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Sébastien Tellier – Confection

Data di Uscita: 14/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Paul dice: – Ma come si fa a credere in Dio?
Io lo guardo con negli occhi qualche capillare rotto e un velo di rimpianto e gli dico: – Non lo so vecchio mio. Non lo so che cazzo ha in testa certa gente. Io mi drogo, certo: ma là fuori c’è chi crede che esista un’entità superiore, un qualcosa di trascendentale, onnipotentemente giudicante, un mostro pazzesco che è pronto a inghiottirti il cranio da qui all’eternità al minimo passo falso, cacciarti nelle fiamme dell’inferno. Là fuori c’è qualcuno che affida una cosa così sacra come la differenza tra il bene e il male alle pretese narcisistiche di una presenza metafisica mai meglio specificata. Bé vi dirò ragazzi, la droga che prendo io non mi ha mai fatto vedere certe cose. E Cristo se la pago quella droga del cazzo-
Mentre dico tutto questo sto disperatamente cercando di tirare su dal piatto dei chicchi di riso microscopici con delle fottute bacchette giapponesi. Penso che mi servirebbe un maledettissimo cucchiaio, che con quelle merdosissime bacchette non riuscirei a tirare su quel riso nemmeno se ci provassi per il resto della vita. Sto sudando. È come cercare di raccogliere una moneta da un centesimo con il buco del culo.
– Vedi Paul? Lo vedi come a certa gente piaccia complicarsi la vita? perché secondo te questi stronzi giapponesi non usano un cazzo di cucchiaio? Cristo, sembra che cerchino di fare di tutto per diventare pazzi.
– E questo che c’entra adesso? – dice Paul mentre addenta un pezzo di sushi prima che gli scivoli via da quei due bastoncini di legno contorti in una coreografia ubriaca.
– C’entra che la gente crede in Dio per complicarsi la vita. Sarebbe tutto troppo semplice altrimenti. Potrebbero accettare il fatto che nasciamo, viviamo e crepiamo; esattamente come la natura ha deciso per noi. Ed è così da milioni di anni. Quelli invece no: e giù a farsi seghe mentali su qualcosa di universale, eterno. Ecco come finisce certa gente: passa la vita a cercare di mangiare il riso con le bacchette così non pensa ad altro, e nel frattempo non si gode nemmeno il pasto. E tutto quando basterebbe usare un cazzo di cucchiaio.

La cosa che mi destabilizza di più è che mentre tento di mangiare e ormai assomiglio sempre di più a un primate incapace di sfruttare il dono del pollice prensile, l’atmosfera del ristorante si impegna a infondere relax endovena: luci soffuse, candele rosse accese sui tavoli, fiori coloratissimi racchiusi in vasi trasparenti, e una perenne colonna sonora con un piano accarezzato ed un violino dolcissimo.

Uscimmo dal ristorante “Kobe” alle due del mattino, con qualche litro di sakè in più in corpo e qualche delusione in più nel cuore.

Lei sta iniziando a spogliarsi. Lentamente, sembra che il tempo sia fermo da settimane.
I capelli di rame le cadono sulla schiena nuda come una cascata scorre nell’insenatura di una roccia perfetta, le spalline del reggiseno le crollano lungo le braccia.
Il colore bianchissimo della sua pelle illumina il buio torpore della stanza di un lume splendente, come la luna piena in un cielo senza stelle.
L’odore della camera ricorda vagamente un’essenza di legno di sandalo mista a qualche goccia di brezza marina.
Ora è finalmente nuda: i suoi seni sodi, morbidi, pronunciati ma non prepotenti; il collo lungo e sottile di un esile cerbiatto; le spalle strette, il viso stupendo, il ventre piatto; le gambe scolpite.
Mi fissa dritto negli occhi e non dice nulla, come in un dipinto impressionista.

Mi metto a sedere sul letto sfatto che dalle persiane abbassate già filtra la luce calda del mattino inoltrato.
Senza aprire del tutto gli occhi, cerco con la mano sinistra il pacchetto di sigarette sul comodino, ne estraggo una e l’accendo. Ispiro la prima boccata e, assieme al fumo, inalo una pesante aria densa che sa di malinconica nostalgia.
Mi volto dall’altro lato del materasso ma lei se n’è già andata.
Tutto ciò che mi è rimasto della sera prima è un gran mal di testa, un discutibile retrogusto di sakè sotto alla lingua, e il ricordo di una melodia struggente in sottofondo: un’orchestra improvvisata, una voce suadente e profonda che canta in francese di un amore che nasce.
E nient’altro.

Samuele Pica

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