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Archive for ottobre, 2013

Basia Bulat – Tall Tall Shadow

Data di Uscita: 01/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La decisione con cui la vidi legarsi i lacci degli stivali invernali era il preludio di una nuova stagione del contrasto tra gli spettri di luce più chiara e più scura delle sue emozioni. “Cercherò di dipingere la mia ombra migliore”, continuava a ripetermi un pomeriggio, mentre sorseggiava del tè seduta a gambe incrociate su una poltrona ottocentesca, la neve che crolla dai rami di fuori, la tappezzeria floreale a ricordare i fasti di quella vecchia residenza nobiliare, adibita in parte a studio musicale. Solo il modo in cui portava la tazzina alle labbra era musica, la natura ricoperta di bianco come perfetta scenografia, il suo sguardo sempre basso, immobile per certi versi, sicuramente concentrato su possibili nuovi paesaggi da inventare. “Prova a premere ripetutamente un tasto del pianoforte a tua scelta, davvero, non m’importa quale sia, voglio solo concentrarmi su un suono per almeno un minuto, devo scacciare l’avvicinarsi di memorie non desiderate ” – A dispetto della terra dei ghiacci evocata dal cielo di oggi, l’avevo vista per la prima volta raccogliere rose in un prato a fianco di una antica cattedrale. Ne portava così tante tra le braccia che ancora mi domando come riuscì a non farne cadere nessuna, mentre un suo sorriso genuino riusciva a gareggiare con i colori della natura della foresta al tramonto. Stringemmo un sodalizio musicale e da quel giorno non ho più smesso di scrivere dei resoconti delle nostre reinterpretazioni della tradizione. C’erano atmosfere esistenti da sempre tra le sue corde vocali, non poteva scostare il percorso, la linea era già tracciata da tempo. Incominciai a pensare seriamente di dedicarmi a raccogliere materiali per una sua autobiografia il giorno in cui confessò ad una cena tra amici che, durante la sua infanzia e prima giovinezza, aveva sempre ascoltato la stessa stazione radio, specializzata in americana, country e blues, e soprattutto per questo la sua concezione di musica si era sempre orientata con naturalezza entro questi confini, riuscendo a trovare orizzonti più ampi e sempre a proprio agio nella così detta ‘modernità’ che qualsiasi nuova sperimentazione non riuscirebbe neppure a immaginare. Le bastava socchiudere gli occhi per essere altrove, sentirsi nel posto più giusto per lei in quel momento, sognare l’autostrada in cui voleva correre, il luogo in cui valeva la pena raggiungere qualcosa, per cui avrebbe anche accettato di barattare qualche sfaccettatura della sua personalità per sentirsi più vicina alla meta. Slegarsi da qualsiasi routine a fondo cieco, rendersi capaci di percepirsi come sola voce, estraniata da tutto, su qualsiasi palcoscenico o terrazzo, treno o stanza d’albergo. “Quando trovo la combinazione giusta d’accordi mi si scioglie la spina dorsale” e sorride, e le credo, perché avviene sul serio, succede anche a me quando la vedo comporre, è questo che può fare la magia, e la musica è la più naturale delle arti magiche. Dopo aver preparato il caffè rigiro tra le dita le foto preparate per la copertina ed il lancio del nuovo album, “raggiungerai un nuovo grande numero di ascoltatori”, penso tra me. Sembri una diva degli anni sessanta,sono orgoglioso di collaborare per questo progetto, sei riuscita a scrivere ancora di storie che in un attimo possono far crollare ogni cancello arrugginito, aprirsi verso torrenti d’azzurro, spazi ancora da scoprire, città senza fiumi comunque sognanti, amori possibili da restaurare. “Come ho fatto ad arrivare fin qui con questa grande forza d’animo, riuscendo a tenere insieme tutti i pezzi” potrebbe pensare lei stessa in un momento di vuoto, come potrebbe essere sempre più in grado di non lasciarsi visitare da pensieri sulla sua passata fragilità, meglio dimenticarsi di come fosse. La sbircio canticchiare senza emettere suono il ritornello di “Someone”, e penso a quanta gente buona di cuore meriterebbe di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, danzare a piedi nudi su un tappeto persiano e scrivere nuove canzoni sul vetro appannato. Che sia Amsterdam o Parigi o qualsiasi altra città scritta nel tuo cuore lei suonerà perché le coincidenze si avverino, non solo nelle tue lettere piene di lacrime e nostalgia, non solo nei tuoi sorrisi notturni, oltre il silenzio profondo dei sentimenti più veri ignorati per approssimazione dal destinatario, chiudere gli occhi tenendoli aperti sul mondo e imparare a viaggiare in qualsiasi situazione, un inno all’escapismo più rarefatto e al potere delle fiabe conquistate anche una volta superata l’infanzia. “Spero che tutto questo non sparisca come quel fiocco di neve che non riesco più a ritrovare tra i rami ricoperti di quell’albero.. Lo spero davvero. Lo spero con tutto il mio cuore. Canterò una canzone anche per lui. Spero che nessuno mi lascerà mai cadere così lontano da tutto, così come spero ancora che tutta questa musica non rimanga inascoltata, che qualcuno riesca a sentirsi più forte o ispirato anche grazie a lei, spero davvero che tutte queste cose possano lasciare un segno, che ci si riabitui a prendersi cura dei fiocchi di neve” . Succederà, te lo prometto. Da qui in poi ci impegneremo tutti sempre di più, proveremo ad aiutarci a vicenda, senza esitazioni e con passione nel cuore, “come nell’attimo in cui le dita e i tasti del pianoforte si cercano e si trovano, regalando armonia”, come dici meglio tu.

Filippo Redaelli

Darkside – Psychic (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 08/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Dalle altezze vertiginose degli ultimi piani di questi giganti in vetro e acciaio provo sistematicamente l’impulso di incollarmi alle pareti in cristallo trasparente e gettare lo sguardo sotto di me, sin da quando ero bambino e seguivo mio padre dal Sud America nelle sue esposizioni in giro per il mondo. Ho ricordi sfocati e falsati da un punto di vista inevitabilmente infantile, memorie di bagagli caricati e scaricati di continuo, sorrisi sconosciuti e interminabili giornate trascorse spalmato sulle vetrate, come il burro di arachidi sul toast. È così semplice, a qualsiasi età, nutrire la propria fantasia con le città e le vite degli altri.
Si sta facendo sera tra le strade di New York e il cielo è impressionante di striature scure che in parte celano le ultime sfumature violacee dell’imbrunire; le nubi sfilacciate si sono addensate l’una sull’altra nel corso del pomeriggio, l’Hudson River accoglie ed assorbe le ombre, al pari di cadaveri da nascondere e dimenticare. Da quassù ci si sente ebbri, eccitati, come se sia possibile avere l’intera metropoli ai propri piedi, e ci si sporge all’infuori col petto gonfio e un’espressione febbrile, luccicante; poi di colpo si avverte il rovescio della medaglia, una improvvisa e reale stretta allo stomaco tipica delle situazioni precarie: e se nulla durasse nel tempo e il rapporto si invertisse, facendoti precipitare come uno tra i tanti, invisibile, inghiottito dalle ambizioni fallite?
Il crepuscolo è quasi svanito e la sera volge dal blu al nero in un lampo, puntinata da migliaia di luci colorate e attraversata dalle scariche elettriche della frenesia. Tornare qui dopo una manciata di tappe disposte come una costellazione nuova nella vasta mappa degli Stati Uniti è per me l’approdo ideale, una dichiarazione di fedeltà e amore eterno nei confronti di questa città. Anche Dave è d’accordo, mi volto per cercarlo con lo sguardo e lo trovo in fondo alla sala col bicchiere in mano, sorseggia di sicuro prosecco mentre una bellissima cameriera gli si avvicina col vassoio in mano e accenna movenze maliziose. L’incedere rallentato, un fianco leggermente sollevato rispetto all’altro, la mano libera che sposta dietro l’orecchio i capelli scappati dalla presa delle forcine dello chignon, il lieve ammiccamento nello sguardo. Sembra impossibile come sia diventato semplice scopare ora che siamo così famosi.

Le vie di Manhattan, nel loro reticolo di direttrici perpendicolari, brulicavano di vita e frastuono. Dall’altro lato della strada i taxi attendevano ordinati e composti, in fila indiana come i maestri dispongono i bimbi all’uscita di scuola. Ci stavamo attardando all’ingresso del grattacielo dove ci saremmo esibiti di lì a poche ore, quel giallo intenso come un tuorlo d’uovo contrastava con la bicromia essenziale del grigio e del bianco che scorgevo al di là dello scorrevole in vetro. Accanto a noi una donna era scesa da un’auto scura in compagnia di un uomo elegante in tweed, il soprabito dalle linee rigorose le lambiva a malapena le ginocchia, le lunghissime gambe coperte da calze velate si stagliavano fiere sui tacchi mentre cercava nervosamente qualcosa dentro una raffinata pochette. Mi chiedevo se li avrei rivisti anche la sera, all’ultimo piano, a bere qualcosa durante il nostro concerto, o se fossero soltanto ospiti dell’hotel di lusso che si trovava ai livelli inferiori. In questo lembo di terra relativamente piccolo, racchiuso tra due fiumi, sembrava che New York fosse patria esclusiva degli abbienti; in realtà, e per fortuna, le trame erano tessute con fibre di tutti i tipi, non a caso avevamo scelto Brooklyn per allestire la nostra base, lo studio. Se non altro l’aria cosmopolita e più a misura d’uomo ci sembrava un ottimo compromesso contro l’ostentazione di una supposta verità priva di nei, e a favore della preservazione della genuinità.

Nel momento in cui riesco a vincere la forza attrattiva del vetro e dello spettacolo delle strade, mi accorgo che la sala ha ora luci di fondo soffuse e qualche microscopico faretto bianco a simulare un intimo cielo stellato; le sedute sono per lo più occupate e altre persone sono radunate in piccoli gruppi in piedi, parlano tra loro con fare educato, nessuna voce si erge sulle altre, rispettose del contesto. I nostri strumenti sono apparecchiati in un angolo tra due vetrate, posso immergermi nella città pur rimanendo coi piedi ancorati al pavimento del locale. Manca davvero poco prima di presentarci in scena e dischiudere il nostro mondo sonoro agli spettatori. Dave mi porge un calice di vino, abbozziamo un rapido brindisi di apertura.
Sarà l’ansia da prestazione da esorcizzare, sarà la volontà di lasciare gran parte delle cose al caso e farmi trasportare dalla pancia e dall’istinto e null’altro, mi sorprendo già a pensare al dopo concerto, ai divani di pelle nera del privé dove avranno luogo gli incontri e le interviste con la stampa. Non ho mai voluto che mi scalfissero le emozioni dell’attesa con le solite domande ripetitive e prive di vero interesse. Che strana specie quella dei giornalisti, si concentrano sui dettagli inutili e perdono di vista l’insieme, con le prerogative insulse di catalogare la tua musica ed entrare il più possibile nel tuo privato. Anche stavolta dovremo raccontare aneddoti triti e ritriti ma tant’è, finché le braccia di Manhattan sono spalancate come morbidi atterraggi per i miei voli interiori, anche il recitare un ruolo al margine di un sogno posso accettarlo con riconoscenza nei confronti di una fortuna benigna. D’altra parte è successo tutto così in fretta, e a poco più di vent’anni si è sia consapevoli sia ancora piuttosto ingenui e inesperti, sovente giungono i momenti di sconforto e paura di non farcela a reggere le aspettative e il peso di essere cresciuti troppo velocemente. Tante volte Dave ed io ci siamo chiesti quale fosse la formula magica per non essere fagocitati dalla pericolosità della fama e rimanere, in fondo, fedeli a noi stessi; a volte ha vinto il panico – come quando, dilaniato dalla nausea, mi sono dovuto fermare al bagno di una stazione di servizio in mezzo al nulla nel Missouri – altre volte, molto più numerose, abbiamo vinto noi.
Stasera ne è la riprova, la chiusura del tour dove tutto è incominciato, siamo pronti a perderci tra le luci e gli umori. L’amalgama sonoro è estremamente vario e coglie spunti ovunque, come la nostra mente nei suoi viaggi invisibili, come le psicosi che scaturiscono da cause disparate, come la vita che parte dal Cile e attracca a New York. Distese infinite di chitarre, suites allucinate ché in fondo i Pink Floyd non sono mai morti per nessuno, il soul ibrido, l’elettonica dalla ritmica incalzante e la passione che deborda, e poi ancora un blues in chiave contemporanea, melodie perse in nome di suoni metallici tra atmosfere tribali e isterismi meccanici e frammentati, seppur ballabili. Infine si tira il fiato, si ricompone quello che è rimasto del cuore, ci si aggrappa di nuovo al pulsare della metropoli giù in basso e ci si sospende tra i pianeti dello spazio in atmosfere soft da cocktail, allentando la presa, chiudendo gli occhi.
È bellissimo essere a casa.

Federica Giaccani

Arcade Fire – Reflektor

Data di Uscita: 29/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Orfeo sviene sulla batteria
o Il postmoderno

Quando il ritmo vince sull’armonia vuol dire che l’istinto trionfa sulla ragione e il pathos sovrasta il logos, la notte ha la meglio sul giorno. Ma può voler dire anche qualcosa di molto più semplice: si vuole ballare. La notte è il solo luogo dove perpetuare l’animale, dove far agitare la bestia che sta tutto il giorno rinchiusa, impietrita e impotente, nel vestito di uomo.
Se ci fosse anche solo un granello di onestà si dovrebbe star zitti nella notte, o al massimo ci si potrebbe esprimere a versi o per lallazione, lasciando parlare l’animale con le gambe, con le braccia, con la testa ondeggiante e gli occhi strabuzzati a mirare l’immenso vuoto che si cerca di saltare.
Eppure la notte finisce e il giorno, ogni volta che il sole finisce il suo giro, inizia di nuovo con spietata potenza e trafigge il torace di tutti gli esseri che hanno danzato, la ratio si vendica su tutti i veneratori della notte, il giorno porta il conto, mostra senza alcun tatto la nostra miseria, colpisce a freddo, di colpo, a tradimento, oppure dà impercettibili colpi, che sono i più letali.
La realtà non ha pietà di niente. Eppure, la vigliacca, nasconde la meraviglia dietro crepe di luce, che i seguaci del sogno dovrebbero picconare senza sosta, guardando avanti, non lasciandosi ammaliare dal ritmo che li fa voltare e li fa sprofondare, perdendo per sempre quello che avevano amato. Per accendere il proprio fuoco nella notte bisogna raccogliere la legna nel giorno.
Mozart, discepolo di Apollo, si immergeva con tutto il corpo nell’oceano dell’armonia, dove da sempre le correnti oceaniche si incrociano in vortici di colori perfetti. Non si è distratto mai, ha guardato sempre in avanti, proteso verso il giorno anche se si veniva a trovare nel dominio della notte. Mozart non avrebbe mai perso la sua Euridice.
Orfeo, anche lui caro ad Apollo, si è distratto, non ha resistito al canto della notte. Il suo cuore palpitava a un ritmo selvaggio, il pathos roboante ha coperto il suono della lira facendo risprofondare negli inferi la povera Euridice.
C’è sempre stata la notte, non si può negare, ha sempre ospitato le irrequiete carcasse dei vivi, ha sempre sopportato l’abnorme paura degli esseri umani e ha visto il protrarsi della loro frenetica inquietudine. Forse nei livelli più profondi della nostra mente, nella melmosa superficie del nostro inconscio, non c’è giorno, ma un’oscura rumorosa notte che a volte, con sincera violenza, esplode nel giorno e ci lascia nudi e ululanti sotto il sole di cui abbiamo terrore.

Marco Di Memmo

Black Hearted Brother – Stars Are Our Home

Data di Uscita: 21/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Da via Porticella**

Mis pasos en esta calle
Resuenan
En otra calle
Donde
Oigo mis pasos
Pasar en esta calle
Donde
Sòlo es real la niebla*

Aveva le fattezze di un sogno via Porticella quando nelle sere d’autunno una nebbia leggera si abbassava a bagnare il sonno dei piccioni e il dorso scarno dei gatti affamati. G. e R. scendevano allora per quel palmo di strada lungo i vicoli deserti della città addormentata, cedendo di tanto in tanto il passo alle forme improbabili quanto perfette dei batacchi appesi ai vecchi portoni in legno. Sollevandoli dalla loro posa, senza abbandonarli al ghigno della gravità, e riposandoli lievemente sul battente, come un fiore che si flette a sera, immaginavano a come doveva essere quel tempo in cui il suono di ferro si spiegava al di là del portone a cadenzare il giorno nel vuoto delle scale. Appariva difficile resistere alla tentazione del colpo forte e secco che schiudesse la notte come la punta di un cacciavite su per l’ano di una noce di cocco. G. avrebbe voluto battere affinché qualcuno aprisse, una vecchia signora dalle mani calde e nodose, forse sua nonna – che sarebbe apparsa piena di vita come quando lui aveva appena cinque anni, e, allungandogli una mano, l’avrebbe guidato trionfante all’ultima luce sul terrazzo, al pomeriggio già lontano nel cigolio di una spagnoletta, all’odore inebriante della focaccia con le patate.

Al passaggio silenzioso di quell’aria densa e bianca, la città scompariva mollemente, e quel che rimaneva, oltre ai batacchi che parevano non dormire mai, erano i brandelli dei canali di scolo che si arrampicavano lungo i muri stinti delle case e un vecchio cane che abbaiava la sua vecchiaia oltre il buio dei tetti. Sembrava trattenere nel suo verso di solitudine gli angoli di un pavimento bagnato, le mosche morte e il tepore di una ciotola di quel novembre uggioso. Inquieto, come se l’indomani avesse dovuto saldare un debito che non sarebbe riuscito a pagare, G. trovò la mano di R. e si mossero per far visita al Signor P..

Bocca sdentata, grosse lenti da vista, capelli bianchi raccolti sulla nuca e voce arrochita dal fumo, il signor P. se ne stava seduto con sorprendente eleganza dietro un tavolino e un bicchiere vuoto. Ai suoi piedi Leone si leccava diligentemente le zampe, Stella sonnecchiava. Avvolto in un lattiginoso cono di luce al neon, che tornava minimo ai margini delle grosse lenti da vista, il Signor P., intrecciando filamenti d’erba e tabacco in una cartina opaca, raccontava con tono solenne delle sue rocambolesche avventure in Marocco. Vinto da feroci attacchi di tosse, lasciava momentaneamente i suoi ricordi, rimbalzando cogli occhi infuocati nella piccola stanza, che non era altro che fumo e sabbia, attracchi di cammelli e narghilè, tappeti volanti e occhi di donne bellissime.

Ma quelle immagini meravigliose che erano venute da lontano, condotte da un vento caldo e definite da una luce dorata, erano destinate a sospendersi, a cercare, spinte dal fumo, una dimensione altra, latente, forse superiore, un soffitto basso e bianco. Allora egli, riprendendo il fiato, urlava divertito contro Leone, spiegatosi fieramente nel suo folto pelo, sul divano, come a dominare le meravigliose campagne intorno alla città; campagne la cui ombra resisteva in una mela bucherellata, una corona di mandarini con due melagrane al centro e una foglia secca su una mensola. Così la polvere del deserto mutava nella luce ranciata che al tramonto insedia i tronchi caldi degli ulivi. E via di questo passo in un vertiginoso salto sulla voce di una radio che era tutto un fruscio e singhiozzi nel silenzio che li aveva predati senza alcun avviso.

Ed era da uno di questi vuoti di tempo e di spazio, da queste fenditure che lasciavano intravvedere le cose, che d’un tratto, una lontana estate emergeva luminosa sotto il peso del gomito del Signor P.. Accasciato nel suo viaggio, se ne stava in un angolo del tavolino. L’ombra si deformava sulle mattonelle chiare a disegnare un parallelepipedo con un cono rovesciato sopra che parlava chiaramente di quel tavolino basso e in ferro che era stato a lungo in terrazza – ancora una terrazza -, un tavolino roso dal tempo e dalla pioggia, che aveva retto da sempre, cedendo un poco in verità, la presenza massiccia di un grosso vaso in terracotta e quella fedele di un basso innaffiatoio in ghisa. Ma di quell’estate G. sapeva bene che non rimaneva nient’altro che il garrire dei rondoni prima che la luce si perdesse oltre la disordinata cortina di antenne puntate al cielo. Smarrito come se tornasse da una paese straniero, da quell’invincibile e dolce tormento che è il rimuginio del tempo, guardò con tenerezza quell’uomo che gli stava seduto davanti, anche lui di ritorno da un paese lontano, e che per vezzo faceva sfrigolare le sue lunghe unghie da incantatore sulla barba bianca e corta. Mai era apparso così familiare quel volto. Stella infischiandosene lanciò una sfida a dei passi sulla strada, mentre R. inciampava compiaciuta in uno sbadiglio. Non pioveva più contro i vetri della finestra. G. e R., con uno sguardo di complicità, decisero di tornare in strada: lo lasciarono in una nube di fumo, un sorriso leggero sul volto, mentre poggiava il collo di una bottiglia sul bicchiere.

Così si infilarono nelle pieghe della notte inghiottiti dall’eco sommessa delle loro voci. Le strade ora tacevano rinfrescate dalla pioggia caduta e un tappeto molle di foglie gialle e rosse si radunava sotto i loro passi. Al riparo dall’alba, che già pareva annunciarsi dentro il lampo di luce di un altro temporale, l’aria, densa come una marmellata, aveva il dolce sapore di una realtà vicina ma inaccessibile. G. e R. andavano insieme nel gioco di luce e buio della città e i loro cuori restavano appaiati, tenendosi in un battito senza pausa, eterno. Era un pulsare magico e furioso sotto la coltre lanosa di maglioni e magliette intime. Spiando il suo profilo muoversi sul fondo nero della notte, G. si chiese da dove arrivava quella stella, chi era, perché gli stava accanto e gli parlava. Non vi erano risposte e non ve ne sarebbero state nella ferraglia ansimante che cresceva trafelata man mano che si mettevano alle spalle la città vecchia per guadagnare, piccoli e indifesi, la lugubre presenza dei palazzi a cinque piani e delle strade a doppia careggiata. Era quella la via di casa, dove bisognava schivare la fauna spavalda dal pelo in gelatinato, che schizzava incapsulata nello scintillio di grandi astronavi. I semafori, i segnali di precedenza e le strisce pedonali perdevano definitivamente quella già minima funzione di ausiliari del traffico che tenevano durante il giorno.

Persino A. aveva avvertito la minaccia quando era venuta in visita dalla capitale per trascorrere quel fine settimana. Per proteggerla, G. e R., l’avevano condotta nel pineto che si spandeva sul limitare della città, fino a scendere dolcemente sull’acciottolato di un corso d’acqua, tra le muffe e i muschi di una valle incantata. L’avevano invitata a tirare le leve, a manovrare le manopole, ad allearsi coi pulsanti immaginari di una cigolante locomotiva dimenticata nel bel mezzo di quel verdeggiare notturno. Avevano sognato fughe inenarrabili lungo la ferrovia che si perdeva tra le colline spoglie all’orizzonte. Prendendole la mano, come a voler trasportare il loro incontro nell’incanto dell’infanzia, le avevano mostrato la base in pietra su cui un tempo poggiava un mulino a vento e le avevano detto del piccolo aereo da guerra lì dove si diradava una sterile sterpaglia tra cocci di bottiglie di birra, bicchieri di plastica rotti e pacchetti vuoti di sigarette.

Da via Porticella, poi, nella deriva incantevole di quelle piccole stradine senza vento, un velo di nebbia li aveva accolti maternamente, lasciandoli avanzare con gli occhi pieni d’amore sul fondo nero e selvaggio della notte. Così, come un’onda febbrile che s’increspa e cade, erano stati un gemere e tremare e sospirare sul morbido seno di una riva sconosciuta. Forse il tre era l’illusoria possibilità di reinventare il due, e invece quel che restava probabilmente era sempre e solo il piccolo uno, stanco e affranto, come chi passa davanti a una vetrina luminosa e piena di gente, e preferisce starsene fuori al freddo, in un angolo buio, con le scarpe bagnate. O forse era che il tre completava il due, ricominciando l’amore come un gioco tenero, gioioso, imbattibile.

*versi di Octavio Paz.
**questo racconto verrà pubblicato nella raccolta di “racconti notturni” in uscita nel 2014

Gianfranco Costantiello

Laurel Halo – Chance of Rain (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 28/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

A. “Potrebbe piovere oggi Laurel?”
L. “Di sicuro, oggi ci sarà un diluvio incredibile”.
Aveva appena sintetizzato un nuovo ammasso di suoni, la creazione costante dà assuefazione ed era fermamente convinta del potere psicotropo della propria realizzazione. Lui era la cavia. Lo scetticismo iniziale era scemato una volta messe sul tavolo le carte del progetto, da realizzare in uno scantinato molto umido. Un vero e proprio rito di passaggio avrebbe dovuto essere generato dalla musica, quantomeno impiegando un lasso di tempo di quattro ore. Il focus di tutto era rivolto alla fase liminale di transizione, immediatamente successiva a quella pre-liminale di separazione dall’ambiente circostante. La durata di questo intermezzo da passare letteralmente sulla soglia non era stata fissata da alcuna variabile, questo non lo aveva spaventato affatto. Il tempo in questione andava formato da zero e non semplicemente fatto scemare, riempito come al solito da azioni incastonate in agende prestabilite con impegni giornalieri. Così facendo la chiusura nell’anfratto bagnato era necessaria per abbattere la normale convenzione temporale e perdere il controllo sulla situazione. Il sentore di lei era che con la composizione ci si sarebbe potuti concentrati in maniera estrema sul proprio fisico, controllandone ogni battito. Alzare o abbassare il volume di ogni reazione nervosa come in un mixer di carne ed ossa, mettere in loop lo scorrere del sangue nella vena della gamba, aumentare il delay dei succhi gastrici e modulare la compressione delle ossa durante un abbraccio o la caduta da una sedia. Le reazioni chimiche e le sinapsi tutte attivate, si sarebbe ricreata una modalità di ballo in grado di rivisitare tutte le altre. L’esperienza psichica e sensoriale avrebbe così dovuto unirsi a quella prettamente fisica in un connubio inestricabile ma continuamente in evoluzione. Ogni situazione esterna avrebbe influenzato l’esperienza singola del momento trasfigurandolo per renderlo unico, gli effetti applicati al mixer umano erano infiniti. Il collage creato in quella precisa occasione era il primo passo verso un nuovo modo di vivere il club, si dava una forma senza strutture fisse per ricreare emozioni. La frattura con il vecchio mondo, in caso di riuscita dell’esperimento, si sarebbe accentuata.
Iniziando a fluttuare su un battito minimalista che calcola le possibilità tutte si era ritrova in una giungla scurissima ed estremamente umida nella quale avanzavano luci progressivamente più acute; il contrasto e la registrazione del flusso dei globuli rossi che pompano ossigeno nel cervello era cosa naturale in quello stato. Il nutrimento necessario aveva risvegliato i sensi ulteriormente rendendoli capaci di percepire una sillaba ripetuta in lontananza mentre l’anidride carbonica era portata ai polmoni dalla circolazione venosa. Oneiroi. Una nuova completezza veniva raggiunta successivamente quando le percussioni si scontrarono su un synth liquido esplodendo in una miriade di suoni sommersi. L’autogoverno continuava a prendere forme sempre maggiori, il battito si coniugava alla visione di papille gustative in fermento per l’arrivo di un tartufo pregiato. Elevato, pur restando collegato al resto, questo segmento sopra tutti gli altri la composizione rallentava prima di finire nel silenzio. Serendip. Il loop diventava concentrico e sempre più stringente, il capovolgimento dava le vertigini e la modalità risvegliata era la sensazione acuta dei peli che si rizzano con forza. Un gelo sempre più acuto alzava le frequenze, l’impulso si allungava, il kick veniva filtrato all’inverosimile ed era smembrato prima di riformarsi in altri pattern debordanti. Tracciati jazz e note riflesse in stalattiti dai mille colori si spezzavano in un vortice frenetico che tramutava la precedentemente sensazione in una pioggia di sudore. Chance of Rain. La trascendenza ultima giungeva accompagnata da un fluire iniziale che scorreva veloce in un denso ammasso di strutture armoniche ripetute e martellanti. Il basso con la sua linea aumentava il senso di controllo e le particelle che componevano le gocce di sudore si schiantarono al suolo rimandando indietro un suono fisso e cupo. Gli pareva di sentire in lontananza la techno di Detroit ma qui il cambiamento e il filtro apportato dal controllo totale sul proprio corpo rendevano questo pensiero infinitamente piccolo rispetto al puro piacere. Ainnome.
A. “Sta piovendo di brutto Laurel, avevi proprio ragione”.

Alessandro Ferri

DJ Rashad – Double Cup (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 22/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Principio attivo: Completa libertà creativa.
Eccipienti: Teklife crew, footwork, jungle beats, linee di basso disorientanti, trap, house, hip hop, Bpm altissimi ma a volte anche meno di quanto richiederebbe il genere, frammenti rap tagliati, campionamenti, cinetica, ripetitività, Chicago, ghetto, breakdance, Planet Mu, Hyperdub, juke, shit, Acid Beat, Feelin, Let U No, Ghettoteknicianz, I Don’t Give a Fuck, synth, fusion, Drank Kusk Barz, Leavin, I’m Too Hi, broken vocalz, just banging on the streets, selling drugs and smoking.
Categoria farmaco: stimolante del sistema nervoso centrale e periferico.
Indicazioni: trattamento totale in caso di confusione mentale, propensione al millantare infinite conoscenze di musica elettronica, difficoltà nel concepire cosa sia la musica con Bpm spropositati, odio verso i neri in generale, odio verso i neri che fanno i bulli e vivono come vorresti vivere tu ma sei un inutile bianco, mancanza di attitudine al muovere il culo su una buona base, apatia.
Controindicazioni: ipersensibilità verso i componenti del prodotto a meno che non si raggiunga in breve termine l’assuefazione totale. I prodotti di base del farmaco sono controindicati nei pazienti affetti da gravi forme di nazismo, fascismo, mal di testa, cervicale, difficoltà respiratorie, anemia. La somministrazione dei suoni è controindicata nei casi di malattie legate alla musica cantautorale italiana degli anni 60’ e al black metal.
Effetti indesiderati: sono stati segnalati casi di persone che emulano il figo nero di turno chiunque esso sia, shock anafilattico, giovani dei centri sociali usciti dal tunnel che ci tornano e si fanno ancora i rasta pur avendo intuito che sono bianchi e fanno ridere i polli e se c’è un Dio non troveranno mai un lavoro accettabile, hipster di turno che vuole andare a Chicago e non ci va perché non ha tempo da togliere al postare stronzate su ogni social network possibile, hipster di turno che abusa del farmaco ma in realtà gli fa schifo e lo fa solo perché ha visto un voto alto su tutti i siti alternative. Sono state segnalate, in persone già affette da malattie cardiovascolari, gravi alterazioni delle facoltà sensoriali.
Precauzioni D’impiego: usare con cautela nei soggetti che mostrano segnali di rabbia repressa e potrebbero scatenare i loro istinti. Nei casi di persone muscolate affette da nazismo sospendere immediatamente la cura e correre via il più veloci possibile. Dosi elevate o prolungate del prodotto possono provocare dolore agli arti inferiori, mal di testa, crampi; una volta superati questi livelli di dolore indenni crea una dipendenza totale. Inoltre prima di associare qualsiasi altro suono controllare attentamente il gli eccipienti dell’aggiunta.
Avvertenze speciali: dopo un periodo di trattamenti senza alcun risultato contattare il rivenditore di suoni e chiedere “Legacy” di RP BOO, questo vi farà desistere e non assumerete mai più questi tipi di farmaci. Nonostante studi clinici accurati e il nostro desiderio di non istigare alla violenza contro le donne non assicuriamo che i pazienti possano sviluppare strane forme d’amore. Si consiglia di somministrare solo in casi di effettivo amore verso suoni digitalizzati, se considerate Skrillex ed Avicii dei supereroi e rimanete delusi la casa farmaceutica declina ogni responsabilità.
Interazioni: anche senza addizioni il risultato è assicurato, se proprio avete bisogno di una mano è consigliata marijuana di buona qualità.
Posologia: bambini dai 6 ai 12 anni dovrebbero stare molto lontani da queste vibrazioni. Adulti un ascolto al giorno e poi valutare il grado di piacere o crisi isterica.
Sovradosaggio: in caso di iperdosaggio è finita, siete fottuti. DJ Rashad qui è riuscito a rendere leggermente più digeribile lo stufato footwork, si è aperto ad influenze diverse smussando un attimo le linee dunque non riuscirete più a smettere di voler sentire i suoni contenuti in questo farmaco. Probabilmente andrete a cercare altro materiale e i provvedimenti da adottare consistono nel lasciarsi andare ed entrare nel terreno della dipendenza totale.

Alessandro Ferri

bvdub & Loscil – Erebus

Data di Uscita: 07/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La storia dell’uomo che rifiutò il trapianto di cuore

Nel paese di Ísafjörður tutte le abitazioni e gli edifici hanno il tetto spiovente per evitare che la neve si accumuli. L’aria è gelida e gli odori di pesce e salsedine vengono attenuati e diventano meno intensi, come se una sciarpa tessuta da una mano amica allontanasse delle fragranze troppo acute per delle narici sensibili.
Anche gli uffici pubblici, la banca, il negozio di attrezzatura da pesca su tre piani, hanno il tetto inclinato anche se solo da un lato, e questa variante della classica forma squadrata dava la sensazione di un’illusione prospettica che li faceva sembrare come delle strutture incompiute, lasciate a metà. La prima volta che Jonas li vide, in mezzo a tetti blu fiordaliso e a porte scarlatte, nella sua mente si fece strada l’immagine di un bambino che solleva una scatola di cartone per cercare il giocattolo perduto, tant’è che fece il giro di tutto l’edificio per verificare se, dall’altra parte, ci fosse un infante alla ricerca del suo sonaglio.
Insegnava storia della letteratura greca all’università locale, ma la sua classe raggiungeva raramente i venti alunni a semestre. Il consiglio di facoltà gli rinnovava ogni anno il contratto di ricercatore, sia perchè il bilancio dell’istituto era buono, sia perchè era l’unico a voler insegnare una disciplina umanistica in un luogo così lontano dalla storia, dove i ricordi facevano fatica a superare il rigido inverno, o venivano dimenticati sotto metri e metri di acqua trasformata in ghiaccio.
In quella piccola cittadina dove la solidarietà significava sopravvivenza, i sentimenti negativi come l’invidia, la malizia, erano troppo freddi per entrare nel cuore della gente, che potevano indossare al più una maschera di cortese indifferenza di fronte ad argomenti, o persone, giudicate non degne come argomento di discussione. I suoi colleghi guardavano Jonas nello stesso modo, come se fosse uno strambo insegnante di ripetizioni. Lo incontravano nei corridoi dell’università, lo salutavano nel negozio di alimentari, gli facevano gli auguri sorridendo sotto le festività, per poi dimenticarlo subito dopo. A Jonas questo non importava, non perchè si sentisse superiore, o perchè pensasse che loro fossero superiori. Erano persone diverse. O forse era lui ad essere diverso, un fuorilegge che si sedeva ogni giorno sotto l’albero di pomi d’oro nel giardino delle Esperidi, ascoltando il soffio sfumato di Etere mentre i suoi occhi vedevano le forbici delle Moire avvicinarsi sempre più al filo che lega l’identità con la realtà.
A poche ore dall’operazione Jonas era seduto su una banchina del porto, sopra uno di quei contenitori giallo pallido dove i pescatori custodiscono le loro reti. La mezzanotte era passata da qualche ora, e lui sapeva di essere l’unica persona sveglia in tutto il paese. Persino Freyja stava dormendo, l’aveva salutata al telefono qualche minuto prima, dicendole che si sarebbero visti l’indomani mattina.
L’odore di legno dei bancali abbandonati lo fece viaggiare con i ricordi al primo giorno che si incontrarono. Erano nella biblioteca e lui stava leggendo l’unico libro sulla storia dell’antica Grecia che si poteva trovare lì dentro. Lo conosceva ormai a memoria, anche perchè era stato lui stesso a donarlo qualche anno prima. Con la testa appoggiata sulla mano, guardava le illustrazioni, che in qualche modo riuscivano sempre a suggerirgli qualcosa di nuovo. Teneva una matita a righe gialle e nere nella mano destra, impugnandola tra il pollice e l’indice, con la punta che si appoggiava sul dito mignolo. Con l’anulare dava dei piccoli colpi alla matita, in modo da far sbattere la punta sull’unghia del mignolo, come quel primo esemplare di telegrafo che aveva visto all’interno di una teca di vetro, in quel museo dove suo nonno l’aveva accompagnato tenendolo per mano. Gli era piaciuto così tanto che aveva imparato il codice Morse e, mentre guardava quelle figure, le sue dita descrivevano quello che i suoi occhi vedevano utilizzando quella piccola matita che non scriveva più sulla carta, ma che dipingeva nell’aria i contorni dell’immaginazione. La sua incredulità fu scavalcata solo dalla sua gioia quando una mano femminile cominciò ad aggiungere i colori caldi di un desiderio confortevole a quei dipinti stilizzati, che diventarono, finalmente, completi.
Scivolare dentro l’acqua fu facile…
Le luci dei lampioni del porto si diffondevano nel mare ghiacciato e Jonas, dal basso, vedeva delle grandi aree luminose che gli ricordavano le cabine illuminate delle navi da crociera durante una notte immersa nella nebbia, con le loro sirene che risuonavano ovattate e distanti nell’aria rarefatta.
Vedeva quella grande catasta di legno dietro la biblioteca dove si erano conosciuti. Così come quei tronchi diminuivano al passare dell’inverno per riscaldare parole scritte e disegni estrapolati, anche i loro nomi perdevano piano piano le loro lettere. Le vedeva vorticare davanti a sé, e più le lettere sparivano più loro si avvicinavano, fino a quando le loro iniziali, speculari e uniche, poste una di fronte all’altra, si fusero per diventare una nuova, prima, lettera.
Una sola lettera, per spiegare il motivo per cui un uomo aveva rifiutato il trapianto di cuore.
Che gli avrebbe dato la vita.
Che gli avrebbe tolto la vita.

Filippo Righetto

Massimo Volume – Aspettando i barbari

Data di Uscita: 10/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

“I suoni se ne stanno nella musica per rendersi conto del silenzio che li separa.” Una “detonazione” di pensieri fu la risposta a queste parole, una denotazione anche, ciò che deflagra, detona appunto, necessariamente segna e carica di significato, denota quindi. Chiese al tempo di aspettare, quel suono era più veloce di qualsiasi cosa lo circondasse ed aveva bisogno d’un altro giro per coglierlo. L’improvviso bisogno di assecondare la sete di risposte esplose dentro di sé, fermarsi era dovuto, necessario. Non poteva essere parte del moto caotico per capirlo, doveva esserne fuori, respirare un’altra dimensione, ritrovare una nuova prospettiva spazio-esistenziale, stracciare il rinomato velo di Maia, godersi la brutalità incontrollata e indomabile della natura, percepire l’uomo, oltre la parvenza elegante d’animale politico che s’era cucito addosso come un lupo furbo farebbe con un vello. Cominciò ad osservare, con il pensiero lungo tipico degli umanisti, prima dell’arrivo dei barbari, visigoti o neoliberisti? “Oh madre,il mare ingoia ciò che cade…le navi, i ponti, le frontiere il senso ambiguo del dovere.” Si chiedeva perché la gravità sfociasse nell’ingiustizia, nel dolore, nell’indefinito, e quale fosse la via di fuga da tutto ciò. Cercava quella forza nascosta che ribaltasse tutto il senso legato ad ogni singolo essere di questo spazio che ci appartiene o al quale apparteniamo, l’appartenenza, che concetto meschino, l’uomo giusto, l’utopico, di certo non avrebbe mai parlato di appartenenza, niente è proprietà, tutto è dono, dono come volontà, come sacrificio coscienzioso. “Dimmi la strada, dammi un secondo indicami il modo per girarci intorno”. “Vince chi resiste alla tentazione, tentazione di evadere?”. Provò ad alzare lo sguardo, osservandosi intorno. Occhi, mondi pieni di vita intrappolata nell’attesa, figlia del male sociale, assetato dei sogni profondi di libertà. Bastò un istante per incontrare due occhi neri, onice, e come onice presagio di fortuna avversa, pieni di un passato ancora troppo vivo per dissolversi, nel presente per costrizione o noia. “Se ne andò di casa un pomeriggio di maggio lasciando che il sole sbiadissetutto quello che era stato…portò con sé gli occhi neri di sua madre,un orologio rotto,la promessa inutile di un indirizzo sbagliato…” Gli chiese della sua solitudine. Lei rispose:”Sono la vedova dei vent’anni mai passati,le mie bottiglie sono vuote o sono chiuse ma la strada è fatta anche per questoe, se vuoi ti aspetto…” Devota a nessuno,votata alla fuga Silvia cercava la sua strada, mostrò una stanza buia proprio in fondo al suo cuore:”vorrei invitarti a entrare ,ma c’è troppa confusione.” Disse. “Silvia,stai attenta copriti meglio conserva l’amore per quando fa freddo.” È ciò che lui sentì di dirle, e questa sua risposta non era altro che l’esigenza di ritrovarsi in quella dimensione che aveva perso per salvarsi, di ritornare nella dimensione da cui fuggiva. Gli tornò alla mente la storia di Buckminster Fuller, sfuggito al pensiero di annullare la sua vita dopo l’assenza di sua figlia Alexandra, e vivo in un presente nel quale trasformò il suo dolore nella ricerca del beneficio verso l’umanità intera, frutto del suo lavoro, nella prospettiva di riabbracciare il suo amore più profondo. “Rendi il mondo un cerchio. Rendi gloria al nulla ricordatidi Alexandra e offri un giro alla fortuna.” “E io? Io aspetto qui”. Abbracciami. Accadde, quanto meno in uno dei mondi possibili.

Alfonso Errico e Valeria Annicchiarico

Tim Hecker – Virgins

Data di Uscita: 14/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Che cosa ci facevano tutti quei vetrini appesi al soffitto, vicino alla veranda?
I miei occhi scrutavano questa stanza in cui già erano stati ma che al momento faticavano a riconoscere: le tende erano state smontate, l’enorme scrivania di compensato – un tempo quasi interamente sgombera – era adesso ricettacolo di pile di pubblicazioni di ottica, di lenti e cristalli di tutte le dimensioni, alcuni frammenti di specchi. Solo il metronomo era rimasto al suo posto.
Tim arrivò dalla cucina con due birre in mano, mi invitò a sedere e a brindare in onore della nuova impresa in cui si apprestava a cacciarsi: sarebbe tornato per un po’ nel vecchio continente a studiare e sfruttare le potenzialità di un elemento puro come la luce. Stanco di aver esplorato le oscurità asfittiche grondanti di nebbia e droni fino a scoprirne e sviscerarne ogni minima risonanza, voleva spingere oltre il suo talento indiscusso fino ad avventurarsi in nuovi lidi in cui avrebbe, comunque, brillato. La stasi creativa era inconcepibile, per chi era da sempre stato avvezzo a sfidare se stesso e le sue inclinazioni sorprendenti, ma un terreno saturo e battuto per tutta la sua estensione non era più fertile per germogli rigogliosi di nuova linfa, il segreto era scardinare le certezze, trovare altre chiavi per aprire altre porte.
Faceva oscillare i cristalli sospesi e mi faceva notare i prismi di luce che partivano dalle varie superfici e andavano a incidere le pareti, poi mi portò a riflettere sulle lunghezze d’onda, sui parallelismi tra vista e udito e le suggestioni che una mano abile potrebbe produrre dal connubio dei sensi. Il suo aereo diretto a Reykjavík sarebbe partito l’indomani, l’urgenza di depurare da ogni elemento superfluo la sua palette di melodie fino a raggiungere il succo primordiale e incontaminato di suoni vergini, limpidi, come la luce appunto, era pressante.
Appena giunse in Islanda, scelse di spostarsi a Nord della capitale, nella regione dei fiordi, e di alloggiare in una piccola locanda adiacente al porto giusto per il sapore intimo di quelle pareti interamente rivestite in legno caldo, per le torte preparate al mattino dalle mani laboriose dell’anziana signora in cucina, per l’assenza di altri avventori, per la vista sublime dall’ampia finestra della sua stanza: mare in sussulto, navi e un unico molo lunghissimo proteso verso l’infinito. Quello che non aveva messo nel conto era il nautofono che rombava talvolta cogliendolo di sorpresa, rendendogli difficile prendere sonno, insinuandosi tra le immagini e i tintinnii limpidi dei cristalli. In un primo momento aveva avvertito del fastidio: la purezza era irrevocabilmente inquinata. A ben guardare però queste incursioni avevano una loro ragione di esistere e abbracciavano come una scura coperta tesa dal passato le rivelazioni a venire che già sapevano di ghiaccio immacolato, luce candida e note di pianoforte. I droni c’erano ancora, al pari delle radici – inestirpabili per definizione, tuttavia erano docili e sapevano farsi da parte al momento giusto, riuscendo a dialogare col nuovo in maniera dialettica.
In un’alba gelida e chiara, coperta di brina, Tim decise di raggiungere Ben. Strano che ancora non si fossero visti, la loro solida amicizia e la stima reciproca li spingeva spesso a confronti emotivi e creativi, i frutti che ne nascevano erano dei miracoli sonori. Sembrava che Ben lo stesse attendendo, che sapeva che sarebbe arrivato da un momento all’altro; lo invitò ad entrare e chiuse la porta dietro di lui, l’aria in casa odorava di caminetto acceso e vino rosso, ambiente ideale per far confluire pensieri, fobie recondite, suggestioni illuminate. Live Room fu una stanza, o un spazio, che coprì l’arco di due giornate in cui in realtà entrambi persero contatto con il mondo e con le coordinate temporali; le parole spesso lasciavano posto a silenzi eloquenti con gli occhi fissi sulle braci rossastre e vive, riemergevano ricordi dell’uno di gite solitarie tra i lupi dei Carpazi tanto quanto le avventure dell’altro tra foreste di nebbia, scaturivano suoni sinistri e familiari. Poi la sirena del porto sembrava tornasse a tonare sorda anche lì, come se d’improvviso si fossero spostati all’esterno; un canto malinconico che presagiva altre imprese, altri luoghi, e la voglia di perdersi.
La voglia di perdersi nella luce totale. Tim fu risoluto e deciso nell’abbandonare Ben per ricercare l’assenza di buio e lo studio dei vari cristalli esposti ad una fonte praticamente continua.
71° 10′ 21″ di latitudine Nord // 25° 47′ 40″ di longitudine Est, punta Nord dell’isola di Magerøyam, Nord della Norvegia. Questa era la sua destinazione, raggiunta con vari battelli e traghetti, il rumore del nautofono costante riferimento a ricordo della splendida permanenza in Islanda. Il Mare Glaciale Artico e un piccolo capanno a strapiombo sulla distesa d’acqua, pieno di ogni comfort e di appigli per installare gli unici protagonisti di questa seconda parte di viaggio: i cristalli. Il momento era quello più propizio, i calcoli fatti con Ben erano perfetti e la rotazione terrestre aveva raggiunto l’inclinazione esatta. Il Sole, la radice della luce, non sarebbe sceso mai sotto l’orizzonte, la notte non ci sarebbe più stata per un lungo periodo, il crepuscolo inesistente. L’occhio disabituato a questo fenomeno faticava a chiudersi davvero e la contemplazione totale della rifrazione si contorceva su se stessa dando vita a fenomeni di pura allucinazione visiva, cerchi concentrici nel mare si aprivano senza alcun sasso lanciato. LIVE ROOM OUT, lì come a casa di Ben. Questa prorompente autorigenerazione di luce era ciò che Tim cercava per il suo prossimo studio, la sua prossima riproduzione sonora fatta di ascensione e ciclica. Intersecare continuamente i flussi luminosi con un suono ripetuto e sporcato da distese solitarie di droni in lontananza, questo era l’obiettivo finale mentre i cristalli oscillavano. Un monologo prolungato, ribadito con forza e precisione aliena in una volontà di ferro. L’energia sprigionata da questa esposizione tra il violento e il puro era richiudibile in un folgorante concetto: la palingenesi creativa, “che nasce di nuovo”, in un rimando continuo alla rifrazione più chiara. VIRGINAL I/II. L’importanza del riposo e di un quieto risveglio scandito da un battito lontano che si apriva in un loop pulsante smembrato in un’asincronia forzata, la lucentezza e i risvolti più impersonali di un’impresa quasi epica. INCENSE AT ABU GHRAIB + AMPS, DRUGS, HARMONIUM.
Un saluto necessario e completo a quelle terre magiche e ricolme di luce organizzato in un’ultima realizzazione globale, che racchiudeva le immense capacità di Tim. Le rifrazioni di luce ritornarono per un’ultima volta a colorare il cielo di eterni riflessi, la chiusura di una sperimentazione così pura in una distesa di suoni che chiudeva in dissolvenza l’avventura. STAB VARIATION.

Alessandro Ferri e Federica Giaccani

Sébastien Tellier – Confection

Data di Uscita: 14/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Paul dice: – Ma come si fa a credere in Dio?
Io lo guardo con negli occhi qualche capillare rotto e un velo di rimpianto e gli dico: – Non lo so vecchio mio. Non lo so che cazzo ha in testa certa gente. Io mi drogo, certo: ma là fuori c’è chi crede che esista un’entità superiore, un qualcosa di trascendentale, onnipotentemente giudicante, un mostro pazzesco che è pronto a inghiottirti il cranio da qui all’eternità al minimo passo falso, cacciarti nelle fiamme dell’inferno. Là fuori c’è qualcuno che affida una cosa così sacra come la differenza tra il bene e il male alle pretese narcisistiche di una presenza metafisica mai meglio specificata. Bé vi dirò ragazzi, la droga che prendo io non mi ha mai fatto vedere certe cose. E Cristo se la pago quella droga del cazzo-
Mentre dico tutto questo sto disperatamente cercando di tirare su dal piatto dei chicchi di riso microscopici con delle fottute bacchette giapponesi. Penso che mi servirebbe un maledettissimo cucchiaio, che con quelle merdosissime bacchette non riuscirei a tirare su quel riso nemmeno se ci provassi per il resto della vita. Sto sudando. È come cercare di raccogliere una moneta da un centesimo con il buco del culo.
– Vedi Paul? Lo vedi come a certa gente piaccia complicarsi la vita? perché secondo te questi stronzi giapponesi non usano un cazzo di cucchiaio? Cristo, sembra che cerchino di fare di tutto per diventare pazzi.
– E questo che c’entra adesso? – dice Paul mentre addenta un pezzo di sushi prima che gli scivoli via da quei due bastoncini di legno contorti in una coreografia ubriaca.
– C’entra che la gente crede in Dio per complicarsi la vita. Sarebbe tutto troppo semplice altrimenti. Potrebbero accettare il fatto che nasciamo, viviamo e crepiamo; esattamente come la natura ha deciso per noi. Ed è così da milioni di anni. Quelli invece no: e giù a farsi seghe mentali su qualcosa di universale, eterno. Ecco come finisce certa gente: passa la vita a cercare di mangiare il riso con le bacchette così non pensa ad altro, e nel frattempo non si gode nemmeno il pasto. E tutto quando basterebbe usare un cazzo di cucchiaio.

La cosa che mi destabilizza di più è che mentre tento di mangiare e ormai assomiglio sempre di più a un primate incapace di sfruttare il dono del pollice prensile, l’atmosfera del ristorante si impegna a infondere relax endovena: luci soffuse, candele rosse accese sui tavoli, fiori coloratissimi racchiusi in vasi trasparenti, e una perenne colonna sonora con un piano accarezzato ed un violino dolcissimo.

Uscimmo dal ristorante “Kobe” alle due del mattino, con qualche litro di sakè in più in corpo e qualche delusione in più nel cuore.

Lei sta iniziando a spogliarsi. Lentamente, sembra che il tempo sia fermo da settimane.
I capelli di rame le cadono sulla schiena nuda come una cascata scorre nell’insenatura di una roccia perfetta, le spalline del reggiseno le crollano lungo le braccia.
Il colore bianchissimo della sua pelle illumina il buio torpore della stanza di un lume splendente, come la luna piena in un cielo senza stelle.
L’odore della camera ricorda vagamente un’essenza di legno di sandalo mista a qualche goccia di brezza marina.
Ora è finalmente nuda: i suoi seni sodi, morbidi, pronunciati ma non prepotenti; il collo lungo e sottile di un esile cerbiatto; le spalle strette, il viso stupendo, il ventre piatto; le gambe scolpite.
Mi fissa dritto negli occhi e non dice nulla, come in un dipinto impressionista.

Mi metto a sedere sul letto sfatto che dalle persiane abbassate già filtra la luce calda del mattino inoltrato.
Senza aprire del tutto gli occhi, cerco con la mano sinistra il pacchetto di sigarette sul comodino, ne estraggo una e l’accendo. Ispiro la prima boccata e, assieme al fumo, inalo una pesante aria densa che sa di malinconica nostalgia.
Mi volto dall’altro lato del materasso ma lei se n’è già andata.
Tutto ciò che mi è rimasto della sera prima è un gran mal di testa, un discutibile retrogusto di sakè sotto alla lingua, e il ricordo di una melodia struggente in sottofondo: un’orchestra improvvisata, una voce suadente e profonda che canta in francese di un amore che nasce.
E nient’altro.

Samuele Pica

Four Tet – Beautiful Rewind

Data di Uscita: 03/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Secret Threes

‎”Chi credi che ci sia là?”

Tutto iniziò con questa domanda, che mi fece un ignaro cliente trovandomi con lo sguardo fisso verso il grande oblò di una delle lavatrici a gettoni.

Mi fece trasalire e solo così riuscii a distogliere per un attimo lo sguardo dalla centrifuga per rispondere semplicemente: “È come se fossi immerso in un sogno bellissimo e allo stesso tempo in un terribile incubo”.

Non ricordo nemmeno di aver detto quella frase, dei tipi continuano a ripeterla indicandomi col dito, ridono e mi chiamano l’uomo dei sogni nella lavatrice.
Non mi importa di loro per me conta solo la musica che riesco ad udire mentre il risciacquo veloce fa orbitare i miei panni in circolo; ecco, è quello il momento in cui sento quei ritmi ipnotici, sui quali di tanto in tanto fa capolino una melodia dolce o una voce angelica e poco altro.

Nei momenti di maggiore concentrazione riesco addirittura a vedere delle immagini evanescenti, come macchie di benzina sull’asfalto bagnato, che irrompono l’intero spettro visivo, pulsando a ritmo di musica. Solo l’oblò non ne è invaso, lì c’è un bosco misterioso, nel quale mi addentro a grande velocità, come risucchiato.
E’ una corsa infinita verso il cuore della selva alberata, che non raggiungo mai, d’improvviso la visione si blocca e la musica si interrompe insieme al meccanismo di rotazione di quella macchina.

Tutte i pomeriggi sono li, con le tasche piene di monete ed una busta di plastica con dentro giusto un pantalone, una camicia, dei giorni solo con un paio di calzini. L’uomo dei sogni nella lavatrice che estasiato da una musica elettronica ripetitiva cerca di arrivare al cuore delle proprie visioni.

Non faccio uso di droghe, né ho mai creduto nel sovrannaturale, sono sano come un pesce e so cosa state pensando, non soffro di attacchi epilettici o cose così. Una volta ho invitato un mio amico a guardare lì dentro e ad ascoltare la melodia ma non è voluto venire, convinto che volessi giocargli qualche scherzo infantile.

Oggi ho deciso di acquistare quella macchina prodigiosa, sono disposto a pagare quella lavatrice tutti i soldi che mi chiederà il proprietario della lavanderia; è il primo mercoledì del mese e lui come di consueto farà visita al gestore che cambia le banconote in monete.
Lo aspetto smanioso sotto i neon dell’insegna “BEAUTIFUL REWIND”, che nome per una lavanderia. Non resisto alla tentazione e decido di lavare la felpa che ho indosso. Entro e mi siedo al solito posto, carico il carrello e inserisco la moneta.
Attendo qualche minuto, mi concentro ed ecco che il carrello accelera, la melodia comincia a farsi strada nella mia testa, comincio ad intravedere i colori, il bosco, adesso si accelera all’interno della visione…

Nero! Per un attimo non ho visto più nulla come se fosse saltata la corrente per una frazione di tempo quasi impercettibile… sono dall’altra parte del vetro a girare vertiginosamente, fuori intravedo la stanza bianca con le panche, le seggiole e le altre lavatrici in lontananza, una immagine sfocata e una sensazione generale di stordimento…
Riesco ad udire urla lontane e distorte di una ragazza che piange terrorizzata ed indica la postazione dov’ero seduto, si mette le mani nei capelli, piange e piange; dice che l’uomo dei sogni nella lavatrice è scomparso all’improvviso, come volatilizzato.
Cerco di parlarle ma non ci riesco, vorrei rassicurarla, sono qui ad un passo da lei, dietro l’oblò, le parole non vengono fuori, nella mia testa rimbomba solo una frase: “Nell’oscurità di un futuro passato il mago desidera vedere. Non esiste che un’opportunità tra questo mondo e l’altro. Fuoco, cammina con me”.

Maurizio Narciso

Euros Childs – Situation Comedy

Data di Uscita: 21/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Gorky’s Zygotic Mynci tornate insieme.

No, non suona poi granché bene come preghiera. Colpa di quello che, sin nelle premesse, doveva essere il più ridicolo dei nomi merdosi che ci si potesse inventare: la classica zavorra ginnasiale capace di stroncare in partenza ogni residuo credito, per una formula valida – a dire tanto – nelle risicate lande del demenziale. Non gode della sintesi preziosa di analoghe e ben più note invocazioni, e difficilmente sortirà il medesimo effetto.
Tuttavia non è sgradevole abbandonarsi all’illusione.
[Flashback in soft focus]
Ripensarli ragazzi mentre fanno casino nella palestra della scuola a Carmarthen, le chitarre all’inseguimento degli incantesimi di Kevin Ayers o Daevid Allen più che alle già moribonde sirene brit-pop. Non proprio musica all’ultimo grido in un Galles che era solo e soltanto Manic Street Preachers, dove Richey Edwards non aveva ancora incrociato il buco nero che l’avrebbe divorato e i Super Furry Animals non erano che glabre creaturine nella mente vulcanica di Gruff Rhys. Scimmiottare i Gong e i Soft Machine difficilmente avrebbe pagato, diceva la carta, eppure il salto da pischelli di provincia a glorie nazionali fu di quelli brucianti. Merito di un serissimo John Cale, che battezzò la loro prima raccolta come il suo album preferito di sempre. E di un non meno sobrio John Peel, che qualche tempo dopo promosse senza timori le loro canzoni in lingua gallese nella sua venerata zona franca, sul primo canale della BBC. La radio poteva anche starci. Era a vederli che non gli si concedeva un penny bucato: ragazzini sgangherati con il vizio del carnevale, alla guida un Brancaleone salottiero, lunghe chiome corvine, sguardo ebete e costume da negromante cucito dalle mani sante di mamma, nei ritagli di tempo tra il lavoro e la cena.
[Stacco con risate preconfezionate e qualche timido applauso]
Però che razza di autore di canzoni, quell’Euros Childs! Aver messo la firma nemmeno ventiduenne a un’opera come “Barafundle” conferma una volta di più che l’abito non fa il monaco, ma può fare il mago. E tanto meglio con la compagnia di apprendisti stregoni come Gorwel Owen e Richard James, qualcuno con cui correre, oltre agli strumenti della tradizione nelle mani o sulla bocca del babbo, responsabile unico di quei pazzeschi interludi medievali. Un disco meraviglioso per una spiaggia meravigliosa, là dalle parti di casa, nonché l’anteprima perfetta al trittico che seguì in appena quattro anni: dal doppio maremoto di “Gorky 5” all’apoteosi nostalgica di “How I Long To Feel That Summer In My Head”, passando per l’incredibile romitaggio acustico di “Spanish Dance Troupe”.
[Ooooooh di ammirazione liofilizzato]
Poi Childs diede una bella sforbiciata alla zazzera e le cose non furono più le stesse. Un inutile album di commiato, quindi il via a una carriera solista che non è mai andata da nessuna parte, nonostante i nove numeri in colore messi in fila in poco più di un lustro. Regoli invariabilmente verdi o neri, eccezion fatta per il bel marrone del precedente “Summer Special” e per l’ignobile mattoncino bianco dell’asterisco trash “Face Dripping”. Il nuovo lavoro non si sottrae all’oligarchia cromatica di cui si è detto. L’abbraccia, semmai, nel più pedestre dei compromessi tra il sei e il sette. Parte nel solco di una frivolezza sostanziale e di un garbo da intrattenitori a buon mercato, inanellando una serie di esercizi a coefficiente talmente irrisorio da congedare le ambizioni di medaglia già a metà della prima facciata.
[Carrellata sui volti scettici nelle prime file]
Pianoforte saltellante, melodie rotonde e risapute, aromi zuccherini. A logica, l’ennesima raccolta di divertissement innocui e mai troppo incisivi. Quand’ecco un refrain obliquo, almeno uno, a sfilacciare il canovaccio e offrire scampoli della follia silvana dei Gorky’s esordienti. A ruota il mood sinistro, un cameo sibillino dello shawm, quelle suggestioni arcaiche e campestri che Euros pareva aver estirpato dal proprio patrimonio genetico d’artista, quando prese a tradire i folklorismi squinternati della prima ora con le seduzioni plastiche e ruffiane di un pop d’alta scuola. Che qui resta peraltro l’espediente maggioritario, a cominciare da quella confezione tirata a lustro, pur non negando cittadinanza a soluzioni meno edulcorate. Sia come sia, Euros non riesce a schiodarsi dallo sgabello accanto al suo strumento feticcio. Mesmerizzato, limita gli squilli alla solita generosa razione di hook e filastrocche assassini. L’impressione che stia facendo fuoco con poca legna – e di recupero, oltretutto – non viene mai meno, ma è pur sempre una sirena trascurabile. Partita tra mille tentennamenti, la sua “Situation Comedy” prende quota proprio quando il più benevolo degli ascoltatori già considerava l’ipotesi della cancellazione dal proprio palinsesto. Appena una spolverata della psichedelia elusiva di “Bwyd Time”, un tocco di enfasi rock à la “Poodle Rockin’”, un quadretto bucolico da fine paesaggista e l’intro della vecchia “Where Does Yer Go Know?” clonata senza malizie, per riproporre tali e quali le coordinate struggenti dell’ultimo grande disco con i compagni.
[Standing ovation nell’intermezzo promozionale]
Esiliato nelle parentesi carbonare dei nuovi progetti Cousins e Short & Curlies lo sciagurato musicista kitsch che non ne azzecca una nemmeno per sbaglio, in scena si danno il cambio il freak giovanilista, il goliardo caciarone di nome Jonny e il contemplativo raffinato che in “Daddy’s Girl” non ha paura di coprirsi di ridicolo, camuffandosi con entusiasmo da Harry Nilsson dei poveri. In chiusura un flusso di coscienza lento e ossessivo conquista la ribalta e vale come implicito omaggio al maestro di “Shooting at the Moon”, recentemente scomparso. I consensi se li guadagnano tutti, dal performer languido alla macchietta più stiracchiata, anche se all’incasso passa poi il solo interprete dello spettacolo. Comodo, quando nessuno dei vecchi amici ti nega il conforto di una rimpatriata e il violino di tua sorella Megan è sempre a portata di mano.
A questo punto, caro Euros, non sarebbe meglio rimettere in piedi la band e rimpiazzare quei lazzi campionati con un po’ di genuina baldoria? E’ patetico e poco professionale vederci costretti a parodiare Elio e le storie tese.
Però su ragazzi, anche voi, non fatevi più pregare.
[Sipario, titoli di coda]

Stefano Ferreri

Calibro 35 – Traditori di tutti (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 21/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Io continuavo a dirle di stare zitta e buona!

Ma lei niente, nonostante il bavaglio stretto non smetteva di mugugnare e scalciare contro il tugurio di metallo nel quale era rinchiusa, una sorta di abbeveratoio per cavalli nel quale entrava a malapena la brandina sulla quale era coricata. Oltre che i polsi decisi di legarle le caviglie e fu allora che sentii dei passi nel fango della notte nella quale ci trovavamo.

Le strinsi la pistola in mezzo agli occhi, lei capì che non era il momento di fare la stupida. Spensi la torcia e uscii all’aperto, per un attimo sentii solo il cicaleccio di quella campagna brumosa, poi d’improvviso lo scalciare violento della donna legata ed una voce profonda qualche metro più in là che intimava di manifestare chi ci fosse nel buio… con un balzo scattai lateralmente accendendo di colpa la torcia e facendo fuoco sulla sagoma che avevo di fronte: un colpo secco in testa! Frugai nella giacca di quel malcapitato e trovai un distintivo da sbirro, mi avevano trovato.

Recuperai alla svelta la borsa piena dei dollari del riscatto dalla piccola rimessa e corsi all’interno di quella prigione di latta.

Lei era bellissima, anche in quelle condizioni, una donna acqua e sapone, occhi grandi e chiari, lunghi capelli biondi, che emanavano profumo anche in quel letamaio, carnagione chiara, polsi e caviglie sottili come canne di bambù, viso terrorizzato.

Io ero furioso, impugnavo il mio calibro, ancora fumante, ero sudato e mezzo stordito dal rimbombo di quello sparo, che sicuramente avrà attirato l’attenzione di qualche collega di quel maledetto poliziotto in borghese.

La afferrai per le gambe e la caricai in spalle, non ero veloce con quel peso bilanciato a malapena dalla sacca di soldi, ma avevo la mia alfetta non lontana, coperta in un fosso, forse sarei riuscito nella fuga del secolo. E’ allora che quella riuscii a sfilarsi il bavaglio per cominciare ad urlare con tutta la forza che aveva in corpo.
Non pensai a nulla se non ad agire, la scaraventai a terra e poi un colpo a bruciapelo: il lampo della pistola fu come un faro nella notte e l’esplosione si riversò sulla vallata amplificata dal nulla circostante.

Dalla stradina che mi correva accanto comparsero volanti con le sirene urlanti ed i lampeggianti intermittenti; decine di pistole mi intimavano la resa… game over.

Eppure io le avevo detto di stare zitta e buona!

Maurizio Narciso

The Uncluded – Hokey Fright

D.d.U. 07/05/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Due momenti urbani.

L’enorme finestra da cui mi affaccio dal tredicesimo piano mi sussurra in un orecchio macabre intenzioni e mi vedo già schiantata sul nero asfalto versato da pochi giorni. Poi d’improvviso mi viene in mente mia madre e il bianco soffitto di casa, le scarpe da bambina, i cartoons, le mie ginocchia rovinate e l’incredibile capacità di addormentarmi nell’istante in cui lo decidevo. Mi dico che in fondo la settimana prossima ho un concerto e che si può andare avanti tranquillamente.

La mia strada è piena di bambini, di vecchie macchine, di odore di hamburger e uomini neri obesi. Sono obeso anch’io e la cosa non mi crea pochi problemi. Poi di colpo penso a quando ero bambino e mi portavano all’acquario a vedere il polpo. Amavo quel polpo bastardo e pensavo a tutti i poveri polpi che venivano catturati per far divertire poveri bambini idioti come me e pensavo inoltre a tutti i genitori che litigavano e poi smollavano i loro poveri bambini idioti in un maledetto acquario a vedere un bastardissimo polpo che finivano per amare. Poi bussavo sui vetri per fare un dispetto ai miei genitori, alle guardie dell’acquario e all’intera imbecille legge degli uomini.
Sognavo di nuotare negli oscuri fondali degli oceani con gli enormi e magici polpi liberi.

Marco Di Memmo

Moby – Innocents

Data di Uscita: 01/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

We started like children
Lost in the building by the wall
Hope lost to fear
And nothing was clear when we lost it all

This is how, how we tried
This is where, where it died
This is how, how we cried
Like the dogs left outside. – “The Dogs”

Mi feci trasferire dall’altro lato della città, dall’altra parte del fiume.
Dove vivevo la gente non era esattamente lo stereotipo di quello che un quartiere medio definirebbe un “buon vicinato”. Camminando sulla strada che portava dal droghiere alla farmacia, i passanti erano soliti vaneggiare sullo stato primordiale della materia interstellare, passando qualche volta per l’elencazione dei difetti e delle atrocità che la tipica mentalità capitalistica portava con sé da quando il crollo del muro di Berlino era entrato nell’immaginario collettivo e nell’arte figurativa come il segno definitivo del passaggio alla libertà in senso strettamente tecnico.
Come se l’essere davvero liberi dipendesse dal crollo delle barriere fisiche. Come se lo stato della materia interstellare non assomigliasse per niente all’anima degli esseri umani. Ma, soprattutto, come se fosse davvero il fottuto capitalismo il motivo per cui le persone stessero perdendo di vista l’essenza ed il senso della vita.
Parlavano, parlavano, parlavano. Tanto e tanto animatamente che quasi perdevo la voglia di spingermi fino alla farmacia. Compravo le pillole direttamente dal droghiere, che oramai aveva preso il vizio di commerciarle sottobanco.
Era tutto molto strano: avevo speso la mia intera vita a percorrere la strada che, a piedi, portava dal droghiere alla farmacia. Avevo, per tutta la vita, creduto a quella gente; alle loro storie, alle loro più oscure paure, sino a farle mie, sino ad avere davvero paura. Mi ero persino convinto che ci fosse un serio nesso storico/scientifico/culturale tra l’esplosione di una supernova e il crollo di un mucchio di mattoni nella Germania di qualche secolo fa.

Nel quartiere dove mi sono fatto trasferire, la gente ha delle abitudini decisamente più convenzionali: al mattino si alza, porta il cane a pisciare, i figli a scuola; va al lavoro, guarda il frenetico dinamismo di una città in continua evoluzione attraverso le opache vetrate di un palazzo di trecentotredici piani, paga regolarmente le rate dell’automobile, quelle del televisore, quelle della mobilia, quelle dell’assicurazione, quelle del fondo pensionistico. Le vacanze estive le trascorre sulle spiagge artificiali degli attici dei palazzi, al trecentoquattordicesimo piano.
La vita, nei posti come questo, scorre via e si perde come lo sguardo dove manca un orizzonte, un appiglio per gli occhi, un punto di riferimento qualsiasi. Il tempo è regolato dall’incedere ritmato e costante del rumore che fanno i cocci dei sogni di ciascuno quando cadono infranti sull’asfalto nero delle superstrade e si accumulano sotto alle fondamenta dei grattaceli, sempre più alti, come se le nuvole fossero solo un’illusione perpetua.
Nei posti come questo, sulla strada che va dal droghiere alla farmacia, non incontri nessuno, nessuno ti rivolge la parola. Semplicemente perché nei posti come questo non esiste una drogheria e nemmeno una farmacia: esiste l’ipermercato. C’è tutto lì, e per raggiungerlo c’è la sopraelevata.

All this time
In a moment’s time
To turn away
Leave it all behind

So we climb
So we all uphold the line
The crowd is home
The treasure found

So let it go
Wake up, wake up, wake up
We’re almost home. – “Almost Home”

Mi sono fatto ritrasferire dall’altro lato della città, dalla parte sbagliata del fiume.
Non chiedetemi perché. Non è certo perché mi piaccia la gente di qui, o quella maledetta strada che dal droghiere va fino alla farmacia. Ma nelle loro parole sento che c’è qualcosa di rassicurante, qualcosa che mi fa sentire a casa.
Il rumore dei miei pensieri, mischiato al gran vociare, alle urla teatrali, alle risa, allo sbuffo di vecchi motori a scoppio, ai suoni che si riversano in strada dalle botteghe, si fonde in un impasto denso si sensazioni che regolarizzano biologicamente il battito del mio cuore.
Ogni giorno, a piedi, mentre cammino su quella strada che taglia il quartiere a metà come una melagrana, incontro gli stessi cani randagi di sempre. Entro dal droghiere; esco. Ci penso sempre almeno per una trentina di secondi se affrontare il lungo viaggio fino alla farmacia. Poi decido, puntualmente, di non avventurarmi. La città, piano, sta arrivando fino là, fino dalla parte sbagliata del fiume.
E poi, tutto sommato, le pillole di cui ho bisogno le vende anche il droghiere sottobanco.

Samuele Pica

Teeth of the Sea – Master

Data di Uscita: 07/10/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Parte prima: introduzione del modello di approvvigionamento di una popolazione tra due fonti di cibo equidistanti
Si supponga di avere al tempo t=0 una popolazione di N individui nell’origine O del nostro sistema di riferimento. Si supponga inoltre che nei punti F1=(a,0), F2=(-a,0) si trovino due fonti di cibo, per la popolazione considerata, identiche. La probabilità nell’unità di tempo che un individuo da O muova verso F1 (F2) dipende dal numero di individui in O, dal numero di individui sul tratto orientato OF1 (OF2) e dal numero di individui che stazionano in F1 (F2). La probabilità nell’unità di tempo che un individuo lasci F1 (F2) per tornare in O è proporzionale al numero di individui che stazionano in F1. Le equazioni che regolano il sistema considerato sono dunque:
[…]
Come si può osservare dai grafici, nel caso in cui N<N_crit, in media, metà della popolazione si approvvigiona in F1 mentre la restante metà si approvvigiona in F2 per ogni t>0. Invece, per N>N_crit si nota che dopo un certo tempo transiente t1 una delle due fonti viene preferita all’altra. Da t1 in poi (momento in cui avviene la rottura spontanea della simmetria) si instaura un regime di cosiddetto “approvvigionamento locale periodico”, per cui, con frequenza 1/tp la preferenza della fonte cambia dall’una all’altra.
[…]
I risultati sperimentali (ottenuti dallo studio di una popolazione di formiche posta tra due fonti di cibo equidistanti) sono in buon accordo con i risultati delle simulazioni numeriche sopra riportati.

Rosso e nero. Una diagonale a separarli. Contorni dinamici di una bandiera al vento a racchiuderli. Pelli sintetiche di tamburi che vibrano. L’aria toglie quasi il respiro. Rosso e nero. Riversati per le strade. Scorrono. A contenerli. Cassonetti. Vetrine. Macchine parcheggiate. Rosso e nero. Calpestano l’asfalto consumato. Marciapiedi dissestati. Sfilano accanto a bici rubate. Lucchetti solitari di amori adolescenziali ormai vestiti di imbarazzo. Cerchioni abbandonati ai pali della luce. Rosso e nero. Rimbombano per la via. Voci che stonano nel contesto in mezzo al quale si alzano. Vecchi osservatori si affacciano dalle finestre. Sputano sentenze e catarro. Anarchico giudicare le anarchiche intenzioni. Rosso e nero. Utopico fine. Disprezzato dall’ignoranza di chi guarda altrove. Deriso dalla superficialità di chi pretende di ascoltare il canto dei gabbiani che volano alti sopra le onde abbracciato ad una murena. Rosso e nero. Sogno che subisce accanimento terapeutico. Ma oggi è ancora qui. Nel vento del presente. Il presente. L’acerrimo storico nemico.

Parte seconda: fuga da un predatore da due uscite equidistanti.
Si supponga di avere al tempo t=0 una popolazione di N individui (prede) nell’origine O del nostro sistema di riferimento. Si supponga inoltre che nei punti F1=(a,0), F2=(-a,0) si trovino due possibili vie di fuga da un predatore P posto in (0,p) che per il momento supporremo fisso. Rispetto al caso dell’approvvigionamento studiato in precedenza abbiamo quindi un parametro in più (cioè la distanza del predatore dalla popolazione di prede). Anche in questo caso la probabilità nell’unità di tempo che un individuo da O muova verso F1 (F2) dipende dal numero di individui nell’origine, dal numero di individui sul tratto orientato OF1 (OF2), dal numero di individui che stazionano in F1 (F2) e, inoltre, dal parametro p. La probabilità nell’unità di tempo che un individuo riesca a scappare da F1 (F2) (in questo caso un individuo, una volta arrivato in F1 (F2), non ritorna in O) sarà tanto minore quanto maggiore è il numero di individui che stazionano in F1 (F2) (intralcio della via di fuga). Le equazioni che regolano il sistema sono dunque:
[…]

Ed eccolo lì. Sbarramento nero davanti. Nero. Tinta unita. Materializzato improvvisamente. Sussulto atteso. Immobilità campale per brevi istanti. Rosso e nero. Coprire naso e bocca. Meglio essere pronti ad ogni evenienza. Nero. Mantenere le posizioni fino a nuovo ordine. Tenere il tempo facendo vibrare gli scudi. Ordine. Avanzare. Rosso e nero. Dotarsi di qualche oggetto da lanciare. Meglio essere pronti ad ogni evenienza. Nero. Accelerare. Aumenta il ritmo. Sotto i caschi il suono è attutito. Scie di fumo dalle retrovie sorvolano anfibi che sorreggono manganelli in movimento. Rosso e nero. Lanciare quello che si ha in mano. Indietreggiare. Raccogliere qualcos’altro. Meglio essere pronti ad ogni evenienza. Nero. Raccogliere e lanciare. Rispondere. Lacrimogeni. Rosso e nero. Gli occhi bruciano. Il gas CS è insopportabile. Lanciare. Colpire. Colpire con violenza. La rabbia è cresciuta istante dopo istante. Ma ancora prima. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. Rosso e nero. Volontà di riprendersi una libertà ormai espropriata. Rosso e nero. Esasperazione covata. Il gas CS. L’unico motivo per cui è concesso piangere.

Parte terza: fuga da un predatore in movimento da due uscite equidistanti.
Si consideri ora il predatore muoversi con velocità costante (0,-v). Il parametro p prima introdotto dipende ora dal tempo e, ovviamente, decresce in maniera monotona. Le equazioni diventano quindi:
[…]
Come si può osservare dal grafico in figura, anche in questo caso, dopo un certo tempo transiente t0, in cui ogni individuo che parte da O si muove in maniera equiprobabile verso F1 o F2, una delle due vie di fuga viene preferita all’altra. Quindi dopo un tempo t1 la preferenza per la via di fuga si inverte. Il nuovo fenomeno che si osserva, rispetto al caso del pericolo fisso, è che per p_crit1>p(t)>p_crit2 si ha una fase in cui il numero di individui nell’origine rimane pressoché costante (panico), a seguire questa fase, per p_crit2>p(t)>0 le due vie di fuga tornano ad essere equiprobabili.
[…]

Rosso e nero. Conati di vomito. Convulsioni. Nero. Calano i primi manganelli a baciare con passione crani recidivi. Tenendo il ritmo. Rosso e nero. Prendere un oggetto. Un qualsiasi oggetto. Lanciare. Colpire. Scappare. Nero. Alzare lo scudo. Poi puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Un calcio sullo scudo. Schivare un manganello. Via. Se si è ancora in grado di correre. O di trascinarsi. Via. Verso dell’aria più leggera. Via. Dove si possano aprire gli occhi. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Guardare attorno. Valutare le possibili vie di fuga. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Due possibili vie di fuga. Alla stessa distanza.  Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Le vie di fuga sono sovraffollate. Impossibile scappare. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù. Rosso e nero. Indecisione. Nero. Puntarne uno. Uno solo. Giù.

Giù.

Giù.

I was thinking…
What I was thinking about…
What I was thinking…

Pietro Liuzzo Scorpo

Ringrazio T. Biancalani (Postdoctoral Research alla University of Illinois, Urbana-Champaign) per l’interessante discussione sui “sistemi bistabili”, fonte di ispirazione per questo racconto. Le parti in corsivo sono frutto di fantasia e non hanno alcuna valenza scientifica. L’articolo nel quale viene proposta una modellizzazione rigorosa e formale dell’approvvigionamento delle formiche si può trovare qua: http://arxiv.org/pdf/1306.4167.pdf