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Archive for settembre, 2013

múm – Smilewound

Data di Uscita: 09/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Dopo un profondissimo respiro ricordai di avere dimenticato buona parte della mia vita da molto tempo, ma non ne fui tanto dispiaciuto, pensai piuttosto ai versi di Brecht:

La fragilità della memoria
dà forza agli uomini.

Pensai per un momento, inaspettatamente, a quando mia madre mi raccontava le favole in quel letto infinito per farmi addormentare nel pomeriggio, ma questo pensiero tenero mi strideva nella mente ora che nessun racconto poteva placare la fame della mia avida e allucinante insonnia. Erano anni, forse un decennio, che non conoscevo le gioie del sonno profondo, quello che si accende appena si chiudono gli occhi e si spegne quando li si riapre al mattino. Vivevo da troppo in quel costante stato di dormiveglia che non mi faceva godere né del giorno né della notte, in cui non potevo mai dire con convinzione di essere desto o dormiente, sano di mente o pazzo.
Anche in quel momento così insolito e potente avevo una minima difficoltà nel dirmi cosciente, nell’affermare con certezza di non stare sotto il dominio dei sogni. Mi tenevo incastrato nel crepaccio di una montagna, una parete verticale, tenuto appena da una corda che doveva assicurarmi la vita e la speranza. Il prossimo punto di appiglio sembrava irraggiungibile, disperatamente in alto come io ero disperatamente in basso. Avrei dovuto fare un balzo sovrumano per raggiungere quel punto e continuare a salire in alto fino alla cima. Mi ero azzardato a toccare una dea che fino ad allora nessuno aveva mai osato avvicinare. Dovevo risolvere quello stallo mortale con un’azione immortale, dovevo abbandonare la mia carne umana per vestire i muscoli degli dei immortali, dovevo abbandonare la mia limitata intelligenza di uomo per approdare all’infinita forza mentale degli eterni. E come fare ad abbandonare il corpo e l’anima da uomo? Dimenticandosene.
Gridai talmente forte da far trasecolare l’aria, meravigliai la roccia, feci librare la mia vibrante carne ed esplodere la mia mente. Il resto fu un balzo, un volo disumano, presi le sembianze di mille animali dalla tigre alla gru, sentii l’antico furore e la gioia senza tempo degli eroi e mi trovai, senza sapere come, alcuni metri più in alto in pochissimo tempo.
Con molto sforzo ancora arrivai in cima alla montagna dopo non essere stato più uomo e fu solo lì che mi sentii davvero un uomo.

Marco Di Memmo

Neko Case – The Worse Things Get, the Harder I Fight, the Harder I Fight, the More I Love You

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Suggestions about a Fragile Crystal

When you catch the light the flood changes direction
And darkens the lens that projects by the skies
As you fly alongside you’ll discover my weakness
I’m not fighting for your freedom
I am fighting to be wise

Le gocce di pioggia corrono verticali lungo la vetrata del bar in cui ti piace passare le tue serate in compagnia dei tuoi drammi, del vecchio Harry Johnson, probabilmente il peggior barman dell’intera Virginia, e di una fedele bottiglia dello scotch più economico esposto al bancone.
I bracciali tintinnano sul polso al sollevarsi del bicchiere per freddare con un bacio l’ultimo pallido fondo alcolico. Le evidenze sono lampanti: il rossetto impresso sul vetro è della stessa tonalità di quello che hai sempre portato in borsa.
Solo pochi giorni prima, tieniti al lato della strada se hai da allacciarti le scarpe, ragazzo. Un severo cenno di risentimento cui ha fatto seguito il tuo inaspettato sorriso premuroso, per poi vederti andar via. Era caldo e mi hai lasciato più indietro, col tuo culo perfetto sul sellino per culi perfetti. Una gonna scura a lutto scomposta dal sottile vento estivo che le impone movimenti invitanti mentre ammicca arroganza disarmante e dichiara con espressione indifferente di non aver mai avuto intenzione di prendere le mie parti.

Non riuscivi a fare a meno di alleggerire con qualche commento ridicolo qualsiasi cosa ti turbasse. Impegnata discepola della satira più pungente, sostenevi che a far ironia ti si allunga la vita.
Per quanto fossero stabili i dogmi che avevi statuito, mutare in clown grotteschi i demoni in armatura che continuavano a incedere sul tuo fronte fragile, non è stato sufficiente a rendere più leggeri gli stessi principi a cui ambivi come fa il suicida con la corda. Ti sentivi minacciata dalle tue ombre come un castello di sabbia di fronte alla marea crescente. Il limitarsi allo sterile blaterare di questioni futili era la tua maschera, la pigrizia che ci costringe saldi alle nostre frustrazioni, l’ansia di perdere contro i propri fantasmi che ci rende indolenti, impreparati a vivere. Sono stanca, si è sentito pronunciare con voce ferma. Era un settembre mite, il cielo sereno, le foglie tinte appena di giallo caldo, se solo fossi riuscito a trovare il coraggio di prenderti la mano. Continuo a nutrire l’illusione che ti sarei bastato.

In fondo sapevo che sarebbe successo, bastava guardarti persa nella luce dell’ovest. Mi hai lasciato solo una mattina, un pezzo di carta recuperato dal secchio degli scarti e poche righe confuse:
Era notte. Tornavo a casa dopo l’ennesima serata chiassosa. Proseguivo per inerzia, abituata al tragitto. Pazzi e barboni ubriachi di freddo e semafori intermittenti che borbottano ritmiche metropolitane.
Ancora giallo. La città non mi è mai sembrata così bella.
Le mie rime pugnalate dalla tristezza chiedono nuovi miraggi. Ho pianto la mia solitudine, supplicato perché potessi ritrovare la strada che porta al fuoco di Prometeo, che col suo ardore sfida gli dei riuscendo così a smussare i vertici dell’infelicità umana. Ho chiesto perdono per ogni mio errore, una preghiera e un calice di sangue in pegno al cielo. Ho provato ad uccidere ogni aspettativa per evitare che l’ennesimo fallimento fosse troppo faticoso da sopportare. Sono stanca del caos a cui siamo costretti contro ogni volontà. Quel caos che turba il nostro vivere, che fa dissolvere i contorni come caligine polverosa e ci priva del diritto sacrosanto di comprendere le nostre scelte. Chiedo che ci sia resa la possibilità di andare avanti liberi da qualsiasi ombra come alberi svestiti dall’inverno incorruttibile, come la più grande benedizione che possa essere concessa. Non ho certezze rispetto a quel che sarà il mio domani. Andrò, dove mi porterà la ricerca del mio bisogno. Sarò, cacciatrice di nuovi paesaggi.

La strada è deserta.
Sebbene a chilometri di distanza, posso immaginarti a cercare stelle maldestre nel sogno di poterne possedere una, stringerla tra le mani, mentre il piede pigia sicuro sull’acceleratore. Investita dall’entusiasmo, urli alla notte tutte le canzoni che hai imparato e sporgi la testa oltre il finestrino, ti ho detto mille volte che è pericoloso. Il cuore pulsa come un martello pneumatico e impera la sensazione che da un momento all’altro esca fuori dal petto e caschi sull’asfalto, inerte, e si lasci a riposo mentre tu resti a guardarlo, ragazzina sull’altalena, con le gambe penzoloni sul bordo del mondo. Un brivido scorre lungo la schiena. È lo stridio di media frequenza che si percepisce quando raschi le unghie sulla lavagna. Sai bene di cosa si tratta. È l’inquietudine che si prova al sapere che a porsi di fronte a te non è un unico traguardo, ma potenziali infiniti. Libero arbitrio e paura hanno lo stesso colore.
Solo chi, come te, teme la libertà, è in grado di perseguirla.

Giulia Delli Santi

Chelsea Wolfe – Pain Is Beauty

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La bara scura e corta, fatta su misura per la sua esile statura, campeggiava al centro della piccola chiesa di campagna scelta per la funzione. Aveva messo per iscritto ogni suo ultimo volere in una specie di testamento steso di getto, con la grafia tremolante di una persona ormai anziana: solo rose rosse durante la funzione, sepoltura modesta nel cimitero di fianco alla chiesa, eredità da devolvere al Museo delle Scienze Naturali per proseguire le ricerche sulle erbe mediche, fatta eccezione di una minima parte da suddividere tra i nipoti oltreoceano, giusto per metterli a tacere. D’altronde sembrava che tutti i suoi lontani familiari si fossero completamente dimenticati della sua esistenza da tempi immemorabili, e nessuno era accorso al suo capezzale quando le forze la stavano progressivamente abbandonando. Anche quel giorno, al funerale, le panche erano per lo più vuote; un odore inebriante e vellutato sovrastava quello dell’incenso profuso dal sacerdote, una decina di donne del paese riempiva i posti davanti e poi qualche altro curioso, nulla più. Io, nella penombra dell’acquasantiera in pietra vicino all’ingresso, non potevo mancare; se non altro per i sentimenti dirompenti provati sin dal primo incontro con quella donna misteriosa e affascinante, Miss W.

Anni addietro, tantissimi anni addietro, correvo coi miei fratelli più grandi tra i filari dei vigneti appena fuori dalla città, giocavamo a nasconderci, e a rincorrerci l’un l’altro; tra i colori bruni della terra e i verdi e le mille sfumature di foglie e grappoli era uno scherzo da ragazzi mimetizzarsi. Un giorno avevo proprio voglia di essere introvabile, mi spinsi talmente in là quasi ubriacato dalla fragranza acre del mosto che arrivai in cima alla collina e non capivo da dove fossi venuto. Stava finendo settembre, sentivo voci distanti chiamare il mio nome ma non avevo intenzione di curarmene, preferii piuttosto proseguire nella direzione di un grosso cancello in ferro battuto avvolto di edera e buttai lo sguardo dentro, tra una sbarra e l’altra. Si aprì un mondo incantato ai miei occhi: una casa a due piani dalle pareti cerulee e scuri in legno bianchi, un terrazzino sul fronte al di sopra di un ampio porticato, e simmetricamente, a destra e sinistra dell’abitazione, piante e sentieri tentacolari mi conducevano idealmente ovunque. Una minuta signora di mezza età si affaccendava con guanti e forbici tra le siepi di un roseto immenso; aveva lo sguardo assorto nei lavori, ma anche cupo e triste, perso in chissà quali pensieri. Rimasi ad ammirare le movenze delicate di lei per alcuni minuti, poi a fatica tornai dai miei fratelli, con la convinta promessa a me stesso che sarei tornato in quel posto, a sognare ancora.
Passarono i mesi e le stagioni e gli anni, appena potevo mi recavo sulla collina e mi appartavo fuori dalla recinzione a spiare la vita di quella donna; capitava che la vedessi intenta nella cura delle piante come in quel primo incontro, le osservava una ad una con amore e le accudiva con dedizione quasi materna. Qualche volta succedeva che trovassi il cancello leggermente accostato, la tentazione di sgusciare dentro e riempirmi gli occhi di quello splendore e scoprire nuove pagine di quella esistenza era troppo forte per autoimpormi freni. Ero ancora un ragazzo, non avevo un radicato senso del pudore né troppo rispetto per il privato altrui. Venni così a sapere che lei, Miss W., possedeva un orto botanico meraviglioso, arricchito dalle specie più disparate disposte con ordine maniacale in piccole aiuole e terrazzamenti artificiali; il nome di ciascuna pianta era annotato in lingua latina su targhette rettangolari conficcate nel terreno, un tempo indefinito di lavoro le ci era voluto senz’altro. Mi acquattavo dietro le siepi più alte, la scorgevo mentre accarezzava i rami, le foglie, le piccole bacche. Sembrava fosse di questo mondo ma anche di un altro parallelo, così pallida e luminosa in contrasto coi neri capelli lucidi; versava qualche lacrima di tanto in tanto, una tristezza sconfinata sembrava serrarle le labbra in espressioni perennemente angosciate, al più immobili e svuotate, nelle giornate fortunate.
Con lo scorrere del tempo e il sopraggiungere di impegni – ahimé – regolari, le mie visite furtive furono costrette a diradarsi; talvolta però riuscivo a fuggire lassù e ad assaporare quella solitudine fatta di odori e immagini che avevo subito amato, perdutamente. Parimenti avevo perso la testa per quella donna, e ogni relazione che avevo tentato di costruire negli anni con altre non era mai andata oltre qualche appuntamento: ognuna sembrava insignificante, di fronte all’intensa bellezza e profondità di Miss W. (o piuttosto dell’immagine che mi ero costruito di lei?). Pur non avendo mai visto un uomo al suo fianco, so che lei sapeva tutto sull’amore, più di chiunque altro. E non vi era nemmeno bisogno di chiedere né di spiegare, bastavano i suoi occhi, e un cuore caldo e sanguinante, come i suoi polpastrelli quando afferrava le rose noncurante delle spine lungo i gambi. Un’esistenza di amore racchiuso in una scorza difficilmente penetrabile, fino agli ultimi passi incerti tra le sue adorate piante, fino agli ultimissimi giorni.

I rintocchi delle campane di commiato mi destarono dalle fantasie remote, il silenzio nella chiesa si ruppe all’improvviso e cominciò a diffondersi della musica, prima nello spazio ristretto dalle spesse mura, poi anche fuori, sul selciato e tra gli alberi circostanti. Note malinconiche, percussioni pesanti come i passi di un congedo senza appello, melodie folk con incursioni elettroniche, violino a braccetto con le tastiere e le chitarre. Al di sopra di tutto si levava una voce di donna, di una bellezza disarmante. Così bella e scura e drammatica da mettere i brividi.
“You bleed into your house of nettles,
you bleed the night without a sound,
there’s an ocean inside your chest.”

Due uomini mai visti, ritti avanti a me, si scambiarono veloci delle impressioni alle orecchie: si trattava di musica composta da lei, la misteriosa Miss W. Fui sorpreso e intimamente infastidito: come avevo potuto non sapere questo suo segreto? Come era stato possibile trascorrere quegli anni senza venirlo a scoprire, in una delle mie scappatelle? Com’è beffardo il fato!
“Who’s that girl,
she’s only special in secret.”

Lo sparuto gruppo di presenti si era frattanto radunato fuori, per l’accompagnamento verso la sepoltura. Una chitarra delicatamente cadenzata ci stava conducendo verso la buca già scavata, mentre Miss W. prestava la sua voce al suo stesso addio.
“When can I die, when can i go
when will I be free, when will I know
when can I run, my legs are bound
can I leave here, knowing you’ll be strong without me.”

Mi sentivo in qualche modo tradito, ma come potevo non amarla ancora, malgrado tutto?

“Even feeling sad is a way of feeling more alive.” (G.D.)

Federica Giaccani

Esmerine – Dalmak (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 03/09/2013

Un  breve ascolto, durante la lettura

La strada, per Èton, aveva l’odore di lucido per scarpe e il suono di monete dimenticate.
La strada voleva dire l’incrocio tra Rue Sainte-Catherine e Rue Berri, in prossimità della stazione Berri-UQAM della rete metropolitana di Montreal. Puliva le scarpe agli uomini d’affari che emergevano dalle scale mobili e che volevano fare buona impressione durante una riunione. Agli studenti che parcheggiavano la bicicletta nella rastrelliera dopo essersi sporcati di fango attraversando il parco. Ai fedeli che uscivano dalla chiesa pentecostale dopo la funzione, ed erano i più strani: pulisci bene la suola, ragazzo, Dio vede anche sotto le scarpe.
Seduto sui mattoni grigi che facevano da cornice all’aiuola squadrata e senza fiori, Èton imparava a capire le persone che aveva davanti con una rapida occhiata. Li spogliava come se fossero tante spighe di granturco alle quali toglieva tutte le foglie con un sol gesto, lasciando l’interno, così fragile e spesso custodito così male, esposto al giudizio di un contadino disinteressato. Diffidava delle persone con la pelle del volto liscia e le scarpe grinzose. Di chi sorride durante le giornate di pioggia, quando il lucido non penetra nel cuoio, e la noncuranza e le intemperie sconfiggono la tua voglia di riuscire in un’impresa di per sé vana. Èton affrontava i loro sguardi e le loro richieste, accettandole come sfide grazie alle quali migliorarsi.
Nel corso della sua vita Èton era cambiato molte volte, convergendo verso la definizione di un individuo indipendente, assetato, dominatore. Potente. Una volta entrato in possesso dei segreti di una disciplina delegava quella funzione ad altre persone al di sotto di lui, infondendo in quel gesto lo stesso spirito con cui un padrone getta il piatto degli avanzi ai cani. Prediligeva i mezzi di trasporto su rotaie, sulle quali viaggiava sopra un vagone nero di acciaio blindato che aveva progettato lui stesso, e che chiamava loculo. In piedi davanti ad uno dei tanti finestrini laterali, fissava la sua immagine, statica, con le mani dietro la schiena. Il suo riflesso immutabile, in contrasto con il dinamismo del paesaggio circostante, era per lui la più grande beffa a cui doveva assistere ogni giorno, che veniva accolta con un sorriso amaro ed un luccichio pericoloso negli occhi.
Mentre si trovava nella regione spazzata da tempeste di sabbia e datteri rossi, venne a sapere di un eremita che specchiandosi nelle pozze d’acqua sotterranee della Yerebatan Sarnıcı era capace di prendere possesso di quel ritratto che rappresentava ormai l’ultima sfida irrisolta per Èton. Camminando in quella caverna, dove luce e pietra creavano delle sfumature color ruggine sul soffitto a volte, toccava ciascuna delle trecentotrentasei colonne, vedendo in ognuna di esse uno dei limiti che era riuscito a superare. Ad un certo punto la sua attenzione fu catturata da uno scintillio che proveniva da una zona sommersa alla sua sinistra. Si tolse le scarpe per non bagnarle, l’unico vincolo dal quale non voleva, o non poteva, separarsi. Non riuscendo a capire cosa fosse incastrato tra le pietre del fondale, Èton avvicinò la mano per prendere l’oggetto, e quando il suo dito indice sfiorò la superficie dell’acqua riuscì a distinguere quel che aveva attirato il suo sguardo.
La sua sicurezza vacillò quando riconobbe quella piccola moneta di rame, come quelle con cui veniva pagato quando faceva il lustrascarpe seduto sull’aiuola di mattoni grigi. C’erano delle volte, quando una di queste rotolava fino ai suoi piedi dopo essere uscita dalla tasca di un cliente mentre si alzava dalla seggiola, in cui Èton rimaneva tutto il giorno a fissarla, senza prenderla. All’inizio si stupiva di quelle volte in cui, verso sera, guardava dove era caduta la moneta e la ritrovava. Dopo un po’ di tempo capì che le persone guardano verso il basso agli oggetti che non ritengono importanti, con l’indifferenza con cui un elefante calpesta una formica. Ora Èton guardava il suo riflesso frastagliato. Si rendeva conto di aver guardato verso il basso monete, formiche, persone, ed ora vedeva anche se stesso, senza provare alcunchè.
Si guardò intorno. Il suo sguardo corse lungo la vasta sala vuota, mentre si rendeva conto che non esisteva nessun eremita, che la sua ultima sfida consisteva nell’abbandonare tutto quello che aveva faticosamente guadagnato fin’ora.
Tornò sul corridoio, si infilò le scarpe allacciandole con cura, e tornò ad immergersi nell’acqua…
Ricordò quella giornata di pioggia fitta regalata da un cielo timido in cui, senza ombrello o cerata, era rimasto seduto su quell’aiuola senza alzarsi. Lo aveva fatto perchè provava freddo, quel genere di freddo bagnato che ti incolla i vestiti alla pelle e che dura così tanto da farti pensare che non ti abbandonerà mai. A poche ore dal sorgere del sole si era alzato e, allo stremo delle forze, si era avvicinato alla fontana in marmo dall’altra parte della strada. Era entrato con un piede, poi con l’altro, immergendosi infine completamente. Galleggiava sulla superficie dell’acqua con le braccia spalancate e gli occhi rivolti verso l’alto. Le sue lacrime, che non sarebbero più tornate, si erano sciolte in quei lineamenti ondulati, che gli stavano dando il primo abbraccio della sua vita.

Filippo Righetto

Nine Inch Nails – Hesitation Marks

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I am just a copy of a copy of a copy
Everything I say has come before
Assembled into something into something into something
I am never certain anymore
I am just a shadow of a shadow of a shadow
Always trying to catch up with myself
I am just an echo of an echo of an echo
Listening to someone’s cry for help

Nutrirsi dei sogni degli altri non è una cosa facile. Non è divertente. Non è carino.

Mike aveva iniziato per gioco. Era entrato nei “Dormienti”, soltanto per uno stupido gioco.

Ma da quel momento nulla sarebbe stato più come era prima e mai come lui avrebbe immaginato che fosse.

Iniziava a fargli male.

“Chi sceglie di nutrirsi dei sogni, decide di abbandonare la propria anima al confine. Non porterà niente con sé, non possiederà più nulla. I suoi occhi avranno paura della luce, le sue membra dovranno danzare al ritmo del silenzio, con la delicatezza della piuma che si posa sul cristallo, senza emettere suono.

Lascerà spazio agli altri dentro di sé, dimenticherà ogni desiderio, rifuggirà l’amore come la più devastante delle pesti. Cancellerà il suo nome, scioglierà qualsiasi legame con il mondo di chi sogna”.

I Dormienti sono anche detti “mangiatori di sogni”. La leggenda vuole che la loro vita si consumi in un perenne e astratto stato di dormiveglia impalpabile, durante il quale si dimenano rapiti dalle visioni, e possano entrare nel mondo solo attraverso gli occhi dell’essere al quale stanno assorbendo la fantasia.

A sentire le sacre scritture e a dare ascolto ai racconti, i Dormienti avrebbero dovuto essere niente di più che degli zombie in preda a violente allucinazioni.

Ma Mike non era così.

- Che cosa vedi nei miei sogni?

- Quello che vedi tu

- Tutto quanto?

- Tutto quanto

La setta dei Dormienti offre la possibilità di sognare a chi è nato privo del prezioso dono di vivere un’altra vita, la notte. In cambio, chiede tutto ciò che un uomo ha di più caro: la capacità di provare emozione.

Mike aveva deciso di prendere il “mantello nero” da quando era stato abbandonato dalla sua famiglia.

Della mia vita non so più che farmene, ve la regalo, aveva detto al Maestro Myhir, voglio imparare a sognare.

Nessuno aveva spiegato a Mike che non si può imparare a sognare per conto proprio. Solo i “prescelti” erano invasi dalla luce, tutti gli altri avevano le tenebre dietro agli occhi, fitte come nebbia velata.

Nessuno aveva spigato a Mike che i Dormienti posso vivere soltanto i sogni dei prescelti, con tanto trasporto, con tanto subbuglio e vigore, da divenire la loro unica realtà possibile.

Il Maestro Myhir glielo spiegò. Ma solo dopo avergli strappato l’anima dal petto, come si estirperebbe un’erba cattiva da un giardino rigoglioso.

Quel giorno Mike imparò che cosa significa essere un “cacciatore”, che cosa significa avere “fame”.

Negli ultimi tempi trovare sogni di cui cibarsi si stava rivelando un’impresa più ardua del tentativo di far crollare una montagna con un soffio. I prescelti si stavano ammalando, e piano, anche loro, iniziavano a prendere il mantello nero, a entrare nella setta.

Ma Mike negli anni aveva imparato a cacciare. E aveva finalmente trovato la sua preda, più succulenta di qualsiasi bestia selvaggia, gravida di linfa vitale. In lei, c’era tutto ciò che Mike avrebbe voluto vedere.

In lei c’era la vita. Tutta la vita che a lui era stata rubata. Tutto ciò che cerca chi desidera sognare e restare nel sogno per sempre, senza mai più svegliarsi.

Saw something on the other side
Made me promise to never tell
You know me I can’t help myself no

Now I got something you have to see
They put something inside of me

Sarah era una prescelta. A lei era dato il dono più grande: chiudere gli occhi, serrare le palpebre, e sognare.

Sarah poteva vedere ciò che gli altri non potevano nemmeno immaginare.

In televisione avevano provato a trasmettere dei film nei quali i registi e gli sceneggiatori più premiati ce l’avevano messa tutta a ricreare quello che vedono i prescelti. Ma solo i prescelti potevano sapere che era pura fantascienza. Soliti effetti speciali vuoti, colpi d’occhio e sovrastrutture megagalattiche, varchi spaziotemporali e altre cose improbabili.

Sognare è semplice.

Una volta, avevano mandato in onda persino un film/documentario sulla natura dei sogni: un prescelto (almeno così volevano far credere) veniva intervistato, e in alcune scene si poteva vedere il suo cervello mentre veniva sottoposto alla scansione da potenti apparecchiature mediche e neurologiche all’avanguardia; sembrava dovessero studiare la genetica extraterrestre di chissà quale mostro marziano.

Internet era pieno di ricerche e falsi miti riguardo ai sogni, ai sognatori e alle terapie per poter tornare a sognare. Se su Google digitavi la lettera “d”, la prima parola suggerita era “dreams”, se digitavi la lettera “h” compariva “how to learn to dream?”, e così via.

Quando Sarah conobbe Mike fu, ovviamente, in sogno. Da quel giorno la sua vita non fu più la stessa.

Sarah decise che avrebbe insegnato a Mike a sognare per conto suo. Gli avrebbe insegnato ad emozionarsi, ad amare.

Ma Sarah non sapeva una cosa semplice: Mike era un dormiente, era senz’anima.

Viveva solo nei suoi sogni.

Hey
Everything is not okay
We lost too much along the way
The passengers are out today
It looks as though they’re here to stay
This paranoia turns to fear
This too is whispering in your ear
Pretending but I know you hear
That’s how we fucking end up here

Samuele Pica

John Cohen – Deaf Arena (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 28/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Immagino ogni giorno
La fine.
Il buio che entra nel corpo, le mani
Fredde di sangue raffermo.
Il canto lontano di un sogno,
la voce diventa melodia di rumori
in sottofondo.
Il respiro scandisce nell’aria il mio tempo
E la vista diventa sfocata.
Nessuno può sentirmi,
perché non so più gridare, soffoco.
Un altro respiro, un altro
Un brivido caldo mi avvolge le ossa,
una lacrima scorre lungo il viso.
Un ultimo sogno vorrei fare
Un ultimo sogno.
Ma sento un tonfo nel petto
E il sale del pianto sulle labbra socchiuse.

Che cosa vuoi che sia la morte?, diceva Andy a John, in un giorno di pioggia in cui anche la pioggia era stanca di cadere.
È meglio il niente, a vivere in fondo si muore, diceva Andy a John, mentre le gocce si arrampicavano al vetro della finestra, come tentassero di non scivolare via, per sempre.
Forse hai ragione, diceva alla fine John a Andy, come rassegnato, come la pioggia, a cadere, per sempre.
Alla fine, siamo tutti sordi, come un’onda che si infrange in mare aperto.

Samuele Pica

Virginiana Miller – Venga il regno

Data di Uscita: 17/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Una plaquette risa dall’usura tiene a stento i fogli necessari a comporre ordinatamente quello che spaccio per il romanzo italiano che tutti aspettano da trentanni, non è lui, lui, sempre di mio pugno, è stato editato da una casa minore, non se l’è inculato nessuno, come dicono i più noir addict. Perché ora il barbarismo fa saputo, il noir è hardboiled e ‘sti cazzo di critici fanno la fame, sono incattiviti e puntano a screditare il premio Bancarella invece di tirare fuori dalla melma dei pubblicati dalla Palomar, dalla Albatros, da quella merda di Sacco Arduino Editore i disperati capaci. Perché sia chiaro, disperati lo siam tutti, qualcuno lo merita un po’ meno. I testardi vivono nella convinzione che nulla li abbatterà, quindi, perché salvarli dal vetro della finestra? Li si lasci a sbattere ad oltranza mentre sperano la riuscita, assaporano la vittoria ogni volta e ogni volta non provano la resa, il dolore della sconfitta non li affligge al punto di vincerli. Che creature incredibili, che invidia. Gli incapaci, gli incapaci lo sanno e hanno tolto lo specchio dal lavabo perché uno sguardo di troppo al miserere che contengono li ucciderebbe, continuano perniciosi a riempire la pelle morta degli alberi e a svuotare quella morta del sé, gli incapaci scrivono per non leggere, perché ad ogni lettura concepiscono un po’ di più quello che non possono raggiungere, nemmeno di loro i critici devono curarsi, la critica non deve conscere pietà. Poi ci sono i citatori, così li chiamo, un libro che è il sequel non permesso di questo o quel capolavoro, gente che impara il registro idiomatico, la cadenza, lo stile di questo o quel maestro e la ripete a oltranza nella speranza che qualcuno ne riconosca il genio come il discendente di o l’apriscuola del, odiosi manichini, scimmie addestrate, i peggiori. E poi, poi c’è il resto, quelli che hanno un correttore automatico impostato nel programma di scrittura che usano e credono che la propria storia sia interessante, già, deve essere interessante essere bianco, benestante, di mezza età, in un paese europeo in crisi nel 2013. La curiosità mi scala veloce la schiena come un fremito, presto, devo sapere se riuscirà il protagonista del romanzo, copia più atletica e piaciona dell’autore, a scopare con la segretaria del piano di sopra fortuitamente incontrata in mensa. Ho scritto un buon romanzo, è il quinto. Il premio Bancarella l’ha vinto una shampista mancata, un buon critico letterario l’ha smerdata, il popolo è felice di sapere la cultura in balia delle lobby e così giustifica le sue mancanze. Sono bianco, benestante, di mezza età, in un paese europeo in crisi nel 2013, non c’è mensa, né segretaria da scopare.

Alfonso Errico

Tropic of Cancer – Restless Idylls

Data di Uscita: 23/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

T. “Preferisci la luce o il buio?”
C. “Al buio posso stare nuda in tranquillità ma non può vedermi nessuno. Con la luce mi vergogno ma posso cercare meglio qualcuno con cui scopare?”
T. “Perfetto, possiamo vederci alla luce vestiti e spogliarci per scopare al buio.”
C. “Sei un genio, non ho più paura”.
A Los Angeles la conoscevano praticamente tutti e non è affatto facile. No, state calmi non era una puttana. O forse sì ma non era comunque il suo mestiere. Faceva la deejay in quei locali strambi dove si ritrovano le persone perdute, le menti invase dalla droga e dai loop o solo da uno dei due ingredienti. L’ambient qui dentro poteva fondersi con ritmi marziali e cadenzati, lamenti, tastiere crepuscolari e sintetizzatori glaciali, distanti anni luce. Capelloni neri seduti su divani abrasi la guardavano a tratti e distoglievano gli occhi per continuare a leggere poesie nichiliste e annientatrici. No, qui non era una semplice moda ma un tratto esistenziale; il disagio pressoché costante non gradiva disturbi o fulgori emozionali in grado di produrre sbalzi difficilmente gestibili.
Imparò a suonare strumenti svariati dalla chitarra al basso per arrivare ai synth. Imparò anche a intrattenere rapporti vuoti e scialbi con i frequentatori della notte. Una vita corrosiva e priva di veri legami, imparò a fare l’amore a caso per sentirsi a casa e protetta. I suoi interessi erano la dark wave minimale e il sesso, di pari passo. In camera sua erano presenti svariati poster che deridevano la religione. Niente tv e nessuna notizia del mondo contemporaneo la interessavano. La parte fisica delle sue esperienze era primaria e questo lasciava uno spazio misero al resto, prima o poi avrebbe trovato il modo di rendere vivibili questi vuoti, così pensava e questo era il suo obiettivo. Far prendere forma alle geometrie musicali che sentiva era arduo e questo la sfibrava molto. In fondo il problema vero era la chiusura della sua anima al mondo esterno, un torpore che il suo ultimo amante provò a dissipare portandola tra il deserto del Mojave e il deserto di Sonora. Il ragazzo conosceva alla perfezione ogni specie di cactus sulla terra e aveva l’intenzione di cacciare scorpioni per aumentare la sua già infinita collezione. Lei si era innamorata sentendolo parlare di come questi animali scelgano le prede in base alla percezione di particolari vibrazioni. I peli sensoriali e le zampe sono munite di organi in grado di carpire tutto questo muoversi complesso ed era rimasta affascinata. Essi si agitano solo se disturbati e azionano il pungiglione per uccidere, una sorta di timidezza li pervade e la notte è il momento migliore per cibarsi; non poteva che trovare affinità con questo mondo animale così intimo.
Il ragazzo, un tal Mendez, scomparì nel deserto ma le aveva già insegnato tutto quello che c’era da sapere per indirizzarsi. Svanito dalla città per sempre le lasciò una collezione di scorpioni imbalsamati che la accompagnano costantemente in tour per il mondo, anche quando la mente resta nel deserto in piena notte per continuare la caccia infinita alle vibrazioni. Come quella sera che si esibiva vicino a casa, al Pehrspace di Los Angeles, lanciata in una ricerca continua e monotona. Il riflesso esteriore di tutto questo muoversi era un rumore decadente pieno di influenze ritrovabili negli anni 80’. Una batteria incrociata al sintetizzatore e fusa successivamente ad un ambient il più possibile cupo e oscuro; una voce inabissata nel riverbero trascinante. Plant Lilies in my Head / Children of a Lesser God. La fase di spinta resta minima fino a raggiungere la sublimazione che diventa estasi suggestiva nei presenti, impegnati ad ondeggiare per ritornare indietro nel tempo. L’instabilità ormai è riportata a schema geometrico riconoscibile. Hardest Day / Rites of the Wild.

Alessandro Ferri

Arctic Monkeys – AM (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 09/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Arabella è una creatura sognante, che mi ricorda del cosmo più lontano, della consistenza delle stelle, i suoi baci potrebbero essere come paragonati a uno scontro fra costellazioni. Crede nei movimenti lenti come una donna degli anni sessanta però si trova a suo agio nel mondo moderno delle metropoli, ho incominciato già da qualche anno a cantare di lei, senza che all’inizio me ne accorgessi veramente. Portavo occhiali scuri, non riuscivo ancora a mettere i sentimenti a fuoco. Ho preso sempre più confidenza con la mia voce e il mio volto, mi sono appropriato del paroliere della tradizione migliore inserendoci tutto il vocabolario personale che mi sono ritrovato a disposizione, sono entrato in un mondo di amori spezzati e riconquistati, il mondo canzone dei lunghi amori perduti ma ritrovati. I tuoi stivali e i tuoi jeans neri sono diventati musica passando attraverso una chitarra, il mio amore sbranato ha fatto fatica a non esprimersi nella sua completezza. Per te l’amore era un gioco, lo dicevi sempre cercandoti nello specchio mentre ti passavi le dita tra i capelli. Le tue guance hanno ripreso colore? Sei solo tu in questo momento che puoi vantarti di possedere registrazioni inedite di alcune mie canzoni, solo tu puoi ascoltare la mia voce negli istanti appena successivi alla scoperta di nuove emozioni, solo tu la puoi riascoltare all’infinito così rotta da una nuova scoperta o scossa pensando a parole lasciate appassire, nuda come la mia schiena e questo muro bianco, e la mano tremante, strumento della creazione. Ti riconoscerai in queste parole, che effetto ti farà pensare che diventeranno di tutti, che verranno riutilizzate in contesti lontani una manciata di secoli dai momenti da cui sono partite? Ho finto di scrivere questa lettera cercando di ricreare le sensazioni di un anno fa, quando le carte non erano ancora del tutto scoperte. Siamo passati tutti attraverso concerti e folle oceaniche, chitarre e occhiali da sole, Glastonbury e le copertine dei giornali, ci pensi alle storie che si nascondono e che hanno fatto ciò che io scrivessi in questo modo? Lo sai che ho sempre scritto canzoni, non sei l’unica. Arabella sei stata soprattutto tu, però ora è libera di volare per aria come un palloncino che non perderà mai la sua posizione nel cielo. Cambierà anche nome, qualcuno lo ispirerà, altri la dimenticheranno. Non noi. Ho visto la foto di un polso con tatuato il disegno della copertina dell’album. Credo che abbia appena incominciato a esprimere tutto quello di cui porta significato. Ci pensi mai al percorso che può compiere una canzone?

Filippo Redaelli

Okkervil River – The Silver Gymnasium (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Continuava nervosamente a slacciare e riallacciare il bottone del polsino sinistro di una camicia a righe sottili ed il suo sguardo, vagando distratto, non cessava di essere disturbato dai neon asfissianti delle insegne dei ristoranti di St. Oak’s Street. Un bambino guardava i camion lanciarsi pachidermici per la strada, con il viso appiccicato alla vetrina di una steakhouse, la madre, alle prese con la bavaglina della figlia più piccola, cercava di pulirle la saliva mantenendo un sorriso sulle labbra. Un uomo vestito di grigio con in mano una valigetta dall’aspetto importante scese da una Cadillac di fretta, una donna dai capelli ricci e castani lo seguì qualche passo indietro, apparentemente stressata dal suo vestito nero troppo aderente e dal fumo del sigaro del suo presunto marito. Bill guardava fuori dal finestrino e cercava di non lasciarsi inghiottire dai colori di quel tardo pomeriggio autunnale. Cercava di non pensare a quanti anni avesse, implorando la sua memoria di lasciarlo pensare a una via migliore per scappare via da quella cittadina o di dimenticarsi completamente di quel desiderio. Sorseggiò la sua bibita e tastò le tasche della giacca in cerca di qualcosa o, forse, solamente per ingannare il tempo per qualche secondo. Come giunse alla sua mente l’immagine di vecchie scorribande lungo il fiume d’estate non poteva di certo spiegarlo. Paragonò quella dolce doccia fresca allo stupore del trovarsi ad ascoltare una delle proprie canzoni preferite alla radio, per caso, e a come per tre o quattro minuti tutto l’universo nei dintorni potesse apparire baciato dal sole. Andava continuamente, e senza molto successo ultimamente,alla ricerca di momenti da imprimere nella memoria, come le polaroid che un tempo amava scattare a se stesso, alla sua famiglia, agli amici, ad Annie, a suo fratello, a qualsiasi persona e anche luogo ed oggetto attirasse la sua attenzione. C’era nascosta, da qualche parte tra i suoi ricordi, la sensazione di una libertà sconfinata provata correndo alzando dell’acqua piovana con i talloni su un prato, a fianco di un ruscello limpidissimo, vicino a una montagna che prometteva alla vita di un giovane di aiutarla ad innalzarsi come lei verso il successo. Tolse per un attimo gli occhiali e stropicciò gli occhi, si guardò ancora attorno, la sua scarsa attenzione per quel luogo fu scossa da una ragazza dai lineamenti orientali che tagliava con cura una fetta di torta, non guardando mai oltre le sue mani ed il piatto. Anche lui è sempre stato molto timido ma la crescente responsabilità richiesta in famiglia e ogni urto metabolizzato o evitato proveniente da quella magnifica espressione che usano chiamare “vita adulta”, lo stava rendendo coriaceo, a tratti più rude, a volte insensibile, lui che passava serate a comporre tracklist perfette negli anni di high school per chi riusciva a meritarsi la sua attenzione. Stava percependo la bellezza in un modo diverso. A cosa lo avrebbe portato questa metamorfosi non poteva ancora sospettarlo. La ragazza lasciò mezza fetta di torta e andò a pagare, sorridendo alla cassiera, e, a fatica, spostò il pesante portone d’ingresso e tornò fuori dall’orbita visiva di Bill, tornò alla sua vita da studentessa. Portava la maglietta dello stesso college in cui andava lui. Forse l’avrebbe rivista un giorno. Immaginava se stesso a diciassette anni correre a spulciare tra i vinili del negozio di dischi più vicino a casa, cercare quello più appropriato per l’ultima piacevole sensazione della giornata, godersi le ultime ore di sole d’autunno, scoprire una poesia per la prima volta. Passeranno i pensieri scuri, i dubbi laceranti, i mal di testa per decisioni impossibili da prendere, il senso di non appartenenza a quella realtà, lo sconcerto per quella sensazione dolce e amara del tempo che passa e di tutti i cambiamenti che portano un ragazzo a diventare uomo. Bill si vide da una prospettiva che stava diventando nuova qualche mese più avanti, a suo agio ad una rassegna cinematografica nella grande città. Smise in quei giorni di respingere con ostinazione quello che si era rifiutato di considerare, che alcune speranze possono crollare, che le ferite bisogna lasciarla guarire essiccando al sole, che sarebbe rimasto comunque la stessa persona di sempre. Più coraggiosa. Seduto a quel tavolino, guardando i camion sfrecciare, non riuscirà ancora ad immaginare il suo futuro. Si preparava però, senza saperlo, al giorno in cui, specchiandosi nell’acqua del ruscello, riuscirà a riconoscere di nuovo il suo volto. ..fermarsi un istante e stendere le braccia all’universo e credere di poterlo abbracciare non una, non due, ma centomila e trecento volte e più ancora, con queste braccia spalancate al vento, una porta di una casa sulla natura, a volte mi ritrovo a chiamarla sottovoce libertà, da me stesso, da luoghi che non mi appartengono, da tutto quello che non voglio che mi definisca, dalla volontà di liberarsi della nozione di passato o di farla propria sentendosi sulla via di casa. Prendere la chitarra nel mezzo della confusione e spazzarla via per tutte le volte che ne hai bisogno e ritrovarti nell’oceano, nella progressione di due accordi, come se questo lembo di terra fosse sempre stato nostro, insieme alla nostra musica, senza pensare a tutto ciò che è inutile, che non dovrebbe più importare, perché questo è l’unico posto che conta, mentre sfiora la mia pelle, le nostre pupille che brillano dove devono stare, tutte le storie che vogliamo raccontare, togliersi ogni peso e proseguire il cammino, leggeri, con l’anima nuova ogni giorno, suonare sul corso infinito delle nuvole già passate e della luce del sole, le storie delle nostre corse per sentirci più vivi.

Filippo Redaelli

Volcano Choir – Repave (Top Ten 2013)

Data di Uscita: 03/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Repave

Tu credi di conservarti nella tua non scelta, nella tua bellezza che sorge da una mancanza di necessità, dalla linearità di una decisione leggera. Con la schiena al riparo dalla marea, una schiena appoggiata ad una roccia ben levigata, lo sguardo può sporgersi oltre l’orizzonte. Si scoprirà miope, all’istante. Non ne capirà subito il motivo. La mente cercherà di farlo ragionare nel modo sbagliato portandolo a ritroso tra vecchie istantanee dei tempi buoni, quelli in cui i gesti funzionavano ancora, senza sapere che si trattava solo di una gestualità incosciente, spontanea, come le ginocchia sbucciate del fanciullo. Siamo creature imperfette, non possiamo farci niente, dobbiamo imparare ad essere grandi anche nella resa. E riscoprire uno sguardo diverso, un nuovo orizzonte, la capacità di costruire, una volta dopo l’altra, senza partire sempre da zero. Lascia che io impari ancora un poco. Non è una lezione, sarà la tua una fuga, una fuga che accompagnerà il tentativo della salita in cattedra. Una radio in lontananza legge poesie datate e ci riabitua alla scoperta della parola, del suo modo di farci migliorare. Guarda. I movimenti del mare a volte sembrano allinearsi perfettamente con i tuoi pensieri. Non voglio più scrivere canzoni su di te. Su quello che manca alla nostra relazione. Su quello che potremmo dirci una volta sistemate più cose. Ti prego, ritorna è un insieme di parole sbagliate. Bisognerebbe dire semplicemente, splendidamente: ritorniamo. Questa è la storia di come ricostruire non partendo da uno zero. Perché nell’atto della nascita già ci avviciniamo ad essere più di un insieme vuoto. Siamo già una storia. Potrai riguardare fotografie, video, disegni, proiezioni irreali. Non basteranno. Però davvero, non riportarmi sulla strada che non voglio percorrere ora. Non voglio scrivere solo per me. È per questo che al centro di questo tentativo di ricostruzione c’è una spiaggia, ora ti spiegherò anche perché il mare. Voglio vederti camminare e voltarti nella mia direzione, questo sì che me lo concedo. Stiamo parlando dell’amore più vero. Non sono discorsi inventati per superare la noia o per mancanza di passatempi migliori. E ci ostiniamo a capirci ancora poco di questa storia che non decidiamo di vivere fino in fondo. Lo vedi, ho imparato ad usare anche i plurali. Tu ricomincerai a parlarmi di musica, io ti insegnerò anche a ricostruire. Non è poi così difficile. Basta guardare il mare. Ecco, così. Lo vedi come ogni volta promette un addio romantico alla costa e poi ritorna su sentieri battuti solo per regalarle un altro bacio? Un bacio che si aggiunge ad altri già assaporati e ridefiniti dal tempo. È un dolce cullarsi. Sapersi gestire. Imparare ad amare la ricostruzione. Perché è qui che stiamo parlando per davvero e senza ornamenti di amore …

We’re talking real love
I want to read up on that love
Damn, can’t believe you left me on the land, to be seen, to be scribed
Tell you now that you:
Rely, rely, rely, rely, behave, behave, behave, behave
Spend all of that time not wanting to
Rely, rely, rely, rely, behave, behave, behave, behave
Decide, decide, decide, decide, repave, repave, repave, repave
Inside, inside, inside, inside, the lade, the lade, the lade, the lade …

Filippo Redaelli

Agnes Obel – Aventine

Data di Uscita: 30/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Amore pixelato

Ti ho cercata lungo una strada che lascia intravedere in lontananza i contorni innevati di un futuro migliore. Il Denali, la grande montagna, un mosaico di ecosistemi che comprende taiga, tundra, ghiacciai, rocce. Ero partito dopo aver trovato una guida vecchia di decine di anni in una bancarella di un malandato mercatino di Champoluc. In questo libro dalla copertina in pelle sgualcita erano racchiuse le impressioni di una persona anonima, ed era così ricco di dettagli e di sensazioni vissute da sembrare un diario, in cui i pensieri erano stati scritti da una mano che crede che una linea di inchiostro non abbia mai fine. Un prato immenso completamente ricoperto di piccoli arbusti di Betula nana, con quel colore rosso rame tipico dell’estate avanzata, ed il massiccio del Denali ad innalzare il suo promettente abbraccio in compagnia di nuvole ed armonia.
Ho visto l’insegna sull’Interstate a-4 vicino a Cantwell, Stati Uniti. Nella prima riga vi era scritta la parola “veteran”, ed era seguita più in basso da “land 4 sale”, dalle dimensioni dell’appezzamento e dal prezzo per acro. Le cifre, in ordine decrescente, si concludevano con un misero e laconico “free”. Trovai il reduce nel paese vicino, mentre era in procinto di attraversare la strada. Quando stava per raggiungere il marciapiede dalla parte opposta si fermò, si girò, e ritornò sui suoi passi, per poi fermarsi nel punto da dove era partito, dando le spalle alle macchine. Era vecchio, con una barba folta ed ingiallita dal whisky. Indossava una maglietta grigia con sopra un gilet militare, dei bermuda di due taglie più grandi, e degli scarponcini sciupati con le calze cadenti che arrivavano appena sotto il polpaccio. Parcheggiai, lo raggiunsi, e gli misi una mano sulla spalla. Lui sembrò non accorgersi di nulla. Le persone che non sussultano sono quelle che non sognano, quelle che distolgono lo sguardo dalla fantasia. Che quando suonano il pianoforte tengono il piede sempre premuto sulla sordina, che non ascoltano l’erba che festeggia quando qualcuno le passa vicino.
Mi diede le chiavi con un movimento lento, senza che io dovessi parlare, come se l’unico motivo per cui qualcuno potesse rivolgergli la parola, come se l’ultima cosa che dovesse fare al mondo fosse proprio consegnare la casa dei suoi ricordi ad uno sconosciuto, gratuitamente, ed io ci rimasi male, perchè era esattamente quel che stava succedendo. Aprii la bocca per protestare, ma lui mi fermò con gli occhi ancor prima che con le parole che pronunciò: you don’t give fuel to fire.
Trovai una casa abbandonata tra vernice scrostata e assi divelte, ma non la giudicai male per questo. Quel legno, per quanto malandato, esisteva. Portava i segni del tempo, ma anche di ricordi che erano solo nostri. Lo specchio dove rimiravi, insoddisfatta, il tuo profilo, solo per sentirti dire quanto mi piaceva il tuo sorriso. Quell’intercapedine sotto la finestra a est dove il legno era più levigato, reso morbido dalle tue mani ogni volta che ti appoggiavi per guardare l’alba. Quel divano dove, circondati da confidenze e luce fioca, passammo il Natale più bello della nostra vita.
Camminando sulle assi polverose fino alla finestra, presi la piccola scatola di legno intarsiato e la appoggiai sulla mensolina. Aprendola, vidi quelle pietre familiari, che ti erano così care. Un’ametista dai riflessi violacei, un anello con un corindone blu incastonato, l’ossidiana nera vulcanica e traslucida. Le accarezzai con le dita, poi le tirai fuori, chiusi la scatola, e le misi sopra il coperchio. Raggiunsi il divano dalle tinte ocra e, sprofondando con la testa nei cuscini, pensai ai ricordi che da lì a breve avrebbero invaso la stanza, colorando quelle pareti spoglie con i primi passi di un rapporto carico di trasporto, in cui l’immagine sfumata di un amore pixelato faceva da cornice al presente.
Come in un video musicale, dove la musica circonda tutto, le persone parlano senza emettere suono, sorridono, e accelerano il passo.

Filippo Righetto

The Field – Cupid’s Head

Data di Uscita: 30/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

No. No…
Il mio cuore batte talmente forte nel petto che non riesco ad udire altro se non il suo pulsare frenetico. Il sangue mi sfreccia nelle vene e mi incendia il volto, le mani sono gelate, una nell’altra. Sono zuppa di sudore, il mio odore acre mi riporta ai momenti di agitazione febbrile della mia vita: i compiti in classe di matematica, il primo bacio, il primo furto di automobile, la prima volta che…

BIGLIETTI PREGO!

Forzo un sorriso defilato, cercando di sembrare calma. Infilo la mano nella borsa mantenendo un occhio fisso sul capotreno, estraggo d’improvviso il ferro da una taschina laterale e BAM! Un colpo a bruciapelo sul malcapitato. Mi alzo di scatto mentre il corpo di lui cade a terra urtando il sedile di fianco. Il colpo di pistola ha generato un frastuono incredibile, mi meraviglio che nessun passeggero l’abbia sentito. Mi volto a destra, poi a sinistra, il compartimento è vuoto. Corro verso il freno di emergenza e lo premo con decisione, strappando via la fragile stagnatura. Mentre il treno è ancora in frenata esplodo un altro colpo per rompere il vetro che sarà la mia via di fuga. Salto giù col treno non ancora completamente fermo e mi infilo tra le sterpaglie di questa anonima provincia. Tengo ben saldo il baule che è la mia salvezza, il sogno di una intera vita, un autentico miracolo! Corro, corro e corro senza voltarmi mai indietro badando solo a non allentare la presa del bagaglio. Di colpo inciampo e…

No. No… mi sono addormentata! Col sangue gelato nelle vene mi volto di scatto per controllare se il baule è ancora al suo posto… Eccolo! Meno male. Faccio mente locale respirando a grandi boccate. Il mio cuore batte e batte, mentre fuori scorre un paesaggio nero. La porta in fondo al vagone si apre di scatto ed ecco avvicinarsi il controllore… Se mi chiede il biglietto è finita!

Maurizio Narciso

Junip @ Circolo Magnolia, Milano (09/09/2013)

Un breve ascolto, durante la lettura

Ho sempre visto gli svedesi come dei personaggi singolari, inverosimili. Apparentemente felici, innocui, ma pronti a saltarti addosso con un’ascia bipenne normanna invocando la benedizione di Víðarr. In Svezia l’alcol ha dei prezzi assurdi e le temperature non sono particolarmente miti. Fa troppo freddo per fare qualsiasi cosa. Da qui giunge una domanda spontanea: cosa fanno gli svedesi quando il resto del mondo è seduto, o disteso, ubriaco su un marciapiede, o sta prendendo il sole su un telo sistemato sull’erba? Le strade sono piene di passeggini guidati da coppie giovani e dai capelli biondi, quindi di certo agli svedesi piace passare del tempo con persone del sesso opposto. Ma c’è un’altra cosa che gli svedesi adorano fare. In gruppo, con un’amica, individualmente. Suonare. Che si chiamino Tobias, Elias, o Josè.
(altro…)

Bill Callahan – Dream River

Data di Uscita: 17/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

I have learned
when things are beautiful
to just keep on,
just keep on

E così lei ha fatto il grande passo, è notizia di questi giorni.
Dopo aver riposto in un baule l’abitino da fata silvana degli esordi, piegato con cura e corredato dalla corona di fiori colorati del ritratto di “Ys”, ha scelto di blindare la sua relazione con l’insipido attore comico Andy Samberg e il suo scintillante circo equestre televisivo. Lontane come non mai le suggestioni della New Weird America ma a un tiro di schioppo, in compenso, quella fama che le è sempre sfuggita, fuori dalla nicchia dorata degli indipendenti. Là dove con Bill Callahan avrebbe potuto vivere alla stregua di una regina per sempre giovane, addosso gli stracci belli di un’arte che può ancora permettersi d’essere povera, attorno la devozione di una corte di colleghi figuranti e l’invidia anche affettuosa del suo popolo adorante. Non deve essere comodo recitare nei panni della musa per un grande cantautore. Che non lesina quando si tratta di regalarti diamanti come pegno d’amore, ma sempre e solo in forma di canzoni. Chissà che noia per l’arpista ragazzina svezzata a pane e musica da quel professore galante e serioso, maturo per lei forse più del necessario. Chissà se almeno l’istantanea d’un pensiero, in una brutta copia appena abbozzata, si sarà soffermata sulla fiamma di ieri, in quei pochi minuti di stordimento sull’altare. E chissà quale pellicola sarà passata sullo schermo mentale di lui, distante mille miglia ma ancora sotto il tiro di un bel plotone di ricordi. Sciacquare via l’amarezza è impresa alla portata, se si viene fiancheggiati dalla tenacia e dall’igiene del tempo. La bellezza invece è tutto un altro paio di maniche. Il tipo di ferita che non si rimargina, le luci accecanti del regno che possono farti piangere, qualcosa che resta dentro e si può occultare, ma non si cancella. Il castano chiaro dei suoi capelli ha virato verso il cenere senza che il bianco e nero delle fotografie ne rendesse conto: un innocuo espediente che gli si perdona con benevolenza. Per la figura di Joanna intagliata nella memoria non si è potuto ricorrere, tuttavia, ad accorgimenti altrettanto validi. Così i diamanti hanno continuato a essere estratti dalla stessa miniera creativa e tagliati da quella sua penna essenziale nel tratto quanto aspra, maestra di disincanto, con la piena esclusiva concessa in questo caso ai soli affezionati ascoltatori.

Per registrare fedelmente il senso di vuoto e di sconforto era servito lo splendido “Sometimes I Wish We Were An Eagle”, quasi una testimonianza a caldo della propria sconfitta e insieme un gioiello di dissimulazione. “Apocalypse” si offrì a breve distanza come breviario folk disadorno, perfetto per l’ora dell’appianamento, mentre “Dream River” si presenta adesso e ha il sapore netto della rimozione. Non quella coatta e intransigente, quella che fa a cazzotti con il passato e strappa tutte le pagine andate del calendario, come fossero batteri da estirpare a forza. No, il nuovo disco di Bill conserva le prerogative dell’inessenziale cronaca di un viaggio. E di un sogno, anche, ovattato dalla bruma sdraiata a pelo dell’acqua, dal vapore mansueto di un treno sbuffante o dai fumi dell’alcol in un anonimo bar alla periferia dell’impero. Un dolce annebbiamento, le cui cadenze sono quelle di una danza che è più che altro un rilassato ciondolare. Birre e ringraziamenti come se non ci fosse un domani, con la sola rassicurazione di un’ironia sempre impeccabile al proprio posto. Come per la precedente raccolta, in bella vista risplende la pacificazione. Ma qui non nasce dall’abbraccio di una solitudine pure opportuna, da mandriano confuso nel paesaggio, bensì dall’appagamento offerto da una nuova relazione di coppia, la sola carta in grado di ricondurre la sua scrittura alla piena armonia con gli altri e con la natura. Con la vita. Anche il registro malinconico non pare poi così irrinunciabile, alla fine, e la posa può aspirare al temperamento oracolare del Leonard Cohen dei tardi capolavori, senza più timori reverenziali. Musicalmente si insiste nel solco delle migliori esplorazioni degli ultimi anni, quelli spesi evitando di nascondersi a oltranza dietro a un moniker, per confortevole che fosse. Si coltiva la medesima essenzialità nient’affatto cruda – levigatissima semmai – del secondo album a proprio nome, con le chitarre nel ruolo esatto che fu degli archi, magico cesello, senza disdegnare di tanto in tanto una sottile increspatura o un modesto fuoco bianco a base di riverberi. I lievi arabeschi di allora, quell’eleganza non pedante, sono lontani ma nemmeno troppo. In un quadro votato a una frugalità di pura sostanza, parsimoniosa e priva di spigoli, con i suoi occasionali scorci luminosi Callahan sembra voler confezionare a sorpresa una collezione di brani intensamente oldhamiani, un country anomalo e zampettante che superi proprio il Principe nel suo stesso terreno d’elezione. Gli arrangiamenti colpiscono nel segno, ancora una volta. Merito di un flauto rubato al Nick Drake di “Five Leavers Left” o “Bryter Layter” – a seconda della vivacità – capace magari di conferire un retrogusto agrodolce davvero prezioso. E merito di quelle sei corde in veste elettroacustica traviate proprio dalla vitalità dionisiaca dei fiati, ora in preda a convulsioni gentili, ora disinvolte nel dispensare sfumature finissime come i Wilco meno marziali.

Tutto questo senza indugiare nella calligrafia. Le ricognizioni di colui che si faceva chiamare Smog rimangono in prima battuta questioni squisitamente emozionali. Si spiegano così i non rari crescendo della parte strumentale, riflesso della necessità non derogabile di lasciarsi andare al cuore, alla primavera incalzante, con un pizzico di salutare negligenza. Bill vi si espone adottando un passo lento ma sicuro, come lo straordinario baritono che calza ormai come un guanto. Si mette a nudo e si confessa, trattando il sentimento invece che le cautele filosofiche di ieri. Ogni suo pezzo continua a essere una sorta di vino da meditazione, un amarone affinato in barrique. Equilibrato, morbido, da assaporare adagio. Il desiderio di potersi sottrarre al congedo dall’esistenza terrena è un’illusione appena, come una freccia scagliata in alto nel cielo e condannata a chiudere la propria parabola nella caduta, inevitabile. Nell’istante perfetto dell’apogeo, l’incontro con la più nobile aspirazione dei giorni trascorsi assieme a Joanna: quell’aquila che era stata l’emblema stesso della compiutezza e ora volteggia solitaria, il fiume come una mappa per orientarsi, prima di assecondare il capriccio onirico e sfumare in un gabbiano destinato a ben altri orizzonti. I contorni del tenue vagheggiare, agevolati dalle ombreggiature della Asat Classic, restano incerti anche quando va in scena la piena estate di un pittore di barche. Perso in una tempesta di pioggia e lampi cui farà seguito la ritrovata quiete dell’anima, il cumulo dei propri ricordi a rappresentare la sua più scintillante ricchezza. L’intimismo non è più un luogo angusto, né una passione astratta. E’ la curiosità che spinge il grosso volatile ad aprirsi e a esplorare in libertà, solo a sprazzi se occorre, prima che venga settembre e sia irresistibile la chiamata di ritorno all’oceano. O di rientro a casa su una strada bellissima e insidiosa, tutta ammantata di neve.
Non si può disconoscere la propria natura. Che richieda il conforto di un prestigio un po’ frivolo, o che induca a vivere come artisti dell’eremitaggio. La si accetta, provando a trarne magari una morale sempre nuova. A volte non occorre davvero altro, se si è bravi a far tesoro di tutta la bellezza incontrata sul proprio cammino e la si porta con sé, senza fermarsi mai.

Stefano Ferreri

Mazzy Star – Seasons of Your Day

Data di Uscita: 24/09/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sarebbe stato troppo facile cantare una canzone d’amore. Troppo facile per lui che con le note c’era cresciuto. Per lui che sapeva far godere da morire un violino solo sfiorandolo. Come gode un diabetico assaporando l’ultima briciola di torta al cioccolato una sera d’inverno. Mentre fuori nevica. Troppo facile per lui che con la voce faceva vibrare gli umori più reconditi. Sincopati al torace. Giù per lo stomaco. Tra le gambe. No. Sarebbe stato troppo facile. Lui l’avrebbe dipinta. E poco importava che fosse daltonico. Cosa c’era di così diverso dalle note in una tavolozza di colori? In un modo o nell’altro. Alla fine. Tutto si riduceva sempre a dei numeri. I numeri lo tranquillizzavano. Non è forse luce ciò che entra in una radio? Ed il colore? Non è forse luce? Se poi vogliamo dirla tutta. Ruotare la manopola alla ricerca di una canzone mai sentita corrisponde a cambiare sfumatura.
Fu forse la profondità della sua voce. La vibrazione dell’aria in risonanza con qualche movimento dell’universo. Fu forse che Nettuno era in Pesci. O che l’agnello suonò per sbaglio alla casa del Leone. Fu forse un caso. Non si sa. Sta di fatto che lei credette sinceramente che lui sarebbe stato in grado di ritrarla brandendo un pennello invece di un archetto. E quando lui la invitò nel suo garage da musicista vissuto ma non logoro lei accettò.
Il garage era apparentemente in ordine. Espropriato della sua naturale funzione di cimitero di cianfrusaglie dalla dubbia utilità futura. Tabernacolo di ricordi polverosi e bici eternamente rotte. Sfoggiava chitarre lucide alle pareti. Spartiti di contorno. Un divano a strisce rosse e verdi. Vinili cronologicamente datati. Un violino riposto con galanteria in una custodia viola. Un tappeto con un che di già visto. Vittima di qualunquismo da mercatino delle pulci. Una tela per dipingere capitata lì per caso. Immobile e pallida. Incapace di trovare il proprio ruolo. Come uno scalatore in Olanda. Come un marinaio in Lichtenstein.
Quando lei cominciò a togliersi la camicia sentì un leggero brivido di freddo correrle lungo la schiena ad inseguire una pudicizia ormai lontana. Quando si sfilò la gonna lui sentì una leggera scossa risvegliargli l’appetito. Ma non era fame. Era gola. Lei si distese sul divano. Come in una scena scontata di un film in sconto al rivenditore all’angolo. Lui aveva la gola secca. Provò a canticchiare un vecchio blues che si spense prima di vedere la tremolante luce di una lampadina ad incandescenza impiccata al soffitto. Lei respingeva con tutte le sue forze in un angolo della sua mente il disagio di essere nuda con un uomo che neanche la sfiorava.
Intingeva timidamente il pennello e con gesti titubanti tracciava sulla tela i contorni approssimativi dell’oggetto delle sue pulsioni. Aveva la fronte imperlata di sudore. Era emozionato come un antropologo che risvegliato dopo un lungo sonno si ritrova di fronte alla Statua della Libertà sepolta nella sabbia. E intanto riempiva i contorni di sfumature e tonalità delle più disparate frequenze.
Era quasi l’alba quando completò il ritratto. Entrambi accusavano una stanchezza impropria. Surreale. Comprensibile. Lei si rimise le mutande giallo canarino. Quindi coi seni ancora nudi andò a ricercare la propria immagine su quella tela di cui aveva potuto fino a quel momento osservare fin nei minimi particolari solo il lato nascosto su cui nessuno si sofferma mai. Lui la guardava di nascosto. Il respiro affannato. Con l’olfatto acuito per poter carpire la sua essenza nei dettagli. Sperando di riuscire a scorgere l’eccitazione. Lei fissò quei segni rudimentali. Figli di un impegno che appariva sproporzionato messo accanto al risultato. In quel momento sentì fluire via tutto. L’imbarazzo. Il desiderio. Il freddo. La stanchezza.
Provò poi un affetto quasi materno nei suoi confronti. Ma non era dovuto a quei tratti infantili. Non era arrabbiata. Non era offesa. Non credeva di aver perduto tempo. Semplicemente ora vedeva tutto con chiarezza. Come un portatorce nell’estate artica. Aveva capito. E decise di andarsene. Con un sorriso.
Lui non riusciva a capire. Non era un pittore. Questo lo sapeva. Ma suonarle una canzone sarebbe stato troppo facile. La osservò mentre si rivestiva. Nel silenzio che aleggiava. Nessuno aveva più parlato da quando erano entrati. Solo in quel momento se ne rese conto. Ne fu assordato.
Quando fu sulla porta le chiese perché se ne stesse andando via in quel modo. Non capì la risposta che lei gli diede sorridendo. Cosa voleva dire che quel ritratto non era lei? Cosa voleva dire che evidentemente non era lei la donna che lui voleva dipingere? Cosa voleva dire che non erano i suoi occhi quelli sulla tela? Non erano i suoi. Lei aveva gli occhi verdi.
Lui rimase immobile per qualche minuto dopo che lei venne inghiottita dalla luce del sole che sorgeva. Richiudendo la porta dietro di sé. Poi si distese sul divano grigio. Osservando gli occhi sulla tela. Castani. Ma lui non lo sapeva. Fottuto daltonismo.

Pietro Liuzzo Scorpo