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Chelsea Wolfe – Pain Is Beauty

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La bara scura e corta, fatta su misura per la sua esile statura, campeggiava al centro della piccola chiesa di campagna scelta per la funzione. Aveva messo per iscritto ogni suo ultimo volere in una specie di testamento steso di getto, con la grafia tremolante di una persona ormai anziana: solo rose rosse durante la funzione, sepoltura modesta nel cimitero di fianco alla chiesa, eredità da devolvere al Museo delle Scienze Naturali per proseguire le ricerche sulle erbe mediche, fatta eccezione di una minima parte da suddividere tra i nipoti oltreoceano, giusto per metterli a tacere. D’altronde sembrava che tutti i suoi lontani familiari si fossero completamente dimenticati della sua esistenza da tempi immemorabili, e nessuno era accorso al suo capezzale quando le forze la stavano progressivamente abbandonando. Anche quel giorno, al funerale, le panche erano per lo più vuote; un odore inebriante e vellutato sovrastava quello dell’incenso profuso dal sacerdote, una decina di donne del paese riempiva i posti davanti e poi qualche altro curioso, nulla più. Io, nella penombra dell’acquasantiera in pietra vicino all’ingresso, non potevo mancare; se non altro per i sentimenti dirompenti provati sin dal primo incontro con quella donna misteriosa e affascinante, Miss W.

Anni addietro, tantissimi anni addietro, correvo coi miei fratelli più grandi tra i filari dei vigneti appena fuori dalla città, giocavamo a nasconderci, e a rincorrerci l’un l’altro; tra i colori bruni della terra e i verdi e le mille sfumature di foglie e grappoli era uno scherzo da ragazzi mimetizzarsi. Un giorno avevo proprio voglia di essere introvabile, mi spinsi talmente in là quasi ubriacato dalla fragranza acre del mosto che arrivai in cima alla collina e non capivo da dove fossi venuto. Stava finendo settembre, sentivo voci distanti chiamare il mio nome ma non avevo intenzione di curarmene, preferii piuttosto proseguire nella direzione di un grosso cancello in ferro battuto avvolto di edera e buttai lo sguardo dentro, tra una sbarra e l’altra. Si aprì un mondo incantato ai miei occhi: una casa a due piani dalle pareti cerulee e scuri in legno bianchi, un terrazzino sul fronte al di sopra di un ampio porticato, e simmetricamente, a destra e sinistra dell’abitazione, piante e sentieri tentacolari mi conducevano idealmente ovunque. Una minuta signora di mezza età si affaccendava con guanti e forbici tra le siepi di un roseto immenso; aveva lo sguardo assorto nei lavori, ma anche cupo e triste, perso in chissà quali pensieri. Rimasi ad ammirare le movenze delicate di lei per alcuni minuti, poi a fatica tornai dai miei fratelli, con la convinta promessa a me stesso che sarei tornato in quel posto, a sognare ancora.
Passarono i mesi e le stagioni e gli anni, appena potevo mi recavo sulla collina e mi appartavo fuori dalla recinzione a spiare la vita di quella donna; capitava che la vedessi intenta nella cura delle piante come in quel primo incontro, le osservava una ad una con amore e le accudiva con dedizione quasi materna. Qualche volta succedeva che trovassi il cancello leggermente accostato, la tentazione di sgusciare dentro e riempirmi gli occhi di quello splendore e scoprire nuove pagine di quella esistenza era troppo forte per autoimpormi freni. Ero ancora un ragazzo, non avevo un radicato senso del pudore né troppo rispetto per il privato altrui. Venni così a sapere che lei, Miss W., possedeva un orto botanico meraviglioso, arricchito dalle specie più disparate disposte con ordine maniacale in piccole aiuole e terrazzamenti artificiali; il nome di ciascuna pianta era annotato in lingua latina su targhette rettangolari conficcate nel terreno, un tempo indefinito di lavoro le ci era voluto senz’altro. Mi acquattavo dietro le siepi più alte, la scorgevo mentre accarezzava i rami, le foglie, le piccole bacche. Sembrava fosse di questo mondo ma anche di un altro parallelo, così pallida e luminosa in contrasto coi neri capelli lucidi; versava qualche lacrima di tanto in tanto, una tristezza sconfinata sembrava serrarle le labbra in espressioni perennemente angosciate, al più immobili e svuotate, nelle giornate fortunate.
Con lo scorrere del tempo e il sopraggiungere di impegni – ahimé – regolari, le mie visite furtive furono costrette a diradarsi; talvolta però riuscivo a fuggire lassù e ad assaporare quella solitudine fatta di odori e immagini che avevo subito amato, perdutamente. Parimenti avevo perso la testa per quella donna, e ogni relazione che avevo tentato di costruire negli anni con altre non era mai andata oltre qualche appuntamento: ognuna sembrava insignificante, di fronte all’intensa bellezza e profondità di Miss W. (o piuttosto dell’immagine che mi ero costruito di lei?). Pur non avendo mai visto un uomo al suo fianco, so che lei sapeva tutto sull’amore, più di chiunque altro. E non vi era nemmeno bisogno di chiedere né di spiegare, bastavano i suoi occhi, e un cuore caldo e sanguinante, come i suoi polpastrelli quando afferrava le rose noncurante delle spine lungo i gambi. Un’esistenza di amore racchiuso in una scorza difficilmente penetrabile, fino agli ultimi passi incerti tra le sue adorate piante, fino agli ultimissimi giorni.

I rintocchi delle campane di commiato mi destarono dalle fantasie remote, il silenzio nella chiesa si ruppe all’improvviso e cominciò a diffondersi della musica, prima nello spazio ristretto dalle spesse mura, poi anche fuori, sul selciato e tra gli alberi circostanti. Note malinconiche, percussioni pesanti come i passi di un congedo senza appello, melodie folk con incursioni elettroniche, violino a braccetto con le tastiere e le chitarre. Al di sopra di tutto si levava una voce di donna, di una bellezza disarmante. Così bella e scura e drammatica da mettere i brividi.
“You bleed into your house of nettles,
you bleed the night without a sound,
there’s an ocean inside your chest.”

Due uomini mai visti, ritti avanti a me, si scambiarono veloci delle impressioni alle orecchie: si trattava di musica composta da lei, la misteriosa Miss W. Fui sorpreso e intimamente infastidito: come avevo potuto non sapere questo suo segreto? Come era stato possibile trascorrere quegli anni senza venirlo a scoprire, in una delle mie scappatelle? Com’è beffardo il fato!
“Who’s that girl,
she’s only special in secret.”

Lo sparuto gruppo di presenti si era frattanto radunato fuori, per l’accompagnamento verso la sepoltura. Una chitarra delicatamente cadenzata ci stava conducendo verso la buca già scavata, mentre Miss W. prestava la sua voce al suo stesso addio.
“When can I die, when can i go
when will I be free, when will I know
when can I run, my legs are bound
can I leave here, knowing you’ll be strong without me.”

Mi sentivo in qualche modo tradito, ma come potevo non amarla ancora, malgrado tutto?

“Even feeling sad is a way of feeling more alive.” (G.D.)

Federica Giaccani

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