia filando liscio…

PIANETA TERRA

Ricezione dati da “MATER LC02070” in corso, tentativo n. 1.604,00:
Start -“FLeure; irlite (get 0); prac-f; jatevee C; T ess xi; vekoS; Flep; tuinorizn; bladelores; 1 1 is; nodezsh; runrepik; spl9; cloudline; deco Loc; recks on; YJY UX” – Stop.

Conversione Audio:

http://www.youtube.com/watch?v=FiRLb8AYgIc

Nulla da fare, da settimane non riusciamo più a ricevere una comunicazione comprensibile. Il segnale sembra compromesso ed è praticamente inutilizzabile. Chiamatemi quei due tecnici della sintassi, com’è che si chiamano, Sean Booth e Rob Brown, forse loro sapranno come utilizzare queste rumorose stringhe di codici dando loro un senso compiuto.

Maurizio Narciso

3. Tim Hecker – Virgins

Data di Uscita: 14/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Che cosa ci facevano tutti quei vetrini appesi al soffitto, vicino alla veranda?
I miei occhi scrutavano questa stanza in cui già erano stati ma che al momento faticavano a riconoscere: le tende erano state smontate, l’enorme scrivania di compensato – un tempo quasi interamente sgombera – era adesso ricettacolo di pile di pubblicazioni di ottica, di lenti e cristalli di tutte le dimensioni, alcuni frammenti di specchi. Solo il metronomo era rimasto al suo posto.
Tim arrivò dalla cucina con due birre in mano, mi invitò a sedere e a brindare in onore della nuova impresa in cui si apprestava a cacciarsi: sarebbe tornato per un po’ nel vecchio continente a studiare e sfruttare le potenzialità di un elemento puro come la luce. Stanco di aver esplorato le oscurità asfittiche grondanti di nebbia e droni fino a scoprirne e sviscerarne ogni minima risonanza, voleva spingere oltre il suo talento indiscusso fino ad avventurarsi in nuovi lidi in cui avrebbe, comunque, brillato. La stasi creativa era inconcepibile, per chi era da sempre stato avvezzo a sfidare se stesso e le sue inclinazioni sorprendenti, ma un terreno saturo e battuto per tutta la sua estensione non era più fertile per germogli rigogliosi di nuova linfa, il segreto era scardinare le certezze, trovare altre chiavi per aprire altre porte.
Faceva oscillare i cristalli sospesi e mi faceva notare i prismi di luce che partivano dalle varie superfici e andavano a incidere le pareti, poi mi portò a riflettere sulle lunghezze d’onda, sui parallelismi tra vista e udito e le suggestioni che una mano abile potrebbe produrre dal connubio dei sensi. Il suo aereo diretto a Reykjavík sarebbe partito l’indomani, l’urgenza di depurare da ogni elemento superfluo la sua palette di melodie fino a raggiungere il succo primordiale e incontaminato di suoni vergini, limpidi, come la luce appunto, era pressante.
Appena giunse in Islanda, scelse di spostarsi a Nord della capitale, nella regione dei fiordi, e di alloggiare in una piccola locanda adiacente al porto giusto per il sapore intimo di quelle pareti interamente rivestite in legno caldo, per le torte preparate al mattino dalle mani laboriose dell’anziana signora in cucina, per l’assenza di altri avventori, per la vista sublime dall’ampia finestra della sua stanza: mare in sussulto, navi e un unico molo lunghissimo proteso verso l’infinito. Quello che non aveva messo nel conto era il nautofono che rombava talvolta cogliendolo di sorpresa, rendendogli difficile prendere sonno, insinuandosi tra le immagini e i tintinnii limpidi dei cristalli. In un primo momento aveva avvertito del fastidio: la purezza era irrevocabilmente inquinata. A ben guardare però queste incursioni avevano una loro ragione di esistere e abbracciavano come una scura coperta tesa dal passato le rivelazioni a venire che già sapevano di ghiaccio immacolato, luce candida e note di pianoforte. I droni c’erano ancora, al pari delle radici – inestirpabili per definizione, tuttavia erano docili e sapevano farsi da parte al momento giusto, riuscendo a dialogare col nuovo in maniera dialettica.
In un’alba gelida e chiara, coperta di brina, Tim decise di raggiungere Ben. Strano che ancora non si fossero visti, la loro solida amicizia e la stima reciproca li spingeva spesso a confronti emotivi e creativi, i frutti che ne nascevano erano dei miracoli sonori. Sembrava che Ben lo stesse attendendo, che sapeva che sarebbe arrivato da un momento all’altro; lo invitò ad entrare e chiuse la porta dietro di lui, l’aria in casa odorava di caminetto acceso e vino rosso, ambiente ideale per far confluire pensieri, fobie recondite, suggestioni illuminate. Live Room fu una stanza, o un spazio, che coprì l’arco di due giornate in cui in realtà entrambi persero contatto con il mondo e con le coordinate temporali; le parole spesso lasciavano posto a silenzi eloquenti con gli occhi fissi sulle braci rossastre e vive, riemergevano ricordi dell’uno di gite solitarie tra i lupi dei Carpazi tanto quanto le avventure dell’altro tra foreste di nebbia, scaturivano suoni sinistri e familiari. Poi la sirena del porto sembrava tornasse a tonare sorda anche lì, come se d’improvviso si fossero spostati all’esterno; un canto malinconico che presagiva altre imprese, altri luoghi, e la voglia di perdersi.
La voglia di perdersi nella luce totale. Tim fu risoluto e deciso nell’abbandonare Ben per ricercare l’assenza di buio e lo studio dei vari cristalli esposti ad una fonte praticamente continua.
71° 10′ 21″ di latitudine Nord // 25° 47′ 40″ di longitudine Est, punta Nord dell’isola di Magerøyam, Nord della Norvegia. Questa era la sua destinazione, raggiunta con vari battelli e traghetti, il rumore del nautofono costante riferimento a ricordo della splendida permanenza in Islanda. Il Mare Glaciale Artico e un piccolo capanno a strapiombo sulla distesa d’acqua, pieno di ogni comfort e di appigli per installare gli unici protagonisti di questa seconda parte di viaggio: i cristalli. Il momento era quello più propizio, i calcoli fatti con Ben erano perfetti e la rotazione terrestre aveva raggiunto l’inclinazione esatta. Il Sole, la radice della luce, non sarebbe sceso mai sotto l’orizzonte, la notte non ci sarebbe più stata per un lungo periodo, il crepuscolo inesistente. L’occhio disabituato a questo fenomeno faticava a chiudersi davvero e la contemplazione totale della rifrazione si contorceva su se stessa dando vita a fenomeni di pura allucinazione visiva, cerchi concentrici nel mare si aprivano senza alcun sasso lanciato. LIVE ROOM OUT, lì come a casa di Ben. Questa prorompente autorigenerazione di luce era ciò che Tim cercava per il suo prossimo studio, la sua prossima riproduzione sonora fatta di ascensione e ciclica. Intersecare continuamente i flussi luminosi con un suono ripetuto e sporcato da distese solitarie di droni in lontananza, questo era l’obiettivo finale mentre i cristalli oscillavano. Un monologo prolungato, ribadito con forza e precisione aliena in una volontà di ferro. L’energia sprigionata da questa esposizione tra il violento e il puro era richiudibile in un folgorante concetto: la palingenesi creativa, “che nasce di nuovo”, in un rimando continuo alla rifrazione più chiara. VIRGINAL I/II. L’importanza del riposo e di un quieto risveglio scandito da un battito lontano che si apriva in un loop pulsante smembrato in un’asincronia forzata, la lucentezza e i risvolti più impersonali di un’impresa quasi epica. INCENSE AT ABU GHRAIB + AMPS, DRUGS, HARMONIUM.
Un saluto necessario e completo a quelle terre magiche e ricolme di luce organizzato in un’ultima realizzazione globale, che racchiudeva le immense capacità di Tim. Le rifrazioni di luce ritornarono per un’ultima volta a colorare il cielo di eterni riflessi, la chiusura di una sperimentazione così pura in una distesa di suoni che chiudeva in dissolvenza l’avventura. STAB VARIATION.

Alessandro Ferri e Federica Giaccani

4. The Knife – Shaking the Habitual

Data di Uscita: 08/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Erano stati fermati in un rocambolesco blitz notturno nel quartiere bene di Stoccolma, ed ora eccoli, sbattuti nelle prime pagine di tutte le più autorevoli testate internazionali.
“Una retata senza precedenti” – raccontano gli esperti del corpo di polizia, alcuni con folte barbe bianche a testimoniare decenni trascorsi a rincorrere e acciuffare criminali o presunti tali. In quella notte era stata sfregiata la patina lucida e rassicurante della Svezia prospera e ineccepibile agli occhi del sentire comune.
Di lì a poco sarebbero cominciati gli interrogatori in caserma, il commissario Clas Lindberg sfogliava distrattamente le foto segnaletiche che la giovane segretaria gli aveva costretto tra le mani al posto del solito bicchierone di caffè bollente. Aveva appoggiato un lungo instante lo sguardo sui capelli di lei, tipicamente lisci e chiarissimi, raccolti in una treccia che le cadeva sulla spalla, per poi tornare sui volti delle persone fermate, uno ad uno. La sua mente faticava a comprendere come avessero potuto costituire un’accozzaglia così eterogenea, l’esperienza sul campo lo aveva portato a stamparsi in testa degli indentikit stereotipati per ciascun crimine o anche semplice infrazione a lui nota: dallo scarno drogato che spacciava nascosto da un cappellino di lana al trafficante d’armi con gli zigomi alti e lo smoking nero d’ordinanza.
Eppure in quella notte, sotto le acide luci al neon di un commissariato troppo piccolo per contenerli tutti, era stipata una gran moltitudine estremamente eterogenea di individui in attesa di essere interrogati. Soltanto poche ore prima li avevamo sorpresi a mettere a ferro e fuoco la prospera Östermalm, animati da un inedito impeto riottoso; slogan campeggiavano su cartelli e striscioni portati fieramente per le strade e poi di corsa da un androne all’altro dei palazzi signorili, “open my country, the truth will run”. Bussavano alle porte, capillari, a raccogliere anziane coppie nei loro sogni tranquilli tra morbide vestaglie di cachemire e quadri di valore alle pareti, a sorprendere giovani imprenditori ancora svegli a controllare le azioni in borsa o ad accarezzare corpi sinuosi di donne bellissime. Il risveglio, amaro e violento, era destino comune: vi erano urla e corse e mani dure che afferravano altre mani, inconsapevoli, per poi trascinarle in strada; nessun riguardo di fronte al loro sconcerto, alla loro vergogna nel venire esibiti al freddo della notte, occhi che si scrutavano a vicenda, più per riconoscere se stessi negli altri e nell’altrui senso di vergogna, che per curiosità e morbosità verso il prossimo. Chiunque cercava di coprirsi come meglio poteva, alcuni avevano soltanto le loro braccia per stringersi addosso i vestiti, e lo sguardo chino a terra.
Dietro l’angolo la strada si allargava e si veniva a creare lo snodo di Karlaplan a cui confluivano cinque o sei viali; proprio al centro di esso avevano impilato casse vuote di birra, l’una sull’altra, a formare un pulpito sgangherato largo a malapena per i piedi di Olof e Karin Dreijer che si agitavano come due ossessi, brandendo bandiere di tutti i colori e urlando al megafono. Alle loro spalle degli stereo che emettevano musica in sincrono, un muro di amplificatori, le finestre dei palazzi che una ad una si illuminavano come tantissimi occhi nel buio della notte, e alcune si aprivano lasciando il posto ad altri – di occhi, persi, costernati, increduli.

“Of all the guys and the signori,
Who will write my story,
(…)
All the guys and the signori
Telling another false story”

La moltitudine non smetteva di riversarsi in strada, era trascorsa poco più di mezz’ora e il quartiere era praticamente accerchiato, costretto alla resa da un esercito di persone comuni di tutti i tipi e di tutte le età, volte a smascherare l’ipocrisia di un paese apparentemente libero e tollerante, ma in verità in costante e subdola repressione nei confronti del “diverso”. La musica intanto andava senza sosta da quel palco sgangherato, una miscellanea elettronica di techno martellante, frammista a suite sghembe e ansiogene, lampi isterici di danze convulse e ancora parole di denuncia, sentite e gridate con polmoni gonfi di rabbia.

“And that’s when it hurts
When you see the difference
It’s a raging lung
And a difference
What a difference
A little difference would make”

Io li guardavo ad alcuni metri di distanza, con tutti gli altri agenti come me lì accorsi per sedare la rivolta inaspettata e ristabilire l’ordine, casacche tutte uguali schierate nell’attesa di ricevere le direttive dall’alto; in quei minuti ho osservato attentamente quelle persone, mi sembravano vittime senza distinzione, gli “assalitori” e gli “assaliti”, ché in fondo quegli abitanti di Östermalm presi in ostaggio altro non erano che capri espiatori dell’ignoranza di un sistema dalla faccia pulita e dalle mani sporche.

E forse alla fine potrei esserci io, in questo momento, sotto torchio, al posto di qualsiasi arrestato che poco fa abbiamo condotto in caserma.

Federica Giaccani

5. Zomby – With Love

Data di Uscita: 17/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Una volta che ti è stato affibbiato il marchio di “ragazzo difficile” è assai improbabile un processo reversibile. Mi bastava aprire la porta di casa e fare un solo passo, suonare un campanello ed essere fagocitato all’interno di una tra le tante di queste realtà così chiacchierate, Jeremy è nato che già era un bambino con problemi.
A differenza di tanti, troppi altri, i miei genitori non hanno mai considerato l’idea di tenermi all’oscuro dell’esistenza di Jeremy e dei suoi tormenti, proibendomi di frequentarlo; non sto parlando di compassione, ma di bontà d’animo, fiducia, apertura mentale e affetto incondizionato. Ricordo giochi interrotti da scatti di ira, risate compulsive decontestualizzate e prive di ragioni sensate (e io rimanevo a bocca aperta come un pesce, intontito, e muto), colori densi e funerei stesi con foga e rabbia su fogli di carta, in luogo dei disegni chiesti ai bambini dalle maestre di scuola: la tua famiglia, il tuo animale domestico, la tua cameretta. Correvo in quella cucina spoglia e trovavo due mamme assorte in discorsi impegnati e impegnativi, voci basse e parole veloci per non essere afferrate e non suscitare domande; distendevano i muscoli del volto al mio arrivo ed elargivano dei sorrisi dolci, benevoli, posticci, cambiando repentinamente tema per tenermi all’oscuro, e al sicuro. Crescendo, quegli stratagemmi dozzinali iniziarono a fare acqua, Jeremy mi seguiva e si innescavano lotte con le mani e con i piedi e urla massacranti vomitate da delle labbra strette, occhi infuocati. La sua mamma gli accarezzava con amore la nuca ma lui la scansava ripugnante con gesti impulsivi. Tornavo di là, nel mio appartamento, stringendo la mano di mia madre e nascondendo il volto nel petto, come potevo. Malgrado tutto questo tormento sentivo di volergli sinceramente bene.
Ci perdemmo di vista per tanti, tantissimi anni; scuole diverse, orari sfalsati, abitudini modificate appositamente. Tuttavia sapevo cosa ci fosse dall’altra parte del pianerottolo, dietro la porta prospiciente la mia.
Un ragazzo cresceva, e insieme a lui anche le inquietudini che lo trattenevano dal mescolarsi con altre persone, lo segregavano prigioniero di incubi ineffabili che andavano ingigantendosi proprio a causa dell’impossibilità di tramutarli in pensieri compiuti; gli assistenti sociali parlavano della urgente necessità di uno psicologo che lo seguisse e gli restituisse la vita il prima possibile, ne cambiarono numerosi e ogni volta erano punto e a capo. In circostanze come queste si dispiegano finali antitetici, la redenzione da una parte e il totale annullamento dall’altra, bivii cruciali e ineludibili che possono gettare luci accecanti come ombre eterne.
A dispetto delle premesse tutt’altro che incoraggianti, Jeremy riuscì a districarsi tra le ragnatele che lo costringevano in un angolo di solitudine; come per ogni demone che si rispetti, neutralizzarlo significava esorcizzarlo, in ogni modo e con ogni mezzo. Sotto la spessa coltre di una sofferenza abissale covavano i germi muti di una creatività artistica sorprendente, che deflagrò violenta in una cascata di suoni elettronici tenuti insieme dallo spartito coerente della paranoia.
Capitai per caso nel pub all’angolo del mio quartiere una sera, erano le 7pm e sul bancone erano assiepate persone con cui ero nato e con cui avevo trascorso infanzia, adolescenza e anche i primi bagliori di un’età adulta ancora non del tutto fatta mia. Di mano in mano passava un volantino nero con un nickname inquietante scritto in angolo, la gente rideva sguaiata ed era pronta a scommettere anche l’ultimo penny che aveva in tasca che si trattasse di Jeremy, la comparsa al pubblico di un animo tormentato sotto la protezione di uno pseudonimo tutt’altro che rassicurante. Come decenni addietro le persone, stolte e rudi, riuscivano soltanto a deriderlo e a dubitare, sonore pacche sulle cosce e sul pianale in legno come a dire che quel ragazzo non avrebbe mai potuto combinare nulla di buono e credibile. Le bocche schiumanti di birra e luoghi comuni vomitavano offese gratuite, e io non avevo il coraggio di intraprendere crociate in difesa del mio vecchio amico: un carattere graniticamente pavido il mio.
Strappai di mano ad un vecchio smilzo il volantino ormai ridotto in brandelli, ero ancora in tempo a precipitarmi nel locale dove so che avrei trovato il bambino di allora e il suo riscatto meritato. La curiosità mi divorava, e insieme la sincera voglia di esserci.
Mescolato tra la folla tentavo di intercettare il suo sguardo riparato da una maschera opportunamente calata sul volto; parimenti un alone di strafottenza gli dava quell’ardire che non gli avevo mai riconosciuto addosso. Aveva sotto mano una tavola imbandita di apparecchiature elettroniche e tra le luci grigie manipolava sapientemente i suoi attrezzi di un mestiere a me nuovo, sconosciuto; era così bravo e abile che rimasi estasiato. Una cascata di suoni ed immagini evocate venivano dispersi nell’aria rarefatta, colori scurissimi e tutte le declinazioni dell’angoscia e dell’alienazione, una sorta di denuncia indiretta per essere stato visto come outsider praticamente da sempre, era lì per avere una rivincita, con rabbia e ironia. La riconoscenza c’era solo verso la musica, ché lo aveva salvato. La musica lambiva i territori del garage e della techno con cui i ragazzi più grandi riempivano di rumore i cortili vent’anni prima, le ritmiche della jungle e labirinti evanescenti e avvolti da una nebbia compatta e asfissiante. Poi ancora il dubstep, parentesi acide e partiture di pianoforte in paludi sconfinate. I pezzi erano brevissimi e interrotti all’improvviso, schizzati e psicotici come lui e il suo temperamento lunatico. Un calderone complesso, claustrofobico, eccezionale.
Uscito dalla scena lo aspettai rimpiattato in un vicolo, non so nemmeno da dove mi fosse uscito lo slancio a palesarmi; quando lo vidi cambiai idea. Sono certo che mi riconobbe, aveva un sorriso sbieco di sfida, mentre scompariva dietro un camion della nettezza urbana. Era l’alba più scura della mia vita.

Federica Giaccani

6. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

7. Daft Punk – Random Access Memories

Data di Uscita: 20/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Give Life Back To Music

Non mi piace vedermi le mani, scorrere lo sguardo lungo i crateri della vecchiaia, seguire le mie vene indurite e fare lo slalom delle macchie del tempo, schiantarsi sui calli delle dita che tradiscono l’essere stato musicista da quando ne ho ricordi.

Oggi queste mie mani goffe sono indaffarate a scartare l’ultimo vinile acquistato: la copertina è di un nero lucido che rispecchia vagamente il mio viso, raggiante, che si confonde col casco disegnato in copertina, quello dei protagonisti di questa avventura sonora chiamata Random Access Memories.

Non so come ho fatto ad appassionarmi alla musica elettronica, non è adatta alle persone della mia età, di norma poco inclini ad apprezzare le nuove avanguardie, quelle lontane anni luce dal suono rassicurante degli strumenti classici.

Eppure ho saputo che in questo disco i due automi suonano come non mai gli strumenti, hanno accantonato le macchine per dedicarsi al groove, ammiccando alla disco, al funky, addirittura a certo fare prog-rock; fantastico come un bimbo sul suono che la puntina produrrà a contatto con la superficie nera del disco.

La mia testa canuta segue il ritmo, mentre nella mia mente sono proprio io ad indossare il casco da androide, ad abbracciare chitarra e basso con mani giovani e forti, ad accarezzare la batteria con tempi semplici ma efficaci, a cantare armonie pop nel microfono con una voce sì robotizzata ma mai così umana.

Torno ad essere il musicista ventenne che desidera imparare ogni cosa degli strumenti che ama, batto il tempo col piede con la precisione che mi ha reso famoso mentre sento scorrere lacrime di gioia che scivolano velocissime su un viso candido, senza rughe!

Sono estasiato e vorrei che questo disco duri per sempre…

“Let the music in tonight
(Just turn on the music)
Let the music of your life
(give life back to music)”

Maurizio Narciso

8. Teho Teardo & Blixa Bargeld – Still Smiling

Data di Uscita: 22/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Questo piccolo grande italiano mi diverte.
Il suo aspetto è buffo eppure negli occhi ha quella luce, che possiede solo chi riesce a vedere oltre le cose, sentire veramente la musica, vedere le note che si celano dietro al tutto. La sua vita sono le colonne sonore, dice lui stesso che riesce ad appuntare sul pentagramma espressioni, gesti e movimenti che osserva, come se fosse la cosa più naturale che ci sia. Poi sa intonare i rumori, condurre i feedback di chitarra in esecuzioni che rimandano alla lunga tradizione italiana per l’avanguardia della velocità. Saper gestire quiete e tempesta non è da tutti, sono convinto che la nostra collaborazione porterà a qualcosa di grande.

Questo tedesco è un genio.
Il suo sguardo è severo almeno quanto il suo accento ma è una truffa. Ha uno spirito ironico ed una nota comica che accentua nei momenti di maggiori tensione per rendere la collaborazione più fruttuosa. L’idea dei cappelli conici in copertina del disco fu la sua. Quando è concentrato sulla musica diventa un chirurgo, le note sul suo pentagramma sono rigorosamente appuntate a matita, in cerca della perfetta collocazione. La sua linea vocale è incredibile, un saliscendi vertiginoso che deve incastonarsi alla perfezione nel contesto musicale. Soluzioni banali non sono nemmeno prese in considerazione. Let’s do it a dada continua a ripetere.

Insieme abbiamo composto il nuovo manifesto musicale futurista contemporaneo!

Maurizio Narciso

9. Massimo Volume – Aspettando i barbari

Data di Uscita: 10/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

“I suoni se ne stanno nella musica per rendersi conto del silenzio che li separa.” Una “detonazione” di pensieri fu la risposta a queste parole, una denotazione anche, ciò che deflagra, detona appunto, necessariamente segna e carica di significato, denota quindi. Chiese al tempo di aspettare, quel suono era più veloce di qualsiasi cosa lo circondasse ed aveva bisogno d’un altro giro per coglierlo. L’improvviso bisogno di assecondare la sete di risposte esplose dentro di sé, fermarsi era dovuto, necessario. Non poteva essere parte del moto caotico per capirlo, doveva esserne fuori, respirare un’altra dimensione, ritrovare una nuova prospettiva spazio-esistenziale, stracciare il rinomato velo di Maia, godersi la brutalità incontrollata e indomabile della natura, percepire l’uomo, oltre la parvenza elegante d’animale politico che s’era cucito addosso come un lupo furbo farebbe con un vello. Cominciò ad osservare, con il pensiero lungo tipico degli umanisti, prima dell’arrivo dei barbari, visigoti o neoliberisti? “Oh madre,il mare ingoia ciò che cade…le navi, i ponti, le frontiere il senso ambiguo del dovere.” Si chiedeva perché la gravità sfociasse nell’ingiustizia, nel dolore, nell’indefinito, e quale fosse la via di fuga da tutto ciò. Cercava quella forza nascosta che ribaltasse tutto il senso legato ad ogni singolo essere di questo spazio che ci appartiene o al quale apparteniamo, l’appartenenza, che concetto meschino, l’uomo giusto, l’utopico, di certo non avrebbe mai parlato di appartenenza, niente è proprietà, tutto è dono, dono come volontà, come sacrificio coscienzioso. “Dimmi la strada, dammi un secondo indicami il modo per girarci intorno”. “Vince chi resiste alla tentazione, tentazione di evadere?”. Provò ad alzare lo sguardo, osservandosi intorno. Occhi, mondi pieni di vita intrappolata nell’attesa, figlia del male sociale, assetato dei sogni profondi di libertà. Bastò un istante per incontrare due occhi neri, onice, e come onice presagio di fortuna avversa, pieni di un passato ancora troppo vivo per dissolversi, nel presente per costrizione o noia. “Se ne andò di casa un pomeriggio di maggio lasciando che il sole sbiadissetutto quello che era stato…portò con sé gli occhi neri di sua madre,un orologio rotto,la promessa inutile di un indirizzo sbagliato…” Gli chiese della sua solitudine. Lei rispose:”Sono la vedova dei vent’anni mai passati,le mie bottiglie sono vuote o sono chiuse ma la strada è fatta anche per questoe, se vuoi ti aspetto…” Devota a nessuno,votata alla fuga Silvia cercava la sua strada, mostrò una stanza buia proprio in fondo al suo cuore:”vorrei invitarti a entrare ,ma c’è troppa confusione.” Disse. “Silvia,stai attenta copriti meglio conserva l’amore per quando fa freddo.” È ciò che lui sentì di dirle, e questa sua risposta non era altro che l’esigenza di ritrovarsi in quella dimensione che aveva perso per salvarsi, di ritornare nella dimensione da cui fuggiva. Gli tornò alla mente la storia di Buckminster Fuller, sfuggito al pensiero di annullare la sua vita dopo l’assenza di sua figlia Alexandra, e vivo in un presente nel quale trasformò il suo dolore nella ricerca del beneficio verso l’umanità intera, frutto del suo lavoro, nella prospettiva di riabbracciare il suo amore più profondo. “Rendi il mondo un cerchio. Rendi gloria al nulla ricordatidi Alexandra e offri un giro alla fortuna.” “E io? Io aspetto qui”. Abbracciami. Accadde, quanto meno in uno dei mondi possibili.

Alfonso Errico e Valeria Annicchiarico

10. Calibro 35 – Traditori di tutti

Data di Uscita: 21/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Io continuavo a dirle di stare zitta e buona!

Ma lei niente, nonostante il bavaglio stretto non smetteva di mugugnare e scalciare contro il tugurio di metallo nel quale era rinchiusa, una sorta di abbeveratoio per cavalli nel quale entrava a malapena la brandina sulla quale era coricata. Oltre che i polsi decisi di legarle le caviglie e fu allora che sentii dei passi nel fango della notte nella quale ci trovavamo.

Le strinsi la pistola in mezzo agli occhi, lei capii che non era il momento di fare la stupida. Spensi la torcia e uscii all’aperto, per un attimo sentii solo il cicaleccio di quella campagna brumosa, poi d’improvviso lo scalciare violento della donna legata ed una voce profonda qualche metro più in là che intimava di manifestare chi ci fosse nel buio… con un balzo scattai lateralmente accendendo di colpa la torcia e facendo fuoco sulla sagoma che avevo di fronte: un colpo secco in testa! Frugai nella giacca di quel malcapitato e trovai un distintivo da sbirro, mi avevano trovato.

Recuperai alla svelta la borsa piena dei dollari del riscatto dalla piccola rimessa e corsi all’interno di quella prigione di latta.

Lei era bellissima, anche in quelle condizioni, una donna acqua e sapone, occhi grandi e chiari, lunghi capelli biondi, che emanavano profumo anche in quel letamaio, carnagione chiara, polsi e caviglie sottili come canne di bambù, viso terrorizzato.

Io ero furioso, impugnavo il mio calibro, ancora fumante, ero sudato e mezzo stordito dal rimbombo di quello sparo, che sicuramente avrà attirato l’attenzione di qualche collega di quel maledetto poliziotto in borghese.

La afferrai per le gambe e la caricai in spalle, non ero veloce con quel peso bilanciato a malapena dalla sacca di soldi, ma avevo la mia alfetta non lontana, coperta in un fosso, forse sarei riuscito nella fuga del secolo. E’ allora che quella riuscii a sfilarsi il bavaglio per cominciare ad urlare con tutta la forza che aveva in corpo.
Non pensai a nulla se non ad agire, la scaraventai a terra e poi un colpo a bruciapelo: il lampo della pistola fu come un faro nella notte e l’esplosione si riversò sulla vallata amplificata dal nulla circostante.

Dalla stradina che mi correva accanto comparsero volanti con le sirene urlanti ed i lampeggianti intermittenti; decine di pistole mi intimavano la resa… game over.

Eppure io le avevo detto di stare zitta e buona!

Maurizio Narciso

Top Ten 2013 – Federica Giaccani

1. Apparat – Krieg und Frieden (Music for Theatre)

Data di Uscita: 15/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sergej vive nei pressi del fiume Enisej, nella Repubblica popolare di Tuva. La sua modesta abitazione sorge vicino ad un foresta immensa, un luogo oscuro meta di eremiti e sciamani dalle spiccate capacità curative.
La vita precedente a San Pietroburgo era frenetica, la sua vena poetica si era spenta fino ad annientarsi. L’hockey, il calcio e la mondanità lo avevano inghiottito rapidamente in un susseguirsi di eventi causati dal suo fulmineo e lucente successo come poeta espressionista capace di delineare perfettamente uno spazio urbano fonte di angoscia e smarrimento. Nel trasformato contesto globale riuscì a tracciare nuove fobie dai riflessi cangianti e mostruosi al limite dell’ignoto, iniziò collaborazioni con le maggiori riviste russe d’arte e non solo – anche i quotidiani desideravano le sue rubriche.
Il suo volere artistico si era tuttavia annebbiato totalmente e la nuova opera commissionata dal festival dell’arte Ruhrfestspiele: un’interpretazione di Guerra e Pace, celebre romanzo di Lev Tolstoj, non lo faceva dormire.
Inconscio e desideri repressi stavano per esplodere e comporre in quelle condizioni non era possibile. Tali problematiche, un tempo foriere di grande ispirazione, si erano tramutate in un pericoloso vortice di sensazioni non più controllabili. Sono le classiche crisi produttive e poetiche che o bloccano totalmente l’uomo oppure lo portano su nuove strade.
E in un gelida notte d’ottobre nella città della rivoluzione bolscevica trovò la scintilla. Un barbone ai bordi della strada che inneggiava a Lenin lo colpì immediatamente costringendolo ad uno stop, quasi pietrificato dai suoi lamenti. Finirono a bere vodka insieme seduti sull’asfalto gelido e prima di fare ritorno a casa il mendicante lo bloccò e si mise a ripetere come una forsennato la parola Tuva. Questo suono gutturale convinse Sergej a trasferirsi.
Da sempre terra autonoma che cercò in vari modi di sfuggire all’abominevole dominio comunista prima di allinearsi obbligatoriamente ai dettami della pianificazione totale e priva di senso. L’arresto di Kuular, buddismo e sciamanesimo rasi al suolo e collettivizzazione della vita non riuscirono comunque a distruggere la vena nomade di questa zona estrema e difficilmente assoggettabile. I vecchi monasteri, i disastri immani del Partito e i segni della sofferenza percepiti nell’aria ghiacciata dell’inverno incombente.
Le catene montuose invase dai fiumi e dai laghi portavano gli occhi di Sergej a seguire infiniti percorsi, l’isolamento totale creò una nuova foga compositiva. La resistenza alle condizioni spesso proibitive diede una forza antica alla sua scatola cranica, innervata di adrenalinica riflessione partorì il capolavoro. Forsennate camminate nelle foreste seguendo sentieri naturali, dialoghi fatti di silenzi con i curatori locali e notti insonni a scrivere.
La trasformazione totale, la nascita di un artista poliedrico e formidabile in più campi. L’impressionismo si impossessò di Sergej, le sensazioni davanti alla Natura portate a galla con immane potenza. Lo scorrere rapido e paradossalmente distaccato del tempo appuntato in ogni singolo istante dinnanzi al mutare delle condizioni di partenza. Il tracciato dell’opera sempre pronto a superarsi per giungere a lidi inesplorati, impossibile predire che cunicoli attraverserà in futuro l’artista.
Nei festeggiamenti per i dieci anni dell’interpretazione di Krieg und Frieden, tra riconoscimenti prestigiosi e viaggi promozionali dappertutto, fu chiesto di creare una sorta di colonna sonora.
Sergej che nel frattempo studiò la musica si dedicò anima e corpo al progetto ritornando nella sua casa accanto al fiume Enisej. Drone, archi, pianoforte e leggere percussioni a sfondare le barriere temporali. Melanconia e malinconia a tenersi per mano. Archi funerei messi a disposizione dell’impetuoso scorrere del fiume che porta le proprie acque a spargere i sedimenti in ogni metro quadro della zona. 44. Intromissioni ambientali e fermenti della natura tra i vortici ghiacciati a una temperatura oscillante tra i – 10° e – 35°. 44 (noise version). Tod. Lo sporcarsi in pensieri violenti ed isolati tra le montagne innevate vedendo vecchi film di stato con deportazioni in massa. PV. Il tintinnio del carillon a far vibrare l’aria mattutina prima di partire per lunghe camminate solitarie. K&F Thema. L’epica e una nuova alba. A Violent Sky.

Alessandro Ferri

2. Daughter – If You Leave

Data di Uscita: 18/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Elena ha gli occhi secchi ma di un turchese che può gareggiare con il cielo. L’atmosfera trattiene il respiro, sta, immobile. Come in attesa di qualcosa, come alla vigilia di un temporale. Elena è uscita di corsa da casa di Neil, dopo l’ennesima incomprensione, con la pioggia a bagnarle i capelli appiccicati sulla fronte, come a fare da riparo alla luce cristallo del suo sguardo. Corre e cammina con passi irregolari, senza meta, cerca di asciugarsi una lacrima densa di mascara e si morde un’unghia nell’attimo successivo. Neil è seduto su una poltrona del soggiorno, la bottiglia di whiskey appena aperta ai suoi piedi, i capelli spettinati, lo sguardo vuoto. Il sospetto è che nessuno dei due abbia voluto questo epilogo, senza un ultimo bacio disperato, dopo una giornata di carezze, con un silenzio di troppo prima del fulmine a ciel sereno, quella decisione presa dal fato e da entrambi, dalla mente e dall’istinto, dalla mancanza di sentimenti di due cuori non più di velluto ormai abituati ad eludere le emozioni. Stanno, Elena e Neil, lei con la sua corsa sotto la pioggia, lui con il suo guardare senza sosta il muro bianco davanti a lui, stanno e non sanno di esser stati capaci di lasciarsi per chissà quanto tempo, di alimentare rimpianti, bruciature, notti insonni. Stanno e non pensano a niente, sotto un cielo bianco, di plastica, mentre ritorna l’inverno. Elena passerà l’estate successiva ad invidiare coetanee ancora capaci di farsi del male, di avere degli artigli da spolverare, a guardarsi allo specchio e vedere una sagoma inerme. Cercherà di ritornare alla normalità passando attraverso la sua voce di seta. Sussurrando soffici melodie su un nastro usurato dagli anni e dagli usi, riascoltando il suono di alcune parole nelle notti di neve, con il silenzio tutt’intorno. Non sa ancora di questa sua eccezionalità nel momento in cui smette di correre e decide di scavalcare un cancello di un campo sportivo, mettendo a rischio la tenuta dei suoi jeans strettissimi e della sua giacca di pelle. Mentre con un movimento involontario del polso evita che un braccialetto si incastri in una delle punte del cancello, Neil a stretto contatto con le sue pareti non riesce, come sempre, a pensare a qualche cosa. Lentamente va schiarendosi il cielo, tra circa un’ora l’alba ritornerà sulla città. Elena rimane immobile ad ascoltare il suo respiro e la freschezza del vento, in piedi sul trampolino di una piscina. Il ciuffo di capelli le copre ora completamente la vista, ora le lascia solo un occhio scoperto. Prima che nasca un nuovo giorno la sua mente e le sue pupille si confondono con l’acqua, guardano i suoi piccoli spostamenti, cercano conforto. Le onde leggere sono il ricordo degli abbracci di Neil, del primo istante in cui si era sentita più viva, ma anche desiderio di risvegliarsi invisibile e vagare per il mondo senza poter essere urtata da niente. Essere come le foglie sugli alberi e stare in equilibrio a ricevere luce o dissolvere i sentimenti galleggiando nell’acqua, guardando le stelle cadere. L’alba sta per arrivare. Elena scuote il suo braccio sinistro e si accarezza con le dita ghiacciate un fiore tatuato appena sotto al collo, adagiato su più vertebre. La sua pelle è di porcellana, sanguina, ma nonostante più cadute non andrà mai in frantumi.

Filippo Redaelli

3. Forest Swords – Engravings

Data di Uscita: 26/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Siamo abituati a pensar male dei Celti per via della Lega Nord che cerca appigli mitologici nelle macroregioni e nel nulla. Le feste celtiche, con i riti annessi, sono stuprate da metallari, punkabbestia muniti di Hollandia che svaccano nei boschi e leghisti in salsa storico-rituale. Un mix ad alto contenuto d’ignoranza dal quale si salvano solo i metallari.
Le tradizioni del paganesimo inglese, molto diverse da quello greco-romano, si intersecano volentieri alle industrie vicino a Liverpool. Il legame naturale tra uomo e spiriti della natura si sviluppa tramite il rispetto e il mantenimento di quest’ultima. Alcuni studiosi si ritrovano spesso nella penisola di Wirral per confrontarsi sui massimi sistemi politeisti; si narra poi di un gruppo più estremo, questi praticano ancora alcuni riti dall’alto valore simbolico. Un certo signor Barnes tira i fili dello zoccolo duro, ormai stanco della vita in biblioteca. La modernità traspone necessariamente il connubio uomo-natura in un altro spazio, crea modalità d’intervento diversificate e trasfigura le menti.
Il fiume Dee era il luogo deputato al rito. A tarda notte Barnes usciva dalla sua piccola abitazione situata accanto all’estuario del corso d’acqua e ritrovava i vecchi amici di un tempo, seduti su antiche sedie di vimini italiane. Racconti della giornata in città e disavventure tragicomiche stemperate nella birra; Barnes si faceva portare le foto dei nuovi quartieri di Liverpool dai suoi colleghi. In una piccola cameretta scura sviluppava le sensazioni derivate dallo scontro tra percezioni e il sovrapporre diversità tanto grandi era di una complessità agghiacciante. Dopo aver messo a confronto le immagini fissate dal suo sguardo e le fotografie ritornava tra gli amici carico di piante raccolte durante la giornata. Il processo dell’allucinazione era di una consapevolezza scientifica: dosi, sostanze, movimento del corpo, sguardi e perdita eventuale di coscienza autoindotta. Il divino ha creato in natura ogni strumento per trascendere e fare tabula rasa, non servono additivi chimici. In stati parecchio distorti emettevano suoni frastornati e rallentati che venivano filtrati da un registratore da quattro soldi; cori ancestrali e balli mistici si riproducevano con frequenza settimanale in quelle terre lontane ma vicine a Liverpool. Infine l’acqua del fiume veniva raccolta e sparsa sul corpo di tutti i partecipanti che si ritrovavano completamente nudi nel buio della notte. La calma dei campi portava in secondo piano il rapporto con la città, perdendo ogni àncora per un po’ di tempo. L’ansia ormai dispersa rientrava dalla porta principale del cervello con le prime luci della mattina. Tutti, eccetto Barnes, ritornavano in città lasciando all’amico piccoli ricordi e cibo. La mattina e l’inconfondibile nebbia che dilatava il tempo erano il momento giusto per chiudere il cerchio.
Una regressione temporale ai tempi antichi piombava Barnes in un vortice creativo difficilmente raggiungibile in altri modi. Il registratore usato nella notte, le foto di Liverpool e la nebbia divenivano strumenti magici per creare forme musicali. La trasfigurazione ultima avviene con la lente elettronica, appoggiata sul manto di suoni precedentemente creato. Oscuri figuri che si facevano chiamare “Tri-angle” portarono aggeggi per completare l’opera.
Il risultato è fuori catalogo: drone, ambient, trip-hop, incubi, chitarre in loop, dubstep cupa e alterazione allucinata in crescita costante senza alcuna continuità apparente. Un profondo riverbero innalza inni da piazzare nei campi dispersi della vallata. “Ljoss”, porta alle stelle un groove ritmato ricolmo di primitivismo nordico, l’incantesimo sfodera artigli potentissimi fin da subito. “Thor’s Stone”, è sporcizia seduttiva che ti rimanda dritta al centro di un incontro pervasivo e profondo con l’antico. “Onward”, è una vecchia lama che entra ed esce continuamente dal corpo di un animale sacrificato su qualche altare di pietra bianca. Il finale di luce che squarcia le nuvole con l’opera di purificazione ormai completata tra il tambureggiare costante che rende palese la fine del rito sacrificale. “The Weight of Gold”, è l’amplesso che si libera durante qualche notte di luna piena nel quale l’ascesa mistica viene posta al centro della scena. L’oro e le sembianze divine si coagulano per raggiungere l’apice forse massimo della composizione. I rumori spezzati, una voce malinconica e la fusione sessuale. “Gathering”, dove gli spettri sono completamente zittiti in uno stop continuo che gli impedisce di aprire la bocca per più di tre secondi, il tutto si apre in un bosco incantato con fantasmi femminili velati dal piano. “Friend, You Will Never Learn”, mette contemporaneamente la parola fine e all’orizzonte apre nuove visioni in un ritmo ancora più complesso. Il prossimo rito ci dirà che strada è stata intrapresa. O forse no.

Alessandro Ferri

4. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

5. Darkside – Psychic

Data di Uscita: 08/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Dalle altezze vertiginose degli ultimi piani di questi giganti in vetro e acciaio provo sistematicamente l’impulso di incollarmi alle pareti in cristallo trasparente e gettare lo sguardo sotto di me, sin da quando ero bambino e seguivo mio padre dal Sud America nelle sue esposizioni in giro per il mondo. Ho ricordi sfocati e falsati da un punto di vista inevitabilmente infantile, memorie di bagagli caricati e scaricati di continuo, sorrisi sconosciuti e interminabili giornate trascorse spalmato sulle vetrate, come il burro di arachidi sul toast. È così semplice, a qualsiasi età, nutrire la propria fantasia con le città e le vite degli altri.
Si sta facendo sera tra le strade di New York e il cielo è impressionante di striature scure che in parte celano le ultime sfumature violacee dell’imbrunire; le nubi sfilacciate si sono addensate l’una sull’altra nel corso del pomeriggio, l’Hudson River accoglie ed assorbe le ombre, al pari di cadaveri da nascondere e dimenticare. Da quassù ci si sente ebbri, eccitati, come se sia possibile avere l’intera metropoli ai propri piedi, e ci si sporge all’infuori col petto gonfio e un’espressione febbrile, luccicante; poi di colpo si avverte il rovescio della medaglia, una improvvisa e reale stretta allo stomaco tipica delle situazioni precarie: e se nulla durasse nel tempo e il rapporto si invertisse, facendoti precipitare come uno tra i tanti, invisibile, inghiottito dalle ambizioni fallite?
Il crepuscolo è quasi svanito e la sera volge dal blu al nero in un lampo, puntinata da migliaia di luci colorate e attraversata dalle scariche elettriche della frenesia. Tornare qui dopo una manciata di tappe disposte come una costellazione nuova nella vasta mappa degli Stati Uniti è per me l’approdo ideale, una dichiarazione di fedeltà e amore eterno nei confronti di questa città. Anche Dave è d’accordo, mi volto per cercarlo con lo sguardo e lo trovo in fondo alla sala col bicchiere in mano, sorseggia di sicuro prosecco mentre una bellissima cameriera gli si avvicina col vassoio in mano e accenna movenze maliziose. L’incedere rallentato, un fianco leggermente sollevato rispetto all’altro, la mano libera che sposta dietro l’orecchio i capelli scappati dalla presa delle forcine dello chignon, il lieve ammiccamento nello sguardo. Sembra impossibile come sia diventato semplice scopare ora che siamo così famosi.

Le vie di Manhattan, nel loro reticolo di direttrici perpendicolari, brulicavano di vita e frastuono. Dall’altro lato della strada i taxi attendevano ordinati e composti, in fila indiana come i maestri dispongono i bimbi all’uscita di scuola. Ci stavamo attardando all’ingresso del grattacielo dove ci saremmo esibiti di lì a poche ore, quel giallo intenso come un tuorlo d’uovo contrastava con la bicromia essenziale del grigio e del bianco che scorgevo al di là dello scorrevole in vetro. Accanto a noi una donna era scesa da un’auto scura in compagnia di un uomo elegante in tweed, il soprabito dalle linee rigorose le lambiva a malapena le ginocchia, le lunghissime gambe coperte da calze velate si stagliavano fiere sui tacchi mentre cercava nervosamente qualcosa dentro una raffinata pochette. Mi chiedevo se li avrei rivisti anche la sera, all’ultimo piano, a bere qualcosa durante il nostro concerto, o se fossero soltanto ospiti dell’hotel di lusso che si trovava ai livelli inferiori. In questo lembo di terra relativamente piccolo, racchiuso tra due fiumi, sembrava che New York fosse patria esclusiva degli abbienti; in realtà, e per fortuna, le trame erano tessute con fibre di tutti i tipi, non a caso avevamo scelto Brooklyn per allestire la nostra base, lo studio. Se non altro l’aria cosmopolita e più a misura d’uomo ci sembrava un ottimo compromesso contro l’ostentazione di una supposta verità priva di nei, e a favore della preservazione della genuinità.

Nel momento in cui riesco a vincere la forza attrattiva del vetro e dello spettacolo delle strade, mi accorgo che la sala ha ora luci di fondo soffuse e qualche microscopico faretto bianco a simulare un intimo cielo stellato; le sedute sono per lo più occupate e altre persone sono radunate in piccoli gruppi in piedi, parlano tra loro con fare educato, nessuna voce si erge sulle altre, rispettose del contesto. I nostri strumenti sono apparecchiati in un angolo tra due vetrate, posso immergermi nella città pur rimanendo coi piedi ancorati al pavimento del locale. Manca davvero poco prima di presentarci in scena e dischiudere il nostro mondo sonoro agli spettatori. Dave mi porge un calice di vino, abbozziamo un rapido brindisi di apertura.
Sarà l’ansia da prestazione da esorcizzare, sarà la volontà di lasciare gran parte delle cose al caso e farmi trasportare dalla pancia e dall’istinto e null’altro, mi sorprendo già a pensare al dopo concerto, ai divani di pelle nera del privé dove avranno luogo gli incontri e le interviste con la stampa. Non ho mai voluto che mi scalfissero le emozioni dell’attesa con le solite domande ripetitive e prive di vero interesse. Che strana specie quella dei giornalisti, si concentrano sui dettagli inutili e perdono di vista l’insieme, con le prerogative insulse di catalogare la tua musica ed entrare il più possibile nel tuo privato. Anche stavolta dovremo raccontare aneddoti triti e ritriti ma tant’è, finché le braccia di Manhattan sono spalancate come morbidi atterraggi per i miei voli interiori, anche il recitare un ruolo al margine di un sogno posso accettarlo con riconoscenza nei confronti di una fortuna benigna. D’altra parte è successo tutto così in fretta, e a poco più di vent’anni si è sia consapevoli sia ancora piuttosto ingenui e inesperti, sovente giungono i momenti di sconforto e paura di non farcela a reggere le aspettative e il peso di essere cresciuti troppo velocemente. Tante volte Dave ed io ci siamo chiesti quale fosse la formula magica per non essere fagocitati dalla pericolosità della fama e rimanere, in fondo, fedeli a noi stessi; a volte ha vinto il panico – come quando, dilaniato dalla nausea, mi sono dovuto fermare al bagno di una stazione di servizio in mezzo al nulla nel Missouri – altre volte, molto più numerose, abbiamo vinto noi.
Stasera ne è la riprova, la chiusura del tour dove tutto è incominciato, siamo pronti a perderci tra le luci e gli umori. L’amalgama sonoro è estremamente vario e coglie spunti ovunque, come la nostra mente nei suoi viaggi invisibili, come le psicosi che scaturiscono da cause disparate, come la vita che parte dal Cile e attracca a New York. Distese infinite di chitarre, suites allucinate ché in fondo i Pink Floyd non sono mai morti per nessuno, il soul ibrido, l’elettonica dalla ritmica incalzante e la passione che deborda, e poi ancora un blues in chiave contemporanea, melodie perse in nome di suoni metallici tra atmosfere tribali e isterismi meccanici e frammentati, seppur ballabili. Infine si tira il fiato, si ricompone quello che è rimasto del cuore, ci si aggrappa di nuovo al pulsare della metropoli giù in basso e ci si sospende tra i pianeti dello spazio in atmosfere soft da cocktail, allentando la presa, chiudendo gli occhi.
È bellissimo essere a casa.

Federica Giaccani

6. Sigur Rós – Kveikur

Data di Uscita: 14/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Við höldum andanum (part II)

Cadevo.
L’avevo scelto quel salto; come avrebbe fatto, forte di anni fusi che colano via in meticolosa preparazione, il più arrogante degli acrobati che guarda, oltre i bastioni, un pubblico incapace per natura a dar fede. In questo modo, si è pronti anche alla più infelice delusione battuta a ritmo di fiato sospeso, in impaziente attesa di sapere come andrà a concludersi. Se, con un po’ di fortuna, in gloria di giudizio conquistato e sangue che ancora scorre elettrico in vena, energico come il riverbero di una fiaccola notturna o, al contrario, con il corpo dilaniato da uno schiaffo che morde feroce, come la luce del giorno brucia il sogno di sparire all’orizzonte di un mattino ancora acerbo. A quel punto tornerei cenere di fronte all’iceberg e mi lascerei soffiare via dal vento, abbandonato in una resa così rassicurante che porta alla memoria il braccio fermo di un vecchio padre.
Cadevo.
I venti metri colonnari si riducono prontamente e presto posso distinguere la grana leggera del fondale basaltico. Sapere della sua taciuta instabilità non può che turbarmi e unica risposta dovrebbe essere a suono d’immobile autorità tirannica, così da evitare che le sue sensualità ti portino a soffocare in un letto di sabbie incostanti.
Ogni errore, ogni scelta inopportuna, con voce dominante mi guida in fierezza alla superficie sconsigliata, conscio che ogni minuto di pentimento non sarebbe sufficiente a cancellare tutti i nei che indosso. In fondo, non ne sento così forte il peso. In onore all’imperfezione, l’alzerò ancora un bicchiere colmo di Bordeaux, affidandomi all’eco dell’ennesimo mantra, che una volta cominciata la ricerca, non si può altro che trovare qualcosa. D’altra parte, la spinta attrattiva è testarda oltre misura, e alternativa improbabile mi vorrebbe airone maggiore, pescatore con le ali, pronto a fuggire se il momento lo richiede.
Cadevo.
Il vapore umido che si solleva a ormai poca differenza dall’impatto, mi circonda in un amplesso facendosi elemento essenziale del rito catartico. A distanza, l’acqua si consegnava sincera come l’ingresso di una tomba entro cui nascondersi a riparo dalle risonanze scomposte di scadenze e commenti non voluti. Ora l’ambiente, reso inospitale dalla luce rifratta attraverso le minuscole particelle che si muovono confuse e che lasciano svanire i contorni, mi costringe a serrare gli occhi in atto di umana difesa di fronte al mutare di tutto ciò che una volta era riconoscibile. Il ricordo della sua trasparenza, che spero non sia tradito, lascia posto al forte l’odore metallico che attraverso le narici riempie gli ultimi istanti, irrorando ogni organo di un impulso adrenalinico al quale, se anche ne avessi la possibilità, non vorrei sottrarmi.
Non resta altro che raccogliere tutto il fiato possibile prima di trattenere il respiro, perché mi trovi pronto a scomparire nella sua moltitudine in liquida.

Giulia Delli Santi

7. Diamat – Being Is the Sum of Appearing

Data di Uscita: 30/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Qualcuno, vedendoci dall’esterno, avrebbe potuto dire che io e Clodette ci fossimo incontrati per caso. Una persona normale o eccezionale, seduta su una panchina in un parco con poco più di mezz’ora di luce ancora, avrebbe visto il motivo del nostro incontro scritto in un libro senza un finale che inizia, e si conclude, in una singola, infinita, parola.

Questo concetto potrà risultare assurdo, ma la prima volta che ci siamo visti avevamo entrambi occhi solo per qualcun altro. Non solo la vista, ma tutte le nostre sensazioni erano focalizzate verso un’identità ben precisa, una composizione di armonie, dissonanze, riflessi colorati e ricordi impressi. Guardavamo lo spettacolo da due punti distanti nello spazio, ma annessi nel coinvolgimento. Indossavo una t-shirt bianca di 3-4 taglie più grandi con sopra scritto il motivo del nostro incontro e delle scarpe improbabili. Nel complesso non dovevo fare una bella figura, ma non me ne vergognavo. Di te ricordo dei capelli castani tagliati a caschetto, un sorriso ampio con dei denti un po’ sporgenti. Eri in compagnia di una ragazza, conosciuta quella stessa sera o tua amica da una vita.
Ci guardavamo attraverso le nostre immagini proiettate sul vetro di un finestrino sporco, con i segni incancellabili delle gocce di pioggia del giorno prima a fare da filtro a due sguardi non ancora pronti ad incontrarsi.
Se ci fossimo parlati mi avresti chiesto la mia impressione. Io avrei alzato le spalle e distolto lo sguardo per un attimo per poi rispondere, ondeggiando la testa un paio di volte, che non potevo giudicare, perché sarebbe stato come provare a dare un voto alla casa dove vivi. Che all’inizio il tempo era dilatato per poi sfuggire al mio controllo verso la fine, come un cartone animato disegnato su un taccuino in cui gli ultimi disegni finiscono troppo presto. Schizzi che raccontavano di paesi dell’Est Europa e di grattacieli grigi uguali tra loro vissuti come spazi di crescita individuale. Spazi dove la gente non si vergogna di ballare, frammenti dove l’amicizia ha il sapore del liquore che cola da un bicchiere, dove le lacrime sono colorate di blu cobalto.
Siamo usciti da quel luogo con il medesimo, insaziabile, desiderio dell’infinito.
Con la voglia di andare in un luogo dove esiste la vita e non porta il mio nome, nel quale entrare da estraneo e uscire alzandomi da una tavola imbandita, di musica suonata sulla riva di un fiume, di capolinea dove non sei obbligato a scendere.

Filippo Righetto

8. Tim Hecker – Virgins

Data di Uscita: 14/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Che cosa ci facevano tutti quei vetrini appesi al soffitto, vicino alla veranda?
I miei occhi scrutavano questa stanza in cui già erano stati ma che al momento faticavano a riconoscere: le tende erano state smontate, l’enorme scrivania di compensato – un tempo quasi interamente sgombera – era adesso ricettacolo di pile di pubblicazioni di ottica, di lenti e cristalli di tutte le dimensioni, alcuni frammenti di specchi. Solo il metronomo era rimasto al suo posto.
Tim arrivò dalla cucina con due birre in mano, mi invitò a sedere e a brindare in onore della nuova impresa in cui si apprestava a cacciarsi: sarebbe tornato per un po’ nel vecchio continente a studiare e sfruttare le potenzialità di un elemento puro come la luce. Stanco di aver esplorato le oscurità asfittiche grondanti di nebbia e droni fino a scoprirne e sviscerarne ogni minima risonanza, voleva spingere oltre il suo talento indiscusso fino ad avventurarsi in nuovi lidi in cui avrebbe, comunque, brillato. La stasi creativa era inconcepibile, per chi era da sempre stato avvezzo a sfidare se stesso e le sue inclinazioni sorprendenti, ma un terreno saturo e battuto per tutta la sua estensione non era più fertile per germogli rigogliosi di nuova linfa, il segreto era scardinare le certezze, trovare altre chiavi per aprire altre porte.
Faceva oscillare i cristalli sospesi e mi faceva notare i prismi di luce che partivano dalle varie superfici e andavano a incidere le pareti, poi mi portò a riflettere sulle lunghezze d’onda, sui parallelismi tra vista e udito e le suggestioni che una mano abile potrebbe produrre dal connubio dei sensi. Il suo aereo diretto a Reykjavík sarebbe partito l’indomani, l’urgenza di depurare da ogni elemento superfluo la sua palette di melodie fino a raggiungere il succo primordiale e incontaminato di suoni vergini, limpidi, come la luce appunto, era pressante.
Appena giunse in Islanda, scelse di spostarsi a Nord della capitale, nella regione dei fiordi, e di alloggiare in una piccola locanda adiacente al porto giusto per il sapore intimo di quelle pareti interamente rivestite in legno caldo, per le torte preparate al mattino dalle mani laboriose dell’anziana signora in cucina, per l’assenza di altri avventori, per la vista sublime dall’ampia finestra della sua stanza: mare in sussulto, navi e un unico molo lunghissimo proteso verso l’infinito. Quello che non aveva messo nel conto era il nautofono che rombava talvolta cogliendolo di sorpresa, rendendogli difficile prendere sonno, insinuandosi tra le immagini e i tintinnii limpidi dei cristalli. In un primo momento aveva avvertito del fastidio: la purezza era irrevocabilmente inquinata. A ben guardare però queste incursioni avevano una loro ragione di esistere e abbracciavano come una scura coperta tesa dal passato le rivelazioni a venire che già sapevano di ghiaccio immacolato, luce candida e note di pianoforte. I droni c’erano ancora, al pari delle radici – inestirpabili per definizione, tuttavia erano docili e sapevano farsi da parte al momento giusto, riuscendo a dialogare col nuovo in maniera dialettica.
In un’alba gelida e chiara, coperta di brina, Tim decise di raggiungere Ben. Strano che ancora non si fossero visti, la loro solida amicizia e la stima reciproca li spingeva spesso a confronti emotivi e creativi, i frutti che ne nascevano erano dei miracoli sonori. Sembrava che Ben lo stesse attendendo, che sapeva che sarebbe arrivato da un momento all’altro; lo invitò ad entrare e chiuse la porta dietro di lui, l’aria in casa odorava di caminetto acceso e vino rosso, ambiente ideale per far confluire pensieri, fobie recondite, suggestioni illuminate. Live Room fu una stanza, o un spazio, che coprì l’arco di due giornate in cui in realtà entrambi persero contatto con il mondo e con le coordinate temporali; le parole spesso lasciavano posto a silenzi eloquenti con gli occhi fissi sulle braci rossastre e vive, riemergevano ricordi dell’uno di gite solitarie tra i lupi dei Carpazi tanto quanto le avventure dell’altro tra foreste di nebbia, scaturivano suoni sinistri e familiari. Poi la sirena del porto sembrava tornasse a tonare sorda anche lì, come se d’improvviso si fossero spostati all’esterno; un canto malinconico che presagiva altre imprese, altri luoghi, e la voglia di perdersi.
La voglia di perdersi nella luce totale. Tim fu risoluto e deciso nell’abbandonare Ben per ricercare l’assenza di buio e lo studio dei vari cristalli esposti ad una fonte praticamente continua.
71° 10′ 21″ di latitudine Nord // 25° 47′ 40″ di longitudine Est, punta Nord dell’isola di Magerøyam, Nord della Norvegia. Questa era la sua destinazione, raggiunta con vari battelli e traghetti, il rumore del nautofono costante riferimento a ricordo della splendida permanenza in Islanda. Il Mare Glaciale Artico e un piccolo capanno a strapiombo sulla distesa d’acqua, pieno di ogni comfort e di appigli per installare gli unici protagonisti di questa seconda parte di viaggio: i cristalli. Il momento era quello più propizio, i calcoli fatti con Ben erano perfetti e la rotazione terrestre aveva raggiunto l’inclinazione esatta. Il Sole, la radice della luce, non sarebbe sceso mai sotto l’orizzonte, la notte non ci sarebbe più stata per un lungo periodo, il crepuscolo inesistente. L’occhio disabituato a questo fenomeno faticava a chiudersi davvero e la contemplazione totale della rifrazione si contorceva su se stessa dando vita a fenomeni di pura allucinazione visiva, cerchi concentrici nel mare si aprivano senza alcun sasso lanciato. LIVE ROOM OUT, lì come a casa di Ben. Questa prorompente autorigenerazione di luce era ciò che Tim cercava per il suo prossimo studio, la sua prossima riproduzione sonora fatta di ascensione e ciclica. Intersecare continuamente i flussi luminosi con un suono ripetuto e sporcato da distese solitarie di droni in lontananza, questo era l’obiettivo finale mentre i cristalli oscillavano. Un monologo prolungato, ribadito con forza e precisione aliena in una volontà di ferro. L’energia sprigionata da questa esposizione tra il violento e il puro era richiudibile in un folgorante concetto: la palingenesi creativa, “che nasce di nuovo”, in un rimando continuo alla rifrazione più chiara. VIRGINAL I/II. L’importanza del riposo e di un quieto risveglio scandito da un battito lontano che si apriva in un loop pulsante smembrato in un’asincronia forzata, la lucentezza e i risvolti più impersonali di un’impresa quasi epica. INCENSE AT ABU GHRAIB + AMPS, DRUGS, HARMONIUM.
Un saluto necessario e completo a quelle terre magiche e ricolme di luce organizzato in un’ultima realizzazione globale, che racchiudeva le immense capacità di Tim. Le rifrazioni di luce ritornarono per un’ultima volta a colorare il cielo di eterni riflessi, la chiusura di una sperimentazione così pura in una distesa di suoni che chiudeva in dissolvenza l’avventura. STAB VARIATION.

Alessandro Ferri e Federica Giaccani

9. Fuck Buttons – Slow Focus

Data di Uscita: 22/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

In quel giorno di luglio, a Tulsa l’aria era umida e torrida e apparentemente immobile come l’asfalto infocato delle strade, non si muoveva di un soffio.
Summer cercava refrigerio nell’acqua della piscina gonfiabile in giardino: con i gomiti appoggiati ai bordi e un bikini verde menta che copriva a malapena le forme esplose all’improvviso all’indomani del suo tredicesimo compleanno, biascicava chewingum creando palloni enormi che faceva scoppiare sonoramente per attirare l’attenzione del suo aitante vicino di casa; poi prendeva la gomma da masticare con le dita e la estraeva dalla bocca in un lungo filo penzolante, fingeva di contemplare il cielo mentre sbirciava da sopra le lenti dei grossi occhiali a specchio sperando in una reazione interessata al di là della rete metallica.
Jim lucidava la moto ogni giorno, dopo pranzo, al centro del vialetto di ingresso alla casa, palcoscenico per la sua abilità nell’addomesticare i motori, per i suoi bicipiti gonfiati, jeans stretti e abbronzatura costante di ordinanza; un Narciso di periferia dagli scarsi ideali, si bullava poi la sera al bar con gli amici per le conquiste di cui aveva perso il conto. L’ultima era quella ragazzina alle prime armi con la malizia e la seduzione, e a lui piaceva troppo darsi delle arie come se non provasse alcun sussulto alla vista dei segnali lanciatigli a pochi passi da lui; in realtà veniva colto da un desiderio inconfessabile, proibito. Summer aveva solo tredici anni.
Hank e Miranda avevano ospiti e si davano un gran daffare intorno al barbecue per servire un arrosto che restasse indimenticabile nella memoria dei loro invitati. La villetta era stata rassettata alla perfezione in vista di quel pranzo tanto atteso, ma sul più bello l’aria condizionata aveva smesso di funzionare ed era stata rimpiazzata da un vecchio ventilatore trovato tra gli scatoloni del garage che sibilava fastidiosamente tra le conversazioni intavolate tra i commensali, la ventola di poco disassata andava a sfiorare il grigliato anteriore provocando delle vibrazioni moleste.

A un osservatore esterno, abbassando lentamente la focale a partire da quegli scenari, si dispiegava davanti agli occhi un tessuto urbano via via più articolato e fitto e in scala ridotta, dalla strada si passava all’isolato e poi al quartiere e infine all’intera area della città di Tulsa, Oklahoma. Una panoramica più complessa consentiva di cogliere un’infinita varietà di situazioni, e in ogni giardino, in ogni incrocio, ci si poteva imbattere in un Jim o una Miranda; bastava solo decidere quale spaccato scegliere.
La CNN da qualche ora aveva diramato un’allerta uragano, entro la notte era prevista una brusca variazione dei venti e la formazione di un vortice di immane potenza, ma la Tornado Alley delle Grandi Pianure era così profondamente avvezza a tali allarmi che ultimamente la gente aveva addirittura iniziato a diffidare di comunicati a loro avviso troppo frequenti e a scongiurare la paura rimanendo fedele alla propria routine.
In città da alcune settimane erano arrivati due ragazzi inglesi; a detta delle autorità si trattava di due esperti storm chasers specializzati in fisica al punto di essere in grado di ampliare le conoscenze relative alla previsione dei tornado, ma soprattutto di captare l’energia sprigionata dagli eventi atmosferici e tramutarla in altra forma innocua, una sorta di principio di conservazione dell’energia totale per intenderci. Andrew e Benjamin – questi i loro nomi – avevano preso in affitto un bunker sotterraneo al limite dei sobborghi occidentali di Tulsa, al confine tra l’abitato e le distese d’erba bassa senza soluzione di continuità; avevano portato con loro delle apparecchiature sofisticate accanto a strumenti più noti quali il GPS, quegli attrezzi mai visti suscitavano però alcune perplessità agli occhi dei locali intenditori del settore.

Il pomeriggio trascorse e venne la sera; l’aria, da umida e densa che era, prese a muoversi innescando correnti disordinate che col tempo si facevano sempre più insistenti. Summer e gli altri abitanti di Tulsa e dintorni si arresero all’evidenza e si videro costretti a mettere da parte i piaceri e le prese di posizione davanti a un cielo plumbeo foriero di cupi presagi. L’intera popolazione scomparve, la città precipitò in un silenzio irreale carico di attesa e inquietudine. Andrew e Benjamin, di contro, spalancarono la porta del bunker e uscirono in preda all’eccitazione e all’adrenalina, presero il vento in faccia e aprirono le braccia per essere, anche un solo istante, investiti dal connubio di correnti fresche e calde che di lì a poco si sarebbero sollevate mulinando poco lontano, al di sopra delle loro teste. Carichi degli strumenti portati, si avvicinarono gradualmente al fulcro del vortice mentre rovesci di pioggia impietosa avevano cominciato ad abbattersi sui loro impermeabili. Nel momento stesso che la tromba d’aria spiccò il volo in un turbine distruttivo, i due si schierarono nella spianata erbosa deserta dov’erano giunti e azionarono i dispositivi di contro-azione; la CNN era collegata per trasmettere in diretta lo scontro tra natura e uomo, nessuno riusciva a credere che potesse esistere una resistenza, o ancor più una risposta, alla forza atmosferica a cui già l’Oklahoma era stato costretto a piegarsi e cedere numerose volte.
Dissero che l’energia che scaturì dall’impatto fu di una potenza sconosciuta fino ad allora, il cielo fu investito da scie scure e fluttuanti frammiste a materia assimilabile a quella interstellare; ci furono esplosioni, un rumore di fondo di drone accompagnava le scintille e poi suoni prendevano a galoppare battenti tra i mulinelli fino a venire risucchiati per poi deflagrare di nuovo, dirompenti, dal cono del vortice. Quando anche l’ultimo dei synth si fu estinto, rimase una patina bianca accecante che occultò ogni cosa, talmente violenta da costringere a coprirsi gli occhi per alcuni secondi. Tolte le mani lo stupore generale fu inaudito, di quelli che si sa già che sarebbero finiti nelle pagine della storia: ogni cosa era rimasta al suo posto malgrado il tornado, niente s’era spostato nemmeno di un millimetro, e brillava di nuova luce.

Federica Giaccani

10. Nils Frahm – Spaces

Data di Uscita: 18/11/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Niente, avevo fatto appello al mio scarso autocontrollo, alla razionalità, e alla fine mi ero perfino aggrappato disperato all’appiglio dei doveri, stringendo la presa come meglio potevo. Non c’era modo di tenere a freno quei movimenti nello stomaco né l’aumento di battito cardiaco, intorno a me i genitori degli altri bambini intavolavano conversazioni rilassate coi cappotti ancora abbottonati, accarezzavano le teste dei loro figli per rasserenarli con la sicurezza esperta tipica di un genitore, rivolgevano loro sguardi amorevoli per poi tornare a parlare con chi capitava a tiro. Tu stavi ritta e fiera e tenevi al petto, gelosamente, gli spartiti; mi osservavi e in qualche modo assurdo avevi compreso che i ruoli si erano ribaltati in un cortocircuito di emozioni esplosive, non dicevi nulla per non smascherare la mia inadeguatezza di padre alla presenza di miei – supposti – simili, e aspettavi buona il tuo turno. Ti saresti seduta al pianoforte di lì a mezz’ora, quel vestitino rosso col colletto bianco era delizioso addosso a te. Tua madre al mio posto sarebbe stata all’altezza della situazione, luminosa e disinvolta come tutti gli altri; sfortunatamente la vita non era stata affatto benevola e ce l’aveva strappata via due anni prima, in un’estate di sudore, ospedali dall’odore intenso di disinfettante e città deserta. Alcune immagini di corse e dolore mi riaffioravano dalla memoria anche in quel momento che stavo combattendo con un’emotività che non ero mai riuscito ad addomesticare.
Mi avvicinai di colpo a te, Sabine, un veloce bacio sulla fronte, qualche rapido passo e uscii fuori dalla hall del teatro. Mi sistemai defilato in un angolo dell’edificio con le spalle appoggiate al muro.
Affondai il respiro nella lana grossa della sciarpa, gustandomi il silenzio e la vista dei lampioni tutti uguali, in batteria, che si perdevano prospetticamente lungo il viale; l’umidità esagerata rendeva impercettibili i contorni delle cose, anche i chiarori dell’illuminazione avevano le sembianze di macchie gialle sospese che fluttuavano tra gli intervalli di buio. Una sola sigaretta, per congelarmi le dita delle mani e stabilire un certo distacco da quello che sarebbe successo poco dopo, il tuo debutto sul palcoscenico davanti a numerose famiglie e sconosciuti lo sentivo anche un po’ il mio.
Pensavo anche che, dal momento in cui avevi espresso la volontà di dare ascolto alla tua passione per la musica, l’esistenza stava tracciando un cerchio invisibile attorno alle nostre vite mettendo ogni cosa al suo posto, facendo quadrare i conti: d’altronde io e Theresa c’eravamo conosciuti a lezione di piano. Ricordo ancora quando ti accompagnammo insieme alla scuola dove avresti preso le lezioni, il primo giorno in cui temevi di incontrare un maestro troppo severo. Gli occhi miei e di tua madre brillavano in un’intesa profonda e ancora viva, eravamo così felici di vederti desiderosa di imparare a far danzare le dita tra i tasti bianchi e neri in melodie variopinte. Ti immaginavamo assorta ma anche libera e selvaggia mentre avresti suonato, come quando ti piace saltellare leggera in un giorno di festa.
Mi sarei lasciato trasportare per ore dal filo teso dei ricordi, ma era tempo di rientrare, tornare da te, essere un padre affidabile e presente, accompagnarti dietro le quinte. La mia mano fredda tremava ribelle, la tua calda acuiva i contrasti e saldava la stretta. Il signor Frahm, il maestro, ci venne incontro e appoggiò gli occhi sulla mia inquietudine, era molto giovane ma aveva l’aria di chi già sapeva molto del mondo, oltre che della musica. Mi cinse la spalla con un braccio, quel gesto tanto spontaneo quanto significativo mi fece sentire sicuro e riappacificato, e se ne andò. Sabine sorrideva trepidante, in un lampo svanì nei camerini lasciandomi solo.
L’esibizione fu splendida, non solo per gli occhi di un padre disabituato all’imparzialità: il maestro aveva studiato una successione di brani che racchiudevano sapori classici e contemporanei, mai noiosi né ripetitivi; i bambini si divertivano visibilmente. La poltrona accanto alla mia era vuota, tuttavia avvertivo il calore di Theresa, come se fosse seduta lì per la durata intera del saggio. La complicità, l’orgoglio, l’amore immutevole e imperituro, la serenità.

La sala si era lentamente svuotata e i presenti s’erano riversati nella hall dove avevano ripreso a parlare tra loro come quando erano da poco arrivati; attendevo Sabine fuori dai camerini, travolto dall’euforica gioia dei ragazzini soddisfatti e felici. Il signor Frahm sistemava i fogli delle partiture musicali, appena mi vide mi invitò ad avvicinarmi. A quel punto mi ero sciolto ed ero pronto per una conversazione decente, mi porse un vinile con una panoramica dall’alto in copertina, tastiere e pianoforti e un uomo chino sui propri strumenti – era lui. Mi introdusse al suo nuovo lavoro pubblicato da poco, ci tenne a puntualizzare che le vibrazioni scaturite da una registrazione dal vivo sono necessariamente più autentiche e prorompenti di qualsiasi creazione in studio; mi spiegò le sue derive sperimentali a partire dal suono canonico del piano, come si intrufolavano le tastiere e l’elettronica per accompagnare percorsi già battuti dando loro inedite e mutevoli sfaccettature. Era al corrente del mio amore per la musica, sapeva di farmi cosa gradita con quelle spiegazioni affascinanti.

Girato l’angolo c’era un caffè che aveva aperto da poco e fuori faceva un gran freddo; era la serata ideale per nuove chiacchiere con mia figlia e una bella persona che pareva conoscerci e musicare le nostre passioni, da sempre.

Federica Giaccani

Top Ten 2013 – Stefano Ferreri

1. The Burning Hell – People

Data di Uscita: 16/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Il mondo è bello perché vario.
Il mondo è bello perché avariato.
Il proverbio e la sua distorsione umoristica. Bravi fratelli e coinquilini, identica dignità per entrambi, nelle stanze vagamente assolate dell’ultimo Burning Hell. Che è ancora il disco di un gruppo e di un uomo solo al comando, one-man band si diceva una volta. Quelli che in Canada continuano a spuntare come funghetti nel sottobosco indipendente, laddove i distratti vacanzieri dell’ascolto non hanno occhi che per la sequoia Arcade Fire, dito di ciclope senza più lune da puntare. Dici Burning Hell e pensi anche Woodpigeon, due menti vulcaniche travestite da orchestre, il più delle volte. Passaparola che valgono una condanna senza appelli alla volatilità. Segreti così ben custoditi da divenire silenziosi anche per chi ne ha musicato le trame, come il Mark Hamilton dimentico del proprio talento nelle prove recenti. A differenza di lui, Mathias Kom non è mai parso tanto concreto come oggi. Sarà il trafiletto nel Guinness dei Primati per quel blitzkrieg tour di ventiquattro ore e dieci date, mezza Europa conquistata attaccando con tre e non difendendo affatto. O forse l’innocuo spettro dell’agorafobia, chiuso finalmente nel cassetto dei ricordi assieme alla cattedra in storia alla Trent University. Non occorrono scuole per insegnare, quando si vive scrivendo canzoni. E non servono comitati accademici, se ad accompagnarti hai l’unico strumento che ti fa sorridere mentre lo suoni.

Il mondo è bello perché è un mosaico. Le singole tessere sono interpreti modeste e diranno anche poco, piccoli smalti anonimi cui non accorderesti il favore di uno sguardo. L’accostamento cromatico rovescia però la prospettiva e ti stupisce nel trovarti stupito. Lo sa bene Mathias quanto sia sfaccettata la realtà umana, avendola già perlustrata in lungo e in largo armato solo di pungente ironia e dell’inseparabile ukulele. Sindaci di rione e patetici musici da bar. Ballerini e bulletti di dubbia prestanza. Romanzieri e filibustieri. In tutti il germe di un insormontabile fallimento esistenziale, ambitissimo bonbon narrativo quando ci si aggrappi come disperati alla prima opportunità utile di evasione dall’inclemenza del proprio specchio. Incuriosito e affascinato dalla ricchezza di una collettività squinternata ma in fondo avvincente, quasi quanto il Woody Guthrie fotografo senza macchina fotografica di “Bound for Glory”, l’eclettico talentino di Peterborough ha confezionato un album piccino davvero superlativo, assemblando nove ritratti teneri e insieme feroci in un affresco che conserva vividi i tratti peculiari della sua arte, ma senza precludersi più elevate aspirazioni. Dai capitani d’industria malati di profitto ai viaggiatori annoiati, dai sognatori destinati a far sempre da tappezzeria ai rapper amatoriali, con i loro deliri di onnipotenza degni dei maestri del culto: tra le pieghe di “People”, Kom si diverte a raccogliere e mettere alla berlina manie e tic contemporanei quasi fosse un bizzarro entomologo innamorato del nostro declino. A rendere più amare le sue ricognizioni, il fatto di includere se stesso senza alcuna scappatoia tra coloro che son sospesi in attesa di dannazione, per aver tradito a giochi fatti l’adulto che sognava di diventare quando nulla ancora era compromesso.

Un disco sui desideri che non saranno mai realizzati, e forse nemmeno espressi. Una raccolta di fiabe nerissime e senza lieto fine, con il fatalismo dei vichinghi a trovare sponde impensabili tra i rapaci spelacchiati delle haciendas messicane. E apocalissi morbide, scabre radure di disincanto, carnevali vitalissimi e scampoli di umbratile intimismo, senza mai darla vinta alla desolazione.
A legare il tutto, nastrino color sangue annodato nel più sontuoso dei fiocchi, l’impareggiabile scetticismo di sempre. Quello inscritto nell’intestazione stessa abbracciata per i propri deliziosi misfatti musicali, il nome rubato a un opuscolo sulla Bibbia e inzuppato in un inchiostro beffardo, così da canzonare la perversione religiosa della cristianità evangelica e di ogni altro fanatismo dogmatico. Paroliere vertiginoso e penna raffinatissima, Mathias non è stanco di giocare con il kit del piccolo enciclopedista e dispensa generoso le sue ardite miscele di sacre scritture e cultura pop, country goticheggiante e dark cabaret, confinando in una misera enclave le tentazioni balcaniche e il pur felice bozzettismo folk cui pareva voler asservire per sempre i suoi Burning Hell. La morte è ancora attrice protagonista, ma a servirla recita un cast che ne affoga i soliloqui in una coralità frastornante, tutta guizzi, ben lontana dal bandismo circense dei tanti Brancaleone yankee apparsi negli ultimi anni. Così i toni gravi sono pareggiati da strumenti caldi e baldanzosi come il clarino della dolce metà, Ariel, o l’allegria del proprio piccolo feticcio a quattro corde. Ci si commuove rimanendo fanciulli ilari, e il treno di “Stand By Me” non ci risparmia. Ma si tratta di semplici sogni, abbaglianti come il freddo sole del nord e programmati per impazzire presto, come una maionese canaglia.

Dici Mathias Kom e pensi anche Elvis Perkins, uno che dalla Grande Mietitrice ha patito più di un tiro mancino. Il superbo artigiano della combriccola “In Dearland”, il desaparecido del western crepuscolare evocato con profitto nella tetra favola di congedo. Dici Mathias Kom e pensi al suo alter-ego giovanile, Mathieu Comme, e lo riconosci per il trasformista scellerato che è sempre stato. In testa la zazzera telespallesca di un novello Adam Duritz, nell’armadio mille travestimenti tutti plausibili: i Soul Coughing sofisticati e meno arditi sperimentatori, i Clientele sinuosi, gli Okkervil River immortalati nel loro meraviglioso candore da diorama sixties. O dei banalissimi Decemberists, che fanno fine e non impegnano granché. Ovunque aleggia poi il fantasma di un impossibile Bill Callahan espressionista, destinato a incarnarsi proprio sul filo di lana in un numero di spiazzante, superbo mimetismo. L’aderenza al modello è totale, pesanti come il piombo i debiti, ma letto alla stregua di un omaggio lo si può perdonare e apprezzare come la bella illusione che è in fondo. Virtuosismi da camaleonte e balocchi intellettuali a parte, in “People” batte davvero il cuore di un pianeta disgraziato e bellissimo. Quella indovinata dai nuovi Burning Hell è un’intonazione tra il confidenziale e lo smaliziato oltremodo convincente, in miracoloso equilibrio tra emotività e calligrafia.
E ci siamo dentro anche noi. Passioni, visioni, utopie, fantasie e falle. Falle soprattutto. Mie e di voi quattro, che avete bruciato interi minuti del vostro tempo prezioso tra i sofismi di questa recensione inservibile, all’inseguimento di un senso che – mi spiace dirvelo – non c’è mai stato.

Stefano Ferreri

2. Bill Callahan – Dream River

Data di Uscita: 17/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I have learned
when things are beautiful
to just keep on,
just keep on

E così lei ha fatto il grande passo, è notizia di questi giorni.
Dopo aver riposto in un baule l’abitino da fata silvana degli esordi, piegato con cura e corredato dalla corona di fiori colorati del ritratto di “Ys”, ha scelto di blindare la sua relazione con l’insipido attore comico Andy Samberg e il suo scintillante circo equestre televisivo. Lontane come non mai le suggestioni della New Weird America ma a un tiro di schioppo, in compenso, quella fama che le è sempre sfuggita, fuori dalla nicchia dorata degli indipendenti. Là dove con Bill Callahan avrebbe potuto vivere alla stregua di una regina per sempre giovane, addosso gli stracci belli di un’arte che può ancora permettersi d’essere povera, attorno la devozione di una corte di colleghi figuranti e l’invidia anche affettuosa del suo popolo adorante. Non deve essere comodo recitare nei panni della musa per un grande cantautore. Che non lesina quando si tratta di regalarti diamanti come pegno d’amore, ma sempre e solo in forma di canzoni. Chissà che noia per l’arpista ragazzina svezzata a pane e musica da quel professore galante e serioso, maturo per lei forse più del necessario. Chissà se almeno l’istantanea d’un pensiero, in una brutta copia appena abbozzata, si sarà soffermata sulla fiamma di ieri, in quei pochi minuti di stordimento sull’altare. E chissà quale pellicola sarà passata sullo schermo mentale di lui, distante mille miglia ma ancora sotto il tiro di un bel plotone di ricordi. Sciacquare via l’amarezza è impresa alla portata, se si viene fiancheggiati dalla tenacia e dall’igiene del tempo. La bellezza invece è tutto un altro paio di maniche. Il tipo di ferita che non si rimargina, le luci accecanti del regno che possono farti piangere, qualcosa che resta dentro e si può occultare, ma non si cancella. Il castano chiaro dei suoi capelli ha virato verso il cenere senza che il bianco e nero delle fotografie ne rendesse conto: un innocuo espediente che gli si perdona con benevolenza. Per la figura di Joanna intagliata nella memoria non si è potuto ricorrere, tuttavia, ad accorgimenti altrettanto validi. Così i diamanti hanno continuato a essere estratti dalla stessa miniera creativa e tagliati da quella sua penna essenziale nel tratto quanto aspra, maestra di disincanto, con la piena esclusiva concessa in questo caso ai soli affezionati ascoltatori.

Per registrare fedelmente il senso di vuoto e di sconforto era servito lo splendido “Sometimes I Wish We Were An Eagle”, quasi una testimonianza a caldo della propria sconfitta e insieme un gioiello di dissimulazione. “Apocalypse” si offrì a breve distanza come breviario folk disadorno, perfetto per l’ora dell’appianamento, mentre “Dream River” si presenta adesso e ha il sapore netto della rimozione. Non quella coatta e intransigente, quella che fa a cazzotti con il passato e strappa tutte le pagine andate del calendario, come fossero batteri da estirpare a forza. No, il nuovo disco di Bill conserva le prerogative dell’inessenziale cronaca di un viaggio. E di un sogno, anche, ovattato dalla bruma sdraiata a pelo dell’acqua, dal vapore mansueto di un treno sbuffante o dai fumi dell’alcol in un anonimo bar alla periferia dell’impero. Un dolce annebbiamento, le cui cadenze sono quelle di una danza che è più che altro un rilassato ciondolare. Birre e ringraziamenti come se non ci fosse un domani, con la sola rassicurazione di un’ironia sempre impeccabile al proprio posto. Come per la precedente raccolta, in bella vista risplende la pacificazione. Ma qui non nasce dall’abbraccio di una solitudine pure opportuna, da mandriano confuso nel paesaggio, bensì dall’appagamento offerto da una nuova relazione di coppia, la sola carta in grado di ricondurre la sua scrittura alla piena armonia con gli altri e con la natura. Con la vita. Anche il registro malinconico non pare poi così irrinunciabile, alla fine, e la posa può aspirare al temperamento oracolare del Leonard Cohen dei tardi capolavori, senza più timori reverenziali. Musicalmente si insiste nel solco delle migliori esplorazioni degli ultimi anni, quelli spesi evitando di nascondersi a oltranza dietro a un moniker, per confortevole che fosse. Si coltiva la medesima essenzialità nient’affatto cruda – levigatissima semmai – del secondo album a proprio nome, con le chitarre nel ruolo esatto che fu degli archi, magico cesello, senza disdegnare di tanto in tanto una sottile increspatura o un modesto fuoco bianco a base di riverberi. I lievi arabeschi di allora, quell’eleganza non pedante, sono lontani ma nemmeno troppo. In un quadro votato a una frugalità di pura sostanza, parsimoniosa e priva di spigoli, con i suoi occasionali scorci luminosi Callahan sembra voler confezionare a sorpresa una collezione di brani intensamente oldhamiani, un country anomalo e zampettante che superi proprio il Principe nel suo stesso terreno d’elezione. Gli arrangiamenti colpiscono nel segno, ancora una volta. Merito di un flauto rubato al Nick Drake di “Five Leavers Left” o “Bryter Layter” – a seconda della vivacità – capace magari di conferire un retrogusto agrodolce davvero prezioso. E merito di quelle sei corde in veste elettroacustica traviate proprio dalla vitalità dionisiaca dei fiati, ora in preda a convulsioni gentili, ora disinvolte nel dispensare sfumature finissime come i Wilco meno marziali.

Tutto questo senza indugiare nella calligrafia. Le ricognizioni di colui che si faceva chiamare Smog rimangono in prima battuta questioni squisitamente emozionali. Si spiegano così i non rari crescendo della parte strumentale, riflesso della necessità non derogabile di lasciarsi andare al cuore, alla primavera incalzante, con un pizzico di salutare negligenza. Bill vi si espone adottando un passo lento ma sicuro, come lo straordinario baritono che calza ormai come un guanto. Si mette a nudo e si confessa, trattando il sentimento invece che le cautele filosofiche di ieri. Ogni suo pezzo continua a essere una sorta di vino da meditazione, un amarone affinato in barrique. Equilibrato, morbido, da assaporare adagio. Il desiderio di potersi sottrarre al congedo dall’esistenza terrena è un’illusione appena, come una freccia scagliata in alto nel cielo e condannata a chiudere la propria parabola nella caduta, inevitabile. Nell’istante perfetto dell’apogeo, l’incontro con la più nobile aspirazione dei giorni trascorsi assieme a Joanna: quell’aquila che era stata l’emblema stesso della compiutezza e ora volteggia solitaria, il fiume come una mappa per orientarsi, prima di assecondare il capriccio onirico e sfumare in un gabbiano destinato a ben altri orizzonti. I contorni del tenue vagheggiare, agevolati dalle ombreggiature della Asat Classic, restano incerti anche quando va in scena la piena estate di un pittore di barche. Perso in una tempesta di pioggia e lampi cui farà seguito la ritrovata quiete dell’anima, il cumulo dei propri ricordi a rappresentare la sua più scintillante ricchezza. L’intimismo non è più un luogo angusto, né una passione astratta. E’ la curiosità che spinge il grosso volatile ad aprirsi e a esplorare in libertà, solo a sprazzi se occorre, prima che venga settembre e sia irresistibile la chiamata di ritorno all’oceano. O di rientro a casa su una strada bellissima e insidiosa, tutta ammantata di neve.
Non si può disconoscere la propria natura. Che richieda il conforto di un prestigio un po’ frivolo, o che induca a vivere come artisti dell’eremitaggio. La si accetta, provando a trarne magari una morale sempre nuova. A volte non occorre davvero altro, se si è bravi a far tesoro di tutta la bellezza incontrata sul proprio cammino e la si porta con sé, senza fermarsi mai.

Stefano Ferreri

3. The Besnard Lakes – Until in Excess, Imperceptible UFO

Data di Uscita: 02/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Alamogordo è dove la speranza va agli alberi pizzuti.
Se avete presente l’isola di Böcklin, ripensatela priva di aneliti romantici ma con carica simbolista elevata a potenza. E senza i cipressi possibilmente, solo deserto. Potrete anche darci una passata di sgrassante al limone, ma rimarrà il simulacro triste e corrotto in cui una certa idea di progresso l’ha trasformato. Sì, perché Alamogordo è il luogo dove il genio evase dalla bottiglia per non esservi mai più intrappolato. Demone scaltro, idolo amaro. Il posacenere in cui hanno lasciato a consumarsi il caro vecchio totem della frontiera, e un’utopia appena rimessa in tiro dopo i rovesci della grande depressione.
Alamogordo è il primo giorno di uno sterminato autunno.
Non proprio un bel posto per escursioni oniriche, ma spiegatelo voi all’estro bizzoso dei coniugi Jace Lacek e Olga Goreas, origini nell’est Europa e adozione canadese, al riparo dagli spifferi della guerra fredda. Fin troppo facile il nesso, ma chissà che gli sposini della scuderia Jagjaguwar non ci abbiano visto dell’altro. Il risvolto cinico della poetica del fanciullino 2.0 brevettata da Steven Spielberg, perché no? Alamogordo è anche il nulla in cui andò a rovinare la luccicante navicella del nostro amato E.T., partita in un trionfo di commozione sui titoli di coda del film per poi schiantarsi con il sigillo Atari nel fondo tossico di un’immonda discarica abusiva. Il più brutto videogioco di tutti i tempi e insieme la più incredibile metafora partorita dagli anni ottanta, per un rovescio della medaglia che ha saputo adeguare il mito di Icaro ai visionari da strapazzo del presente, non senza puntualità. E forse è proprio in questa desolata bruttura che si specchia il nuovo disco dei coniugi Lacek, riuscendo però nell’impresa di sublimarne gli spunti in una trama densa di suggestioni liriche quanto elusive. Rispetto alla fragorosa grandeur o all’epica squassante di ‘The Roaring Night’, ai disastri mentali e gli sperimentalismi arrembanti di ‘The Dark Horse’, qui il loro collettivo, Besnard Lakes, ha curato una raccolta assai più sfuggente. Impalpabile, come opportunamente suggerito anche dall’ermetismo in pillole di titolo e copertina, per quanto il fascino nelle loro canzoni riesca se possibile più plastico che in passato. Il flusso sonoro ha raggiunto un equilibrio che prima era sempre mancato e l’album si candida a diventare la perfetta trasposizione di un sogno. L’assenza di steccati nella sceneggiatura ricorda Gondry, satirica anarchia esclusa, mentre la grana fotografica mette al bando i contrasti che erano un po’ la loro firma nella luce.

L’elegia in soft focus di questo ‘Until in Excess, Imperceptible UFO’ ha indotto la critica a largheggiare con l’aggettivo “cinematico”, nemmeno a sproposito peraltro. Ralenti, piani sequenza, campi lunghi se non lunghissimi. Rimangono un’ostinata prerogativa della band di Montreal, il suo capriccio più amabile, per non dimenticare la predilezione per le riprese in esterni. Anche questa pellicola è girata in spazi aperti, interamente, e si apre nel pallore umido di una foschia caparbia, adagiata come soffice trapunta su una distesa erbosa. Nell’incertezza superba in cui ci troviamo abbandonati ci accoglie Olga, dalla sua casa fantasma sulla collina. Fattezze di sirena, voce suadente come il riverbero di una malinconia che non possa davvero far male. Eppure dietro questa calma alberga il lustro spento della morte, par quasi di sfiorarne l’ombra. E la nebbia è un muro, una presenza che irretisce e non esclude sinistre pressioni. Il gruppo ci culla con un dream-pop al calor bianco, tra refoli sonici e nuance space-orchestrali che saturano i già ridotti margini di manovra e sommergono anche la maestosità del coro, per poi renderne tutta l’energia nel bagliore di un attimo. Quando ci si presenta Jace, il suo falsetto è una dolce lama che fende la bruma. Quieti con la loro elettricità sempre finemente atmosferica, maliardi nel concedersi il balocco di piccole vampe azzurre innescate con le chitarre, ma abbastanza subdoli da non lasciare riferimenti validi. Nessun appiglio per noi avventati ospiti del loro miraggio. Sembra quasi che scherzino con gli ascoltatori i Besnard Lakes, con gentilezza. I cavalli neri di un tempo soggiogati e chiamati ad abbellire la vecchia giostra su cui danziamo un girotondo, la cui eleganza classicista trascolora un poco per volta alla stregua di un ricordo che si sfaldi, inesorabile. Poi un lieve sibilo, e lo scenario si rivoluziona: uno scorcio finalmente rischiarato dall’accompagnamento pop limpido, senza prefissi né suffissi, ma con l’amichevole adesione di uno Spencer Krug chiamato a ricambiare qualche favore arretrato. Ci diremmo lucidi in quest’oasi rinfrancante e soleggiata, e invece siamo nel cuore della creatività laboriosa del subconscio, con entrambi i piedi nella Fossa delle Marianne del sonno. E negli anfratti scivolosi di un torpore privo di regole, riecco inaspettata la mansuetudine fumosa della memoria. L’etereo splendore tratteggiato come in una tregenda d’angeli ancora non caduti – Les Paul Baritone, Epiphone Casino e la fedele Jazzmaster – omaggia l’inarrivabile altrove wilsoniano celebrandone l’inquietante, algida natura. L’invito, ancora una volta, è a lasciarsi andare, a far viaggiare incontrastata l’immaginazione, mentre il suono flessuoso solleva una polvere laminata che è incantevole sfarfallamento ma anche escoriazione a fil di pelle.

La mezzanotte arriva senza farsi annunciare e porta con sé tenui fuochi che destano meraviglia ma non sanno scaldare, e nemmeno bruciano. Nella rincorsa delle voci, il piacere di perdersi. Nella confusione, la fiducia di una notte nuovamente tersa, stellata, che chiama alla contemplazione. Finché le chitarre non scelgono di affollare la volta con una torma minacciosa di nuvoloni neri, l’impagabile schianto di un fortunale shoegaze già abbozzato negli sguardi come un’inedita tempesta del tardo William Turner. Ipotesi poi risparmiataci con l’allontanamento verso un’ulteriore solitudine, nel freddo di una passione disarmata, nei respiri congelati di un inverno che ricorda da vicino le tregue effimere ma bonarie dei L’Altra. Il viaggio conserva così i medesimi fragili contorni di quello pianificato con le sole forze del pensiero nel più riuscito lavoro di una band inglese che in pochi ricorderanno, Alfie, lei pure alquanto audace per indole astrattista. ‘Do You Imagine Things?’, titolo emblematico che può tornare utile. Stessa illusione di false simmetrie e specchi, stessa incorporea presenza. Le ascensioni pirotecniche degli Zeppelin e dell’Electric Light Orchestra, la fumisteria spigolosa e il virtuosismo progressive, i Fleetwood Mac rivisitati e le detonazioni a marchio Constellation: banditi dall’album di famiglia. Gli incendi sul mare e tutti i cannoni, conflitti ipotetici ma spaventosi, cedono il posto al maggior costrutto di una pace dilatata e pur sempre fantasiosa, al ghiaccio, alla rarefazione e le inquietudini intime. Pulite, ripiegate, conservate come candidi fazzoletti nelle tasche.
Infine Alamogordo, che è dove i sogni vanno a morire.
Le bombe all’idrogeno danno ragione all’apocalisse di un’umanità ormai senza speranze, identica a quella profetizzata da uno scrittore triestino tanti anni fa. I Besnard Lakes più visionari non mancano l’appuntamento con la paura condivisa. Volturano la loro creazione in incubo senza troppi complimenti. Sparecchiano la tavola e spalancano gli scuri a quasi tre minuti di raggelante e impassibile crepuscolo, ultimo panorama in cui s’intromette beffarda la rifrazione delle gocce di pioggia lontane – o sono lacrime? – di un delicato fallout. E intanto il lampo abbaglia e scortica i nostri occhi, indifferente.
Li chiudiamo invano nell’istante stesso in cui torniamo ad aprirli.

Stefano Ferreri

4. Mazzy Star – Seasons of Your Day

Data di Uscita: 24/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sarebbe stato troppo facile cantare una canzone d’amore. Troppo facile per lui che con le note c’era cresciuto. Per lui che sapeva far godere da morire un violino solo sfiorandolo. Come gode un diabetico assaporando l’ultima briciola di torta al cioccolato una sera d’inverno. Mentre fuori nevica. Troppo facile per lui che con la voce faceva vibrare gli umori più reconditi. Sincopati al torace. Giù per lo stomaco. Tra le gambe. No. Sarebbe stato troppo facile. Lui l’avrebbe dipinta. E poco importava che fosse daltonico. Cosa c’era di così diverso dalle note in una tavolozza di colori? In un modo o nell’altro. Alla fine. Tutto si riduceva sempre a dei numeri. I numeri lo tranquillizzavano. Non è forse luce ciò che entra in una radio? Ed il colore? Non è forse luce? Se poi vogliamo dirla tutta. Ruotare la manopola alla ricerca di una canzone mai sentita corrisponde a cambiare sfumatura.
Fu forse la profondità della sua voce. La vibrazione dell’aria in risonanza con qualche movimento dell’universo. Fu forse che Nettuno era in Pesci. O che l’agnello suonò per sbaglio alla casa del Leone. Fu forse un caso. Non si sa. Sta di fatto che lei credette sinceramente che lui sarebbe stato in grado di ritrarla brandendo un pennello invece di un archetto. E quando lui la invitò nel suo garage da musicista vissuto ma non logoro lei accettò.
Il garage era apparentemente in ordine. Espropriato della sua naturale funzione di cimitero di cianfrusaglie dalla dubbia utilità futura. Tabernacolo di ricordi polverosi e bici eternamente rotte. Sfoggiava chitarre lucide alle pareti. Spartiti di contorno. Un divano a strisce rosse e verdi. Vinili cronologicamente datati. Un violino riposto con galanteria in una custodia viola. Un tappeto con un che di già visto. Vittima di qualunquismo da mercatino delle pulci. Una tela per dipingere capitata lì per caso. Immobile e pallida. Incapace di trovare il proprio ruolo. Come uno scalatore in Olanda. Come un marinaio in Lichtenstein.
Quando lei cominciò a togliersi la camicia sentì un leggero brivido di freddo correrle lungo la schiena ad inseguire una pudicizia ormai lontana. Quando si sfilò la gonna lui sentì una leggera scossa risvegliargli l’appetito. Ma non era fame. Era gola. Lei si distese sul divano. Come in una scena scontata di un film in sconto al rivenditore all’angolo. Lui aveva la gola secca. Provò a canticchiare un vecchio blues che si spense prima di vedere la tremolante luce di una lampadina ad incandescenza impiccata al soffitto. Lei respingeva con tutte le sue forze in un angolo della sua mente il disagio di essere nuda con un uomo che neanche la sfiorava.
Intingeva timidamente il pennello e con gesti titubanti tracciava sulla tela i contorni approssimativi dell’oggetto delle sue pulsioni. Aveva la fronte imperlata di sudore. Era emozionato come un antropologo che risvegliato dopo un lungo sonno si ritrova di fronte alla Statua della Libertà sepolta nella sabbia. E intanto riempiva i contorni di sfumature e tonalità delle più disparate frequenze.
Era quasi l’alba quando completò il ritratto. Entrambi accusavano una stanchezza impropria. Surreale. Comprensibile. Lei si rimise le mutande giallo canarino. Quindi coi seni ancora nudi andò a ricercare la propria immagine su quella tela di cui aveva potuto fino a quel momento osservare fin nei minimi particolari solo il lato nascosto su cui nessuno si sofferma mai. Lui la guardava di nascosto. Il respiro affannato. Con l’olfatto acuito per poter carpire la sua essenza nei dettagli. Sperando di riuscire a scorgere l’eccitazione. Lei fissò quei segni rudimentali. Figli di un impegno che appariva sproporzionato messo accanto al risultato. In quel momento sentì fluire via tutto. L’imbarazzo. Il desiderio. Il freddo. La stanchezza.
Provò poi un affetto quasi materno nei suoi confronti. Ma non era dovuto a quei tratti infantili. Non era arrabbiata. Non era offesa. Non credeva di aver perduto tempo. Semplicemente ora vedeva tutto con chiarezza. Come un portatorce nell’estate artica. Aveva capito. E decise di andarsene. Con un sorriso.
Lui non riusciva a capire. Non era un pittore. Questo lo sapeva. Ma suonarle una canzone sarebbe stato troppo facile. La osservò mentre si rivestiva. Nel silenzio che aleggiava. Nessuno aveva più parlato da quando erano entrati. Solo in quel momento se ne rese conto. Ne fu assordato.
Quando fu sulla porta le chiese perché se ne stesse andando via in quel modo. Non capì la risposta che lei gli diede sorridendo. Cosa voleva dire che quel ritratto non era lei? Cosa voleva dire che evidentemente non era lei la donna che lui voleva dipingere? Cosa voleva dire che non erano i suoi occhi quelli sulla tela? Non erano i suoi. Lei aveva gli occhi verdi.
Lui rimase immobile per qualche minuto dopo che lei venne inghiottita dalla luce del sole che sorgeva. Richiudendo la porta dietro di sé. Poi si distese sul divano grigio. Osservando gli occhi sulla tela. Castani. Ma lui non lo sapeva. Fottuto daltonismo.

Pietro Liuzzo Scorpo

5. The Pastels – Slow Summits

D.d.U. 27/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura


Ed entravano nelle pieghe della notte inghiottiti dall’eco sommesso delle loro voci.
Il viale taceva rinfrescato dalla pioggia.
Al riparo dall’alba, che già pareva annunciarsi dentro il lampo di luce di un altro temporale, persino l’aria, densa come una marmellata, appariva come quella di un sogno.
G. e M. erano di nuovo insieme, e nel gioco di luce e buio, che è il gioco del mondo, i loro cuori restavano appaiati, tenendosi in un battito senza pausa, eterno. Era un pulsare magico e feroce sotto la coltre lanosa di felpe e magliette intime. Chissà cosa dicevano mentre mi vedevano sempre più lontano agitando un braccio nell’aria; chissà se avrebbero riempito quella notte di maggio con l’abbaglio dei pomeriggi andati, la vodka rubata al discount, le birre e il vino, i tramonti e i baci.

Gianfranco Costantiello

6. Yo La Tengo – Fade

Data di Uscita: 15/01/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Fade

John avrebbe voluto fissare il tempo: gli occhi di Jane nell’istante segreto in cui s’accordavano ai suoi, mentre le bocche intorno dicevano niente, strette tra le striature della parete in legno – su cui s’abbandonava la testa sognante – il tavolo lucido, le sedie malferme, la posa del respiro sul dorso dei bicchieri vuoti. Inseguendola tra il fruscio delle sciarpe e l’umido dei capotti che tratteneva le livide folate della sera nei chiassosi corridoi, tentò invano di ancorarsi al nero lanceolato dei suoi occhi e alla sfrontata piega delle labbra.
– Ti amo, ti amo dalla prima volta che t’ho visto, o forse, e più probabilmente, dalla seconda –
avrebbe potuto esordire così, messosi la porta alle spalle, e ritrovandola, bellissima, in piedi, sotto la luce ranciata del neon. Mentre quello che lasciò cadere fu una balbettante richiesta – ci – ga – rette – affondando sulla erre, in francese, forse perché parlare in un’altra lingua concede l’agio di essere qualcun altro, magari in un altro luogo, e chissà, in un altro tempo.
Scortati dal ronzio febbrile del refrigeratore, che giungeva sordo dalla cucina, fissavano il lastricato, tirando boccate di fumo acerbo nel freddo paralizzante della strada. John aveva cominciato a grattarsi nervosamente le nocche della mano destra con le unghia della mano sinistra, pensando a quando quei maledetti insetti microscopici lo avevano punto.
Poi un vento tragico soffiò, e John si disse che rabbia, che rabbia non essere vento e starsene fermi, a guardare …

… guardare dal finestrino di un’auto in corsa la campagna scorrere in un intermittente campo di luce, la testa di Jane rovesciata sulla sua spalla, il vento tra i capelli, la primavera d’improvviso.
Amarsi, litigare, amarsi ancora, e probabilmente abbandonarsi era solo il lascito inesorabile di una coincidenza, di un incontro scandito dall’assenza di un qualsiasi altro rapporto amoroso, che le loro vite avevano disatteso. John aveva una lunga storia con F., mentre Jane aveva appena rotto con T. colmando la sua solitudine con un tipo mal pettinato conosciuto nei corridoi universitari. Nel breve periodo in cui lei era singola, John, tentennando al suo sguardo sfrontato riflesso sul marciapiede di ghiaccio di fine gennaio, l’aveva quasi strattonata e baciata in un angolo della notte. Forse furono i residui di un sogno buio a fargli credere di averla posseduta, dato che, in realtà (ma come credere alla realtà?), aveva chiuso gli occhi e finto di morire, come accadde su quel sedile posteriore.
Amarsi non implica necessariamente il possedersi a vicenda: era il tacito accordo siglato quando gli occhi di Jane avevano insistentemente cercato quelli di John nei vaghi silenzi che seguirono al contatto fortuito tra le loro mani.
Quando l’auto s’arrestò sullo slargo erboso, egli saggiò l’aria, assaporandone l’odore di vaniglia tra i capelli di lei, e, riaprendo gli occhi, la vide; la vide, tra un lembo di cielo e il verde rigoglio di un ramo di quercia, svanire nel fiato del giorno.

Gianfranco Costantiello

7. Vampire Weekend – Modern Vampires of the City

Data di Uscita: 14/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Lo chiamavano il Gatsby metropolitano, viveva in uno di quei tipici appartamenti newyorkesi le cui ridotte dimensioni non erano un problema; a lui bastava l’unica finestra di cui disponeva per vivere, era speciale perché è da lì che salutava il suo migliore amico.

Adorava contemplare la prima luce dell’alba, vergine d’ogni sguardo straniero.

Era convinto che il Sole andasse a salutare lui per primo e poi il resto di New York, un brindisi ed un sentito sorriso erano il suo regalo quotidiano.

“You won’t even say your name… “

Only “I am that I am.”

“But who could ever live that way?”

Pochi gesti, sempre quelli e subito fuori tra le strade della città.

Adorava osservare la paranoia del mondo moderno.

All the cameras and files…

All the paranoid styles…

All the tension and fear…

Of a secret career…

And I think in your heart that you’ve seen the mistake…

But you let it go.

Sognava troppo spesso di vederci l’Africa tra i grattacieli, giraffe, zebre, leoni, di piantarci il mondo più selvaggio e naturale esistente nel bel mezzo della civiltà, proprio come quel raggio di sole o le passioni più sfrontate fanno nelle nostre vite.

Frequentava mostre d’arte, e i veri intenditori del settore lo riconoscevano, si parlava spesso di lui, c’erano davvero infinite storie che lo riguardavano, uno dei più informati raccontava che fosse molto ricco.

Apparteneva ad un’altra epoca, viveva in una dimensione parallela pur partecipando attivamente con il suo pensiero in questo mondo.

Non parlava mai di sé, non gli importava, ciò che aveva a cuore era la collettività.

Non dimenticava mai di elogiare la natura e la bellezza del dono della vita, poetiche celebrazioni di tutto ciò che ci circonda.

Le sue erano visioni surrealiste alle quali troppo spesso l’unica risposta devota erano gli sguardi diffidenti e dubbiosi dei suoi interlocutori.

”Non siate definitivi.” diceva. “Follow your gut.”

“Wisdom’s a gift but you’d trade it for youth.

Age is an honor-it’s still not the truth…”

YOU NEVER KNOW WHAT’S GONNA CONNECT WITH PEOPLE.

Idea Condivisibile, era questo il pensiero generale di chi lo ascoltava, ma ci si domandava troppo spesso come dar fiducia ad un uomo così solo, custode di pillole di felicità collettiva.

La sua solitudine era riconosciuta da tutti, nessuno ne aveva la certezza…

Il dubbio collettivo, che impediva all’ennesima etichetta sociale di affiancarsi ad un volto, era la sua solita visita ad un appartamento della città, riconoscibile dal suo unico e antico portone verde.

Francesca e Valeria Annichiarico

8. My Bloody Valentine – m b v

Data di Uscita: 03/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

She found now

L’ illusione e la delusione di passare da una bocca ad un’altra, di assaporare la saliva di un’altra ghiandola, di cercare cogli occhi chiusi, tra le pieghe delle lenzuola, l’inarcatura di una schiena su cui deve essere rimasta la traccia di un graffio e scoprirla cambiata anche nel gioco delle vertebre. Ridefinire le forme, gli incavi, le curve, imparare a dire un nuovo nome e dimenticare il calore delle coperte in cui si stava al riparo dall’inverno, l’alito di vino e tabacco, le persiane semichiuse.
V. se ne stava sospesa nell’aria con una lunga pertica per tenersi in equilibrio sulla corda. Era stato un pomeriggio senza amore, e l’ultimo clamore del giorno ora s’insediava per durare nel tempo, nel ricordo: il sole correva lungo il marciapiede, penetrava stanco in un ingresso socchiuso, chiedeva silenzio all’andirivieni dei bambini. Sfuocata nella smerigliatura della porta, un’ombra, si muoveva appena.
Era un vecchio che, risvegliatosi dal torpore del giorno, s’era messo il cappello e la giacca, e aveva acceso la radio. Macilento e zoppicante era sopravanzato fin sull’uscio, sul gradino che lo separava dalla strada. Altre facce s’affacciarono dalle finestre, indistinte contro la luce di un neon, tirando boccate di fumo e tradendo l’attesa con un tamburellio lunare delle dita sul davanzale.
La corda univa nelle linee della periferia due palazzoni dai muri scalcinati, vecchie strutture postatomiche, ferro e cemento dai contorni secchi e precisi che si ergevano a dominare l’incertezza dei passi nella strada. Ora, una nube di fumo, che convogliava i fumi delle canne fumarie, s’addensava contro il cielo nella stasi serotina, gettando un’ombra cupa e fredda nello spazio intorno.
V. fece due passetti, rapidi e uno di seguito all’altro. Un bambino di sotto nella strada aveva fermato la bicicletta nello stridio del freno e guardava nel cielo. Apriva un poco la bocca dallo stupore.
Sbocciavano intanto le mani umide di una ragazzina ai cancelli del cortile. Rincasava e il cuore le batteva ancora: aveva dato il suo primo bacio quel pomeriggio. I bambini se ne stavano seduti sulle scale stringendosi cogli occhi lucidi attorno a storie di fantasmi. La radio ronzava nell’ombra. Il vecchio, caricando con le dita tozze la sua pipa, seguiva cogli occhi il lungo percorso di un canale di scolo: provava a immaginarsi le pieghe, le curve, le rugosità. In fondo alla strada, sotto la luce bluastra di una bolla di sapone, una sirena si specchiava nella vetrina di un pub e muoveva una mano a rigovernare la sua lunga chioma. Oltre i vetri, all’interno, abbandonato su una sedia, un uomo la guardava. Forse pensava a come sarebbe stata la sua vita con lei.
V. si era innalzata oltre il livello dei tetti, oltre le canne fumarie, oltre gli occhi stanchi e annoiati. Dalle sue scapole parvero venir fuori delle ali piumate. Alcune piume caddero dal cielo coprendo le strade, e fu come il versarsi di una pioggia bianca, silenziosa, immacolata.

Gianfranco Costantiello

9. Neko Case – The Worse Things Get, the Harder I Fight, the Harder I Fight, the More I Love You

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Suggestions about a Fragile Crystal

When you catch the light the flood changes direction
And darkens the lens that projects by the skies
As you fly alongside you’ll discover my weakness
I’m not fighting for your freedom
I am fighting to be wise

Le gocce di pioggia corrono verticali lungo la vetrata del bar in cui ti piace passare le tue serate in compagnia dei tuoi drammi, del vecchio Harry Johnson, probabilmente il peggior barman dell’intera Virginia, e di una fedele bottiglia dello scotch più economico esposto al bancone.
I bracciali tintinnano sul polso al sollevarsi del bicchiere per freddare con un bacio l’ultimo pallido fondo alcolico. Le evidenze sono lampanti: il rossetto impresso sul vetro è della stessa tonalità di quello che hai sempre portato in borsa.
Solo pochi giorni prima, tieniti al lato della strada se hai da allacciarti le scarpe, ragazzo. Un severo cenno di risentimento cui ha fatto seguito il tuo inaspettato sorriso premuroso, per poi vederti andar via. Era caldo e mi hai lasciato più indietro, col tuo culo perfetto sul sellino per culi perfetti. Una gonna scura a lutto scomposta dal sottile vento estivo che le impone movimenti invitanti mentre ammicca arroganza disarmante e dichiara con espressione indifferente di non aver mai avuto intenzione di prendere le mie parti.

Non riuscivi a fare a meno di alleggerire con qualche commento ridicolo qualsiasi cosa ti turbasse. Impegnata discepola della satira più pungente, sostenevi che a far ironia ti si allunga la vita.
Per quanto fossero stabili i dogmi che avevi statuito, mutare in clown grotteschi i demoni in armatura che continuavano a incedere sul tuo fronte fragile, non è stato sufficiente a rendere più leggeri gli stessi principi a cui ambivi come fa il suicida con la corda. Ti sentivi minacciata dalle tue ombre come un castello di sabbia di fronte alla marea crescente. Il limitarsi allo sterile blaterare di questioni futili era la tua maschera, la pigrizia che ci costringe saldi alle nostre frustrazioni, l’ansia di perdere contro i propri fantasmi che ci rende indolenti, impreparati a vivere. Sono stanca, si è sentito pronunciare con voce ferma. Era un settembre mite, il cielo sereno, le foglie tinte appena di giallo caldo, se solo fossi riuscito a trovare il coraggio di prenderti la mano. Continuo a nutrire l’illusione che ti sarei bastato.

In fondo sapevo che sarebbe successo, bastava guardarti persa nella luce dell’ovest. Mi hai lasciato solo una mattina, un pezzo di carta recuperato dal secchio degli scarti e poche righe confuse:
Era notte. Tornavo a casa dopo l’ennesima serata chiassosa. Proseguivo per inerzia, abituata al tragitto. Pazzi e barboni ubriachi di freddo e semafori intermittenti che borbottano ritmiche metropolitane.
Ancora giallo. La città non mi è mai sembrata così bella.
Le mie rime pugnalate dalla tristezza chiedono nuovi miraggi. Ho pianto la mia solitudine, supplicato perché potessi ritrovare la strada che porta al fuoco di Prometeo, che col suo ardore sfida gli dei riuscendo così a smussare i vertici dell’infelicità umana. Ho chiesto perdono per ogni mio errore, una preghiera e un calice di sangue in pegno al cielo. Ho provato ad uccidere ogni aspettativa per evitare che l’ennesimo fallimento fosse troppo faticoso da sopportare. Sono stanca del caos a cui siamo costretti contro ogni volontà. Quel caos che turba il nostro vivere, che fa dissolvere i contorni come caligine polverosa e ci priva del diritto sacrosanto di comprendere le nostre scelte. Chiedo che ci sia resa la possibilità di andare avanti liberi da qualsiasi ombra come alberi svestiti dall’inverno incorruttibile, come la più grande benedizione che possa essere concessa. Non ho certezze rispetto a quel che sarà il mio domani. Andrò, dove mi porterà la ricerca del mio bisogno. Sarò, cacciatrice di nuovi paesaggi.

La strada è deserta.
Sebbene a chilometri di distanza, posso immaginarti a cercare stelle maldestre nel sogno di poterne possedere una, stringerla tra le mani, mentre il piede pigia sicuro sull’acceleratore. Investita dall’entusiasmo, urli alla notte tutte le canzoni che hai imparato e sporgi la testa oltre il finestrino, ti ho detto mille volte che è pericoloso. Il cuore pulsa come un martello pneumatico e impera la sensazione che da un momento all’altro esca fuori dal petto e caschi sull’asfalto, inerte, e si lasci a riposo mentre tu resti a guardarlo, ragazzina sull’altalena, con le gambe penzoloni sul bordo del mondo. Un brivido scorre lungo la schiena. È lo stridio di media frequenza che si percepisce quando raschi le unghie sulla lavagna. Sai bene di cosa si tratta. È l’inquietudine che si prova al sapere che a porsi di fronte a te non è un unico traguardo, ma potenziali infiniti. Libero arbitrio e paura hanno lo stesso colore.
Solo chi, come te, teme la libertà, è in grado di perseguirla.

Giulia Delli Santi

10. Basia Bulat – Tall Tall Shadow

Data di Uscita: 01/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La decisione con cui la vidi legarsi i lacci degli stivali invernali era il preludio di una nuova stagione del contrasto tra gli spettri di luce più chiara e più scura delle sue emozioni. “Cercherò di dipingere la mia ombra migliore”, continuava a ripetermi un pomeriggio, mentre sorseggiava del tè seduta a gambe incrociate su una poltrona ottocentesca, la neve che crolla dai rami di fuori, la tappezzeria floreale a ricordare i fasti di quella vecchia residenza nobiliare, adibita in parte a studio musicale. Solo il modo in cui portava la tazzina alle labbra era musica, la natura ricoperta di bianco come perfetta scenografia, il suo sguardo sempre basso, immobile per certi versi, sicuramente concentrato su possibili nuovi paesaggi da inventare. “Prova a premere ripetutamente un tasto del pianoforte a tua scelta, davvero, non m’importa quale sia, voglio solo concentrarmi su un suono per almeno un minuto, devo scacciare l’avvicinarsi di memorie non desiderate ” – A dispetto della terra dei ghiacci evocata dal cielo di oggi, l’avevo vista per la prima volta raccogliere rose in un prato a fianco di una antica cattedrale. Ne portava così tante tra le braccia che ancora mi domando come riuscì a non farne cadere nessuna, mentre un suo sorriso genuino riusciva a gareggiare con i colori della natura della foresta al tramonto. Stringemmo un sodalizio musicale e da quel giorno non ho più smesso di scrivere dei resoconti delle nostre reinterpretazioni della tradizione. C’erano atmosfere esistenti da sempre tra le sue corde vocali, non poteva scostare il percorso, la linea era già tracciata da tempo. Incominciai a pensare seriamente di dedicarmi a raccogliere materiali per una sua autobiografia il giorno in cui confessò ad una cena tra amici che, durante la sua infanzia e prima giovinezza, aveva sempre ascoltato la stessa stazione radio, specializzata in americana, country e blues, e soprattutto per questo la sua concezione di musica si era sempre orientata con naturalezza entro questi confini, riuscendo a trovare orizzonti più ampi e sempre a proprio agio nella così detta ‘modernità’ che qualsiasi nuova sperimentazione non riuscirebbe neppure a immaginare. Le bastava socchiudere gli occhi per essere altrove, sentirsi nel posto più giusto per lei in quel momento, sognare l’autostrada in cui voleva correre, il luogo in cui valeva la pena raggiungere qualcosa, per cui avrebbe anche accettato di barattare qualche sfaccettatura della sua personalità per sentirsi più vicina alla meta. Slegarsi da qualsiasi routine a fondo cieco, rendersi capaci di percepirsi come sola voce, estraniata da tutto, su qualsiasi palcoscenico o terrazzo, treno o stanza d’albergo. “Quando trovo la combinazione giusta d’accordi mi si scioglie la spina dorsale” e sorride, e le credo, perché avviene sul serio, succede anche a me quando la vedo comporre, è questo che può fare la magia, e la musica è la più naturale delle arti magiche. Dopo aver preparato il caffè rigiro tra le dita le foto preparate per la copertina ed il lancio del nuovo album, “raggiungerai un nuovo grande numero di ascoltatori”, penso tra me. Sembri una diva degli anni sessanta,sono orgoglioso di collaborare per questo progetto, sei riuscita a scrivere ancora di storie che in un attimo possono far crollare ogni cancello arrugginito, aprirsi verso torrenti d’azzurro, spazi ancora da scoprire, città senza fiumi comunque sognanti, amori possibili da restaurare. “Come ho fatto ad arrivare fin qui con questa grande forza d’animo, riuscendo a tenere insieme tutti i pezzi” potrebbe pensare lei stessa in un momento di vuoto, come potrebbe essere sempre più in grado di non lasciarsi visitare da pensieri sulla sua passata fragilità, meglio dimenticarsi di come fosse. La sbircio canticchiare senza emettere suono il ritornello di “Someone”, e penso a quanta gente buona di cuore meriterebbe di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, danzare a piedi nudi su un tappeto persiano e scrivere nuove canzoni sul vetro appannato. Che sia Amsterdam o Parigi o qualsiasi altra città scritta nel tuo cuore lei suonerà perché le coincidenze si avverino, non solo nelle tue lettere piene di lacrime e nostalgia, non solo nei tuoi sorrisi notturni, oltre il silenzio profondo dei sentimenti più veri ignorati per approssimazione dal destinatario, chiudere gli occhi tenendoli aperti sul mondo e imparare a viaggiare in qualsiasi situazione, un inno all’escapismo più rarefatto e al potere delle fiabe conquistate anche una volta superata l’infanzia. “Spero che tutto questo non sparisca come quel fiocco di neve che non riesco più a ritrovare tra i rami ricoperti di quell’albero.. Lo spero davvero. Lo spero con tutto il mio cuore. Canterò una canzone anche per lui. Spero che nessuno mi lascerà mai cadere così lontano da tutto, così come spero ancora che tutta questa musica non rimanga inascoltata, che qualcuno riesca a sentirsi più forte o ispirato anche grazie a lei, spero davvero che tutte queste cose possano lasciare un segno, che ci si riabitui a prendersi cura dei fiocchi di neve” . Succederà, te lo prometto. Da qui in poi ci impegneremo tutti sempre di più, proveremo ad aiutarci a vicenda, senza esitazioni e con passione nel cuore, “come nell’attimo in cui le dita e i tasti del pianoforte si cercano e si trovano, regalando armonia”, come dici meglio tu.

Filippo Redaelli

Top Ten 2013 – Pietro Liuzzo Scorpo

1. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

2. Neko Case – The Worse Things Get, the Harder I Fight, the Harder I Fight, the More I Love You

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Suggestions about a Fragile Crystal

When you catch the light the flood changes direction
And darkens the lens that projects by the skies
As you fly alongside you’ll discover my weakness
I’m not fighting for your freedom
I am fighting to be wise

Le gocce di pioggia corrono verticali lungo la vetrata del bar in cui ti piace passare le tue serate in compagnia dei tuoi drammi, del vecchio Harry Johnson, probabilmente il peggior barman dell’intera Virginia, e di una fedele bottiglia dello scotch più economico esposto al bancone.
I bracciali tintinnano sul polso al sollevarsi del bicchiere per freddare con un bacio l’ultimo pallido fondo alcolico. Le evidenze sono lampanti: il rossetto impresso sul vetro è della stessa tonalità di quello che hai sempre portato in borsa.
Solo pochi giorni prima, tieniti al lato della strada se hai da allacciarti le scarpe, ragazzo. Un severo cenno di risentimento cui ha fatto seguito il tuo inaspettato sorriso premuroso, per poi vederti andar via. Era caldo e mi hai lasciato più indietro, col tuo culo perfetto sul sellino per culi perfetti. Una gonna scura a lutto scomposta dal sottile vento estivo che le impone movimenti invitanti mentre ammicca arroganza disarmante e dichiara con espressione indifferente di non aver mai avuto intenzione di prendere le mie parti.

Non riuscivi a fare a meno di alleggerire con qualche commento ridicolo qualsiasi cosa ti turbasse. Impegnata discepola della satira più pungente, sostenevi che a far ironia ti si allunga la vita.
Per quanto fossero stabili i dogmi che avevi statuito, mutare in clown grotteschi i demoni in armatura che continuavano a incedere sul tuo fronte fragile, non è stato sufficiente a rendere più leggeri gli stessi principi a cui ambivi come fa il suicida con la corda. Ti sentivi minacciata dalle tue ombre come un castello di sabbia di fronte alla marea crescente. Il limitarsi allo sterile blaterare di questioni futili era la tua maschera, la pigrizia che ci costringe saldi alle nostre frustrazioni, l’ansia di perdere contro i propri fantasmi che ci rende indolenti, impreparati a vivere. Sono stanca, si è sentito pronunciare con voce ferma. Era un settembre mite, il cielo sereno, le foglie tinte appena di giallo caldo, se solo fossi riuscito a trovare il coraggio di prenderti la mano. Continuo a nutrire l’illusione che ti sarei bastato.

In fondo sapevo che sarebbe successo, bastava guardarti persa nella luce dell’ovest. Mi hai lasciato solo una mattina, un pezzo di carta recuperato dal secchio degli scarti e poche righe confuse:
Era notte. Tornavo a casa dopo l’ennesima serata chiassosa. Proseguivo per inerzia, abituata al tragitto. Pazzi e barboni ubriachi di freddo e semafori intermittenti che borbottano ritmiche metropolitane.
Ancora giallo. La città non mi è mai sembrata così bella.
Le mie rime pugnalate dalla tristezza chiedono nuovi miraggi. Ho pianto la mia solitudine, supplicato perché potessi ritrovare la strada che porta al fuoco di Prometeo, che col suo ardore sfida gli dei riuscendo così a smussare i vertici dell’infelicità umana. Ho chiesto perdono per ogni mio errore, una preghiera e un calice di sangue in pegno al cielo. Ho provato ad uccidere ogni aspettativa per evitare che l’ennesimo fallimento fosse troppo faticoso da sopportare. Sono stanca del caos a cui siamo costretti contro ogni volontà. Quel caos che turba il nostro vivere, che fa dissolvere i contorni come caligine polverosa e ci priva del diritto sacrosanto di comprendere le nostre scelte. Chiedo che ci sia resa la possibilità di andare avanti liberi da qualsiasi ombra come alberi svestiti dall’inverno incorruttibile, come la più grande benedizione che possa essere concessa. Non ho certezze rispetto a quel che sarà il mio domani. Andrò, dove mi porterà la ricerca del mio bisogno. Sarò, cacciatrice di nuovi paesaggi.

La strada è deserta.
Sebbene a chilometri di distanza, posso immaginarti a cercare stelle maldestre nel sogno di poterne possedere una, stringerla tra le mani, mentre il piede pigia sicuro sull’acceleratore. Investita dall’entusiasmo, urli alla notte tutte le canzoni che hai imparato e sporgi la testa oltre il finestrino, ti ho detto mille volte che è pericoloso. Il cuore pulsa come un martello pneumatico e impera la sensazione che da un momento all’altro esca fuori dal petto e caschi sull’asfalto, inerte, e si lasci a riposo mentre tu resti a guardarlo, ragazzina sull’altalena, con le gambe penzoloni sul bordo del mondo. Un brivido scorre lungo la schiena. È lo stridio di media frequenza che si percepisce quando raschi le unghie sulla lavagna. Sai bene di cosa si tratta. È l’inquietudine che si prova al sapere che a porsi di fronte a te non è un unico traguardo, ma potenziali infiniti. Libero arbitrio e paura hanno lo stesso colore.
Solo chi, come te, teme la libertà, è in grado di perseguirla.

Giulia Delli Santi

3. Teeth of the Sea – Master

Data di Uscita: 07/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Parte prima: introduzione del modello di approvvigionamento di una popolazione tra due fonti di cibo equidistanti
Si supponga di avere al tempo t=0 una popolazione di N individui nell’origine O del nostro sistema di riferimento. Si supponga inoltre che nei punti F1=(a,0), F2=(-a,0) si trovino due fonti di cibo, per la popolazione considerata, identiche. La probabilità nell’unità di tempo che un individuo da O muova verso F1 (F2) dipende dal numero di individui in O, dal numero di individui sul tratto orientato OF1 (OF2) e dal numero di individui che stazionano in F1 (F2). La probabilità nell’unità di tempo che un individuo lasci F1 (F2) per tornare in O è proporzionale al numero di individui che stazionano in F1. Le equazioni che regolano il sistema considerato sono dunque:
[…]
Come si può osservare dai grafici, nel caso in cui N<N_crit, in media, metà della popolazione si approvvigiona in F1 mentre la restante metà si approvvigiona in F2 per ogni t>0. Invece, per N>N_crit si nota che dopo un certo tempo transiente t1 una delle due fonti viene preferita all’altra. Da t1 in poi (momento in cui avviene la rottura spontanea della simmetria) si instaura un regime di cosiddetto “approvvigionamento locale periodico”, per cui, con frequenza 1/tp la preferenza della fonte cambia dall’una all’altra.
[…]
I risultati sperimentali (ottenuti dallo studio di una popolazione di formiche posta tra due fonti di cibo equidistanti) sono in buon accordo con i risultati delle simulazioni numeriche sopra riportati.

Rosso e nero. Una diagonale a separarli. Contorni dinamici di una bandiera al vento a racchiuderli. Pelli sintetiche di tamburi che vibrano. L’aria toglie quasi il respiro. Rosso e nero. Riversati per le strade. Scorrono. A contenerli. Cassonetti. Vetrine. Macchine parcheggiate. Rosso e nero. Calpestano l’asfalto consumato. Marciapiedi dissestati. Sfilano accanto a bici rubate. Lucchetti solitari di amori adolescenziali ormai vestiti di imbarazzo. Cerchioni abbandonati ai pali della luce. Rosso e nero. Rimbombano per la via. Voci che stonano nel contesto in mezzo al quale si alzano. Vecchi osservatori si affacciano dalle finestre. Sputano sentenze e catarro. Anarchico giudicare le anarchiche intenzioni. Rosso e nero. Utopico fine. Disprezzato dall’ignoranza di chi guarda altrove. Deriso dalla superficialità di chi pretende di ascoltare il canto dei gabbiani che volano alti sopra le onde abbracciato ad una murena. Rosso e nero. Sogno che subisce accanimento terapeutico. Ma oggi è ancora qui. Nel vento del presente. Il presente. L’acerrimo storico nemico.

Parte seconda: fuga da un predatore da due uscite equidistanti.
Si supponga di avere al tempo t=0 una popolazione di N individui (prede) nell’origine O del nostro sistema di riferimento. Si supponga inoltre che nei punti F1=(a,0), F2=(-a,0) si trovino due possibili vie di fuga da un predatore P posto in (0,p) che per il momento supporremo fisso. Rispetto al caso dell’approvvigionamento studiato in precedenza abbiamo quindi un parametro in più (cioè la distanza del predatore dalla popolazione di prede). Anche in questo caso la probabilità nell’unità di tempo che un individuo da O muova verso F1 (F2) dipende dal numero di individui nell’origine, dal numero di individui sul tratto orientato OF1 (OF2), dal numero di individui che stazionano in F1 (F2) e, inoltre, dal parametro p. La probabilità nell’unità di tempo che un individuo riesca a scappare da F1 (F2) (in questo caso un individuo, una volta arrivato in F1 (F2), non ritorna in O) sarà tanto minore quanto maggiore è il numero di individui che stazionano in F1 (F2) (intralcio della via di fuga). Le equazioni che regolano il sistema sono dunque:
[…]

Ed eccolo lì. Sbarramento nero davanti. Nero. Tinta unita. Materializzato improvvisamente. Sussulto atteso. Immobilità campale per brevi istanti. Rosso e nero. Coprire naso e bocca. Meglio essere pronti ad ogni evenienza. Nero. Mantenere le posizioni fino a nuovo ordine. Tenere il tempo facendo vibrare gli scudi. Ordine. Avanzare. Rosso e nero. Dotarsi di qualche oggetto da lanciare. Meglio essere pronti ad ogni evenienza. Nero. Accelerare. Aumenta il ritmo. Sotto i caschi il suono è attutito. Scie di fumo dalle retrovie sorvolano anfibi che sorreggono manganelli in movimento. Rosso e nero. Lanciare quello che si ha in mano. Indietreggiare. Raccogliere qualcos’altro. Meglio essere pronti ad ogni evenienza. Nero. Raccogliere e lanciare. Rispondere. Lacrimogeni. Rosso e nero. Gli occhi bruciano. Il gas CS è insopportabile. Lanciare. Colpire. Colpire con violenza. La rabbia è cresciuta istante dopo istante. Ma ancora prima. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. Rosso e nero. Volontà di riprendersi una libertà ormai espropriata. Rosso e nero. Esasperazione covata. Il gas CS. L’unico motivo per cui è concesso piangere.

Parte terza: fuga da un predatore in movimento da due uscite equidistanti.
Si consideri ora il predatore muoversi con velocità costante (0,-v). Il parametro p prima introdotto dipende ora dal tempo e, ovviamente, decresce in maniera monotona. Le equazioni diventano quindi:
[…]
Come si può osservare dal grafico in figura, anche in questo caso, dopo un certo tempo transiente t0, in cui ogni individuo che parte da O si muove in maniera equiprobabile verso F1 o F2, una delle due vie di fuga viene preferita all’altra. Quindi dopo un tempo t1 la preferenza per la via di fuga si inverte. Il nuovo fenomeno che si osserva, rispetto al caso del pericolo fisso, è che per p_crit1>p(t)>p_crit2 si ha una fase in cui il numero di individui nell’origine rimane pressoché costante (panico), a seguire questa fase, per p_crit2>p(t)>0 le due vie di fuga tornano ad essere equiprobabili.
[…]

Rosso e nero. Conati di vomito. Convulsioni. Nero. Calano i primi manganelli a baciare con passione crani recidivi. Tenendo il ritmo. Rosso e nero. Prendere un oggetto. Un qualsiasi oggetto. Lanciare. Colpire. Scappare. Nero. Alzare lo scudo. Poi puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Un calcio sullo scudo. Schivare un manganello. Via. Se si è ancora in grado di correre. O di trascinarsi. Via. Verso dell’aria più leggera. Via. Dove si possano aprire gli occhi. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Guardare attorno. Valutare le possibili vie di fuga. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Due possibili vie di fuga. Alla stessa distanza. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Le vie di fuga sono sovraffollate. Impossibile scappare. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Indecisione. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù.

Giù.

Giù.

I was thinking…
What I was thinking about…
What I was thinking…

Pietro Liuzzo Scorpo

Ringrazio T. Biancalani (Postdoctoral Research alla University of Illinois, Urbana-Champaign) per l’interessante discussione sui “sistemi bistabili”, fonte di ispirazione per questo racconto. Le parti in corsivo sono frutto di fantasia e non hanno alcuna valenza scientifica. L’articolo nel quale viene proposta una modellizzazione rigorosa e formale dell’approvvigionamento delle formiche si può trovare qua: http://arxiv.org/pdf/1306.4167.pdf

4. Nils Frahm – Spaces

Data di Uscita: 18/11/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Niente, avevo fatto appello al mio scarso autocontrollo, alla razionalità, e alla fine mi ero perfino aggrappato disperato all’appiglio dei doveri, stringendo la presa come meglio potevo. Non c’era modo di tenere a freno quei movimenti nello stomaco né l’aumento di battito cardiaco, intorno a me i genitori degli altri bambini intavolavano conversazioni rilassate coi cappotti ancora abbottonati, accarezzavano le teste dei loro figli per rasserenarli con la sicurezza esperta tipica di un genitore, rivolgevano loro sguardi amorevoli per poi tornare a parlare con chi capitava a tiro. Tu stavi ritta e fiera e tenevi al petto, gelosamente, gli spartiti; mi osservavi e in qualche modo assurdo avevi compreso che i ruoli si erano ribaltati in un cortocircuito di emozioni esplosive, non dicevi nulla per non smascherare la mia inadeguatezza di padre alla presenza di miei – supposti – simili, e aspettavi buona il tuo turno. Ti saresti seduta al pianoforte di lì a mezz’ora, quel vestitino rosso col colletto bianco era delizioso addosso a te. Tua madre al mio posto sarebbe stata all’altezza della situazione, luminosa e disinvolta come tutti gli altri; sfortunatamente la vita non era stata affatto benevola e ce l’aveva strappata via due anni prima, in un’estate di sudore, ospedali dall’odore intenso di disinfettante e città deserta. Alcune immagini di corse e dolore mi riaffioravano dalla memoria anche in quel momento che stavo combattendo con un’emotività che non ero mai riuscito ad addomesticare.
Mi avvicinai di colpo a te, Sabine, un veloce bacio sulla fronte, qualche rapido passo e uscii fuori dalla hall del teatro. Mi sistemai defilato in un angolo dell’edificio con le spalle appoggiate al muro.
Affondai il respiro nella lana grossa della sciarpa, gustandomi il silenzio e la vista dei lampioni tutti uguali, in batteria, che si perdevano prospetticamente lungo il viale; l’umidità esagerata rendeva impercettibili i contorni delle cose, anche i chiarori dell’illuminazione avevano le sembianze di macchie gialle sospese che fluttuavano tra gli intervalli di buio. Una sola sigaretta, per congelarmi le dita delle mani e stabilire un certo distacco da quello che sarebbe successo poco dopo, il tuo debutto sul palcoscenico davanti a numerose famiglie e sconosciuti lo sentivo anche un po’ il mio.
Pensavo anche che, dal momento in cui avevi espresso la volontà di dare ascolto alla tua passione per la musica, l’esistenza stava tracciando un cerchio invisibile attorno alle nostre vite mettendo ogni cosa al suo posto, facendo quadrare i conti: d’altronde io e Theresa c’eravamo conosciuti a lezione di piano. Ricordo ancora quando ti accompagnammo insieme alla scuola dove avresti preso le lezioni, il primo giorno in cui temevi di incontrare un maestro troppo severo. Gli occhi miei e di tua madre brillavano in un’intesa profonda e ancora viva, eravamo così felici di vederti desiderosa di imparare a far danzare le dita tra i tasti bianchi e neri in melodie variopinte. Ti immaginavamo assorta ma anche libera e selvaggia mentre avresti suonato, come quando ti piace saltellare leggera in un giorno di festa.
Mi sarei lasciato trasportare per ore dal filo teso dei ricordi, ma era tempo di rientrare, tornare da te, essere un padre affidabile e presente, accompagnarti dietro le quinte. La mia mano fredda tremava ribelle, la tua calda acuiva i contrasti e saldava la stretta. Il signor Frahm, il maestro, ci venne incontro e appoggiò gli occhi sulla mia inquietudine, era molto giovane ma aveva l’aria di chi già sapeva molto del mondo, oltre che della musica. Mi cinse la spalla con un braccio, quel gesto tanto spontaneo quanto significativo mi fece sentire sicuro e riappacificato, e se ne andò. Sabine sorrideva trepidante, in un lampo svanì nei camerini lasciandomi solo.
L’esibizione fu splendida, non solo per gli occhi di un padre disabituato all’imparzialità: il maestro aveva studiato una successione di brani che racchiudevano sapori classici e contemporanei, mai noiosi né ripetitivi; i bambini si divertivano visibilmente. La poltrona accanto alla mia era vuota, tuttavia avvertivo il calore di Theresa, come se fosse seduta lì per la durata intera del saggio. La complicità, l’orgoglio, l’amore immutevole e imperituro, la serenità.

La sala si era lentamente svuotata e i presenti s’erano riversati nella hall dove avevano ripreso a parlare tra loro come quando erano da poco arrivati; attendevo Sabine fuori dai camerini, travolto dall’euforica gioia dei ragazzini soddisfatti e felici. Il signor Frahm sistemava i fogli delle partiture musicali, appena mi vide mi invitò ad avvicinarmi. A quel punto mi ero sciolto ed ero pronto per una conversazione decente, mi porse un vinile con una panoramica dall’alto in copertina, tastiere e pianoforti e un uomo chino sui propri strumenti – era lui. Mi introdusse al suo nuovo lavoro pubblicato da poco, ci tenne a puntualizzare che le vibrazioni scaturite da una registrazione dal vivo sono necessariamente più autentiche e prorompenti di qualsiasi creazione in studio; mi spiegò le sue derive sperimentali a partire dal suono canonico del piano, come si intrufolavano le tastiere e l’elettronica per accompagnare percorsi già battuti dando loro inedite e mutevoli sfaccettature. Era al corrente del mio amore per la musica, sapeva di farmi cosa gradita con quelle spiegazioni affascinanti.

Girato l’angolo c’era un caffè che aveva aperto da poco e fuori faceva un gran freddo; era la serata ideale per nuove chiacchiere con mia figlia e una bella persona che pareva conoscerci e musicare le nostre passioni, da sempre.

Federica Giaccani

5. My Bloody Valentine – m b v

Data di Uscita: 03/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

She found now

L’ illusione e la delusione di passare da una bocca ad un’altra, di assaporare la saliva di un’altra ghiandola, di cercare cogli occhi chiusi, tra le pieghe delle lenzuola, l’inarcatura di una schiena su cui deve essere rimasta la traccia di un graffio e scoprirla cambiata anche nel gioco delle vertebre. Ridefinire le forme, gli incavi, le curve, imparare a dire un nuovo nome e dimenticare il calore delle coperte in cui si stava al riparo dall’inverno, l’alito di vino e tabacco, le persiane semichiuse.
V. se ne stava sospesa nell’aria con una lunga pertica per tenersi in equilibrio sulla corda. Era stato un pomeriggio senza amore, e l’ultimo clamore del giorno ora s’insediava per durare nel tempo, nel ricordo: il sole correva lungo il marciapiede, penetrava stanco in un ingresso socchiuso, chiedeva silenzio all’andirivieni dei bambini. Sfuocata nella smerigliatura della porta, un’ombra, si muoveva appena.
Era un vecchio che, risvegliatosi dal torpore del giorno, s’era messo il cappello e la giacca, e aveva acceso la radio. Macilento e zoppicante era sopravanzato fin sull’uscio, sul gradino che lo separava dalla strada. Altre facce s’affacciarono dalle finestre, indistinte contro la luce di un neon, tirando boccate di fumo e tradendo l’attesa con un tamburellio lunare delle dita sul davanzale.
La corda univa nelle linee della periferia due palazzoni dai muri scalcinati, vecchie strutture postatomiche, ferro e cemento dai contorni secchi e precisi che si ergevano a dominare l’incertezza dei passi nella strada. Ora, una nube di fumo, che convogliava i fumi delle canne fumarie, s’addensava contro il cielo nella stasi serotina, gettando un’ombra cupa e fredda nello spazio intorno.
V. fece due passetti, rapidi e uno di seguito all’altro. Un bambino di sotto nella strada aveva fermato la bicicletta nello stridio del freno e guardava nel cielo. Apriva un poco la bocca dallo stupore.
Sbocciavano intanto le mani umide di una ragazzina ai cancelli del cortile. Rincasava e il cuore le batteva ancora: aveva dato il suo primo bacio quel pomeriggio. I bambini se ne stavano seduti sulle scale stringendosi cogli occhi lucidi attorno a storie di fantasmi. La radio ronzava nell’ombra. Il vecchio, caricando con le dita tozze la sua pipa, seguiva cogli occhi il lungo percorso di un canale di scolo: provava a immaginarsi le pieghe, le curve, le rugosità. In fondo alla strada, sotto la luce bluastra di una bolla di sapone, una sirena si specchiava nella vetrina di un pub e muoveva una mano a rigovernare la sua lunga chioma. Oltre i vetri, all’interno, abbandonato su una sedia, un uomo la guardava. Forse pensava a come sarebbe stata la sua vita con lei.
V. si era innalzata oltre il livello dei tetti, oltre le canne fumarie, oltre gli occhi stanchi e annoiati. Dalle sue scapole parvero venir fuori delle ali piumate. Alcune piume caddero dal cielo coprendo le strade, e fu come il versarsi di una pioggia bianca, silenziosa, immacolata.

Gianfranco Costantiello

6. Moderat – II

Data di Uscita: 02/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sarei dovuto arrivare in piena estate, e suonare al tuo campanello con la speranza di non incontrare qualche tuo amico scendere per le scale di corsa e smuovere in me quelle sciocche gelosie da ragazzini; sarei poi entrato di slancio, lasciando cadere il borsone, e ti avrei stretto a me con la foga di chi ha aspettato tanto per poter avere ciò che desidera. Poi, come altre volte, saremmo andati ad affondare i piedi nella sabbia del lungofiume facendo attenzione a non inciampare negli arbusti selvatici cresciuti spontaneamente, fino ad arrivare al margine dove ci saremmo seduti, le gambe a ciondoloni nel vuoto, una birra in mano, incontri concerti e sventure e coincidenze mancate da raccontarci. Poi sarebbero giunte le notti, quelle che fai a fatica a discernere tra loro perché si uniscono l’un l’altra in un continuum spazio-temporale, a entrare e uscire dai clubs fumosi con l’elettronica avvolgente, in questa città in cui per nessuno sembra mai arrivare il momento giusto per andare a dormire. Ci saremmo svegliati all’ora di pranzo, col sole alto e il vociare allegro della gente dei caffè sotto le tue finestre; avrei cercato di scompigliare i tuoi capelli cortissimi approfittando del tuo daffare ai fornelli, omelette veloce e un bel piatto di verdure, o mi avresti portato a visitare una galleria d’arte aperta da poco, o a comprare i semi per le piante con cui avevi in mente da tanto di abbellire il terrazzino della cucina.

Ricordo ancora come avevi quasi supplicato che ti raggiungessi col caldo, usando ogni mezzo in tuo possesso per fare breccia nella pigrizia cronica di cui ho sempre sofferto; avevi dipinto immagini reali di lunghe camminate in strade nuove, e ore d’amore e di progetti da costruire assieme bevendo tè verde. Stavolta l’impresa era ardua più del solito, mi ero rabbuiato, orde di preoccupazioni e fobie rendevano insuperabili anche gli ostacoli più stupidi; avrei dovuto parlare sin da subito di attacchi di panico, la mia bocca tuttavia aveva un timore folle di pronunciare le cose con il loro vero nome, e la testa rifuggiva le oggettive definizioni. Cominciai ad accampare scuse strampalate, a cui tu giustamente non hai mai creduto. Lo si intuiva dalle tue risposte via via più rade e stanche, le argomentazioni andavano dissolvendosi e gli stimoli affievolivano davanti al mio muro privo di spiegazioni plausibili. E come darti torto, d’altronde? A un certo punto smettesti di scrivermi e chiamarmi, probabilmente al culmine dell’esasperazione, per salvare il tuo diritto a mantenere un equilibrio stabile, non messo a repentaglio dalle acrobazie su fili sghembi di chi stava combattendo con le proprie turbe interiori. D’altra parte mi ero impegnato eccome per tenerti lontana e cercare di dileguarmi dai tuoi giorni, dai tuoi occhi; malgrado ciò la tua assenza, improvvisa, non riuscivo ad accettarla, né a farci l’abitudine. Avevo smesso anche di rispondere al telefono, nella paura che di là dal cavo ci fossero obblighi da adempiere che mi avrebbero costretto a compiere azioni e a prendere delle decisioni. Quando mi coricavo il respiro mi si strozzava in gola, e nell’angoscia di non vedere un domani mi rialzavo a sedere; la notte in cui mi scostai le lenzuola di dosso e sgusciai dal letto, passai in rassegna col dito tutti i libri ritti e ordinati che tenevo negli scaffali, fino ad arrivare alle cornici che inquadravano foto indimenticabili dei momenti felici. Tolta quella da bambino, con la mia famiglia e la torta di compleanno, tu eri in tutte. Il tuo sorriso ancora riusciva a scuotermi, a illuminare un angolo recondito in me.

L’aereo atterrò che si era fatta mattina da poco, e l’aria era frizzante e velata della prima nebbiolina di settembre: com’erano distanti i giorni radiosi di occhiali scuri e notti danzanti! La città appariva diversa e inedita al mio sguardo timido, quasi vergognoso. Era la prima volta che la vedevo, la vivevo, così. Sapevo che te ne saresti andata prima dell’arrivo dell’autunno, una casa di moda di Buenos Aires aveva scelto i tuoi bozzetti per una nuova collezione di costumi da bagno; decisi ugualmente di fare un tentativo disperato e tu non c’eri più per davvero, un cartello “affittasi” aveva preso il posto della biancheria stesa in terrazzo, l’orto pensile te lo eri portato con te o lo avevi regalato a Corinna, come dicevi sempre.
Presi a girovagare come un cane randagio, inquieto; le cuffie le avevo lasciate in valigia e non mi servivano, da ogni finestra o negozio o caffè arrivava musica dolce e ammorbidita da battiti delicati immersi nella techno a me cara, nuova declinazione dell’elettronica che amavamo ascoltare insieme, inusuale ma familiare.
This is not what you wanted
Not what you had in mind

Quando non è più la stagione delle feste spensierate ma quella intimista delle scelte, dei conti con la coscienza, della cura dei legami e dei sentimenti, i rimpianti si moltiplicano e ti fanno maledire la tua paralisi, la mancata richiesta di aiuto che avrebbe potuto salvarti in tempo per non perdere il treno della vita. Scansavo coi piedi le prime foglie cadute in un autunno acerbo sui ritmi di dubstep e nostalgia, e mi sembrava quasi che tutta questa mancanza fosse una messa in scena, ché tu in realtà ti stessi nascondendo dietro una tenda o in auto dai vetri scuri per spiare le mie mosse e vedere cos’avrei fatto, se me la sarei cavata.
La notte mi arrischiai nei locali, avevo un’urgente necessità di ritmo e di rincorse sintetiche; scolai in un unico sorso il gin tonic appoggiato alla ringhiera del soppalco sospeso sulla pista da ballo, aveva lo stesso sapore di quando lo bevevo con te e questa cosa mi rincuorò ingenuamente.
Al mattino tornai alla tua porta e la musica si era fatta nuovamente meditativa e avvolgente, quasi romantica se vogliamo, il punto di arrivo era univoco, “I see the damage I’ve done”. Scrissi una breve lettera tanto impulsiva quanto sincera sull’incarto del pane del giorno prima, la lasciai cadere in quella che una volta era la tua buca delle lettere con la speranza che sarebbero state le tue mani a raccoglierla, chissà, un giorno. Alzai lo sguardo per l’ultima volta verso le finestre ora mute con ancora il ronzare dei synth nelle orecchie, e me ne andai.

Federica Giaccani

7. Great Thunder – Groovy Kinda Love

Data di Uscita: 10/12/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La sedia risultò comoda. Non l’avrebbe detto a vederla. Immaginò però che se solo avesse avuto il modo di aprirla ne sarebbe uscito un odore sgradevole. Si immaginava un odore di vello appena tosato. Impregnato di un’immagine bucolica. Pervasa dallo sterco e dal fieno. Immagine che andava fortemente a contrastare con quello che vedeva al di là del vetro. Fuori da quell’ufficio. Aldilà. Là dove trascorreva gran parte delle sue giornate. Sulla catena di montaggio. Dove l’artificialità regnava incontrastata. Il martello sull’acciaio. Le seghe circolari lucide. Rotanti in una pioggia di scintille arancioni. Colorate da un calore a stento sopportabile. Ed intanto il martello sempre in sottofondo. A tenere il tempo. Regolare. A scandire il trascorrere delle ore. Entità indefinita sempre mutevole che non può essere trattenuta. Che però rimane incastrata nel suo volto. Tra le pieghe della pelle. Nelle sue mani. Tra le ossa sempre più cigolanti. Nel suo dire. Tra le parole sempre più aspre. Nei suoi pensieri. Tra i risvolti del non detto rimasto tra i denti. Nel suo umore. Tra le disillusioni ed i sogni nemmeno troppo ambiziosi mai realizzati. Il martello scandisce tutto con precisione da metronomo. Oltre il suo interlocutore poteva scorgere il farneticare frenetico delle anime del porto. Anime alla stregua della sua affannate a rincorrere sogni mai avuti. Con la schiena rotta. L’imprecazione sempre pronta sulle labbra. Un dire scurrile che sfocia con estrema facilità su passanti di qualsivoglia specie. Un’esistenza immutata sospesa tra carichi da scaricare. Bandiere dai colori cangianti. Pennacchi e vapore. Metallo opaco e assi di legno lucido. Magliette a righe. Berretti di stoffe esotiche. Pantaloni di fustagno indossati così a lungo da aver logorato lo stesso incedere della vecchiaia. Sì che questa evitava di imbattersi in quella tela blu dalle origini oramai dimenticate per adagiarsi nelle ossa di chi quella tela blu la vestiva.

Whistles, pennants and smoke are blowing. The ships
are signaling cordially with multitudes of flags
rising and falling like birds all over the harbor.

L’uomo di fronte a lui sembrava perfettamente incastonato in una poltrona che affondava i braccioli nelle sue lonze. Rimase sorpreso quando l’uomo si alzò con agilità. Un’agilità inspiegabile. Insospettabile. E cominciò a parlare. Con voce suadente. Lenta. Ipnotica. Dai contorni sgraziati. Ma seducente nella pienezza dei colori. Contenuti nei bordi. Sospesi a mezz’aria. Aggrappati all’odore persistente di un sigaro acceso chissà quando. Parlava. Parlava a lui.
Lasciamo perdere tutte le frasi scontate che si sentono dire. Se sono scontate vuol dire che siamo sotto Natale. Oppure che c’è stato un difetto di produzione. Altrimenti non ci sarebbe motivo di farle pagare meno. Non trovi? Quindi lasciamole stare. Diamole per scontato. D’altra parte è indiscussa la necessità di discutere saltuariamente di discussioni già abbondantemente discusse. Nonostante la ridondanza degli argomenti. Nonostante i termini siano abusati. Nonostante un’apparente vacuità delle parole.
Era difficile stare a seguirlo. Su e giù per pensieri incongrui. Tra le calli e le rughe del suo filo logico. Lastricate di marmo bianco e guano. E nella sua mente sovvennero dei versi origliati un pomeriggio remoto. Sospirati da due labbra femminili. Un viso sottile. Capelli biondi. Sussurrati ad una lettera vergata in caratteri voluttuosi.

while horns are resounding in your beautiful ears
that simultaneously listen to
a soft uninvented music, fit for the musk deer

L’uomo cominciò a camminare. Sincronizzando il suo incedere un po’ impacciato con il suono del martello che proveniva dalla linea di produzione. Sì che sembrava che quel suono preciso e temporalmente equidistanziato fosse prodotto inspiegabilmente dal suo piede che si andava ad adagiare sul pavimento.
Quindi ora eccoci qua. E sembra un’eternità che siamo uno di fronte all’altro. Come ogni volta. Ad affrontare questioni bollite e ribollite. Conquistati entrambi da una recidività che forse ci appartiene nel profondo. Due anime aggrappate con tenacia alle facce opposte della stessa medeglia. Che si inseguono senza convinzione. Nella speranza che l’altro scappi più veloce.
Lo sapeva cosa voleva dire. Eppure lo guardava con gli occhi vuoti. Un che di già sentito. Agghindato a festa per l’occasione. Il pargolo che la domenica viene vestito dalla madre addobbata di bigotteria. I capelli pettinati a modo. Il laccio col fiocco al collo. I calzini a coprire i polpacci. Una benevola apparenza che non riesce a nascondere una fionda malvagia sempre tesa e pronta a sfregiare altri bambini. Venne trascinato da quell’immagine in una strada della sua infanzia. Un’infanzia che ricordava a stento di aver vissuto. Un’innocenza mai avuta. Nato figlio di puttana. Allevato come tale. In quell’immagine si ricordava Mary rimproverarlo. Mary. Mary dal seno prosperoso e labbra così rosse da far impallidire una veste vescovile. Mary. Che lo rimproverava. Con una dolcezza indefinibile. Con una durezza indimenticabile. Un copione che solo una puttana poteva recitare con tale maestria e sregolatezza. Con tale perspicacia e convinzione.
Mio caro. Le linee di condotta non viaggiano mai parallele ai binari del carro bestiame della vita sul quale ci troviamo e che ci sta portando chissà dove. Le linee di condotta sono tracciate da chi la sera non visto alza il gomito in un locale nascosto tra quei bassifondi che egli stesso tanto disprezza. Si disseta. Trangugiando quella bevanda di contrabbando che noi povere bestie agogniamo per poter dimenticare di essere su questo fetido vagone. A piedi nudi su paglia ed escrementi. Agogniamo la pozione dell’oblio. Non piangere. Le lacrime annacquano il contenuto del bicchiere. Asciugale. Tu sei un figlio di puttana. E quel damerino dovrà imparare a tirare con la fionda infilata nel culo se vorrà ancora colpire il mio amore.

and suddenly you’re in a different place
where everything seems to happen in waves
[…]
and the songs are loud but somehow dim
and it gets so terribly late

L’uomo aveva preso a camminargli intorno. Il ritmo delle sue parole era rimasto immutato. Il martello dopo aver taciuto per qualche istante riprese. Irrefrenabile. Inamovibile dal sottofondo.
Ora. Io e te sappiamo quello che dobbiamo dirci. Dovremmo contrattare tra un’ideale e l’altro. Tra un numero ed un altro. Insospettabilmente minore. Da una parte. Ma ribaltando la testa a ridosso dei ruoli che qui noi ricopriamo opposti ed inconciliabili tutto ciò appare esagerato. Ma non credere che le differenze non siano poi così estreme. Se dovessimo cominciare a parlare con la lingua l’uno dell’altro cambierebbero forse i termini ma non la sostanza. Io e te partiamo da presupposti diversi per giungere a conclusioni distinte. Le nostre convinzioni camminano su circonferenze concentriche.
Alle sue orecchie quella conversazione sembrava assumere delle sfumature da varietà. Un cabaret in un anfratto per dilettanti. Avrebbe dovuto per l’ennesima volta sopportare un insulto o una minaccia non esplicitata? Avrebbe creduto di nuovo di poter prendere la bandiera e chiamare a raccolta le speranze sue e dei suoi compagni?

We can […] play at a game of constantly being wrong
with a priceless set of vocabularies

Io te lo dico con tutto il tatto che posso avere. Se vuoi posso provare ad aggiungere anche gli altri quattro sensi. Ma sappiamo entrambi che capiresti anche facendo a meno del mio tono. Delle mie tonalità. Ormai capiresti anche se fossi sordo cieco e muto. Basta giocare.
Guardò aldilà del vetro. Tutto aveva l’aria di essere asettico. Lucido. Un set cinematografico costruito per immortalare una scena di cartapesta senza calendari. L’unica nota di realismo era intonata dal sudore fin troppo vivo sui volti scuriti dalla polvere venuta da chissà dove. Il martello che risuonava senza sosta simboleggiava la loro vita. Spesa a sbattere contro qualcosa di inscalfibile. Mentre fuori tutto sembra muoversi a velocità irriducibili. Trascinando con sé un entusiasmo tenace. Grida estatiche. Mentre dentro gli stronzi continuano a galleggiare a pelo d’acqua. Ed i figli di puttana invece affondano.
Si era innamorato. Molte volte. Ma mai aveva provato per una donna gli stessi sentimenti provati per Mary. Giunonica Mary. Divina Mary. Ma non di quelle divinità da altare. Candidamente descritte nel fiore degli anni. Virginee figure che ignorano il piacere più umano e sincero. Che forse capiscono quale sia il dolore della morte. Ma che non riescono a concepire quale sia il dolore di vivere. No. Mary era una divinità diversa. Terrena. La cui pelle sapeva della stessa strada sulla quale camminavi tutti i giorni. I cui capelli odoravano della stessa vita che impregnava il porto. Una vita di merda. Mary. La Madonna del porto.
Tu mi ricorderai per le mie tette. Piccolo figlio di puttana. Non per le mie parole. Tu uccideresti preso dalla gelosia. Invidioso di chi si attacca ai miei capezzoli e poi grida di piacere disturbando il tuo sonno inquieto. Ma sappi che tu ai miei capezzoli ti sei sfamato senza tirare fuori neanche un nichelino. Ingrato. Io t’ho svezzato. E tu mi ricorderai per le mie tette.
Mary aveva sbagliato. Ma Mary non era una di quelle divinità da altare. Capace di vedere nel cuore di chi la pregava. Onnisciente. La Madonna del porto era una divinità più alla mano. E quando quella mano si infilava lieve nei pantaloni ti sentivi perdonato di tutti i peccati. Ciononostante. Lui la ricordava per le sue parole. E se solo quel martello fosse uscito dalla sua testa sarebbe riuscito a ribattere allo stronzo che lo guardava da quelle piccole fessure tra il grasso che qualcuno avrebbe potuto scambiare per occhi. Sarebbe riuscito a ribattere come avrebbe fatto lei. Ma quelle seghe circolari gli stavano affettando la lucidità. La determinazione. Non proferì parola.

[…] I’m afraid
if it’s wheat it’s none of your sowing,
nevertheless I’d like to know
what you are doing and where you are going.

Uscì da quell’ufficio con un’aria gravida di sottotesto. Zuppa di parole non dette. Fradicia di rabbia inespressa. Si fermò in mezzo ai macchinari. Estraniato da quel luogo che lo aveva sempre visto come forestiero sgradito. Per un attimo sembrò calare il silenzio. Per un attimo sembrò che quell’edificio dalle vaste vetrate sul soffitto fosse diventato un’antica chiesa. Vuota. Pervasa dall’odore di incenso. Attraversata dall’eco dei canti sacri intonati in un passato indefinitamente remoto. I compagni lo guardarono in attesa di un segno. In attesa di una sola parola. Ma lui non era una divinità come Mary. E non era neanche un profeta. Pensò a tutte le parole trangugiate e vomitate nei mesi trascorsi. Pensò al grassone dietro alla scrivania. Pensò alle tette di Mary. Pensò a tutti i bei discorsi su diritti e lotta di classe. E la tettonica a zolle. E la Cappella Sistina. E l’elettricità e la macchina a vapore. E vaffanculo al capitalismo. E le tette di Mary. E l’occupazione. E l’esproprio proletario. E lo sciopero generale. E le tette di Mary.

The waves are running in verses this fine morning.
Please come flying.

Vieni da me Mary. Ti prego. Torna da me.

Pietro Liuzzo Scorpo

(In corsivo versi di Elizabeth Bishop)

8. Pat LePoidevin – American Fiction

Data di Uscita: 27/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I sensi sprofondavano nella poltrona. Un misto di tela verde e polvere. Espirava lentamente. Il fumo andava a raccogliersi negli angoli della stanza. Ad ingiallire la vecchia tappezzeria. Che sicuramente non necessitava di essere ulteriormente ingiallita. Una tappezzeria che non attendeva altro che la fine dei suoi giorni. Di essere staccata metodicamente pezzo per pezzo. Stufa di starsene lì immobile ad osservare quelle vite raccolte ai suoi piedi. Vecchi scrittori in disuso. Giovani poeti già stanchi. Musicisti insapore in smoking non più eleganti. Ma la tappezzeria non pensava. E se anche fosse stata in grado di pensare avrebbe sospirato senza riuscire a dire una parola.
Espirava un fumo dolce. Lieve sentore di limone. Caleidoscopico profumo. Trascinato lontano. Una valigia di propositi. Un sentiero tracciato su una mappa mentale cangiante. Mentre ripensava senza nostalgia ad ogni luogo in cui aveva pisciato. Senza marcare alcun territorio. Ripensava senza alcun entusiasmo ad ogni stanza nella quale avrebbe voluto dormire. Senza essere accusato di violazione della proprietà privata.
Scorreva col pensiero le strade che avrebbe percorso domani. Ed il giorno dopo ancora. Immaginava i paesaggi sconfinati. La risacca delle onde nel grano. Le fattorie che formano costellazioni in quel vuoto microcosmico. E poi le feste di piccoli villaggi alla luce delle lanterne. Celebrazioni patronali. Santi provinciali. Mentre giovani vergini si concedono per un primo ballo a vecchi coetanei sbiaditi. Mentre madri insoddisfatte piangono l’ennesima bottiglia vuota ai piedi del letto. Mentre anziane dagli occhi brillanti raccontano di come una guerra così lontana da non poter essere indicata sulla cartina che campeggia nella piazza principale abbia portato via loro l’unico vero amore. Hanno gli occhi brillanti e lucidi. Ma quando raccontano la solita storia alle amiche piangono sul serio. Mentre allargano le mani come vecchi pescatori che narrano di imprese mai compiute.
E poi via in un altro villaggio. Quando ormai è la stagione del raccolto. E le osterie si riempiono. E per le strade si alza tra la polvere l’odore del mosto. Moscerini sparsi. Mosche provinciali. Mentre giovani imberbi mostrano soddisfatti i primi calli a coetanee dagli occhi innocenti che ancora non sanno che odore hanno le lenzuola sudate. Mentre padri stremati imparano i caratteri incisi sul fondo dei boccali. Mentre vecchi dagli occhi vitrei rimpiangono i tempi in cui si spezzavano la schiena ma ancora riuscivano a soddisfare le loro mogli.
E poi via. Nel fumo dolce. Dove la città non è che un racconto di chi c’è stato. E ha visto taxi e grattacieli. Colletti bianchi e aspiranti attori. E poi in una giornata più incolore delle altre ha pianto la nostalgia. In un grigio monolocale di una periferia troppo poco bucolica. E forse ha trovato l’amore. Una studentessa che come lui viene da dove la città non è che un racconto di chi c’è stato.
Ora. I sensi sprofondano in una poltrona nell’attesa che sopraggiunga il sonno. La polvere vortica nel fumo. Si sposa alla tappezzeria ingiallita. I polmoni si riempiono di aspettative già infrante. Nella stanza accanto qualcuno invoca dio mentre celebra un rito pagano. Desolante scenario di un viaggio mai cominciato.

Pietro Liuzzo Scorpo

9. Diamat – Being Is the Sum of Appearing

Data di Uscita: 30/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Qualcuno, vedendoci dall’esterno, avrebbe potuto dire che io e Clodette ci fossimo incontrati per caso. Una persona normale o eccezionale, seduta su una panchina in un parco con poco più di mezz’ora di luce ancora, avrebbe visto il motivo del nostro incontro scritto in un libro senza un finale che inizia, e si conclude, in una singola, infinita, parola.

Questo concetto potrà risultare assurdo, ma la prima volta che ci siamo visti avevamo entrambi occhi solo per qualcun altro. Non solo la vista, ma tutte le nostre sensazioni erano focalizzate verso un’identità ben precisa, una composizione di armonie, dissonanze, riflessi colorati e ricordi impressi. Guardavamo lo spettacolo da due punti distanti nello spazio, ma annessi nel coinvolgimento. Indossavo una t-shirt bianca di 3-4 taglie più grandi con sopra scritto il motivo del nostro incontro e delle scarpe improbabili. Nel complesso non dovevo fare una bella figura, ma non me ne vergognavo. Di te ricordo dei capelli castani tagliati a caschetto, un sorriso ampio con dei denti un po’ sporgenti. Eri in compagnia di una ragazza, conosciuta quella stessa sera o tua amica da una vita.
Ci guardavamo attraverso le nostre immagini proiettate sul vetro di un finestrino sporco, con i segni incancellabili delle gocce di pioggia del giorno prima a fare da filtro a due sguardi non ancora pronti ad incontrarsi.
Se ci fossimo parlati mi avresti chiesto la mia impressione. Io avrei alzato le spalle e distolto lo sguardo per un attimo per poi rispondere, ondeggiando la testa un paio di volte, che non potevo giudicare, perché sarebbe stato come provare a dare un voto alla casa dove vivi. Che all’inizio il tempo era dilatato per poi sfuggire al mio controllo verso la fine, come un cartone animato disegnato su un taccuino in cui gli ultimi disegni finiscono troppo presto. Schizzi che raccontavano di paesi dell’Est Europa e di grattacieli grigi uguali tra loro vissuti come spazi di crescita individuale. Spazi dove la gente non si vergogna di ballare, frammenti dove l’amicizia ha il sapore del liquore che cola da un bicchiere, dove le lacrime sono colorate di blu cobalto.
Siamo usciti da quel luogo con il medesimo, insaziabile, desiderio dell’infinito.
Con la voglia di andare in un luogo dove esiste la vita e non porta il mio nome, nel quale entrare da estraneo e uscire alzandomi da una tavola imbandita, di musica suonata sulla riva di un fiume, di capolinea dove non sei obbligato a scendere.

Filippo Righetto

10. John Grant – Pale Green Ghosts

Data di Uscita: 11/03/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

John iniziò a perdere le speranza di cambiare il mondo durante i propri studi universitari, si convinse amaramente che la storia non sarebbe andata come i suoi desideri. L’insegnamento della Storia non aveva quasi più nessun senso, in pochi si mostravano interessati a concetti considerati troppo astratti in un mondo sempre più avviato verso la tecnologia estrema coniugata a forme di aberrante democrazia liquida.
I pensieri funerei divennero cupa e triste realtà nei primi mesi di supplenza in una scuola superiore qualsiasi in una parte a caso dell’Europa meridionale, per intenderci dall’Italia in giù. La disaffezione per la Sua materia prediletta lo costernava portandolo in uno stato di flebile coscienza; tra una lezione e l’altra, tra un giorno e l’altro era solito vagare come un’anima in pena nella città sempre più fatiscente dopo che il governo della zona in questione aveva scelto di staccarsi dal resto del mondo globalizzato per seguire logiche antiche e reazionarie. Debiti spaventosi ed esercizi commerciali tenuti in piedi con sussidi statali erogati tramite carta straccia decorata in malo modo, alunni sognanti in un mondo di plastica fatto di aggeggi elettronici all’ultimo grido sempre sovvenzionati dallo stato per tenerli buoni. Sciatti sono considerati i pochi ragazzi interessati agli insegnamenti storici, scorbutici e strambi invece i professori che la insegnano.
John non aveva più la forza di rivoltare la situazione come un calzino e continuava la sua vita adattandosi in malo modo al susseguirsi sempre più farraginoso degli eventi. L’amore, la passione, la gioia, la scoperta e la curiosità venivano confinate nella propria casa, nel proprio monolocale adibito a raccoglitore di idee nate probabilmente morte per la mancanza del contesto giusto. La mattinata a scuola, le interrogazioni passate a riprendere i bulli invece che a fare domande. Dopo qualche mese, con una barba sempre più folta, John era solito entrare in classe senza più dire nulla: gambe sul tavolo e lettura in silenzio del giornale mentre il trambusto scuoteva i muri. La noia aveva preso le redini delle prime ore di luce durante le sue giornate.
La sua collezione infinita di vinili era la salvezza, l’appiglio ad un periodo anteriore e più lucente della propria vita. La polvere posata su alcune pile messe leggermente in disparte non diminuiva il fascino dei suoni che quei supporti potevano fornire, una sensazione unica in grado di trasportare la sua mente in lidi a cui solo lui aveva accesso. L’ultimo arrivo, con quel titolo così rappresentativo, lo aveva messo davanti a svariate questioni. Pale Green Ghosts. Sulla copertina una figura maschile tremendamente simile alla sua immagine riflessa nello specchio, quel velo di cinismo nero su tutti i testi delle tracce contenute nell’album.
Suoni vari e mai banali, si rivedeva in tutto questo sconvolgimento interiore che fuoriusciva dai tracciati spianati dall’incedere dei pezzi. Synth e pianti, arrangiamenti claustrofobici e canzoni per pianoforte, voce d’altri tempi ed elettronica dinamica fusa ad un certo soul d’annata. L’assoluta poesia si marchia cupa di riflessioni sulla violenza e sulle distruzioni causate dalla mente e da un corpo malato.
Why Don’t You Love Me Anymore. Glacier. Blackbelt. Pale Green Ghosts. Perle assolute che scompongono e riplasmano il tempo nella piccola abitazione di John.
I suoi poveri alunni direbbero riguardo all’esperienza del disco: “OH BRO, CHE BOTTA, FORTE BRO”.
Se solo capissero la tragica situazione.

Alessandro Ferri

Top Ten 2013 – Alessandro Ferri

1. Kanye West – Yeezus

Data di Uscita: 18/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Una villa enorme, design unico e vetro dappertutto per riflettere il sole e il mare. L’atrio d’ingresso introduce in un paradiso terrestre ed alieno condito da comfort di ogni genere, spazi macchina infiniti, piscina olimpionica a forma di vagina, ascensori rapidissimi, soffitti altissimi, cinque piani, pavimenti in legno, finestre a iosa. Open space. Il lusso era tutto suo, i soldi per la manutenzione non erano un problema per lui che ormai aveva sfondato senza alcun ritegno nel mercato globale. Comprata l’abitazione da un ricco magnate della zona l’aveva ricostruita a sua immagine e somiglianza. L’ego smisurato non lasciava nessuno spazio, ambizione e trasformismo erano gli ingredienti vincenti della scalata all’olimpo degli immortali. Divenire d’ispirazione per il mondo intero combattendo la banalità e la mediocrità era l’obiettivo, l’ordinario e il rancoroso andavano demonizzati nel suo circolo incantato ma così reale. Yeezus aveva deciso di sparare immagini caustiche sui palazzi di sessantasei città sparse nel mondo, era l’ultima provocazione che gli era venuta in mente. Doveva parlarne con il proprio tecnico video, stasera era in programma una cena a lume di candela per decidere il da farsi. Il tecnico chiamato per le proiezioni era Charlotte, una bellissima ragazza francese conosciuta durante un viaggio tra le vigne della Borgogna. I suoi fluenti capelli castani, i piccoli seni, il fondoschiena perfetto e la pelle sempre profumata gli avevano fatto perdere la testa; neppure lui capiva se la trovata delle proiezioni era reale o solo un modo per poter cenare da solo con lei.
Farneticante e misterioso se ne era rimasto chiuso nella sua casa per due mesi facendosi portare viveri e lussi dai vari assistenti. Un senso di sfida continua lo portava a spiazzare l’interlocutore completamente, era solito rimarcare di continuo il suo dominio assoluto con un linguaggio colto ed oscuro. Spacconate terrificanti erano all’ordine del giorno, lo stile unico e naturalmente diretto al gaudio dorato. Il talento indiscutibile debordava dappertutto lasciando di sasso chiunque, cambi in diverse direzioni da far venire mal di testa.
L’autoreferenzialità si faceva oscurità vorticosa, ai limiti massimi. Razzismo, amori torbidi, nessuna pubblicità o promozione al proprio talento. Metafora del potersi permettere ogni cosa, il distacco per sublimare la superiorità. La divinità è una qualche entità superiore straordinariamente dotata, si colloca altrove in una tensione sacra al congiungimento con esso. La fede diviene centrale e voleva instillare in tutti i suoi seguaci questo sentimento così da farsi seguire ed adorare.
Davanti allo specchio con il rasoio per rifinire perfettamente la barba. Bermuda beige, camicia bianca con motivi floreali alternati a piante rampicanti piccolissime, giacca stretta marrone e papillon di classe. Il profumo e gli occhiali da vista con montatura dorata non potevano decisamente mancare per l’appuntamento con Charlotte.
La ragazza arrivò puntualissima alle 20, lui si fece attendere ed il maggiordomo portò Charlotte nell’immensa sala da pranzo addobbata a festa. Si sedette sulla propria sedia fissando il soffitto immaginando mille proiezioni colorate, aveva un abito lungo rifinito con graziosi brillanti, una scollatura generosa e i capelli sciolti a ricadere sulle spalle.
L’arrivo di Yeezus, annunciato da una intro eccessiva e compulsiva intervallata da un coro di bambini, fu planetario. Pesce pregiato innaffiato da un vino bianco micidiale e fruttato, questa era la cena proposta a casa Yeezus; i discorsi della serata toccarono solamente di striscio le proiezioni e lui doveva lottare per non morire negli occhi così brillanti di lei. Mangiarono con calma e il vino arrivò in quantità industriali, lui si lasciò naturalmente andare a monologhi ricolmi di arroganza e auto proclamazione. L’unità di misura era ormai persa e le dita delle mani si sfiorarono nel tentativo di versare altro vino, il resto fu amore esagitato e dolce nello stesso tempo. I bellissimi abiti furono completamente strappati e i brandelli finirono sul tavolo, lo fecero in tutte le posizioni possibili prima nella sala da pranzo e poi nell’immensa camera da letto. Lo stravolgimento fu accompagnato da una colonna sonora che senza ritegno alcuno mescolava rap, industrial, glitch, distorsione, dancehall e beat ruvidissimi con un pizzico soul finale a riportare indietro nel tempo. Il battito cardiaco totalmente violentato da un’ascesa micidiale ed ipnotica, complessa da metabolizzare e prima di tutto da vivere.
Si risvegliarono presto per dirigersi nella piscina a forma di vagina dove fecero ancora all’amore fino allo sfinimento ricordando i ritmi della notte appena passata. Imprevedibili, emozionanti e opachi. Giunse alla conclusione che le proiezioni erano uno scusa, anche l’amore e il sesso in questo caso lo erano.
La conclusione era una nuova affermazione di totale e meritato dominio su tutti i fronti.

Alessandro Ferri

2. Apparat – Krieg und Frieden (Music for Theatre)

Data di Uscita: 15/02/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sergej vive nei pressi del fiume Enisej, nella Repubblica popolare di Tuva. La sua modesta abitazione sorge vicino ad un foresta immensa, un luogo oscuro meta di eremiti e sciamani dalle spiccate capacità curative.
La vita precedente a San Pietroburgo era frenetica, la sua vena poetica si era spenta fino ad annientarsi. L’hockey, il calcio e la mondanità lo avevano inghiottito rapidamente in un susseguirsi di eventi causati dal suo fulmineo e lucente successo come poeta espressionista capace di delineare perfettamente uno spazio urbano fonte di angoscia e smarrimento. Nel trasformato contesto globale riuscì a tracciare nuove fobie dai riflessi cangianti e mostruosi al limite dell’ignoto, iniziò collaborazioni con le maggiori riviste russe d’arte e non solo – anche i quotidiani desideravano le sue rubriche.
Il suo volere artistico si era tuttavia annebbiato totalmente e la nuova opera commissionata dal festival dell’arte Ruhrfestspiele: un’interpretazione di Guerra e Pace, celebre romanzo di Lev Tolstoj, non lo faceva dormire.
Inconscio e desideri repressi stavano per esplodere e comporre in quelle condizioni non era possibile. Tali problematiche, un tempo foriere di grande ispirazione, si erano tramutate in un pericoloso vortice di sensazioni non più controllabili. Sono le classiche crisi produttive e poetiche che o bloccano totalmente l’uomo oppure lo portano su nuove strade.
E in un gelida notte d’ottobre nella città della rivoluzione bolscevica trovò la scintilla. Un barbone ai bordi della strada che inneggiava a Lenin lo colpì immediatamente costringendolo ad uno stop, quasi pietrificato dai suoi lamenti. Finirono a bere vodka insieme seduti sull’asfalto gelido e prima di fare ritorno a casa il mendicante lo bloccò e si mise a ripetere come una forsennato la parola Tuva. Questo suono gutturale convinse Sergej a trasferirsi.
Da sempre terra autonoma che cercò in vari modi di sfuggire all’abominevole dominio comunista prima di allinearsi obbligatoriamente ai dettami della pianificazione totale e priva di senso. L’arresto di Kuular, buddismo e sciamanesimo rasi al suolo e collettivizzazione della vita non riuscirono comunque a distruggere la vena nomade di questa zona estrema e difficilmente assoggettabile. I vecchi monasteri, i disastri immani del Partito e i segni della sofferenza percepiti nell’aria ghiacciata dell’inverno incombente.
Le catene montuose invase dai fiumi e dai laghi portavano gli occhi di Sergej a seguire infiniti percorsi, l’isolamento totale creò una nuova foga compositiva. La resistenza alle condizioni spesso proibitive diede una forza antica alla sua scatola cranica, innervata di adrenalinica riflessione partorì il capolavoro. Forsennate camminate nelle foreste seguendo sentieri naturali, dialoghi fatti di silenzi con i curatori locali e notti insonni a scrivere.
La trasformazione totale, la nascita di un artista poliedrico e formidabile in più campi. L’impressionismo si impossessò di Sergej, le sensazioni davanti alla Natura portate a galla con immane potenza. Lo scorrere rapido e paradossalmente distaccato del tempo appuntato in ogni singolo istante dinnanzi al mutare delle condizioni di partenza. Il tracciato dell’opera sempre pronto a superarsi per giungere a lidi inesplorati, impossibile predire che cunicoli attraverserà in futuro l’artista.
Nei festeggiamenti per i dieci anni dell’interpretazione di Krieg und Frieden, tra riconoscimenti prestigiosi e viaggi promozionali dappertutto, fu chiesto di creare una sorta di colonna sonora.
Sergej che nel frattempo studiò la musica si dedicò anima e corpo al progetto ritornando nella sua casa accanto al fiume Enisej. Drone, archi, pianoforte e leggere percussioni a sfondare le barriere temporali. Melanconia e malinconia a tenersi per mano. Archi funerei messi a disposizione dell’impetuoso scorrere del fiume che porta le proprie acque a spargere i sedimenti in ogni metro quadro della zona. 44. Intromissioni ambientali e fermenti della natura tra i vortici ghiacciati a una temperatura oscillante tra i – 10° e – 35°. 44 (noise version). Tod. Lo sporcarsi in pensieri violenti ed isolati tra le montagne innevate vedendo vecchi film di stato con deportazioni in massa. PV. Il tintinnio del carillon a far vibrare l’aria mattutina prima di partire per lunghe camminate solitarie. K&F Thema. L’epica e una nuova alba. A Violent Sky.

Alessandro Ferri

3. Jon Hopkins – Immunity

Data di Uscita: 03/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We Disappear
Sabato notte, ore 2.00 pm in punto, l’attesa è finita. Una chiave splendente si muove all’interno di un enorme lucchetto arrugginito, si aprono le porte del paradiso. Pochi passi nel selciato antistante con nelle orecchie già la cassa del dj set di riscaldamento. So bene che appena varcato quell’ingresso riuscirò a lasciarmi andare completamente, sarà il flusso sonoro a guidarmi, il battito elettronico l’unico motore del mio essere.
Open Eye Signal
Comincio solo ora a guardarmi intorno, da quanto tempo ballo? Intorno a me una marea di anime danzanti condividono l’estasi del ritmo, rimedio ad ogni dolore. Decido di attraversare la folla per raggiungere il bancone del bar, ho bisogno di un refrigerio, bere almeno una birra prima di tornare in pista. E’ fredda ma la mando giù con velocità.
Breathe This Air
Un respiro profondo e via! Il sudario del sabato sera prosegue come ogni settimana, immutato: stesso odore, stessa musica, stessa gioia. La mente si perde in mille ricordi, la prima volta che varcai questi cancelli, la scoperta di un luogo dove non rendere conto di nulla a nessuno, dove il corpo e la mente potessero vagare liberi, sfogare le pressioni accumulate durante i miei lunghi turni lavorativi.
Collider
Una donna bellissima mi urta, non riesco a capire se è la mia immaginazione oppure la realtà, inizia a ballare con me, siamo in sintonia, sembriamo un corpo solo, abbracciati nel nostro sudore, nei nostri odori. Mi stringe la mano sempre più forte, avvicina la sua bocca al mio orecchio e mi dice qualcosa di incomprensibile per poi allontanarsi rapidamente.
Abandon Window
Cerco di seguire il suo profilo svelto che si allontana ma la folla mi blocca la corsa, la perdo completamente di vista. Esco dal locale ma non c’è, cosa mi avrà mai detto, è forse stata solo una visione, è realtà oppure un sogno indotto da qualche droga sintetica che ho ingerito. Vuoto totale, sono sul marciapiede a reggermi la testa tra le gambe.
Form By Firelight
Da dietro il muro della discoteca rimbombano rumori, nuovi inviti al delirio ma non ho voglia di rientrare, decido di percorrere questa zona industriale desolata, sono in mezzo al nulla a rimuginare su una serata andata diversamente dalle aspettative, vedrò nascere l’alba respirando aria pulita, il sole non mi coglierà impreparato al suo sorgere, oggi sono in attesa.
Sun Harmonics
E’ giorno, non ricordo l’ultima volta che l’ho visto nascere, solitamente è la notte quella che aspetto con ansia ma questa volta è diverso. Il mio sguardo si perde in un orizzonte rossastro senza fine, sento che la città si sta svegliando, colgo i primi movimenti delle automobili sulle circonvallazioni tutte intorno, il risveglio del mondo.
Immunity
Torno a casa ma decido di farlo a piedi, dopo aver gettato più lontano possibile le chiavi della mia auto. Nella testa il suono di un pianoforte placido, che mi culla. Tornano nella mente le immagini di me piccino in braccio ai miei genitori, mi scende una lacrima mentre accelero il passo per lasciare indietro la mia stanca ombra da adulto.

Maurizio Narciso

4. Tim Hecker – Virgins

Data di Uscita: 14/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Che cosa ci facevano tutti quei vetrini appesi al soffitto, vicino alla veranda?
I miei occhi scrutavano questa stanza in cui già erano stati ma che al momento faticavano a riconoscere: le tende erano state smontate, l’enorme scrivania di compensato – un tempo quasi interamente sgombera – era adesso ricettacolo di pile di pubblicazioni di ottica, di lenti e cristalli di tutte le dimensioni, alcuni frammenti di specchi. Solo il metronomo era rimasto al suo posto.
Tim arrivò dalla cucina con due birre in mano, mi invitò a sedere e a brindare in onore della nuova impresa in cui si apprestava a cacciarsi: sarebbe tornato per un po’ nel vecchio continente a studiare e sfruttare le potenzialità di un elemento puro come la luce. Stanco di aver esplorato le oscurità asfittiche grondanti di nebbia e droni fino a scoprirne e sviscerarne ogni minima risonanza, voleva spingere oltre il suo talento indiscusso fino ad avventurarsi in nuovi lidi in cui avrebbe, comunque, brillato. La stasi creativa era inconcepibile, per chi era da sempre stato avvezzo a sfidare se stesso e le sue inclinazioni sorprendenti, ma un terreno saturo e battuto per tutta la sua estensione non era più fertile per germogli rigogliosi di nuova linfa, il segreto era scardinare le certezze, trovare altre chiavi per aprire altre porte.
Faceva oscillare i cristalli sospesi e mi faceva notare i prismi di luce che partivano dalle varie superfici e andavano a incidere le pareti, poi mi portò a riflettere sulle lunghezze d’onda, sui parallelismi tra vista e udito e le suggestioni che una mano abile potrebbe produrre dal connubio dei sensi. Il suo aereo diretto a Reykjavík sarebbe partito l’indomani, l’urgenza di depurare da ogni elemento superfluo la sua palette di melodie fino a raggiungere il succo primordiale e incontaminato di suoni vergini, limpidi, come la luce appunto, era pressante.
Appena giunse in Islanda, scelse di spostarsi a Nord della capitale, nella regione dei fiordi, e di alloggiare in una piccola locanda adiacente al porto giusto per il sapore intimo di quelle pareti interamente rivestite in legno caldo, per le torte preparate al mattino dalle mani laboriose dell’anziana signora in cucina, per l’assenza di altri avventori, per la vista sublime dall’ampia finestra della sua stanza: mare in sussulto, navi e un unico molo lunghissimo proteso verso l’infinito. Quello che non aveva messo nel conto era il nautofono che rombava talvolta cogliendolo di sorpresa, rendendogli difficile prendere sonno, insinuandosi tra le immagini e i tintinnii limpidi dei cristalli. In un primo momento aveva avvertito del fastidio: la purezza era irrevocabilmente inquinata. A ben guardare però queste incursioni avevano una loro ragione di esistere e abbracciavano come una scura coperta tesa dal passato le rivelazioni a venire che già sapevano di ghiaccio immacolato, luce candida e note di pianoforte. I droni c’erano ancora, al pari delle radici – inestirpabili per definizione, tuttavia erano docili e sapevano farsi da parte al momento giusto, riuscendo a dialogare col nuovo in maniera dialettica.
In un’alba gelida e chiara, coperta di brina, Tim decise di raggiungere Ben. Strano che ancora non si fossero visti, la loro solida amicizia e la stima reciproca li spingeva spesso a confronti emotivi e creativi, i frutti che ne nascevano erano dei miracoli sonori. Sembrava che Ben lo stesse attendendo, che sapeva che sarebbe arrivato da un momento all’altro; lo invitò ad entrare e chiuse la porta dietro di lui, l’aria in casa odorava di caminetto acceso e vino rosso, ambiente ideale per far confluire pensieri, fobie recondite, suggestioni illuminate. Live Room fu una stanza, o un spazio, che coprì l’arco di due giornate in cui in realtà entrambi persero contatto con il mondo e con le coordinate temporali; le parole spesso lasciavano posto a silenzi eloquenti con gli occhi fissi sulle braci rossastre e vive, riemergevano ricordi dell’uno di gite solitarie tra i lupi dei Carpazi tanto quanto le avventure dell’altro tra foreste di nebbia, scaturivano suoni sinistri e familiari. Poi la sirena del porto sembrava tornasse a tonare sorda anche lì, come se d’improvviso si fossero spostati all’esterno; un canto malinconico che presagiva altre imprese, altri luoghi, e la voglia di perdersi.
La voglia di perdersi nella luce totale. Tim fu risoluto e deciso nell’abbandonare Ben per ricercare l’assenza di buio e lo studio dei vari cristalli esposti ad una fonte praticamente continua.
71° 10′ 21″ di latitudine Nord // 25° 47′ 40″ di longitudine Est, punta Nord dell’isola di Magerøyam, Nord della Norvegia. Questa era la sua destinazione, raggiunta con vari battelli e traghetti, il rumore del nautofono costante riferimento a ricordo della splendida permanenza in Islanda. Il Mare Glaciale Artico e un piccolo capanno a strapiombo sulla distesa d’acqua, pieno di ogni comfort e di appigli per installare gli unici protagonisti di questa seconda parte di viaggio: i cristalli. Il momento era quello più propizio, i calcoli fatti con Ben erano perfetti e la rotazione terrestre aveva raggiunto l’inclinazione esatta. Il Sole, la radice della luce, non sarebbe sceso mai sotto l’orizzonte, la notte non ci sarebbe più stata per un lungo periodo, il crepuscolo inesistente. L’occhio disabituato a questo fenomeno faticava a chiudersi davvero e la contemplazione totale della rifrazione si contorceva su se stessa dando vita a fenomeni di pura allucinazione visiva, cerchi concentrici nel mare si aprivano senza alcun sasso lanciato. LIVE ROOM OUT, lì come a casa di Ben. Questa prorompente autorigenerazione di luce era ciò che Tim cercava per il suo prossimo studio, la sua prossima riproduzione sonora fatta di ascensione e ciclica. Intersecare continuamente i flussi luminosi con un suono ripetuto e sporcato da distese solitarie di droni in lontananza, questo era l’obiettivo finale mentre i cristalli oscillavano. Un monologo prolungato, ribadito con forza e precisione aliena in una volontà di ferro. L’energia sprigionata da questa esposizione tra il violento e il puro era richiudibile in un folgorante concetto: la palingenesi creativa, “che nasce di nuovo”, in un rimando continuo alla rifrazione più chiara. VIRGINAL I/II. L’importanza del riposo e di un quieto risveglio scandito da un battito lontano che si apriva in un loop pulsante smembrato in un’asincronia forzata, la lucentezza e i risvolti più impersonali di un’impresa quasi epica. INCENSE AT ABU GHRAIB + AMPS, DRUGS, HARMONIUM.
Un saluto necessario e completo a quelle terre magiche e ricolme di luce organizzato in un’ultima realizzazione globale, che racchiudeva le immense capacità di Tim. Le rifrazioni di luce ritornarono per un’ultima volta a colorare il cielo di eterni riflessi, la chiusura di una sperimentazione così pura in una distesa di suoni che chiudeva in dissolvenza l’avventura. STAB VARIATION.

Alessandro Ferri e Federica Giaccani

5. Laurel Halo – Chance of Rain

Data di Uscita: 28/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

A. “Potrebbe piovere oggi Laurel?”
L. “Di sicuro, oggi ci sarà un diluvio incredibile”.
Aveva appena sintetizzato un nuovo ammasso di suoni, la creazione costante dà assuefazione ed era fermamente convinta del potere psicotropo della propria realizzazione. Lui era la cavia. Lo scetticismo iniziale era scemato una volta messe sul tavolo le carte del progetto, da realizzare in uno scantinato molto umido. Un vero e proprio rito di passaggio avrebbe dovuto essere generato dalla musica, quantomeno impiegando un lasso di tempo di quattro ore. Il focus di tutto era rivolto alla fase liminale di transizione, immediatamente successiva a quella pre-liminale di separazione dall’ambiente circostante. La durata di questo intermezzo da passare letteralmente sulla soglia non era stata fissata da alcuna variabile, questo non lo aveva spaventato affatto. Il tempo in questione andava formato da zero e non semplicemente fatto scemare, riempito come al solito da azioni incastonate in agende prestabilite con impegni giornalieri. Così facendo la chiusura nell’anfratto bagnato era necessaria per abbattere la normale convenzione temporale e perdere il controllo sulla situazione. Il sentore di lei era che con la composizione ci si sarebbe potuti concentrati in maniera estrema sul proprio fisico, controllandone ogni battito. Alzare o abbassare il volume di ogni reazione nervosa come in un mixer di carne ed ossa, mettere in loop lo scorrere del sangue nella vena della gamba, aumentare il delay dei succhi gastrici e modulare la compressione delle ossa durante un abbraccio o la caduta da una sedia. Le reazioni chimiche e le sinapsi tutte attivate, si sarebbe ricreata una modalità di ballo in grado di rivisitare tutte le altre. L’esperienza psichica e sensoriale avrebbe così dovuto unirsi a quella prettamente fisica in un connubio inestricabile ma continuamente in evoluzione. Ogni situazione esterna avrebbe influenzato l’esperienza singola del momento trasfigurandolo per renderlo unico, gli effetti applicati al mixer umano erano infiniti. Il collage creato in quella precisa occasione era il primo passo verso un nuovo modo di vivere il club, si dava una forma senza strutture fisse per ricreare emozioni. La frattura con il vecchio mondo, in caso di riuscita dell’esperimento, si sarebbe accentuata.
Iniziando a fluttuare su un battito minimalista che calcola le possibilità tutte si era ritrova in una giungla scurissima ed estremamente umida nella quale avanzavano luci progressivamente più acute; il contrasto e la registrazione del flusso dei globuli rossi che pompano ossigeno nel cervello era cosa naturale in quello stato. Il nutrimento necessario aveva risvegliato i sensi ulteriormente rendendoli capaci di percepire una sillaba ripetuta in lontananza mentre l’anidride carbonica era portata ai polmoni dalla circolazione venosa. Oneiroi. Una nuova completezza veniva raggiunta successivamente quando le percussioni si scontrarono su un synth liquido esplodendo in una miriade di suoni sommersi. L’autogoverno continuava a prendere forme sempre maggiori, il battito si coniugava alla visione di papille gustative in fermento per l’arrivo di un tartufo pregiato. Elevato, pur restando collegato al resto, questo segmento sopra tutti gli altri la composizione rallentava prima di finire nel silenzio. Serendip. Il loop diventava concentrico e sempre più stringente, il capovolgimento dava le vertigini e la modalità risvegliata era la sensazione acuta dei peli che si rizzano con forza. Un gelo sempre più acuto alzava le frequenze, l’impulso si allungava, il kick veniva filtrato all’inverosimile ed era smembrato prima di riformarsi in altri pattern debordanti. Tracciati jazz e note riflesse in stalattiti dai mille colori si spezzavano in un vortice frenetico che tramutava la precedentemente sensazione in una pioggia di sudore. Chance of Rain. La trascendenza ultima giungeva accompagnata da un fluire iniziale che scorreva veloce in un denso ammasso di strutture armoniche ripetute e martellanti. Il basso con la sua linea aumentava il senso di controllo e le particelle che componevano le gocce di sudore si schiantarono al suolo rimandando indietro un suono fisso e cupo. Gli pareva di sentire in lontananza la techno di Detroit ma qui il cambiamento e il filtro apportato dal controllo totale sul proprio corpo rendevano questo pensiero infinitamente piccolo rispetto al puro piacere. Ainnome.
A. “Sta piovendo di brutto Laurel, avevi proprio ragione”.

Alessandro Ferri

6. DJ Rashad – Double Cup

Data di Uscita: 22/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Principio attivo: Completa libertà creativa.
Eccipienti: Teklife crew, footwork, jungle beats, linee di basso disorientanti, trap, house, hip hop, Bpm altissimi ma a volte anche meno di quanto richiederebbe il genere, frammenti rap tagliati, campionamenti, cinetica, ripetitività, Chicago, ghetto, breakdance, Planet Mu, Hyperdub, juke, shit, Acid Beat, Feelin, Let U No, Ghettoteknicianz, I Don’t Give a Fuck, synth, fusion, Drank Kusk Barz, Leavin, I’m Too Hi, broken vocalz, just banging on the streets, selling drugs and smoking.
Categoria farmaco: stimolante del sistema nervoso centrale e periferico.
Indicazioni: trattamento totale in caso di confusione mentale, propensione al millantare infinite conoscenze di musica elettronica, difficoltà nel concepire cosa sia la musica con Bpm spropositati, odio verso i neri in generale, odio verso i neri che fanno i bulli e vivono come vorresti vivere tu ma sei un inutile bianco, mancanza di attitudine al muovere il culo su una buona base, apatia.
Controindicazioni: ipersensibilità verso i componenti del prodotto a meno che non si raggiunga in breve termine l’assuefazione totale. I prodotti di base del farmaco sono controindicati nei pazienti affetti da gravi forme di nazismo, fascismo, mal di testa, cervicale, difficoltà respiratorie, anemia. La somministrazione dei suoni è controindicata nei casi di malattie legate alla musica cantautorale italiana degli anni 60’ e al black metal.
Effetti indesiderati: sono stati segnalati casi di persone che emulano il figo nero di turno chiunque esso sia, shock anafilattico, giovani dei centri sociali usciti dal tunnel che ci tornano e si fanno ancora i rasta pur avendo intuito che sono bianchi e fanno ridere i polli e se c’è un Dio non troveranno mai un lavoro accettabile, hipster di turno che vuole andare a Chicago e non ci va perché non ha tempo da togliere al postare stronzate su ogni social network possibile, hipster di turno che abusa del farmaco ma in realtà gli fa schifo e lo fa solo perché ha visto un voto alto su tutti i siti alternative. Sono state segnalate, in persone già affette da malattie cardiovascolari, gravi alterazioni delle facoltà sensoriali.
Precauzioni D’impiego: usare con cautela nei soggetti che mostrano segnali di rabbia repressa e potrebbero scatenare i loro istinti. Nei casi di persone muscolate affette da nazismo sospendere immediatamente la cura e correre via il più veloci possibile. Dosi elevate o prolungate del prodotto possono provocare dolore agli arti inferiori, mal di testa, crampi; una volta superati questi livelli di dolore indenni crea una dipendenza totale. Inoltre prima di associare qualsiasi altro suono controllare attentamente il gli eccipienti dell’aggiunta.
Avvertenze speciali: dopo un periodo di trattamenti senza alcun risultato contattare il rivenditore di suoni e chiedere “Legacy” di RP BOO, questo vi farà desistere e non assumerete mai più questi tipi di farmaci. Nonostante studi clinici accurati e il nostro desiderio di non istigare alla violenza contro le donne non assicuriamo che i pazienti possano sviluppare strane forme d’amore. Si consiglia di somministrare solo in casi di effettivo amore verso suoni digitalizzati, se considerate Skrillex ed Avicii dei supereroi e rimanete delusi la casa farmaceutica declina ogni responsabilità.
Interazioni: anche senza addizioni il risultato è assicurato, se proprio avete bisogno di una mano è consigliata marijuana di buona qualità.
Posologia: bambini dai 6 ai 12 anni dovrebbero stare molto lontani da queste vibrazioni. Adulti un ascolto al giorno e poi valutare il grado di piacere o crisi isterica.
Sovradosaggio: in caso di iperdosaggio è finita, siete fottuti. DJ Rashad qui è riuscito a rendere leggermente più digeribile lo stufato footwork, si è aperto ad influenze diverse smussando un attimo le linee dunque non riuscirete più a smettere di voler sentire i suoni contenuti in questo farmaco. Probabilmente andrete a cercare altro materiale e i provvedimenti da adottare consistono nel lasciarsi andare ed entrare nel terreno della dipendenza totale.

Alessandro Ferri

7. Tyler, the Creator – Wolf

Data di Uscita: 02/04/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Come per Frank Ocean mi è impossibile raccontare una storia, si tratta di personalità troppo eccessive per circoscriverle. Come fare a costruire un racconto ad esempio su Steve Jobs? , io non ne sono in grado e qui mi limito a riportare i dati di fatto visto che il resto sarebbe mera supposizione. Tutto è saturato e resta la vena creativa dell’artista, qualcosa di terribilmente debordante. Una matrioska creata per far uscire fantasmi e fissazioni di tutti i giorni.
Ad un persona x, ipotetica voce che mi chiede di consigliarle un disco, direi questo:” Tyler Gregory Okonma meglio conosciuto come Tyler The Creator è un giovane ragazzo che espone ed esprime le sue idee in varie modalità. Tyler ha cambiato l’hip hop scorticandolo per bene con la fondazione della Odd Future. Le personalità in gioco sono multiple e ci si scontra apertamente con una varierà quasi infinita di inclinazioni. La ribellione, il genio, la misoginia, il razzismo in varie forme, l’abilità spalmata su tutti i campi artistici, l’ironia, la comicità, l’ignoranza del fanciullo poco cresciuto, l’indecenza, la mancanza, la gelosia, la sincerità, una sorta di maturazione e l’ingenuità di chi dice tutto apertamente. Un’unica personalità si apre come la coda di un pavone con le sue piume colorate che ostenta il suo armamentario. Se poi non ti piacciono gli animali che si atteggiano potresti non apprezzare questo lavoro ma è un problema tuo; le perle come queste sono poche ma nello stesso tempo si possono donare a chiunque comprenda l’ispirazione folle che sta dietro”.
“E la storia è un terrificante triangolo amoroso: Sam e Wolf per avere Salem. E l’introspezione penetra la rabbia e l’allucinazione diventa seria in uno spettacolo surreale ma pregno di significati. I triangoli amorosi sono un tema trito e ritrito, chi riesce ad intercettare l’attenzione altrui con spunti del genere è decisamente da apprezzare. E se due bulli un poco ingenui portano le loro turbe in primo piano il gioco è fatto. Dovresti proprio ascoltarlo questo album che si potrebbe definire un “concept album”, ma questi sono paroloni inutili. Il tema è questo ma gli spunti narrativi presi e poi gettati via creano milioni di strade alternative. Piano, flow, jazz, urla d’orrore, synth, trame di batterie scarne e minimali, voce cupa che gratta il cuore e le orecchie, beat e metriche meccaniche si aprono al soul. Se sei un cazzo di indie-folk-pop totalitario e ti fa schifo il rap posso dirti che ci sono anche Laetitia Sadier e Erykah Badu, non c’è altro da dire”.

Jamba

Tutto parte in un Camp estivo, il Camp Flog Gnaw. Eco finale in ascesi o crisi epilettica. Paranoia totale

Get hip to the pew, you can drink piss and eat a dick in a few. The sickening view of visuals, i’ll eat yor ribs! I’m a wolf, the meet your kids after school, and give them drugs cause it’s cool

Cowboy

Metafora del viaggio, della vita e meccanica sonora scarna alla massima potenza con aperture dorate. Ipnosi

“ I am the cowboy on my own trip, I am the cowboy on my own trip, I am the cowboy on my own trip and I am the cowboy”

Awkward
Un romanticismo malato ti pervaderà completamente, la voce di Frank Ocean intersecata perfettamente, l’innamorarsi ingenuo e totale. L’insicurezza.

You’re my girlfriend, you’re my girl (whether you like it or not!), you’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girl, girlfriend. You’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girl (Shit I know that you’re my). You’re my girl, you’re my girlfriend, you’re my girlfriend.

Domo 23
Spacca tutto, sporcizia ed esplosione sonora alla massima potenza, Golf Wang.

Answer
Telefonate senza risposta a padri mai conosciuti. Ritmo sgranato e quieto in un intreccio tra passato, presente e futuro.

Hey Dad, it’s me, um…
Oh, I’m Tyler, I think I be your son
Sorry, I called you the wrong name, see, my brain’s splitting
Dad isn’t your name, see Faggot’s a little more fitting

48
Droga e media. Rimanere una persona normale è possibile oltre il successo. Beat caldo e decadente in vorticosa distorsione.

Crack fucked up the world, and I wonder if they realized the damage. I mean, they come from an era who made a lot of money of that shit

Partyisntover / Campfire / Bimmer
Cori allucinati, emotività, lounge, la passione per i Tame Impala,ipnosi finale con duetto Tyler e Frank Ocean. Capolavoro.

The party isn’t over, we could still dance girl
But I don’t have no rhythm
So fuck it, take a chance with a nigga
Like me, like me

IFHY
Amore passivo aggressivo, l’amore distratto e complesso allo stesso tempo, frammenti di gelosia. Synth killer, beat in loop e Pharrell a chiudere in bellezza. Scuse mal gestite.

I fucking hate you
But I love you
I’m bad at keeping my emotions bubbled
You’re good at being perfect
We’re good at being troubled, yeah

Pigs
Bulli omicidi e risse, vetri spaccati. Il film dell’orrore in slow motion è servito.

We are the Sams, and we’re dead — it’s just four of us
We come in peace, we mean no harm, and we’re inglorious

Treehome95
Il soul e i doppi sensi amorosi. Classe allo stato puro.

I want to go
I want to go
Baby, let’s go
To my treehome
Treehome

“Il tutto è una visione oscillante tra il grottesco, il caricaturale e il riflessivo. L’energia sprigionata è folle ma messa sotto un maggiore controllo rispetto alle precedenti uscite. Dimentico di dirti che prima di consigliarti questo album devo rivelarti un’altra cosa. Se non se un indie-totalitario ma solo un totalitario devo ammettere che probabilmente Tyler non sarà mai chiamato ad un patetico concertone del Primo Maggio o ad un ritrovo di nostalgici. Troppo misogino e americano da una parte e troppo nero dall’altra.
Il lupo se ne farà una ragione perché esce vincitore, impossibile perdere con una dose di talento del genere caro ascoltare x.”

Alessandro Ferri

8. The Field – Cupid’s Head

Data di Uscita: 30/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

No. No…
Il mio cuore batte talmente forte nel petto che non riesco ad udire altro se non il suo pulsare frenetico. Il sangue mi sfreccia nelle vene e mi incendia il volto, le mani sono gelate, una nell’altra. Sono zuppa di sudore, il mio odore acre mi riporta ai momenti di agitazione febbrile della mia vita: i compiti in classe di matematica, il primo bacio, il primo furto di automobile, la prima volta che…

BIGLIETTI PREGO!

Forzo un sorriso defilato, cercando di sembrare calma. Infilo la mano nella borsa mantenendo un occhio fisso sul capotreno, estraggo d’improvviso il ferro da una taschina laterale e BAM! Un colpo a bruciapelo sul malcapitato. Mi alzo di scatto mentre il corpo di lui cade a terra urtando il sedile di fianco. Il colpo di pistola ha generato un frastuono incredibile, mi meraviglio che nessun passeggero l’abbia sentito. Mi volto a destra, poi a sinistra, il compartimento è vuoto. Corro verso il freno di emergenza e lo premo con decisione, strappando via la fragile stagnatura. Mentre il treno è ancora in frenata esplodo un altro colpo per rompere il vetro che sarà la mia via di fuga. Salto giù col treno non ancora completamente fermo e mi infilo tra le sterpaglie di questa anonima provincia. Tengo ben saldo il baule che è la mia salvezza, il sogno di una intera vita, un autentico miracolo! Corro, corro e corro senza voltarmi mai indietro badando solo a non allentare la presa del bagaglio. Di colpo inciampo e…

No. No… mi sono addormentata! Col sangue gelato nelle vene mi volto di scatto per controllare se il baule è ancora al suo posto… Eccolo! Meno male. Faccio mente locale respirando a grandi boccate. Il mio cuore batte e batte, mentre fuori scorre un paesaggio nero. La porta in fondo al vagone si apre di scatto ed ecco avvicinarsi il controllore… Se mi chiede il biglietto è finita!

Maurizio Narciso

9. Gold Panda – Half of Where You Live

Data di Uscita: 11/06/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La città è un caos frenetico, un susseguirsi di epilettiche sistematiche gestualità. Un ritmo intenso, caleidoscopico. Guardando fuori dalla finestra del suo appartamento al quinto piano, gli pareva di vivere al centro del mondo. E contemporaneamente fuori dallo Spazio e dal Tempo. Le gocce di una lieve pioggia appiccicate al vetro lucido, la luce dell’ennesimo giorno che è trascorso. Mentre fuori: suoni e voci e claxon e persone che camminano e ancora voci, un accavallarsi infinito di voci, claxon, che sovrastano tutto, persino i pensieri. Le auto avanzano a singhiozzi, intrappolate nelle code ai semafori, come mosche in una ragnatela.

Tutto sembra leggero, ma anche più pesante. I ricordi non aiutano a vivere, ma a morire.

Ripensa al sole di Sao Paolo do Brasil e ripesca dalla memoria il profumo del mare e del vento che accarezzava la spiaggia come i rimpianti accarezzano l’anima. Un brivido caldo che poi diventa freddo gli cammina lungo la schiena come un insetto isterico. E la vede: Beatriz.
I suoi occhi. Dentro potevi trovarci tutta Sao Paolo. Forse, il mondo intero.
Le palme, il faro, le nuvole bianche come il latte, e il mare. Quel mare che lì, davvero, aveva lo stesso colore del cielo. E il fondale, l’atmosfera, erano la stessa cosa.
Beatriz era fuggita dalla favela, dalle baracche coperte di amianto e vernice, dalla polvere che ti si deposita fino dentro le ossa. Beatriz aveva un sogno. Un sogno bellissimo.
– Puoi portarmi con te?,- gli aveva chiesto. Solo questo. Questo e – Ti prego,- disse. Ti prego.

Sdraiato sul letto abbassa le palpebre e immagina il colore della sabbia che si riflette negli occhi di una ragazza appena maggiorenne, con i capelli neri come la tenebra e la pelle al sapore di acqua di mare.
Dalle casse dello stereo, i vibrafoni gli arrampicano lungo la spina dorsale come a scalare una parete rocciosa. Il vuoto diventa materia, le percussioni scandiscono il ritmo spezzato del battito del suo cuore.

La città è scomparsa. Inghiottita dalla fame atavica di pace. Fuori dalla finestra c’è la spiaggia di Sao Paolo do Brasil. C’è il sole. Un gruppo di ragazzini gioca a pallone in costume, vicino a dove il bagnasciuga diventa nient’altro che il punto d’incontro tra la Terra e l’Infinito.
Anche se distanti migliaia di chilometri, dietro al vetro, incontra gli occhi di una ragazza.
Due occhi profondi come l’Oceano che dicono solo: ti prego.

I loop, profondi, ossessivi, somigliano ai suoi ricordi: e gli sembra di morire.
Ma è la cosa più bella che abbia mai provato in tutta la vita.

Samuele Pica

10. Fuck Buttons – Slow Focus

Data di Uscita: 22/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

In quel giorno di luglio, a Tulsa l’aria era umida e torrida e apparentemente immobile come l’asfalto infocato delle strade, non si muoveva di un soffio.
Summer cercava refrigerio nell’acqua della piscina gonfiabile in giardino: con i gomiti appoggiati ai bordi e un bikini verde menta che copriva a malapena le forme esplose all’improvviso all’indomani del suo tredicesimo compleanno, biascicava chewingum creando palloni enormi che faceva scoppiare sonoramente per attirare l’attenzione del suo aitante vicino di casa; poi prendeva la gomma da masticare con le dita e la estraeva dalla bocca in un lungo filo penzolante, fingeva di contemplare il cielo mentre sbirciava da sopra le lenti dei grossi occhiali a specchio sperando in una reazione interessata al di là della rete metallica.
Jim lucidava la moto ogni giorno, dopo pranzo, al centro del vialetto di ingresso alla casa, palcoscenico per la sua abilità nell’addomesticare i motori, per i suoi bicipiti gonfiati, jeans stretti e abbronzatura costante di ordinanza; un Narciso di periferia dagli scarsi ideali, si bullava poi la sera al bar con gli amici per le conquiste di cui aveva perso il conto. L’ultima era quella ragazzina alle prime armi con la malizia e la seduzione, e a lui piaceva troppo darsi delle arie come se non provasse alcun sussulto alla vista dei segnali lanciatigli a pochi passi da lui; in realtà veniva colto da un desiderio inconfessabile, proibito. Summer aveva solo tredici anni.
Hank e Miranda avevano ospiti e si davano un gran daffare intorno al barbecue per servire un arrosto che restasse indimenticabile nella memoria dei loro invitati. La villetta era stata rassettata alla perfezione in vista di quel pranzo tanto atteso, ma sul più bello l’aria condizionata aveva smesso di funzionare ed era stata rimpiazzata da un vecchio ventilatore trovato tra gli scatoloni del garage che sibilava fastidiosamente tra le conversazioni intavolate tra i commensali, la ventola di poco disassata andava a sfiorare il grigliato anteriore provocando delle vibrazioni moleste.

A un osservatore esterno, abbassando lentamente la focale a partire da quegli scenari, si dispiegava davanti agli occhi un tessuto urbano via via più articolato e fitto e in scala ridotta, dalla strada si passava all’isolato e poi al quartiere e infine all’intera area della città di Tulsa, Oklahoma. Una panoramica più complessa consentiva di cogliere un’infinita varietà di situazioni, e in ogni giardino, in ogni incrocio, ci si poteva imbattere in un Jim o una Miranda; bastava solo decidere quale spaccato scegliere.
La CNN da qualche ora aveva diramato un’allerta uragano, entro la notte era prevista una brusca variazione dei venti e la formazione di un vortice di immane potenza, ma la Tornado Alley delle Grandi Pianure era così profondamente avvezza a tali allarmi che ultimamente la gente aveva addirittura iniziato a diffidare di comunicati a loro avviso troppo frequenti e a scongiurare la paura rimanendo fedele alla propria routine.
In città da alcune settimane erano arrivati due ragazzi inglesi; a detta delle autorità si trattava di due esperti storm chasers specializzati in fisica al punto di essere in grado di ampliare le conoscenze relative alla previsione dei tornado, ma soprattutto di captare l’energia sprigionata dagli eventi atmosferici e tramutarla in altra forma innocua, una sorta di principio di conservazione dell’energia totale per intenderci. Andrew e Benjamin – questi i loro nomi – avevano preso in affitto un bunker sotterraneo al limite dei sobborghi occidentali di Tulsa, al confine tra l’abitato e le distese d’erba bassa senza soluzione di continuità; avevano portato con loro delle apparecchiature sofisticate accanto a strumenti più noti quali il GPS, quegli attrezzi mai visti suscitavano però alcune perplessità agli occhi dei locali intenditori del settore.

Il pomeriggio trascorse e venne la sera; l’aria, da umida e densa che era, prese a muoversi innescando correnti disordinate che col tempo si facevano sempre più insistenti. Summer e gli altri abitanti di Tulsa e dintorni si arresero all’evidenza e si videro costretti a mettere da parte i piaceri e le prese di posizione davanti a un cielo plumbeo foriero di cupi presagi. L’intera popolazione scomparve, la città precipitò in un silenzio irreale carico di attesa e inquietudine. Andrew e Benjamin, di contro, spalancarono la porta del bunker e uscirono in preda all’eccitazione e all’adrenalina, presero il vento in faccia e aprirono le braccia per essere, anche un solo istante, investiti dal connubio di correnti fresche e calde che di lì a poco si sarebbero sollevate mulinando poco lontano, al di sopra delle loro teste. Carichi degli strumenti portati, si avvicinarono gradualmente al fulcro del vortice mentre rovesci di pioggia impietosa avevano cominciato ad abbattersi sui loro impermeabili. Nel momento stesso che la tromba d’aria spiccò il volo in un turbine distruttivo, i due si schierarono nella spianata erbosa deserta dov’erano giunti e azionarono i dispositivi di contro-azione; la CNN era collegata per trasmettere in diretta lo scontro tra natura e uomo, nessuno riusciva a credere che potesse esistere una resistenza, o ancor più una risposta, alla forza atmosferica a cui già l’Oklahoma era stato costretto a piegarsi e cedere numerose volte.
Dissero che l’energia che scaturì dall’impatto fu di una potenza sconosciuta fino ad allora, il cielo fu investito da scie scure e fluttuanti frammiste a materia assimilabile a quella interstellare; ci furono esplosioni, un rumore di fondo di drone accompagnava le scintille e poi suoni prendevano a galoppare battenti tra i mulinelli fino a venire risucchiati per poi deflagrare di nuovo, dirompenti, dal cono del vortice. Quando anche l’ultimo dei synth si fu estinto, rimase una patina bianca accecante che occultò ogni cosa, talmente violenta da costringere a coprirsi gli occhi per alcuni secondi. Tolte le mani lo stupore generale fu inaudito, di quelli che si sa già che sarebbero finiti nelle pagine della storia: ogni cosa era rimasta al suo posto malgrado il tornado, niente s’era spostato nemmeno di un millimetro, e brillava di nuova luce.

Federica Giaccani

Great Thunder – Groovy Kinda Love (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 10/12/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La sedia risultò comoda. Non l’avrebbe detto a vederla. Immaginò però che se solo avesse avuto il modo di aprirla ne sarebbe uscito un odore sgradevole. Si immaginava un odore di vello appena tosato. Impregnato di un’immagine bucolica. Pervasa dallo sterco e dal fieno. Immagine che andava fortemente a contrastare con quello che vedeva al di là del vetro. Fuori da quell’ufficio. Aldilà. Là dove trascorreva gran parte delle sue giornate. Sulla catena di montaggio. Dove l’artificialità regnava incontrastata. Il martello sull’acciaio. Le seghe circolari lucide. Rotanti in una pioggia di scintille arancioni. Colorate da un calore a stento sopportabile. Ed intanto il martello sempre in sottofondo. A tenere il tempo. Regolare. A scandire il trascorrere delle ore. Entità indefinita sempre mutevole che non può essere trattenuta. Che però rimane incastrata nel suo volto. Tra le pieghe della pelle. Nelle sue mani. Tra le ossa sempre più cigolanti. Nel suo dire. Tra le parole sempre più aspre. Nei suoi pensieri. Tra i risvolti del non detto rimasto tra i denti. Nel suo umore. Tra le disillusioni ed i sogni nemmeno troppo ambiziosi mai realizzati. Il martello scandisce tutto con precisione da metronomo. Oltre il suo interlocutore poteva scorgere il farneticare frenetico delle anime del porto. Anime alla stregua della sua affannate a rincorrere sogni mai avuti. Con la schiena rotta. L’imprecazione sempre pronta sulle labbra. Un dire scurrile che sfocia con estrema facilità su passanti di qualsivoglia specie. Un’esistenza immutata sospesa tra carichi da scaricare. Bandiere dai colori cangianti. Pennacchi e vapore. Metallo opaco e assi di legno lucido. Magliette a righe. Berretti di stoffe esotiche. Pantaloni di fustagno indossati così a lungo da aver logorato lo stesso incedere della vecchiaia. Sì che questa evitava di imbattersi in quella tela blu dalle origini oramai dimenticate per adagiarsi nelle ossa di chi quella tela blu la vestiva.

Whistles, pennants and smoke are blowing. The ships
are signaling cordially with multitudes of flags
rising and falling like birds all over the harbor.

L’uomo di fronte a lui sembrava perfettamente incastonato in una poltrona che affondava i braccioli nelle sue lonze. Rimase sorpreso quando l’uomo si alzò con agilità. Un’agilità inspiegabile. Insospettabile. E cominciò a parlare. Con voce suadente. Lenta. Ipnotica. Dai contorni sgraziati. Ma seducente nella pienezza dei colori. Contenuti nei bordi. Sospesi a mezz’aria. Aggrappati all’odore persistente di un sigaro acceso chissà quando. Parlava. Parlava a lui.
Lasciamo perdere tutte le frasi scontate che si sentono dire. Se sono scontate vuol dire che siamo sotto Natale. Oppure che c’è stato un difetto di produzione. Altrimenti non ci sarebbe motivo di farle pagare meno. Non trovi? Quindi lasciamole stare. Diamole per scontato. D’altra parte è indiscussa la necessità di discutere saltuariamente di discussioni già abbondantemente discusse. Nonostante la ridondanza degli argomenti. Nonostante i termini siano abusati. Nonostante un’apparente vacuità delle parole.
Era difficile stare a seguirlo. Su e giù per pensieri incongrui. Tra le calli e le rughe del suo filo logico. Lastricate di marmo bianco e guano. E nella sua mente sovvennero dei versi origliati un pomeriggio remoto. Sospirati da due labbra femminili. Un viso sottile. Capelli biondi. Sussurrati ad una lettera vergata in caratteri voluttuosi.

while horns are resounding in your beautiful ears
that simultaneously listen to
a soft uninvented music, fit for the musk deer

L’uomo cominciò a camminare. Sincronizzando il suo incedere un po’ impacciato con il suono del martello che proveniva dalla linea di produzione. Sì che sembrava che quel suono preciso e temporalmente equidistanziato fosse prodotto inspiegabilmente dal suo piede che si andava ad adagiare sul pavimento.
Quindi ora eccoci qua. E sembra un’eternità che siamo uno di fronte all’altro. Come ogni volta. Ad affrontare questioni bollite e ribollite. Conquistati entrambi da una recidività che forse ci appartiene nel profondo. Due anime aggrappate con tenacia alle facce opposte della stessa medeglia. Che si inseguono senza convinzione. Nella speranza che l’altro scappi più veloce.
Lo sapeva cosa voleva dire. Eppure lo guardava con gli occhi vuoti. Un che di già sentito. Agghindato a festa per l’occasione. Il pargolo che la domenica viene vestito dalla madre addobbata di bigotteria. I capelli pettinati a modo. Il laccio col fiocco al collo. I calzini a coprire i polpacci. Una benevola apparenza che non riesce a nascondere una fionda malvagia sempre tesa e pronta a sfregiare altri bambini. Venne trascinato da quell’immagine in una strada della sua infanzia. Un’infanzia che ricordava a stento di aver vissuto. Un’innocenza mai avuta. Nato figlio di puttana. Allevato come tale. In quell’immagine si ricordava Mary rimproverarlo. Mary. Mary dal seno prosperoso e labbra così rosse da far impallidire una veste vescovile. Mary. Che lo rimproverava. Con una dolcezza indefinibile. Con una durezza indimenticabile. Un copione che solo una puttana poteva recitare con tale maestria e sregolatezza. Con tale perspicacia e convinzione.
Mio caro. Le linee di condotta non viaggiano mai parallele ai binari del carro bestiame della vita sul quale ci troviamo e che ci sta portando chissà dove. Le linee di condotta sono tracciate da chi la sera non visto alza il gomito in un locale nascosto tra quei bassifondi che egli stesso tanto disprezza. Si disseta. Trangugiando quella bevanda di contrabbando che noi povere bestie agogniamo per poter dimenticare di essere su questo fetido vagone. A piedi nudi su paglia ed escrementi. Agogniamo la pozione dell’oblio. Non piangere. Le lacrime annacquano il contenuto del bicchiere. Asciugale. Tu sei un figlio di puttana. E quel damerino dovrà imparare a tirare con la fionda infilata nel culo se vorrà ancora colpire il mio amore.

and suddenly you’re in a different place
where everything seems to happen in waves
[…]
and the songs are loud but somehow dim
and it gets so terribly late

L’uomo aveva preso a camminargli intorno. Il ritmo delle sue parole era rimasto immutato. Il martello dopo aver taciuto per qualche istante riprese. Irrefrenabile. Inamovibile dal sottofondo.
Ora. Io e te sappiamo quello che dobbiamo dirci. Dovremmo contrattare tra un’ideale e l’altro. Tra un numero ed un altro. Insospettabilmente minore. Da una parte. Ma ribaltando la testa a ridosso dei ruoli che qui noi ricopriamo opposti ed inconciliabili tutto ciò appare esagerato. Ma non credere che le differenze non siano poi così estreme. Se dovessimo cominciare a parlare con la lingua l’uno dell’altro cambierebbero forse i termini ma non la sostanza. Io e te partiamo da presupposti diversi per giungere a conclusioni distinte. Le nostre convinzioni camminano su circonferenze concentriche.
Alle sue orecchie quella conversazione sembrava assumere delle sfumature da varietà. Un cabaret in un anfratto per dilettanti. Avrebbe dovuto per l’ennesima volta sopportare un insulto o una minaccia non esplicitata? Avrebbe creduto di nuovo di poter prendere la bandiera e chiamare a raccolta le speranze sue e dei suoi compagni?

We can […] play at a game of constantly being wrong
with a priceless set of vocabularies

Io te lo dico con tutto il tatto che posso avere. Se vuoi posso provare ad aggiungere anche gli altri quattro sensi. Ma sappiamo entrambi che capiresti anche facendo a meno del mio tono. Delle mie tonalità. Ormai capiresti anche se fossi sordo cieco e muto. Basta giocare.
Guardò aldilà del vetro. Tutto aveva l’aria di essere asettico. Lucido. Un set cinematografico costruito per immortalare una scena di cartapesta senza calendari. L’unica nota di realismo era intonata dal sudore fin troppo vivo sui volti scuriti dalla polvere venuta da chissà dove. Il martello che risuonava senza sosta simboleggiava la loro vita. Spesa a sbattere contro qualcosa di inscalfibile. Mentre fuori tutto sembra muoversi a velocità irriducibili. Trascinando con sé un entusiasmo tenace. Grida estatiche. Mentre dentro gli stronzi continuano a galleggiare a pelo d’acqua. Ed i figli di puttana invece affondano.
Si era innamorato. Molte volte. Ma mai aveva provato per una donna gli stessi sentimenti provati per Mary. Giunonica Mary. Divina Mary. Ma non di quelle divinità da altare. Candidamente descritte nel fiore degli anni. Virginee figure che ignorano il piacere più umano e sincero. Che forse capiscono quale sia il dolore della morte. Ma che non riescono a concepire quale sia il dolore di vivere. No. Mary era una divinità diversa. Terrena. La cui pelle sapeva della stessa strada sulla quale camminavi tutti i giorni. I cui capelli odoravano della stessa vita che impregnava il porto. Una vita di merda. Mary. La Madonna del porto.
Tu mi ricorderai per le mie tette. Piccolo figlio di puttana. Non per le mie parole. Tu uccideresti preso dalla gelosia. Invidioso di chi si attacca ai miei capezzoli e poi grida di piacere disturbando il tuo sonno inquieto. Ma sappi che tu ai miei capezzoli ti sei sfamato senza tirare fuori neanche un nichelino. Ingrato. Io t’ho svezzato. E tu mi ricorderai per le mie tette.
Mary aveva sbagliato. Ma Mary non era una di quelle divinità da altare. Capace di vedere nel cuore di chi la pregava. Onnisciente. La Madonna del porto era una divinità più alla mano. E quando quella mano si infilava lieve nei pantaloni ti sentivi perdonato di tutti i peccati. Ciononostante. Lui la ricordava per le sue parole. E se solo quel martello fosse uscito dalla sua testa sarebbe riuscito a ribattere allo stronzo che lo guardava da quelle piccole fessure tra il grasso che qualcuno avrebbe potuto scambiare per occhi. Sarebbe riuscito a ribattere come avrebbe fatto lei. Ma quelle seghe circolari gli stavano affettando la lucidità. La determinazione. Non proferì parola.

[…] I’m afraid
if it’s wheat it’s none of your sowing,
nevertheless I’d like to know
what you are doing and where you are going.

Uscì da quell’ufficio con un’aria gravida di sottotesto. Zuppa di parole non dette. Fradicia di rabbia inespressa. Si fermò in mezzo ai macchinari. Estraniato da quel luogo che lo aveva sempre visto come forestiero sgradito. Per un attimo sembrò calare il silenzio. Per un attimo sembrò che quell’edificio dalle vaste vetrate sul soffitto fosse diventato un’antica chiesa. Vuota. Pervasa dall’odore di incenso. Attraversata dall’eco dei canti sacri intonati in un passato indefinitamente remoto. I compagni lo guardarono in attesa di un segno. In attesa di una sola parola. Ma lui non era una divinità come Mary. E non era neanche un profeta. Pensò a tutte le parole trangugiate e vomitate nei mesi trascorsi. Pensò al grassone dietro alla scrivania. Pensò alle tette di Mary. Pensò a tutti i bei discorsi su diritti e lotta di classe. E la tettonica a zolle. E la Cappella Sistina. E l’elettricità e la macchina a vapore. E vaffanculo al capitalismo. E le tette di Mary. E l’occupazione. E l’esproprio proletario. E lo sciopero generale. E le tette di Mary.

The waves are running in verses this fine morning.
Please come flying.

Vieni da me Mary. Ti prego. Torna da me.

Pietro Liuzzo Scorpo

(In corsivo versi di Elizabeth Bishop)