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Howe Gelb – The Coincidentalist

Data di Uscita: 05/11/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Un’enciclopedia vivente del rock alternativo. Il capitano di un vascello che è più che altro un mood, come ama precisare lui. E un collettore instancabile di influenze. Un temerario improvvisatore della provincia dimenticata, quando non irrisa, dai fuochi fatui di mode accese e ravvivate rigorosamente altrove. Un mestierante canagliesco e un rabdomante di talenti, anche suo malgrado.
Ma prima di tutto, un volto. Uno di quelli memorabili.
Ecco. Chi lo cercasse, ne tenga conto: Howe Gelb è la faccia che indossa. Una fascinosa maschera da attore sciamano, tra il Vincent Price meno tetro e l’introvabile Macchia Nera in licenza dal cappuccio. Il significante perfetto per il suo cuore di tenebra, ma senza durezza, ché sotto la vu implacabile di quelle sopracciglia scolpite c’è un occhio sempre un po’ più pigro dell’altro, a umanizzarlo. Il bel pizzetto nero luciferino di ieri si è infoltito sino alle ragguardevoli dimensioni di una barba professorale – più sale che pepe, a esser franchi – e questo non può aver risparmiato un mito pure così duraturo. Già intaccato peraltro dalla sua notoria passione per i cappellacci western e le giacche di jeans a buon mercato, e caduto infine sotto i colpi di quello che sembra un fotomontaggio, ma non lo è. Lui sovrastato da una tenera mandria di gattini. Così, per lo stucchevole diletto del popolo della rete o per compiacere le richieste della figlia bambina. Talula, non la splendida Indiosa Patsy Jean, già avvistata al suo fianco sul palco dai nostri occhi increduli.

Più portato nel dispensare bellezza che nomi, il vecchio Gelb. Con la sua creatura più nota campa di questo da oltre trent’anni, ere di fedeltà e psichedelia parimenti basse, scurissimi boogie, divagazioni riarse, blues sgretolato e caos da elargire a piacimento. Per non parlare dell’elettricità nervosa di quando Seattle era il centro del mondo e persino lui, trentacinquenne senza baffi, si arrese alle lunghe chiome ondulate e alla flanella. Ma oltre i Giant Sand, ben prima che l’aggettivo andasse incontro a duplicazione enfatica con l’ingrossarsi della sua ghenga, Howe si è tenuto occupato con una moltitudine di progetti diversi. Dal country à la Hank Williams della Band of Blacky Ranchette alla fascinosa povertà di Arizona Amp & Alternator o l’ammaliante cantautorato della sigla OP8, con Kurt Wagner, i Grandaddy e Lisa Germano ospiti rispettivamente. Ricordi sparsi tra i novanta e i primi anni zero in realtà, quando da Neko Case a Steve Wynn, da P.J. Harvey a Vic Chesnutt, Victoria Williams e Juliana Hatfield, sotto la residenza Gelb a Tucson c’era sempre una fila di stelle del firmamento alternative. Amici in visita e qualche occasionale scoperta: un M. Ward ancora perfetto Carneade, Tommy Larkins prima della conversione a Jonathan Richman, e il duo Burns & Convertino, fuoriuscito dopo un quindicennio di onorato servizio per passare all’incasso grazie al marchio Calexico. In ultimo, l’approdo in terra danese dove Howe ha trovato la propria America, un terzetto di musicisti in perfetta sintonia con il suo mondo a parte.

Ma questa storia è vecchia di dieci anni, anche se la squadra vincente non si è più cambiata da allora. Nemmeno nei cosiddetti lavori solisti. Dischi invariabilmente curiosi, nel cilindro il coro di una chiesa battista, una terna di chitarristi flamenco oppure i soliti noti, fa lo stesso. Dischi che il cantante non ha mai smesso di pubblicare, inflazionando di tanto in tanto le uscite, come nel corso di un 2013 che lo ha visto due volte – letteralmente – metterci la faccia. Ancora lei, quella di cui è facile invaghirsi soprattutto quando è la propria. Bronzea. Seppiata, meglio, come le istantanee di un bandito ai tempi della frontiera. Con il copricapo d’ordinanza la prima, senza la seconda. Dove il buon Gelb si offre all’obiettivo come un maturo gentiluomo, trasandato ma romantico, incespicante e seducente, in quell’abito che ne ha viste tante e pure continua a far sensazione. Il tocco è leggerissimo. Frugale. Profuma di vecchio appartamento, un tantino dimesso ma ancora confortevole. A restar impressa è la polvere, l’inchiostro con cui verga i suoi brani dalla notte dei tempi, oltre a una certa elegante approssimazione. Una pigrizia benevola, da cuori pacificati, che mette a proprio agio l’ascoltatore dopo avergli rivolto la più cordiale delle accoglienze.

Il casualista del titolo è anche un pauperista. Incidentalmente, come tiene a puntualizzare lui. Un disingannato, a caccia di oasi d’incanto dentro di sé. Per nulla incattivito da pose inesorabili, a differenza del fatalista Hugo Race. Addolcito semmai, dalla bellezza di pochi dettagli preziosi che ha il vizio di confondere con i ricordi: il violino di Andrew Bird o la compagnia del consumato Will Oldham, ad esempio, che possono passare tranquillamente per scherzi di un’immaginazione troppo generosa. Il suo è un deserto macchiettato di fiori inattesi e scorci che sorprendono, popolato da un’umanità marginale ma dignitosa pronta a trascolorare nell’epica letteraria. Il taglio si conferma quello bozzettistico delle recenti prove solitarie. In confezione povera ma non miserevole, così da dare respiro alle proprie esigenze di disimpegno. Schizzi disadorni con occasionali affrancature jazz, ipotesi di canzoni che conservano pur sempre una loro compiutezza non preventivata e poco convenzionale. Gemme lacunose a bella posta, fantasie sghembe e disarticolate come il pianoforte di “The 3 Deaths of Lucky”, che par quasi risuonare dal passato e guarnisce il duetto con la scozzese K.T. Tunstall di scheletrica ironia. L’intimismo non si chiude nel confino di uno sterile quadretto. E’ una mattonella umorale in superba armonia con quelle più prossime e con l’ambiente tutt’attorno, spoglio ma mai arido.

Non manca il teatro di sabbia e scaglie e detriti: la trapunta ghiaiosa dove prendono corpo i miraggi riverberati degli ultimi Giant Sand. I cui contrasti, tuttavia, restano attenuati da una visuale inedita e finalmente tersa. “An Extended Plane of Existence” vale come nuova declinazione di un verbo antico, e la sua delicatezza sa di placida resa al sonno. E’ una tranquillità domestica a quietare, appagandoli, i fantasmi e le ombre dei giorni che furono. Tradotto in moneta sonante, le spirali rumorose non sono più sporcature ma semplici scie, lasciate in dissolvenza dalla ragione che si rilassa. Il folk dell’erosione vive di queste correnti calde e minimali. Scolpisce i paesaggi di un’anima inquieta per temperamento ma mai così padrona di sé, prima d’ora. Anche nel buio feroce di un monologo interiore, nuovi bagliori risplendono. Dolci i coretti infantili, un velluto la scorta del piano, affilato il picking. Qua e là Howe recita più che cantare, a mezzacosta tra candido gospel straccione e rimasugli rock, dall’inesausto giacimento di “Chore of Enchantment”. I non-finiti in creta che prendono forma tra le mani sono ibridi dei suoi. Pungenti, amabilmente squilibrati, senza mete prefissate e senza ansie da prestazione.
Fin troppo facile, allora, regalare loro un soffio di vita, o la profondità che rivelano a uno sguardo più attento: gli basta aggrapparsi alle meraviglie di quella sua voce inconfondibile, da spirito notturno che mitiga e irretisce. E apporre in calce la propria smorfia di bronzo, naturalmente.

Stefano Ferreri

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