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Massimo Volume – Aspettando i barbari

Data di Uscita: 10/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

“I suoni se ne stanno nella musica per rendersi conto del silenzio che li separa.” Una “detonazione” di pensieri fu la risposta a queste parole, una denotazione anche, ciò che deflagra, detona appunto, necessariamente segna e carica di significato, denota quindi. Chiese al tempo di aspettare, quel suono era più veloce di qualsiasi cosa lo circondasse ed aveva bisogno d’un altro giro per coglierlo. L’improvviso bisogno di assecondare la sete di risposte esplose dentro di sé, fermarsi era dovuto, necessario. Non poteva essere parte del moto caotico per capirlo, doveva esserne fuori, respirare un’altra dimensione, ritrovare una nuova prospettiva spazio-esistenziale, stracciare il rinomato velo di Maia, godersi la brutalità incontrollata e indomabile della natura, percepire l’uomo, oltre la parvenza elegante d’animale politico che s’era cucito addosso come un lupo furbo farebbe con un vello. Cominciò ad osservare, con il pensiero lungo tipico degli umanisti, prima dell’arrivo dei barbari, visigoti o neoliberisti? “Oh madre,il mare ingoia ciò che cade…le navi, i ponti, le frontiere il senso ambiguo del dovere.” Si chiedeva perché la gravità sfociasse nell’ingiustizia, nel dolore, nell’indefinito, e quale fosse la via di fuga da tutto ciò. Cercava quella forza nascosta che ribaltasse tutto il senso legato ad ogni singolo essere di questo spazio che ci appartiene o al quale apparteniamo, l’appartenenza, che concetto meschino, l’uomo giusto, l’utopico, di certo non avrebbe mai parlato di appartenenza, niente è proprietà, tutto è dono, dono come volontà, come sacrificio coscienzioso. “Dimmi la strada, dammi un secondo indicami il modo per girarci intorno”. “Vince chi resiste alla tentazione, tentazione di evadere?”. Provò ad alzare lo sguardo, osservandosi intorno. Occhi, mondi pieni di vita intrappolata nell’attesa, figlia del male sociale, assetato dei sogni profondi di libertà. Bastò un istante per incontrare due occhi neri, onice, e come onice presagio di fortuna avversa, pieni di un passato ancora troppo vivo per dissolversi, nel presente per costrizione o noia. “Se ne andò di casa un pomeriggio di maggio lasciando che il sole sbiadissetutto quello che era stato…portò con sé gli occhi neri di sua madre,un orologio rotto,la promessa inutile di un indirizzo sbagliato…” Gli chiese della sua solitudine. Lei rispose:”Sono la vedova dei vent’anni mai passati,le mie bottiglie sono vuote o sono chiuse ma la strada è fatta anche per questoe, se vuoi ti aspetto…” Devota a nessuno,votata alla fuga Silvia cercava la sua strada, mostrò una stanza buia proprio in fondo al suo cuore:”vorrei invitarti a entrare ,ma c’è troppa confusione.” Disse. “Silvia,stai attenta copriti meglio conserva l’amore per quando fa freddo.” È ciò che lui sentì di dirle, e questa sua risposta non era altro che l’esigenza di ritrovarsi in quella dimensione che aveva perso per salvarsi, di ritornare nella dimensione da cui fuggiva. Gli tornò alla mente la storia di Buckminster Fuller, sfuggito al pensiero di annullare la sua vita dopo l’assenza di sua figlia Alexandra, e vivo in un presente nel quale trasformò il suo dolore nella ricerca del beneficio verso l’umanità intera, frutto del suo lavoro, nella prospettiva di riabbracciare il suo amore più profondo. “Rendi il mondo un cerchio. Rendi gloria al nulla ricordatidi Alexandra e offri un giro alla fortuna.” “E io? Io aspetto qui”. Abbracciami. Accadde, quanto meno in uno dei mondi possibili.

Alfonso Errico e Valeria Annicchiarico

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