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Kevin Morby – Harlem River

Data di Uscita: 26/11/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

“I miei pensieri vagano nel Grande Vuoto”
CHIH-KANG

Ho un posto dove mi rifugio da tutte le chiacchiere maleodoranti, dove posso ascoltare la voce di un’unica massa di molecole d’acqua in movimento. Quella è la mia stessa voce, che non sapendo esattamente dove stia andando parte dall’alto delle montagne per poi finire in una distesa immensa di parole non parlate, quella è la tua voce.
È un drago silenzioso in mezzo a una folla delirante, questa è la mia tana, la tana del mistero, dove tra palazzi e ponti colossali c’è spazio per alberi-enigmi e l’apparente desolazione delle canne che spuntano dall’acqua che diventano colonne sacre dove si posano gli antichi uccelli portando storie millenarie. Uno di questi, il felice bluebird, mi ha raccontato una storia che si tramandano i volatili da almeno un secolo.

Sulla riva di quel fiume, forse proprio dove si trova il mio rifugio, c’era un pescatore, un mistico, forse un santo, che si stendeva a meditare. Non odiava in fondo gli esseri umani, ma sopportava poco le loro chiacchiere. Aveva portato il suo corpo in tutti gli oceani ed ora che il corpo si era fermato, la sua mente invece non riusciva più a fermarsi. Sotto al suo sguardo sereno si celava una grande saggezza, dalla sua bocca usciva solo la sua semplice parola piena di sapere, ma ora inseguiva qualcosa di diverso, di indefinito. Così posava a terra il suo grande cappello e si sdraiava sull’erba, fissando l’azzurro dei suoi occhi contro quello del cielo e rimaneva così, in silenzio, facendo vagare i suoi pensieri in un non-luogo in cui cercava lui stesso di arrivare.
Un giorno un ragazzo, in un misto di disprezzo ed interesse, gli si avvicinò per sapere cosa facesse lì tutto il tempo a fissare il cielo, ma appena gli fu vicino gli presero le vertigini di fronte a quell’uomo che sembrava un semidio, una figura mitologica, un oracolo dagli occhi ghiacciati. Stava parlando una lingua sconosciuta, pareva che recitasse una preghiera. Appena finì vide il ragazzo che lo guardava da qualche metro di distanza.
– Che vuoi ragazzo?
– Beh… io… ma in che lingua parlavi? Che stai facendo?
– Sto spargendo nel vento la saggezza e il sapere.
– Che significa? Cos’era? E che lingua era?
– Cinese… era una poesia vecchia di secoli. Sto tornando indietro, ridiscendendo la vita: gli oceani, il magma… le stelle. Mi muovo sempre meno per viaggiare senza tempo nella Via.
Il ragazzo rimase senza parole e dopo aver esitato un po’ scappò via. L’uomo sorrise, si mise il cappello in testa e se ne andò col suo calmo passo veloce verso una meta che nessuno conosceva.
Il giorno dopo tornò alla stesso punto. Dopo un lungo, ultimo sospiro, si sciacquò la faccia e posò il suo cappello sull’acqua che se lo portò subito via. Poi si tolse i vestiti, li ripiegò e li mise a terra con una pietra sopra per farli rimanere fermi. Rimase nudo, con l’acqua che gli colava dalla barba sull’addome. Cominciò lentamente a ruotare su sé stesso, sempre più velocemente, finché sembrò che il suo corpo si rimpicciolisse e cominciasse a cambiare colore. Continuò ancora questo piccolo turbine che diventava sempre più azzurro e minuto. Ben presto fu chiaro che quel pescatore stava compiendo la sua metamorfosi, il suo viaggio senza tempo attraverso la vita, passando dalla forma umana a quella di bluebird diretto verso il cielo, per diventare a sua volta cielo.
Le schiere di uccelli raccontarono di aver poi visto quel loro compagno dissolversi nei cieli più alti, irraggiungibili, fino a disintegrarsi, inondando per un istante l’intero universo con un’azzurra luce madreperlacea.

Ed io che non so niente, come tutti gli uomini che mi hanno preceduto e come quelli che verranno, mentre penso a quel me stesso di cent’anni fa e a quelli futuri, perduro nella mia condotta, agendo come la canna che si flette e si rialza vivendo sotto la danza delle costellazioni, e che verrà portata via dall’acqua del fiume Harlem.

Marco Di Memmo

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