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Euros Childs – Situation Comedy

Data di Uscita: 21/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Gorky’s Zygotic Mynci tornate insieme.

No, non suona poi granché bene come preghiera. Colpa di quello che, sin nelle premesse, doveva essere il più ridicolo dei nomi merdosi che ci si potesse inventare: la classica zavorra ginnasiale capace di stroncare in partenza ogni residuo credito, per una formula valida – a dire tanto – nelle risicate lande del demenziale. Non gode della sintesi preziosa di analoghe e ben più note invocazioni, e difficilmente sortirà il medesimo effetto.
Tuttavia non è sgradevole abbandonarsi all’illusione.
[Flashback in soft focus]
Ripensarli ragazzi mentre fanno casino nella palestra della scuola a Carmarthen, le chitarre all’inseguimento degli incantesimi di Kevin Ayers o Daevid Allen più che alle già moribonde sirene brit-pop. Non proprio musica all’ultimo grido in un Galles che era solo e soltanto Manic Street Preachers, dove Richey Edwards non aveva ancora incrociato il buco nero che l’avrebbe divorato e i Super Furry Animals non erano che glabre creaturine nella mente vulcanica di Gruff Rhys. Scimmiottare i Gong e i Soft Machine difficilmente avrebbe pagato, diceva la carta, eppure il salto da pischelli di provincia a glorie nazionali fu di quelli brucianti. Merito di un serissimo John Cale, che battezzò la loro prima raccolta come il suo album preferito di sempre. E di un non meno sobrio John Peel, che qualche tempo dopo promosse senza timori le loro canzoni in lingua gallese nella sua venerata zona franca, sul primo canale della BBC. La radio poteva anche starci. Era a vederli che non gli si concedeva un penny bucato: ragazzini sgangherati con il vizio del carnevale, alla guida un Brancaleone salottiero, lunghe chiome corvine, sguardo ebete e costume da negromante cucito dalle mani sante di mamma, nei ritagli di tempo tra il lavoro e la cena.
[Stacco con risate preconfezionate e qualche timido applauso]
Però che razza di autore di canzoni, quell’Euros Childs! Aver messo la firma nemmeno ventiduenne a un’opera come “Barafundle” conferma una volta di più che l’abito non fa il monaco, ma può fare il mago. E tanto meglio con la compagnia di apprendisti stregoni come Gorwel Owen e Richard James, qualcuno con cui correre, oltre agli strumenti della tradizione nelle mani o sulla bocca del babbo, responsabile unico di quei pazzeschi interludi medievali. Un disco meraviglioso per una spiaggia meravigliosa, là dalle parti di casa, nonché l’anteprima perfetta al trittico che seguì in appena quattro anni: dal doppio maremoto di “Gorky 5” all’apoteosi nostalgica di “How I Long To Feel That Summer In My Head”, passando per l’incredibile romitaggio acustico di “Spanish Dance Troupe”.
[Ooooooh di ammirazione liofilizzato]
Poi Childs diede una bella sforbiciata alla zazzera e le cose non furono più le stesse. Un inutile album di commiato, quindi il via a una carriera solista che non è mai andata da nessuna parte, nonostante i nove numeri in colore messi in fila in poco più di un lustro. Regoli invariabilmente verdi o neri, eccezion fatta per il bel marrone del precedente “Summer Special” e per l’ignobile mattoncino bianco dell’asterisco trash “Face Dripping”. Il nuovo lavoro non si sottrae all’oligarchia cromatica di cui si è detto. L’abbraccia, semmai, nel più pedestre dei compromessi tra il sei e il sette. Parte nel solco di una frivolezza sostanziale e di un garbo da intrattenitori a buon mercato, inanellando una serie di esercizi a coefficiente talmente irrisorio da congedare le ambizioni di medaglia già a metà della prima facciata.
[Carrellata sui volti scettici nelle prime file]
Pianoforte saltellante, melodie rotonde e risapute, aromi zuccherini. A logica, l’ennesima raccolta di divertissement innocui e mai troppo incisivi. Quand’ecco un refrain obliquo, almeno uno, a sfilacciare il canovaccio e offrire scampoli della follia silvana dei Gorky’s esordienti. A ruota il mood sinistro, un cameo sibillino dello shawm, quelle suggestioni arcaiche e campestri che Euros pareva aver estirpato dal proprio patrimonio genetico d’artista, quando prese a tradire i folklorismi squinternati della prima ora con le seduzioni plastiche e ruffiane di un pop d’alta scuola. Che qui resta peraltro l’espediente maggioritario, a cominciare da quella confezione tirata a lustro, pur non negando cittadinanza a soluzioni meno edulcorate. Sia come sia, Euros non riesce a schiodarsi dallo sgabello accanto al suo strumento feticcio. Mesmerizzato, limita gli squilli alla solita generosa razione di hook e filastrocche assassini. L’impressione che stia facendo fuoco con poca legna – e di recupero, oltretutto – non viene mai meno, ma è pur sempre una sirena trascurabile. Partita tra mille tentennamenti, la sua “Situation Comedy” prende quota proprio quando il più benevolo degli ascoltatori già considerava l’ipotesi della cancellazione dal proprio palinsesto. Appena una spolverata della psichedelia elusiva di “Bwyd Time”, un tocco di enfasi rock à la “Poodle Rockin’”, un quadretto bucolico da fine paesaggista e l’intro della vecchia “Where Does Yer Go Know?” clonata senza malizie, per riproporre tali e quali le coordinate struggenti dell’ultimo grande disco con i compagni.
[Standing ovation nell’intermezzo promozionale]
Esiliato nelle parentesi carbonare dei nuovi progetti Cousins e Short & Curlies lo sciagurato musicista kitsch che non ne azzecca una nemmeno per sbaglio, in scena si danno il cambio il freak giovanilista, il goliardo caciarone di nome Jonny e il contemplativo raffinato che in “Daddy’s Girl” non ha paura di coprirsi di ridicolo, camuffandosi con entusiasmo da Harry Nilsson dei poveri. In chiusura un flusso di coscienza lento e ossessivo conquista la ribalta e vale come implicito omaggio al maestro di “Shooting at the Moon”, recentemente scomparso. I consensi se li guadagnano tutti, dal performer languido alla macchietta più stiracchiata, anche se all’incasso passa poi il solo interprete dello spettacolo. Comodo, quando nessuno dei vecchi amici ti nega il conforto di una rimpatriata e il violino di tua sorella Megan è sempre a portata di mano.
A questo punto, caro Euros, non sarebbe meglio rimettere in piedi la band e rimpiazzare quei lazzi campionati con un po’ di genuina baldoria? E’ patetico e poco professionale vederci costretti a parodiare Elio e le storie tese.
Però su ragazzi, anche voi, non fatevi più pregare.
[Sipario, titoli di coda]

Stefano Ferreri

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