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Nils Frahm – Spaces

Data di Uscita: 18/11/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Niente, avevo fatto appello al mio scarso autocontrollo, alla razionalità, e alla fine mi ero perfino aggrappato disperato all’appiglio dei doveri, stringendo la presa come meglio potevo. Non c’era modo di tenere a freno quei movimenti nello stomaco né l’aumento di battito cardiaco, intorno a me i genitori degli altri bambini intavolavano conversazioni rilassate coi cappotti ancora abbottonati, accarezzavano le teste dei loro figli per rasserenarli con la sicurezza esperta tipica di un genitore, rivolgevano loro sguardi amorevoli per poi tornare a parlare con chi capitava a tiro. Tu stavi ritta e fiera e tenevi al petto, gelosamente, gli spartiti; mi osservavi e in qualche modo assurdo avevi compreso che i ruoli si erano ribaltati in un cortocircuito di emozioni esplosive, non dicevi nulla per non smascherare la mia inadeguatezza di padre alla presenza di miei – supposti – simili, e aspettavi buona il tuo turno. Ti saresti seduta al pianoforte di lì a mezz’ora, quel vestitino rosso col colletto bianco era delizioso addosso a te. Tua madre al mio posto sarebbe stata all’altezza della situazione, luminosa e disinvolta come tutti gli altri; sfortunatamente la vita non era stata affatto benevola e ce l’aveva strappata via due anni prima, in un’estate di sudore, ospedali dall’odore intenso di disinfettante e città deserta. Alcune immagini di corse e dolore mi riaffioravano dalla memoria anche in quel momento che stavo combattendo con un’emotività che non ero mai riuscito ad addomesticare.
Mi avvicinai di colpo a te, Sabine, un veloce bacio sulla fronte, qualche rapido passo e uscii fuori dalla hall del teatro. Mi sistemai defilato in un angolo dell’edificio con le spalle appoggiate al muro.
Affondai il respiro nella lana grossa della sciarpa, gustandomi il silenzio e la vista dei lampioni tutti uguali, in batteria, che si perdevano prospetticamente lungo il viale; l’umidità esagerata rendeva impercettibili i contorni delle cose, anche i chiarori dell’illuminazione avevano le sembianze di macchie gialle sospese che fluttuavano tra gli intervalli di buio. Una sola sigaretta, per congelarmi le dita delle mani e stabilire un certo distacco da quello che sarebbe successo poco dopo, il tuo debutto sul palcoscenico davanti a numerose famiglie e sconosciuti lo sentivo anche un po’ il mio.
Pensavo anche che, dal momento in cui avevi espresso la volontà di dare ascolto alla tua passione per la musica, l’esistenza stava tracciando un cerchio invisibile attorno alle nostre vite mettendo ogni cosa al suo posto, facendo quadrare i conti: d’altronde io e Theresa c’eravamo conosciuti a lezione di piano. Ricordo ancora quando ti accompagnammo insieme alla scuola dove avresti preso le lezioni, il primo giorno in cui temevi di incontrare un maestro troppo severo. Gli occhi miei e di tua madre brillavano in un’intesa profonda e ancora viva, eravamo così felici di vederti desiderosa di imparare a far danzare le dita tra i tasti bianchi e neri in melodie variopinte. Ti immaginavamo assorta ma anche libera e selvaggia mentre avresti suonato, come quando ti piace saltellare leggera in un giorno di festa.
Mi sarei lasciato trasportare per ore dal filo teso dei ricordi, ma era tempo di rientrare, tornare da te, essere un padre affidabile e presente, accompagnarti dietro le quinte. La mia mano fredda tremava ribelle, la tua calda acuiva i contrasti e saldava la stretta. Il signor Frahm, il maestro, ci venne incontro e appoggiò gli occhi sulla mia inquietudine, era molto giovane ma aveva l’aria di chi già sapeva molto del mondo, oltre che della musica. Mi cinse la spalla con un braccio, quel gesto tanto spontaneo quanto significativo mi fece sentire sicuro e riappacificato, e se ne andò. Sabine sorrideva trepidante, in un lampo svanì nei camerini lasciandomi solo.
L’esibizione fu splendida, non solo per gli occhi di un padre disabituato all’imparzialità: il maestro aveva studiato una successione di brani che racchiudevano sapori classici e contemporanei, mai noiosi né ripetitivi; i bambini si divertivano visibilmente. La poltrona accanto alla mia era vuota, tuttavia avvertivo il calore di Theresa, come se fosse seduta lì per la durata intera del saggio. La complicità, l’orgoglio, l’amore immutevole e imperituro, la serenità.

La sala si era lentamente svuotata e i presenti s’erano riversati nella hall dove avevano ripreso a parlare tra loro come quando erano da poco arrivati; attendevo Sabine fuori dai camerini, travolto dall’euforica gioia dei ragazzini soddisfatti e felici. Il signor Frahm sistemava i fogli delle partiture musicali, appena mi vide mi invitò ad avvicinarmi. A quel punto mi ero sciolto ed ero pronto per una conversazione decente, mi porse un vinile con una panoramica dall’alto in copertina, tastiere e pianoforti e un uomo chino sui propri strumenti – era lui. Mi introdusse al suo nuovo lavoro pubblicato da poco, ci tenne a puntualizzare che le vibrazioni scaturite da una registrazione dal vivo sono necessariamente più autentiche e prorompenti di qualsiasi creazione in studio; mi spiegò le sue derive sperimentali a partire dal suono canonico del piano, come si intrufolavano le tastiere e l’elettronica per accompagnare percorsi già battuti dando loro inedite e mutevoli sfaccettature. Era al corrente del mio amore per la musica, sapeva di farmi cosa gradita con quelle spiegazioni affascinanti.

Girato l’angolo c’era un caffè che aveva aperto da poco e fuori faceva un gran freddo; era la serata ideale per nuove chiacchiere con mia figlia e una bella persona che pareva conoscerci e musicare le nostre passioni, da sempre.

Federica Giaccani

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