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Black Hearted Brother – Stars Are Our Home

Data di Uscita: 21/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Da via Porticella**

Mis pasos en esta calle
Resuenan
En otra calle
Donde
Oigo mis pasos
Pasar en esta calle
Donde
Sòlo es real la niebla*

Aveva le fattezze di un sogno via Porticella quando nelle sere d’autunno una nebbia leggera si abbassava a bagnare il sonno dei piccioni e il dorso scarno dei gatti affamati. G. e R. scendevano allora per quel palmo di strada lungo i vicoli deserti della città addormentata, cedendo di tanto in tanto il passo alle forme improbabili quanto perfette dei batacchi appesi ai vecchi portoni in legno. Sollevandoli dalla loro posa, senza abbandonarli al ghigno della gravità, e riposandoli lievemente sul battente, come un fiore che si flette a sera, immaginavano a come doveva essere quel tempo in cui il suono di ferro si spiegava al di là del portone a cadenzare il giorno nel vuoto delle scale. Appariva difficile resistere alla tentazione del colpo forte e secco che schiudesse la notte come la punta di un cacciavite su per l’ano di una noce di cocco. G. avrebbe voluto battere affinché qualcuno aprisse, una vecchia signora dalle mani calde e nodose, forse sua nonna – che sarebbe apparsa piena di vita come quando lui aveva appena cinque anni, e, allungandogli una mano, l’avrebbe guidato trionfante all’ultima luce sul terrazzo, al pomeriggio già lontano nel cigolio di una spagnoletta, all’odore inebriante della focaccia con le patate.

Al passaggio silenzioso di quell’aria densa e bianca, la città scompariva mollemente, e quel che rimaneva, oltre ai batacchi che parevano non dormire mai, erano i brandelli dei canali di scolo che si arrampicavano lungo i muri stinti delle case e un vecchio cane che abbaiava la sua vecchiaia oltre il buio dei tetti. Sembrava trattenere nel suo verso di solitudine gli angoli di un pavimento bagnato, le mosche morte e il tepore di una ciotola di quel novembre uggioso. Inquieto, come se l’indomani avesse dovuto saldare un debito che non sarebbe riuscito a pagare, G. trovò la mano di R. e si mossero per far visita al Signor P..

Bocca sdentata, grosse lenti da vista, capelli bianchi raccolti sulla nuca e voce arrochita dal fumo, il signor P. se ne stava seduto con sorprendente eleganza dietro un tavolino e un bicchiere vuoto. Ai suoi piedi Leone si leccava diligentemente le zampe, Stella sonnecchiava. Avvolto in un lattiginoso cono di luce al neon, che tornava minimo ai margini delle grosse lenti da vista, il Signor P., intrecciando filamenti d’erba e tabacco in una cartina opaca, raccontava con tono solenne delle sue rocambolesche avventure in Marocco. Vinto da feroci attacchi di tosse, lasciava momentaneamente i suoi ricordi, rimbalzando cogli occhi infuocati nella piccola stanza, che non era altro che fumo e sabbia, attracchi di cammelli e narghilè, tappeti volanti e occhi di donne bellissime.

Ma quelle immagini meravigliose che erano venute da lontano, condotte da un vento caldo e definite da una luce dorata, erano destinate a sospendersi, a cercare, spinte dal fumo, una dimensione altra, latente, forse superiore, un soffitto basso e bianco. Allora egli, riprendendo il fiato, urlava divertito contro Leone, spiegatosi fieramente nel suo folto pelo, sul divano, come a dominare le meravigliose campagne intorno alla città; campagne la cui ombra resisteva in una mela bucherellata, una corona di mandarini con due melagrane al centro e una foglia secca su una mensola. Così la polvere del deserto mutava nella luce ranciata che al tramonto insedia i tronchi caldi degli ulivi. E via di questo passo in un vertiginoso salto sulla voce di una radio che era tutto un fruscio e singhiozzi nel silenzio che li aveva predati senza alcun avviso.

Ed era da uno di questi vuoti di tempo e di spazio, da queste fenditure che lasciavano intravvedere le cose, che d’un tratto, una lontana estate emergeva luminosa sotto il peso del gomito del Signor P.. Accasciato nel suo viaggio, se ne stava in un angolo del tavolino. L’ombra si deformava sulle mattonelle chiare a disegnare un parallelepipedo con un cono rovesciato sopra che parlava chiaramente di quel tavolino basso e in ferro che era stato a lungo in terrazza – ancora una terrazza -, un tavolino roso dal tempo e dalla pioggia, che aveva retto da sempre, cedendo un poco in verità, la presenza massiccia di un grosso vaso in terracotta e quella fedele di un basso innaffiatoio in ghisa. Ma di quell’estate G. sapeva bene che non rimaneva nient’altro che il garrire dei rondoni prima che la luce si perdesse oltre la disordinata cortina di antenne puntate al cielo. Smarrito come se tornasse da una paese straniero, da quell’invincibile e dolce tormento che è il rimuginio del tempo, guardò con tenerezza quell’uomo che gli stava seduto davanti, anche lui di ritorno da un paese lontano, e che per vezzo faceva sfrigolare le sue lunghe unghie da incantatore sulla barba bianca e corta. Mai era apparso così familiare quel volto. Stella infischiandosene lanciò una sfida a dei passi sulla strada, mentre R. inciampava compiaciuta in uno sbadiglio. Non pioveva più contro i vetri della finestra. G. e R., con uno sguardo di complicità, decisero di tornare in strada: lo lasciarono in una nube di fumo, un sorriso leggero sul volto, mentre poggiava il collo di una bottiglia sul bicchiere.

Così si infilarono nelle pieghe della notte inghiottiti dall’eco sommessa delle loro voci. Le strade ora tacevano rinfrescate dalla pioggia caduta e un tappeto molle di foglie gialle e rosse si radunava sotto i loro passi. Al riparo dall’alba, che già pareva annunciarsi dentro il lampo di luce di un altro temporale, l’aria, densa come una marmellata, aveva il dolce sapore di una realtà vicina ma inaccessibile. G. e R. andavano insieme nel gioco di luce e buio della città e i loro cuori restavano appaiati, tenendosi in un battito senza pausa, eterno. Era un pulsare magico e furioso sotto la coltre lanosa di maglioni e magliette intime. Spiando il suo profilo muoversi sul fondo nero della notte, G. si chiese da dove arrivava quella stella, chi era, perché gli stava accanto e gli parlava. Non vi erano risposte e non ve ne sarebbero state nella ferraglia ansimante che cresceva trafelata man mano che si mettevano alle spalle la città vecchia per guadagnare, piccoli e indifesi, la lugubre presenza dei palazzi a cinque piani e delle strade a doppia careggiata. Era quella la via di casa, dove bisognava schivare la fauna spavalda dal pelo in gelatinato, che schizzava incapsulata nello scintillio di grandi astronavi. I semafori, i segnali di precedenza e le strisce pedonali perdevano definitivamente quella già minima funzione di ausiliari del traffico che tenevano durante il giorno.

Persino A. aveva avvertito la minaccia quando era venuta in visita dalla capitale per trascorrere quel fine settimana. Per proteggerla, G. e R., l’avevano condotta nel pineto che si spandeva sul limitare della città, fino a scendere dolcemente sull’acciottolato di un corso d’acqua, tra le muffe e i muschi di una valle incantata. L’avevano invitata a tirare le leve, a manovrare le manopole, ad allearsi coi pulsanti immaginari di una cigolante locomotiva dimenticata nel bel mezzo di quel verdeggiare notturno. Avevano sognato fughe inenarrabili lungo la ferrovia che si perdeva tra le colline spoglie all’orizzonte. Prendendole la mano, come a voler trasportare il loro incontro nell’incanto dell’infanzia, le avevano mostrato la base in pietra su cui un tempo poggiava un mulino a vento e le avevano detto del piccolo aereo da guerra lì dove si diradava una sterile sterpaglia tra cocci di bottiglie di birra, bicchieri di plastica rotti e pacchetti vuoti di sigarette.

Da via Porticella, poi, nella deriva incantevole di quelle piccole stradine senza vento, un velo di nebbia li aveva accolti maternamente, lasciandoli avanzare con gli occhi pieni d’amore sul fondo nero e selvaggio della notte. Così, come un’onda febbrile che s’increspa e cade, erano stati un gemere e tremare e sospirare sul morbido seno di una riva sconosciuta. Forse il tre era l’illusoria possibilità di reinventare il due, e invece quel che restava probabilmente era sempre e solo il piccolo uno, stanco e affranto, come chi passa davanti a una vetrina luminosa e piena di gente, e preferisce starsene fuori al freddo, in un angolo buio, con le scarpe bagnate. O forse era che il tre completava il due, ricominciando l’amore come un gioco tenero, gioioso, imbattibile.

*versi di Octavio Paz.
**questo racconto verrà pubblicato nella raccolta di “racconti notturni” in uscita nel 2014

Gianfranco Costantiello

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