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Chantal Acda – Let Your Hands Be My Guide

Data di Uscita: 11/11/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Tratteggio di matita flebile i margini delle strade che mi accolgono da quando sono nato. Bianco e Nero su carta appassita. L’ho trovata in un cassetto pieno di fogli. Sono quelli su cui, per premurosa distrazione, hai versato una tazza di tè con un movimento sconsiderato dandomi il quotidiano abbraccio appena rientrato a casa. Li guardo. Sembrano trascorsi molti anni, in realtà pochi mesi. È solo tè.
Non è neve imbrattata quella su cui camminano i miei piedi scalzi. Sono polvere e macerie della pasticceria all’angolo del viale, dove amavi recarti le mattine dei primi di settembre, perché non è mai tardi per un gelato, per redimere l’estate trascorsa come ogni anno troppo velocemente. Per dimenticare che è quasi ora di tornare alla routine frigida di laptop e impiegati. Per fingere d’esser capaci di fermare il tempo, così da poter risparmiare a noi stessi la sofferenza di vedere sbiadire, per l’ennesima volta, i colori delle rassicuranti perfezioni che plasmiamo ad arte di sognatori.
È dall’ultimo confronto che vivo in uno stato di totale disillusione. Non ho mai pensato ci fosse un modo giusto di affrontare quel che la vita ci propone. Di affrontarci. Non c’è sacrificio e non c’è attesa. Ma è inevitabile costruire aspettative, come si innalzano i ponti sui fiumi. Per cercare un confronto, forse per altri una via di fuga. Ed è naturale; almeno quanto lo è il trovare aride distese inospitali dall’altra parte. Siamo noi stessi a complicare qualunque stato come ragni che intessono trappole di tela. È affascinante e spaventosa al tempo stesso questa duplice condizione di predatori e prede (di noi stessi). E qualsiasi risposta proveremo a darci sulla natura di questa dicotomia, risulterà inevitabilmente approssimativa. Bianco e Nero, ogni passo compiuto risuona come un’entità ingombrante che si aggiunge alla coscienza del fatto che comunicare è impossibile e tentare di farlo è quasi insensato. Forse è questo che manca, l’accettazione, la resa. Lasciarsi annegare nell’Avon e mantenersi lucidi di fronte a un sentimento che chiude il suo sguardo su di noi e, con esso, anche il mondo attorno perde poco a poco colore, dignità, dimensione. E crollano le gelaterie, si dissolvono interessi e piaceri che avevamo costruito sui grigiori delle realtà comuni. Non restano che macerie su cui camminare scalzi.
A queste condizioni, la musica sarebbe meglio se sparisse.
Pensavo a tutte quelle mattine in cui perdevo dieci minuti a scegliere la canzone giusta prima di uscire dal portone del condominio. Con la mano sinistra sulla fredda maniglia rovinata da troppe carezze, gli occhi che viaggiavano su uno stato d’animo ammorbidito dai volti di un sogno sulla soglia dei ricordi, cercavo la melodia rivelatrice. Per tornare indietro di qualche ora o avanti di millenni, in compagnia di volti che emergono dall’acqua, di corpi formati da granelli di sabbia.

La chiamavano Madame Bonheur, anche se il suo aspetto evocava sentimenti di natura opposta. Una donna dai lineamenti africani, di mezza età, completamente vestita di un nero sbiadito. I capelli ispidi cortissimi, gli occhiali scuri a rendere ancora più indecifrabile un’espressione offuscata dalle ombre della notte. Camminava appoggiando solo la punta delle scarpe, le ginocchia un po’ piegate, con un’andatura instabile e claudicante.
Arrivava sempre al momento giusto, infatti salì sull’autobus senza dover aspettare nemmeno un istante.
Si sedette vicino a lui, ma Jason vide solo una figura sbiadita riflessa sui vetri appannati, con le gocce di pioggia a rendere confusi quei contorni.
Non si girò quando avvertì una presenza al suo fianco, aveva smesso da tempo di chiedersi se sarebbe mai tornata. Se quel tocco leggero che gli sfiorava il gomito mentre era circondato da persone che aspettavano di attraversare la strada, se quella chioma ondulata che camminava cento metri davanti a lui, fossero la dimostrazione che si, si era sbagliato. Che in quegli occhi non c’era scritta quella parola che le sue orecchie si erano rifiutate di sentire. Che non era successo.
Madame guardò fissa davanti a sé, e non avreste potuto dire se fosse cieca o se fosse l’unica a vedere veramente. Appoggiò la borsa sulle ginocchia e dopo un paio di minuti, con la testa un po’ inclinata verso destra, bisbigliò a bassa voce “spero di riuscire ad arrivare dove desidero…”.
Jason non si girò a guardarla, perchè i suoi occhi in quel momento erano ciechi come quelli di Madame Bonheur… ricordava perfettamente l’espressione che aveva sul viso l’ultima volta che la vide, con quello zaino azzurro e grigio sulle spalle. Un sorriso, lieve ed enigmatico, su un volto estremamente bello. I capelli lunghi, ribelli e spettinati, raccolti dietro l’orecchio destro, scendevano lungo la spalla sinistra. Risaltavano sullo sfondo di quel maglione bianco con quelle maniche così lunghe, che formavano tutte quelle pieghe all’altezza dei polsi, nascondendo quelle mani senza smalto, con tre o quattro anelli d’argento. Le aveva viste così poche volte… la prima volta che si erano presentati lei aveva aperto la mano per stringere la sua, e quello che per lui in quel momento era un gesto modesto, in futuro, ora, era un ricordo prezioso. Qualcosa a cui non aveva mai dato importanza, di cui non si era mai reso conto. Un segreto esposto. Un canto rivelatore atteso da una vita intera, che sussurrava di togliere la mano dalla maniglia e di aprire la porta su un mondo che può essere compreso solo se si riesce ad accettare il cambiamento, e ad esserne parte.
Un tassello bianco che brillò solo per un istante nel patchwork dei sogni assopiti tessuto all’interno della borsetta di Madame Bonheur.
Con il colore verde, simbolo di un pranzo offerto su un prato d’erba.
L’azzurro trasparente, un vetro che trattiene legno e note.
Il nero di una pagina scritta per non essere letta.
Il rosso dei contorni curvi, spariti per poco alla vista, tornati come promessa rinnovata.

Giulia Delli Santi & Filippo Righetto

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