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Tim Hecker – Virgins

Data di Uscita: 14/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Che cosa ci facevano tutti quei vetrini appesi al soffitto, vicino alla veranda?
I miei occhi scrutavano questa stanza in cui già erano stati ma che al momento faticavano a riconoscere: le tende erano state smontate, l’enorme scrivania di compensato – un tempo quasi interamente sgombera – era adesso ricettacolo di pile di pubblicazioni di ottica, di lenti e cristalli di tutte le dimensioni, alcuni frammenti di specchi. Solo il metronomo era rimasto al suo posto.
Tim arrivò dalla cucina con due birre in mano, mi invitò a sedere e a brindare in onore della nuova impresa in cui si apprestava a cacciarsi: sarebbe tornato per un po’ nel vecchio continente a studiare e sfruttare le potenzialità di un elemento puro come la luce. Stanco di aver esplorato le oscurità asfittiche grondanti di nebbia e droni fino a scoprirne e sviscerarne ogni minima risonanza, voleva spingere oltre il suo talento indiscusso fino ad avventurarsi in nuovi lidi in cui avrebbe, comunque, brillato. La stasi creativa era inconcepibile, per chi era da sempre stato avvezzo a sfidare se stesso e le sue inclinazioni sorprendenti, ma un terreno saturo e battuto per tutta la sua estensione non era più fertile per germogli rigogliosi di nuova linfa, il segreto era scardinare le certezze, trovare altre chiavi per aprire altre porte.
Faceva oscillare i cristalli sospesi e mi faceva notare i prismi di luce che partivano dalle varie superfici e andavano a incidere le pareti, poi mi portò a riflettere sulle lunghezze d’onda, sui parallelismi tra vista e udito e le suggestioni che una mano abile potrebbe produrre dal connubio dei sensi. Il suo aereo diretto a Reykjavík sarebbe partito l’indomani, l’urgenza di depurare da ogni elemento superfluo la sua palette di melodie fino a raggiungere il succo primordiale e incontaminato di suoni vergini, limpidi, come la luce appunto, era pressante.
Appena giunse in Islanda, scelse di spostarsi a Nord della capitale, nella regione dei fiordi, e di alloggiare in una piccola locanda adiacente al porto giusto per il sapore intimo di quelle pareti interamente rivestite in legno caldo, per le torte preparate al mattino dalle mani laboriose dell’anziana signora in cucina, per l’assenza di altri avventori, per la vista sublime dall’ampia finestra della sua stanza: mare in sussulto, navi e un unico molo lunghissimo proteso verso l’infinito. Quello che non aveva messo nel conto era il nautofono che rombava talvolta cogliendolo di sorpresa, rendendogli difficile prendere sonno, insinuandosi tra le immagini e i tintinnii limpidi dei cristalli. In un primo momento aveva avvertito del fastidio: la purezza era irrevocabilmente inquinata. A ben guardare però queste incursioni avevano una loro ragione di esistere e abbracciavano come una scura coperta tesa dal passato le rivelazioni a venire che già sapevano di ghiaccio immacolato, luce candida e note di pianoforte. I droni c’erano ancora, al pari delle radici – inestirpabili per definizione, tuttavia erano docili e sapevano farsi da parte al momento giusto, riuscendo a dialogare col nuovo in maniera dialettica.
In un’alba gelida e chiara, coperta di brina, Tim decise di raggiungere Ben. Strano che ancora non si fossero visti, la loro solida amicizia e la stima reciproca li spingeva spesso a confronti emotivi e creativi, i frutti che ne nascevano erano dei miracoli sonori. Sembrava che Ben lo stesse attendendo, che sapeva che sarebbe arrivato da un momento all’altro; lo invitò ad entrare e chiuse la porta dietro di lui, l’aria in casa odorava di caminetto acceso e vino rosso, ambiente ideale per far confluire pensieri, fobie recondite, suggestioni illuminate. Live Room fu una stanza, o un spazio, che coprì l’arco di due giornate in cui in realtà entrambi persero contatto con il mondo e con le coordinate temporali; le parole spesso lasciavano posto a silenzi eloquenti con gli occhi fissi sulle braci rossastre e vive, riemergevano ricordi dell’uno di gite solitarie tra i lupi dei Carpazi tanto quanto le avventure dell’altro tra foreste di nebbia, scaturivano suoni sinistri e familiari. Poi la sirena del porto sembrava tornasse a tonare sorda anche lì, come se d’improvviso si fossero spostati all’esterno; un canto malinconico che presagiva altre imprese, altri luoghi, e la voglia di perdersi.
La voglia di perdersi nella luce totale. Tim fu risoluto e deciso nell’abbandonare Ben per ricercare l’assenza di buio e lo studio dei vari cristalli esposti ad una fonte praticamente continua.
71° 10′ 21″ di latitudine Nord // 25° 47′ 40″ di longitudine Est, punta Nord dell’isola di Magerøyam, Nord della Norvegia. Questa era la sua destinazione, raggiunta con vari battelli e traghetti, il rumore del nautofono costante riferimento a ricordo della splendida permanenza in Islanda. Il Mare Glaciale Artico e un piccolo capanno a strapiombo sulla distesa d’acqua, pieno di ogni comfort e di appigli per installare gli unici protagonisti di questa seconda parte di viaggio: i cristalli. Il momento era quello più propizio, i calcoli fatti con Ben erano perfetti e la rotazione terrestre aveva raggiunto l’inclinazione esatta. Il Sole, la radice della luce, non sarebbe sceso mai sotto l’orizzonte, la notte non ci sarebbe più stata per un lungo periodo, il crepuscolo inesistente. L’occhio disabituato a questo fenomeno faticava a chiudersi davvero e la contemplazione totale della rifrazione si contorceva su se stessa dando vita a fenomeni di pura allucinazione visiva, cerchi concentrici nel mare si aprivano senza alcun sasso lanciato. LIVE ROOM OUT, lì come a casa di Ben. Questa prorompente autorigenerazione di luce era ciò che Tim cercava per il suo prossimo studio, la sua prossima riproduzione sonora fatta di ascensione e ciclica. Intersecare continuamente i flussi luminosi con un suono ripetuto e sporcato da distese solitarie di droni in lontananza, questo era l’obiettivo finale mentre i cristalli oscillavano. Un monologo prolungato, ribadito con forza e precisione aliena in una volontà di ferro. L’energia sprigionata da questa esposizione tra il violento e il puro era richiudibile in un folgorante concetto: la palingenesi creativa, “che nasce di nuovo”, in un rimando continuo alla rifrazione più chiara. VIRGINAL I/II. L’importanza del riposo e di un quieto risveglio scandito da un battito lontano che si apriva in un loop pulsante smembrato in un’asincronia forzata, la lucentezza e i risvolti più impersonali di un’impresa quasi epica. INCENSE AT ABU GHRAIB + AMPS, DRUGS, HARMONIUM.
Un saluto necessario e completo a quelle terre magiche e ricolme di luce organizzato in un’ultima realizzazione globale, che racchiudeva le immense capacità di Tim. Le rifrazioni di luce ritornarono per un’ultima volta a colorare il cielo di eterni riflessi, la chiusura di una sperimentazione così pura in una distesa di suoni che chiudeva in dissolvenza l’avventura. STAB VARIATION.

Alessandro Ferri e Federica Giaccani

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