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Esmerine – Dalmak (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 03/09/2013

Un  breve ascolto, durante la lettura

La strada, per Èton, aveva l’odore di lucido per scarpe e il suono di monete dimenticate.
La strada voleva dire l’incrocio tra Rue Sainte-Catherine e Rue Berri, in prossimità della stazione Berri-UQAM della rete metropolitana di Montreal. Puliva le scarpe agli uomini d’affari che emergevano dalle scale mobili e che volevano fare buona impressione durante una riunione. Agli studenti che parcheggiavano la bicicletta nella rastrelliera dopo essersi sporcati di fango attraversando il parco. Ai fedeli che uscivano dalla chiesa pentecostale dopo la funzione, ed erano i più strani: pulisci bene la suola, ragazzo, Dio vede anche sotto le scarpe.
Seduto sui mattoni grigi che facevano da cornice all’aiuola squadrata e senza fiori, Èton imparava a capire le persone che aveva davanti con una rapida occhiata. Li spogliava come se fossero tante spighe di granturco alle quali toglieva tutte le foglie con un sol gesto, lasciando l’interno, così fragile e spesso custodito così male, esposto al giudizio di un contadino disinteressato. Diffidava delle persone con la pelle del volto liscia e le scarpe grinzose. Di chi sorride durante le giornate di pioggia, quando il lucido non penetra nel cuoio, e la noncuranza e le intemperie sconfiggono la tua voglia di riuscire in un’impresa di per sé vana. Èton affrontava i loro sguardi e le loro richieste, accettandole come sfide grazie alle quali migliorarsi.
Nel corso della sua vita Èton era cambiato molte volte, convergendo verso la definizione di un individuo indipendente, assetato, dominatore. Potente. Una volta entrato in possesso dei segreti di una disciplina delegava quella funzione ad altre persone al di sotto di lui, infondendo in quel gesto lo stesso spirito con cui un padrone getta il piatto degli avanzi ai cani. Prediligeva i mezzi di trasporto su rotaie, sulle quali viaggiava sopra un vagone nero di acciaio blindato che aveva progettato lui stesso, e che chiamava loculo. In piedi davanti ad uno dei tanti finestrini laterali, fissava la sua immagine, statica, con le mani dietro la schiena. Il suo riflesso immutabile, in contrasto con il dinamismo del paesaggio circostante, era per lui la più grande beffa a cui doveva assistere ogni giorno, che veniva accolta con un sorriso amaro ed un luccichio pericoloso negli occhi.
Mentre si trovava nella regione spazzata da tempeste di sabbia e datteri rossi, venne a sapere di un eremita che specchiandosi nelle pozze d’acqua sotterranee della Yerebatan Sarnıcı era capace di prendere possesso di quel ritratto che rappresentava ormai l’ultima sfida irrisolta per Èton. Camminando in quella caverna, dove luce e pietra creavano delle sfumature color ruggine sul soffitto a volte, toccava ciascuna delle trecentotrentasei colonne, vedendo in ognuna di esse uno dei limiti che era riuscito a superare. Ad un certo punto la sua attenzione fu catturata da uno scintillio che proveniva da una zona sommersa alla sua sinistra. Si tolse le scarpe per non bagnarle, l’unico vincolo dal quale non voleva, o non poteva, separarsi. Non riuscendo a capire cosa fosse incastrato tra le pietre del fondale, Èton avvicinò la mano per prendere l’oggetto, e quando il suo dito indice sfiorò la superficie dell’acqua riuscì a distinguere quel che aveva attirato il suo sguardo.
La sua sicurezza vacillò quando riconobbe quella piccola moneta di rame, come quelle con cui veniva pagato quando faceva il lustrascarpe seduto sull’aiuola di mattoni grigi. C’erano delle volte, quando una di queste rotolava fino ai suoi piedi dopo essere uscita dalla tasca di un cliente mentre si alzava dalla seggiola, in cui Èton rimaneva tutto il giorno a fissarla, senza prenderla. All’inizio si stupiva di quelle volte in cui, verso sera, guardava dove era caduta la moneta e la ritrovava. Dopo un po’ di tempo capì che le persone guardano verso il basso agli oggetti che non ritengono importanti, con l’indifferenza con cui un elefante calpesta una formica. Ora Èton guardava il suo riflesso frastagliato. Si rendeva conto di aver guardato verso il basso monete, formiche, persone, ed ora vedeva anche se stesso, senza provare alcunchè.
Si guardò intorno. Il suo sguardo corse lungo la vasta sala vuota, mentre si rendeva conto che non esisteva nessun eremita, che la sua ultima sfida consisteva nell’abbandonare tutto quello che aveva faticosamente guadagnato fin’ora.
Tornò sul corridoio, si infilò le scarpe allacciandole con cura, e tornò ad immergersi nell’acqua…
Ricordò quella giornata di pioggia fitta regalata da un cielo timido in cui, senza ombrello o cerata, era rimasto seduto su quell’aiuola senza alzarsi. Lo aveva fatto perchè provava freddo, quel genere di freddo bagnato che ti incolla i vestiti alla pelle e che dura così tanto da farti pensare che non ti abbandonerà mai. A poche ore dal sorgere del sole si era alzato e, allo stremo delle forze, si era avvicinato alla fontana in marmo dall’altra parte della strada. Era entrato con un piede, poi con l’altro, immergendosi infine completamente. Galleggiava sulla superficie dell’acqua con le braccia spalancate e gli occhi rivolti verso l’alto. Le sue lacrime, che non sarebbero più tornate, si erano sciolte in quei lineamenti ondulati, che gli stavano dando il primo abbraccio della sua vita.

Filippo Righetto

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