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Ty Segall – Sleeper

Data di Uscita: 20/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

All’aumentare della confusione di un periodo della vita cerchiamo di abbassare il volume della musica e comporre file interminabili di chitarre acustiche intrecciate, suonarle con ancora più grinta, lasciando che i capelli caschino ancora davanti agli occhi, senza dimenticarsi, come sempre, di rilassarsi per un momento tra una canzone e l’altra, bere un sorso di qualsiasi bibita e scambiare qualche battuta, non dimenticarsi di come il pubblico si sia avvicinato a queste storie improvvisate nate da una miscela di noia da sconfiggere e tanto umile lavoro. Racconta dei tempi in cui alcuni rapporti cambiano e non ci si ritrova pronti, da nessuna delle due parti, e allora la realtà non la si intravede più obiettivamente, viene tutto trasfigurato, sciolto dal caldo e dall’allucinazione, dalle palme del lungo mare e dalle tempere che colano dalla tela che si è dimenticata ad essiccare in una mansarda, quel lavoro per cui volevi ispirarti al tuo Klimt. Una canzone che per il suo pubblico più giovane racconta di chi vorrebbe mettersi a correre come se fosse nel pieno della sua adolescenza, per raggiungere la casa della sua ragazza preferita, pescare in un giardino lì accanto dei fiori e presentarsi così, pettinato come non mai, davanti ai suoi genitori, fare una buona impressione, passare almeno il pomeriggio con lei sdraiati sul divano cercando di non parlare del futuro ma solo di magliette nuove da comprare. Lei non ci pensa più, lei non se ne accorge più, intanto una musica lì vicino si sposta da un’altra parte, rallenta, riflette su sé stessa, sempre senza chiedersi perché, si ritrova ad essere vicina alla parola generazionale, si aggiungono continuamente nuovi amici alla causa incontrati tra San Francisco e Los Angeles, si aprono le porte anche della televisione, cerca di continuare a suonare sempre senza cercare di analizzare dove potrebbe andare a parare tutto questo, porta altri appassionati a riconoscere e ad interessarsi a questa situazione, al suo creatore, al gruppo che continua a creare intorno a questa avventura. E non ci si ferma mai, si passa attraverso una vecchia stanza, a un poster appeso dietro alla porta con scritto Che ne sai tu della California?, ritorni nei locali e nei bar più piccoli del quartiere da dove proveniamo, dopo esser ritornati anche nel garage dove lui ha scritto la prima canzone, lei non ci pensa più, trovi Fiona che ti racconta delle tre settimane da cui non vede Emily e tu rimani ad ascoltare anche se sapete benissimo che sono passati quei giorni perché E. suona la batteria nel tuo gruppo ed eravate in giro dall’altra parte della nazione, poi vedi Fiona che s’illumina in viso quando la scorge sul retro del palco, Emily con l’indice della mano destra arricciato tra due ciocche di capelli neri e, soprattutto, non può che notare quanto sia cresciuto il numero di tatuaggi sul suo braccio sinistro. La saluti, la lasci ai suoi ricordi e al suo drink, le racconti un aneddoto ambientato in una città di cui non conoscete il nome, noti come entrambe abbiano un rossetto rosso che non mettono mai, la tua giacca sproporzionata invece continua a farsi spazio tra sagome di un mondo che non vi appartiene più e così, senza parlarne, sapete già che siete pronti a riprendere il cammino e andare a cercare posti dove non siete mai stati, con questa musica che viene da lontano e che continua ininterrottamente a suonare nella tua testa, in tutte le sue possibili direzioni dove tu la devi portare. Trovi delle fotografie degli ultimi dieci anni e non riesci più a ricollegare tutti i luoghi e le facce, a parte quelle di chi ha lavorato con i tuoi dischi, a parte di chi ha condiviso con te qualsiasi palco, poi sento nell’aria una canzone, Sleeper, e mi ricordo dei Nirvana, la tua vita diventa quella di tanti altri come te, come lei, come noi, fino al momento in cui i violini mi trasportano verso altri paesaggi, e dopo scopriamo insieme una ballata beatlesiana completamente messa sottosopra, capovolta liricamente, intensissima, già scritta sui muri di ogni città di provincia, tra i sogni di ogni surfista mancato, sulle magliette di qualche ragazza perduta che ha ritrovato sé stessa, She don’t care, e così non si può fare altro che continuare a correre e a farsi portare dal suono di questa chitarra, e se ci porterà sulla costa di est oppure su quella di ovest non ci importerà più, ora che dobbiamo trovare ancora una volta una casa diversa, in questo tempo in cui in cui l’anima di una canzone si ritrova costretta a passare dai treni merci agli appartamenti in affitto, questa chitarra, siamo sicuri, non smetterà mai di graffiare.

Filippo Redaelli

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