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Agnes Obel – Aventine

Data di Uscita: 30/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Amore pixelato

Ti ho cercata lungo una strada che lascia intravedere in lontananza i contorni innevati di un futuro migliore. Il Denali, la grande montagna, un mosaico di ecosistemi che comprende taiga, tundra, ghiacciai, rocce. Ero partito dopo aver trovato una guida vecchia di decine di anni in una bancarella di un malandato mercatino di Champoluc. In questo libro dalla copertina in pelle sgualcita erano racchiuse le impressioni di una persona anonima, ed era così ricco di dettagli e di sensazioni vissute da sembrare un diario, in cui i pensieri erano stati scritti da una mano che crede che una linea di inchiostro non abbia mai fine. Un prato immenso completamente ricoperto di piccoli arbusti di Betula nana, con quel colore rosso rame tipico dell’estate avanzata, ed il massiccio del Denali ad innalzare il suo promettente abbraccio in compagnia di nuvole ed armonia.
Ho visto l’insegna sull’Interstate a-4 vicino a Cantwell, Stati Uniti. Nella prima riga vi era scritta la parola “veteran”, ed era seguita più in basso da “land 4 sale”, dalle dimensioni dell’appezzamento e dal prezzo per acro. Le cifre, in ordine decrescente, si concludevano con un misero e laconico “free”. Trovai il reduce nel paese vicino, mentre era in procinto di attraversare la strada. Quando stava per raggiungere il marciapiede dalla parte opposta si fermò, si girò, e ritornò sui suoi passi, per poi fermarsi nel punto da dove era partito, dando le spalle alle macchine. Era vecchio, con una barba folta ed ingiallita dal whisky. Indossava una maglietta grigia con sopra un gilet militare, dei bermuda di due taglie più grandi, e degli scarponcini sciupati con le calze cadenti che arrivavano appena sotto il polpaccio. Parcheggiai, lo raggiunsi, e gli misi una mano sulla spalla. Lui sembrò non accorgersi di nulla. Le persone che non sussultano sono quelle che non sognano, quelle che distolgono lo sguardo dalla fantasia. Che quando suonano il pianoforte tengono il piede sempre premuto sulla sordina, che non ascoltano l’erba che festeggia quando qualcuno le passa vicino.
Mi diede le chiavi con un movimento lento, senza che io dovessi parlare, come se l’unico motivo per cui qualcuno potesse rivolgergli la parola, come se l’ultima cosa che dovesse fare al mondo fosse proprio consegnare la casa dei suoi ricordi ad uno sconosciuto, gratuitamente, ed io ci rimasi male, perchè era esattamente quel che stava succedendo. Aprii la bocca per protestare, ma lui mi fermò con gli occhi ancor prima che con le parole che pronunciò: you don’t give fuel to fire.
Trovai una casa abbandonata tra vernice scrostata e assi divelte, ma non la giudicai male per questo. Quel legno, per quanto malandato, esisteva. Portava i segni del tempo, ma anche di ricordi che erano solo nostri. Lo specchio dove rimiravi, insoddisfatta, il tuo profilo, solo per sentirti dire quanto mi piaceva il tuo sorriso. Quell’intercapedine sotto la finestra a est dove il legno era più levigato, reso morbido dalle tue mani ogni volta che ti appoggiavi per guardare l’alba. Quel divano dove, circondati da confidenze e luce fioca, passammo il Natale più bello della nostra vita.
Camminando sulle assi polverose fino alla finestra, presi la piccola scatola di legno intarsiato e la appoggiai sulla mensolina. Aprendola, vidi quelle pietre familiari, che ti erano così care. Un’ametista dai riflessi violacei, un anello con un corindone blu incastonato, l’ossidiana nera vulcanica e traslucida. Le accarezzai con le dita, poi le tirai fuori, chiusi la scatola, e le misi sopra il coperchio. Raggiunsi il divano dalle tinte ocra e, sprofondando con la testa nei cuscini, pensai ai ricordi che da lì a breve avrebbero invaso la stanza, colorando quelle pareti spoglie con i primi passi di un rapporto carico di trasporto, in cui l’immagine sfumata di un amore pixelato faceva da cornice al presente.
Come in un video musicale, dove la musica circonda tutto, le persone parlano senza emettere suono, sorridono, e accelerano il passo.

Filippo Righetto

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