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Forest Swords – Engravings

Data di Uscita: 26/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Siamo abituati a pensar male dei Celti per via della Lega Nord che cerca appigli mitologici nelle macroregioni e nel nulla. Le feste celtiche, con i riti annessi, sono stuprate da metallari, punkabbestia muniti di Hollandia che svaccano nei boschi e leghisti in salsa storico-rituale. Un mix ad alto contenuto d’ignoranza dal quale si salvano solo i metallari.
Le tradizioni del paganesimo inglese, molto diverse da quello greco-romano, si intersecano volentieri alle industrie vicino a Liverpool. Il legame naturale tra uomo e spiriti della natura si sviluppa tramite il rispetto e il mantenimento di quest’ultima. Alcuni studiosi si ritrovano spesso nella penisola di Wirral per confrontarsi sui massimi sistemi politeisti; si narra poi di un gruppo più estremo, questi praticano ancora alcuni riti dall’alto valore simbolico. Un certo signor Barnes tira i fili dello zoccolo duro, ormai stanco della vita in biblioteca. La modernità traspone necessariamente il connubio uomo-natura in un altro spazio, crea modalità d’intervento diversificate e trasfigura le menti.
Il fiume Dee era il luogo deputato al rito. A tarda notte Barnes usciva dalla sua piccola abitazione situata accanto all’estuario del corso d’acqua e ritrovava i vecchi amici di un tempo, seduti su antiche sedie di vimini italiane. Racconti della giornata in città e disavventure tragicomiche stemperate nella birra; Barnes si faceva portare le foto dei nuovi quartieri di Liverpool dai suoi colleghi. In una piccola cameretta scura sviluppava le sensazioni derivate dallo scontro tra percezioni e il sovrapporre diversità tanto grandi era di una complessità agghiacciante. Dopo aver messo a confronto le immagini fissate dal suo sguardo e le fotografie ritornava tra gli amici carico di piante raccolte durante la giornata. Il processo dell’allucinazione era di una consapevolezza scientifica: dosi, sostanze, movimento del corpo, sguardi e perdita eventuale di coscienza autoindotta. Il divino ha creato in natura ogni strumento per trascendere e fare tabula rasa, non servono additivi chimici. In stati parecchio distorti emettevano suoni frastornati e rallentati che venivano filtrati da un registratore da quattro soldi; cori ancestrali e balli mistici si riproducevano con frequenza settimanale in quelle terre lontane ma vicine a Liverpool. Infine l’acqua del fiume veniva raccolta e sparsa sul corpo di tutti i partecipanti che si ritrovavano completamente nudi nel buio della notte. La calma dei campi portava in secondo piano il rapporto con la città, perdendo ogni àncora per un po’ di tempo. L’ansia ormai dispersa rientrava dalla porta principale del cervello con le prime luci della mattina. Tutti, eccetto Barnes, ritornavano in città lasciando all’amico piccoli ricordi e cibo. La mattina e l’inconfondibile nebbia che dilatava il tempo erano il momento giusto per chiudere il cerchio.
Una regressione temporale ai tempi antichi piombava Barnes in un vortice creativo difficilmente raggiungibile in altri modi. Il registratore usato nella notte, le foto di Liverpool e la nebbia divenivano strumenti magici per creare forme musicali. La trasfigurazione ultima avviene con la lente elettronica, appoggiata sul manto di suoni precedentemente creato. Oscuri figuri che si facevano chiamare “Tri-angle” portarono aggeggi per completare l’opera.
Il risultato è fuori catalogo: drone, ambient, trip-hop, incubi, chitarre in loop, dubstep cupa e alterazione allucinata in crescita costante senza alcuna continuità apparente. Un profondo riverbero innalza inni da piazzare nei campi dispersi della vallata. “Ljoss”, porta alle stelle un groove ritmato ricolmo di primitivismo nordico, l’incantesimo sfodera artigli potentissimi fin da subito. “Thor’s Stone”, è sporcizia seduttiva che ti rimanda dritta al centro di un incontro pervasivo e profondo con l’antico. “Onward”, è una vecchia lama che entra ed esce continuamente dal corpo di un animale sacrificato su qualche altare di pietra bianca. Il finale di luce che squarcia le nuvole con l’opera di purificazione ormai completata tra il tambureggiare costante che rende palese la fine del rito sacrificale. “The Weight of Gold”, è l’amplesso che si libera durante qualche notte di luna piena nel quale l’ascesa mistica viene posta al centro della scena. L’oro e le sembianze divine si coagulano per raggiungere l’apice forse massimo della composizione. I rumori spezzati, una voce malinconica e la fusione sessuale. “Gathering”, dove gli spettri sono completamente zittiti in uno stop continuo che gli impedisce di aprire la bocca per più di tre secondi, il tutto si apre in un bosco incantato con fantasmi femminili velati dal piano. “Friend, You Will Never Learn”, mette contemporaneamente la parola fine e all’orizzonte apre nuove visioni in un ritmo ancora più complesso. Il prossimo rito ci dirà che strada è stata intrapresa. O forse no.

Alessandro Ferri

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