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bvdub & Loscil – Erebus

Data di Uscita: 07/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La storia dell’uomo che rifiutò il trapianto di cuore

Nel paese di Ísafjörður tutte le abitazioni e gli edifici hanno il tetto spiovente per evitare che la neve si accumuli. L’aria è gelida e gli odori di pesce e salsedine vengono attenuati e diventano meno intensi, come se una sciarpa tessuta da una mano amica allontanasse delle fragranze troppo acute per delle narici sensibili.
Anche gli uffici pubblici, la banca, il negozio di attrezzatura da pesca su tre piani, hanno il tetto inclinato anche se solo da un lato, e questa variante della classica forma squadrata dava la sensazione di un’illusione prospettica che li faceva sembrare come delle strutture incompiute, lasciate a metà. La prima volta che Jonas li vide, in mezzo a tetti blu fiordaliso e a porte scarlatte, nella sua mente si fece strada l’immagine di un bambino che solleva una scatola di cartone per cercare il giocattolo perduto, tant’è che fece il giro di tutto l’edificio per verificare se, dall’altra parte, ci fosse un infante alla ricerca del suo sonaglio.
Insegnava storia della letteratura greca all’università locale, ma la sua classe raggiungeva raramente i venti alunni a semestre. Il consiglio di facoltà gli rinnovava ogni anno il contratto di ricercatore, sia perchè il bilancio dell’istituto era buono, sia perchè era l’unico a voler insegnare una disciplina umanistica in un luogo così lontano dalla storia, dove i ricordi facevano fatica a superare il rigido inverno, o venivano dimenticati sotto metri e metri di acqua trasformata in ghiaccio.
In quella piccola cittadina dove la solidarietà significava sopravvivenza, i sentimenti negativi come l’invidia, la malizia, erano troppo freddi per entrare nel cuore della gente, che potevano indossare al più una maschera di cortese indifferenza di fronte ad argomenti, o persone, giudicate non degne come argomento di discussione. I suoi colleghi guardavano Jonas nello stesso modo, come se fosse uno strambo insegnante di ripetizioni. Lo incontravano nei corridoi dell’università, lo salutavano nel negozio di alimentari, gli facevano gli auguri sorridendo sotto le festività, per poi dimenticarlo subito dopo. A Jonas questo non importava, non perchè si sentisse superiore, o perchè pensasse che loro fossero superiori. Erano persone diverse. O forse era lui ad essere diverso, un fuorilegge che si sedeva ogni giorno sotto l’albero di pomi d’oro nel giardino delle Esperidi, ascoltando il soffio sfumato di Etere mentre i suoi occhi vedevano le forbici delle Moire avvicinarsi sempre più al filo che lega l’identità con la realtà.
A poche ore dall’operazione Jonas era seduto su una banchina del porto, sopra uno di quei contenitori giallo pallido dove i pescatori custodiscono le loro reti. La mezzanotte era passata da qualche ora, e lui sapeva di essere l’unica persona sveglia in tutto il paese. Persino Freyja stava dormendo, l’aveva salutata al telefono qualche minuto prima, dicendole che si sarebbero visti l’indomani mattina.
L’odore di legno dei bancali abbandonati lo fece viaggiare con i ricordi al primo giorno che si incontrarono. Erano nella biblioteca e lui stava leggendo l’unico libro sulla storia dell’antica Grecia che si poteva trovare lì dentro. Lo conosceva ormai a memoria, anche perchè era stato lui stesso a donarlo qualche anno prima. Con la testa appoggiata sulla mano, guardava le illustrazioni, che in qualche modo riuscivano sempre a suggerirgli qualcosa di nuovo. Teneva una matita a righe gialle e nere nella mano destra, impugnandola tra il pollice e l’indice, con la punta che si appoggiava sul dito mignolo. Con l’anulare dava dei piccoli colpi alla matita, in modo da far sbattere la punta sull’unghia del mignolo, come quel primo esemplare di telegrafo che aveva visto all’interno di una teca di vetro, in quel museo dove suo nonno l’aveva accompagnato tenendolo per mano. Gli era piaciuto così tanto che aveva imparato il codice Morse e, mentre guardava quelle figure, le sue dita descrivevano quello che i suoi occhi vedevano utilizzando quella piccola matita che non scriveva più sulla carta, ma che dipingeva nell’aria i contorni dell’immaginazione. La sua incredulità fu scavalcata solo dalla sua gioia quando una mano femminile cominciò ad aggiungere i colori caldi di un desiderio confortevole a quei dipinti stilizzati, che diventarono, finalmente, completi.
Scivolare dentro l’acqua fu facile…
Le luci dei lampioni del porto si diffondevano nel mare ghiacciato e Jonas, dal basso, vedeva delle grandi aree luminose che gli ricordavano le cabine illuminate delle navi da crociera durante una notte immersa nella nebbia, con le loro sirene che risuonavano ovattate e distanti nell’aria rarefatta.
Vedeva quella grande catasta di legno dietro la biblioteca dove si erano conosciuti. Così come quei tronchi diminuivano al passare dell’inverno per riscaldare parole scritte e disegni estrapolati, anche i loro nomi perdevano piano piano le loro lettere. Le vedeva vorticare davanti a sé, e più le lettere sparivano più loro si avvicinavano, fino a quando le loro iniziali, speculari e uniche, poste una di fronte all’altra, si fusero per diventare una nuova, prima, lettera.
Una sola lettera, per spiegare il motivo per cui un uomo aveva rifiutato il trapianto di cuore.
Che gli avrebbe dato la vita.
Che gli avrebbe tolto la vita.

Filippo Righetto

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