monthlymusic.it

Archive for agosto, 2013

Ulver With Tromsø Chamber Orchestra – Messe I.X–VI.X

Data di Uscita: 01/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La società dei germogli

Prima di quella notte, Jonas Whitmore era un ragazzo ingenuo ed incantato dalla vita. Lievemente sovrappeso, quanto basta per essere accolto dalle adolescenti sue coetanee con quel mesto sorriso che sottintende un’emozione buonista, che uccide qualsiasi speranza di un futuro legato dalla parola “insieme”. Un fratello con una borsa di studio sportiva all’università, una sorella più piccola destinata ai concorsi di bellezza, padre agente assicurativo, madre casalinga, il tutto in una villetta a due piani in un modesto quartiere residenziale. Il gel con cui sistemarsi i capelli la domenica mattina prima della messa nella chiesa battista, la tuta di tela grigia con sopra lo stemma del liceo da indossare durante le lezioni di educazione fisica. Facevano parte della sua vita, nello stesso modo con cui quella macchia marrone nel salotto, quell’imperfezione, era legata alla moquette. Erano degli oggetti, delle situazioni, che lui non aveva deciso. Gli erano stati imposti. Sapeva bene di essere costretto tra due muri che limitavano le sue azioni, quelle pareti che erano state edificate da migliaia di anni di storia, sedimento dopo sedimento, ma, a differenza dei suoi compagni irrequieti o degli adulti insoddisfatti, Jonas si accontentava. Sapeva che per essere libero e per vedere con chiarezza sarebbe dovuto arrivare in fondo al corridoio e salire quelle scale dall’apparenza disorganica. Gradino dopo gradino, avrebbe avuto lo spazio per allargare le braccia. Per porre delle domande. Per pretendere delle risposte.
Nessuno sa con precisione cosa accadde la notte del 13 agosto 1987. Uno scippo finito male. Un incendio improvviso. Una disgrazia scritta dal destino. Solo Jonas ricorda quelle parole pronunciate, forse scritte, che sentì seduto sulle scale che portavano al piano superiore. Le ascoltò attraverso la ringhiera in legno massello, con una mano stretta sul terzo balaustro, le ombre che si allungavano rassegnate ad abbracciarlo. Mentre quelle poche lettere prendevano forma, i suoi occhi placidi, socchiusi, che definivano la filosofia di una persona compiacente, si spalancarono come una pianta carnivora stimolata dal fallimento di una promessa. Una domanda cominciò a balenargli nella mente, in mezzo alle tante certezze disseminate in una vita facile da comprendere, difficile da accettare.

La chiamavano la società dei germogli. Un centinaio di persone all’interno di un parco rurale dove la tecnologia più all’avanguardia aveva la forma di una zangola. Nella società dei germogli non c’erano confini geografici naturali o artificiali, nulla si intrometteva tra l’individuo e la scelta. Ad ogni azione commessa dai locali corrispondeva un punteggio, positivo o negativo, dove il giudizio dei comportamenti seguiva un criterio che tutti pensavano essere basato sulla razionalità. Ogni mattina all’alba i giudizi venivano consegnati sotto forma di germogli che si andavano ad accumulare in una tazza di latta arrugginita lasciata nella veranda davanti ad ogni abitazione, con solo un codice identificativo impresso su un lato per ciascuno dei locali. Le regole erano semplici: chi aveva il punteggio più alto era in cima alla piramide e disponeva degli articoli migliori. Gli ultimi, semplicemente, sparivano. All’inizio, quando le tazze di tutti erano riempite allo stesso livello, l’equilibrio era mantenuto grazie all’imperfezione e alla voluttà dei sentimenti dei locali. Tra questi emerse la figura di un uomo sui trent’anni che aveva impostato la sua vita sul rispetto degli altri e sull’abbandono dei vizi. La sua tazza diventava sempre più colma di giorno in giorno, e grazie a questo aveva la moglie più bella e la casa più grande. Tutto questo continuò per svariati anni, fino a che l’uomo cominciò a chiedersi perchè nella sua tazza continuasse a mancare un singolo, unico, germoglio. Una mattina accadde un evento del tutto imprevedibile: il chicco era comparso nella tazza dell’uomo. In quella stessa casa che aveva ricevuto come ospite la sera prima il tradimento.

Nel colloquio che avvenne quella sera in una stanza del castello ai confini della tenuta, l’uomo stupito sapeva che l’aristocratico che sedeva di fronte a lui era il creatore e il giudice della società dei germogli. Quello che più lo spaventava non era il ritratto, dipinto sul muro alle sue spalle, di una donna eterea, dalle guance scavate. Erano gli occhi sbarrati per via di un pianto trattenuto senza riuscirci. L’uomo parlò tenendo in mano la sua tazza piena di germogli. Raccontò soprattutto dell’ultimo seme conquistato. L’aristocratico lesse in quelle parole la ricerca dell’indefinito, quell’incessante interrogativo che si formula nell’anticamera della felicità. Non c’erano noia o malcontento, l’uomo era stato guidato solo dall’insoddisfazione di quando si sosta troppo tempo sulla linea del traguardo e non si vede il prossimo confronto.
L’aristocratico si alzò dalla sua poltrona. Mentre l’uomo rivelava spaesato il suo profondo si posizionò alle sue spalle e, cingendo il suo collo in una presa salda, lo strangolò in poco tempo. Quando gli spasmi finirono, si avvicinò alla finestra e posò la sua mano che tanto odiava sul vetro freddo. Pensò ai cento germogli sparsi sul tappeto, che l’indomani si sarebbero trovati in altrettante tazze dei nuovi locali.
Avrebbe continuato ad aspettare il giorno in cui l’ultimo germoglio sarebbe sbocciato in fiore, invece di finire riverso sul tappeto insieme a tutti gli altri. A quella vista si sarebbe messo davanti al quadro e, allargando le braccia, si sarebbe fuso con l’ultimo ricordo di una persona nata senza il calore dell’infanzia.

Filippo Righetto

Laura Veirs – Warp and Weft

Data di Uscita: 20/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Snow Bullets & Bulimia

Sei solo una bambina, continuava a ripetere mio padre finché non fu colto da un arresto cardiaco dopo aver scoperto che ero rimasta incinta. L’autunno stava terminando e la galaverna, ogni notte, vestiva a festa i fili d’erba del giardino dei vicini. Anticipavo il sorgere del sole solo per restare ad osservarli, custodita da un vetro, oltre la finestra della mia stanza, muoversi a soffio di vento di caduta. Era una certezza. Come l’ordinaria liturgia della domenica mattina accompagnata dalla presa invadente degli occhi del pastore, cui non riuscivo a sottrarmi per ingenua frivolezza. In facoltà di segugio, amava svelare le mie premature abbondanze e mi divertiva vederlo arrossire difronte allo sfiorare timido della gonna sollevata appena sopra il ginocchio al riverbero della lettera di un santo: Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi.
Mia madre, benzodiazepina e bicchiere d’acqua liscia prima di andare a letto, è tra le donne più in vista della comunità: un buon matrimonio, brava casalinga, propinatrice d’insipidezza. Mai un ritardo alle riunioni del comitato di contea e mercatino parrocchiale ogni terzo sabato del mese. Sempre preparata sul pettegolezzo del giorno alla Tea House con le amiche, ho sentito dire che la signora Blade è scappata col giardiniere la settimana scorsa, oggi ha smesso di spazzolarmi i capelli. Mi chiede di lasciarla sola, poi di andar via di casa. Questa è la sua volontà, così che possa dimenticare l’insulto ricevuto.
Ho conosciuto Dorothy e suo fratello che l’estate era appena cominciata e i campi di ciliegio in periferia s’infiammavano di passioni cremisi. Passavamo molto tempo insieme. Io e lui. Trascorrevano i nostri pomeriggi tra il dondolio dell’amaca ancorata ai rami di alberi discreti e il saziarci dei frutti più attraenti. A fingere d’essere stati colti impreparati da una nuvola passeggiera, che per dispetto bagna un presente di qualche minuto, così da concederci di fantasticare riguardo a quel che c’è al di là dei nostri vestiti, troppo umidi per continuare a tenerli addosso. Si divertiva a provocarmi, a prendersi gioco della mia inesperienza, a sorridere del mio distogliere lo sguardo nella speranza che questo fosse sufficiente a nascondere ogni momento d’imbarazzo. Al suo fianco io e la necessità di compiacerlo, convinta sarebbe stato il totale appagamento a fissarci insieme come il mastice più efficace. Pochi mesi di distanza mi separano da quelle immature convinzioni, il distacco, la promessa di cercarsi, ritrovarsi, ritornare ad amarsi.
Clima brumoso, un treno in partenza, io che lo osservo, protetta da un vetro, oltre la finestra della mia stanza. Non ho mai ricevuto una lettera. Per molto tempo ho continuato a chiedermi se c’era qualcosa ad attendermi in quel luogo che ho chiamato casa, se sarei stata in grado di trovare la forza per ritornare. È da un po’ che non ne sento più l’esigenza.

Giulia Delli Santi

Moderat – II

Data di Uscita: 02/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Sarei dovuto arrivare in piena estate, e suonare al tuo campanello con la speranza di non incontrare qualche tuo amico scendere per le scale di corsa e smuovere in me quelle sciocche gelosie da ragazzini; sarei poi entrato di slancio, lasciando cadere il borsone, e ti avrei stretto a me con la foga di chi ha aspettato tanto per poter avere ciò che desidera. Poi, come altre volte, saremmo andati ad affondare i piedi nella sabbia del lungofiume facendo attenzione a non inciampare negli arbusti selvatici cresciuti spontaneamente, fino ad arrivare al margine dove ci saremmo seduti, le gambe a ciondoloni nel vuoto, una birra in mano, incontri concerti e sventure e coincidenze mancate da raccontarci. Poi sarebbero giunte le notti, quelle che fai a fatica a discernere tra loro perché si uniscono l’un l’altra in un continuum spazio-temporale, a entrare e uscire dai clubs fumosi con l’elettronica avvolgente, in questa città in cui per nessuno sembra mai arrivare il momento giusto per andare a dormire. Ci saremmo svegliati all’ora di pranzo, col sole alto e il vociare allegro della gente dei caffè sotto le tue finestre; avrei cercato di scompigliare i tuoi capelli cortissimi approfittando del tuo daffare ai fornelli, omelette veloce e un bel piatto di verdure, o mi avresti portato a visitare una galleria d’arte aperta da poco, o a comprare i semi per le piante con cui avevi in mente da tanto di abbellire il terrazzino della cucina.

Ricordo ancora come avevi quasi supplicato che ti raggiungessi col caldo, usando ogni mezzo in tuo possesso per fare breccia nella pigrizia cronica di cui ho sempre sofferto; avevi dipinto immagini reali di lunghe camminate in strade nuove, e ore d’amore e di progetti da costruire assieme bevendo tè verde. Stavolta l’impresa era ardua più del solito, mi ero rabbuiato, orde di preoccupazioni e fobie rendevano insuperabili anche gli ostacoli più stupidi; avrei dovuto parlare sin da subito di attacchi di panico, la mia bocca tuttavia aveva un timore folle di pronunciare le cose con il loro vero nome, e la testa rifuggiva le oggettive definizioni. Cominciai ad accampare scuse strampalate, a cui tu giustamente non hai mai creduto. Lo si intuiva dalle tue risposte via via più rade e stanche, le argomentazioni andavano dissolvendosi e gli stimoli affievolivano davanti al mio muro privo di spiegazioni plausibili. E come darti torto, d’altronde? A un certo punto smettesti di scrivermi e chiamarmi, probabilmente al culmine dell’esasperazione, per salvare il tuo diritto a mantenere un equilibrio stabile, non messo a repentaglio dalle acrobazie su fili sghembi di chi stava combattendo con le proprie turbe interiori. D’altra parte mi ero impegnato eccome per tenerti lontana e cercare di dileguarmi dai tuoi giorni, dai tuoi occhi; malgrado ciò la tua assenza, improvvisa, non riuscivo ad accettarla, né a farci l’abitudine. Avevo smesso anche di rispondere al telefono, nella paura che di là dal cavo ci fossero obblighi da adempiere che mi avrebbero costretto a compiere azioni e a prendere delle decisioni. Quando mi coricavo il respiro mi si strozzava in gola, e nell’angoscia di non vedere un domani mi rialzavo a sedere; la notte in cui mi scostai le lenzuola di dosso e sgusciai dal letto, passai in rassegna col dito tutti i libri ritti e ordinati che tenevo negli scaffali, fino ad arrivare alle cornici che inquadravano foto indimenticabili dei momenti felici. Tolta quella da bambino, con la mia famiglia e la torta di compleanno, tu eri in tutte. Il tuo sorriso ancora riusciva a scuotermi, a illuminare un angolo recondito in me.

L’aereo atterrò che si era fatta mattina da poco, e l’aria era frizzante e velata della prima nebbiolina di settembre: com’erano distanti i giorni radiosi di occhiali scuri e notti danzanti! La città appariva diversa e inedita al mio sguardo timido, quasi vergognoso. Era la prima volta che la vedevo, la vivevo, così. Sapevo che te ne saresti andata prima dell’arrivo dell’autunno, una casa di moda di Buenos Aires aveva scelto i tuoi bozzetti per una nuova collezione di costumi da bagno; decisi ugualmente di fare un tentativo disperato e tu non c’eri più per davvero, un cartello “affittasi” aveva preso il posto della biancheria stesa in terrazzo, l’orto pensile te lo eri portato con te o lo avevi regalato a Corinna, come dicevi sempre.
Presi a girovagare come un cane randagio, inquieto; le cuffie le avevo lasciate in valigia e non mi servivano, da ogni finestra o negozio o caffè arrivava musica dolce e ammorbidita da battiti delicati immersi nella techno a me cara, nuova declinazione dell’elettronica che amavamo ascoltare insieme, inusuale ma familiare.
This is not what you wanted
Not what you had in mind

Quando non è più la stagione delle feste spensierate ma quella intimista delle scelte, dei conti con la coscienza, della cura dei legami e dei sentimenti, i rimpianti si moltiplicano e ti fanno maledire la tua paralisi, la mancata richiesta di aiuto che avrebbe potuto salvarti in tempo per non perdere il treno della vita. Scansavo coi piedi le prime foglie cadute in un autunno acerbo sui ritmi di dubstep e nostalgia, e mi sembrava quasi che tutta questa mancanza fosse una messa in scena, ché tu in realtà ti stessi nascondendo dietro una tenda o in auto dai vetri scuri per spiare le mie mosse e vedere cos’avrei fatto, se me la sarei cavata.
La notte mi arrischiai nei locali, avevo un’urgente necessità di ritmo e di rincorse sintetiche; scolai in un unico sorso il gin tonic appoggiato alla ringhiera del soppalco sospeso sulla pista da ballo, aveva lo stesso sapore di quando lo bevevo con te e questa cosa mi rincuorò ingenuamente.
Al mattino tornai alla tua porta e la musica si era fatta nuovamente meditativa e avvolgente, quasi romantica se vogliamo, il punto di arrivo era univoco, “I see the damage I’ve done”. Scrissi una breve lettera tanto impulsiva quanto sincera sull’incarto del pane del giorno prima, la lasciai cadere in quella che una volta era la tua buca delle lettere con la speranza che sarebbero state le tue mani a raccoglierla, chissà, un giorno. Alzai lo sguardo per l’ultima volta verso le finestre ora mute con ancora il ronzare dei synth nelle orecchie, e me ne andai.

Federica Giaccani

Sigur Rós @ Ferrara sotto le stelle (26/07/2013)

Un breve ascolto, durante la lettura


Quando torni nei luoghi significativi della tua esistenza puoi sentire caldo, ti si può appiccicare la maglia sulla schiena, ti possono pizzicare mille zanzare, ti possono parlare in lingue sconosciute e puoi fumare erba per tutta la sera.

(altro…)

Forest Swords – Engravings

Data di Uscita: 26/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Siamo abituati a pensar male dei Celti per via della Lega Nord che cerca appigli mitologici nelle macroregioni e nel nulla. Le feste celtiche, con i riti annessi, sono stuprate da metallari, punkabbestia muniti di Hollandia che svaccano nei boschi e leghisti in salsa storico-rituale. Un mix ad alto contenuto d’ignoranza dal quale si salvano solo i metallari.
Le tradizioni del paganesimo inglese, molto diverse da quello greco-romano, si intersecano volentieri alle industrie vicino a Liverpool. Il legame naturale tra uomo e spiriti della natura si sviluppa tramite il rispetto e il mantenimento di quest’ultima. Alcuni studiosi si ritrovano spesso nella penisola di Wirral per confrontarsi sui massimi sistemi politeisti; si narra poi di un gruppo più estremo, questi praticano ancora alcuni riti dall’alto valore simbolico. Un certo signor Barnes tira i fili dello zoccolo duro, ormai stanco della vita in biblioteca. La modernità traspone necessariamente il connubio uomo-natura in un altro spazio, crea modalità d’intervento diversificate e trasfigura le menti.
Il fiume Dee era il luogo deputato al rito. A tarda notte Barnes usciva dalla sua piccola abitazione situata accanto all’estuario del corso d’acqua e ritrovava i vecchi amici di un tempo, seduti su antiche sedie di vimini italiane. Racconti della giornata in città e disavventure tragicomiche stemperate nella birra; Barnes si faceva portare le foto dei nuovi quartieri di Liverpool dai suoi colleghi. In una piccola cameretta scura sviluppava le sensazioni derivate dallo scontro tra percezioni e il sovrapporre diversità tanto grandi era di una complessità agghiacciante. Dopo aver messo a confronto le immagini fissate dal suo sguardo e le fotografie ritornava tra gli amici carico di piante raccolte durante la giornata. Il processo dell’allucinazione era di una consapevolezza scientifica: dosi, sostanze, movimento del corpo, sguardi e perdita eventuale di coscienza autoindotta. Il divino ha creato in natura ogni strumento per trascendere e fare tabula rasa, non servono additivi chimici. In stati parecchio distorti emettevano suoni frastornati e rallentati che venivano filtrati da un registratore da quattro soldi; cori ancestrali e balli mistici si riproducevano con frequenza settimanale in quelle terre lontane ma vicine a Liverpool. Infine l’acqua del fiume veniva raccolta e sparsa sul corpo di tutti i partecipanti che si ritrovavano completamente nudi nel buio della notte. La calma dei campi portava in secondo piano il rapporto con la città, perdendo ogni àncora per un po’ di tempo. L’ansia ormai dispersa rientrava dalla porta principale del cervello con le prime luci della mattina. Tutti, eccetto Barnes, ritornavano in città lasciando all’amico piccoli ricordi e cibo. La mattina e l’inconfondibile nebbia che dilatava il tempo erano il momento giusto per chiudere il cerchio.
Una regressione temporale ai tempi antichi piombava Barnes in un vortice creativo difficilmente raggiungibile in altri modi. Il registratore usato nella notte, le foto di Liverpool e la nebbia divenivano strumenti magici per creare forme musicali. La trasfigurazione ultima avviene con la lente elettronica, appoggiata sul manto di suoni precedentemente creato. Oscuri figuri che si facevano chiamare “Tri-angle” portarono aggeggi per completare l’opera.
Il risultato è fuori catalogo: drone, ambient, trip-hop, incubi, chitarre in loop, dubstep cupa e alterazione allucinata in crescita costante senza alcuna continuità apparente. Un profondo riverbero innalza inni da piazzare nei campi dispersi della vallata. “Ljoss”, porta alle stelle un groove ritmato ricolmo di primitivismo nordico, l’incantesimo sfodera artigli potentissimi fin da subito. “Thor’s Stone”, è sporcizia seduttiva che ti rimanda dritta al centro di un incontro pervasivo e profondo con l’antico. “Onward”, è una vecchia lama che entra ed esce continuamente dal corpo di un animale sacrificato su qualche altare di pietra bianca. Il finale di luce che squarcia le nuvole con l’opera di purificazione ormai completata tra il tambureggiare costante che rende palese la fine del rito sacrificale. “The Weight of Gold”, è l’amplesso che si libera durante qualche notte di luna piena nel quale l’ascesa mistica viene posta al centro della scena. L’oro e le sembianze divine si coagulano per raggiungere l’apice forse massimo della composizione. I rumori spezzati, una voce malinconica e la fusione sessuale. “Gathering”, dove gli spettri sono completamente zittiti in uno stop continuo che gli impedisce di aprire la bocca per più di tre secondi, il tutto si apre in un bosco incantato con fantasmi femminili velati dal piano. “Friend, You Will Never Learn”, mette contemporaneamente la parola fine e all’orizzonte apre nuove visioni in un ritmo ancora più complesso. Il prossimo rito ci dirà che strada è stata intrapresa. O forse no.

Alessandro Ferri

Shigeto – No Better Time Than Now

Data di Uscita: 20/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura


Traslochi improvvisati

Ultimo Movimento: La mia immagine riflessa è multiforme, divertita, ora avvilita, sfuma nel verde oppure è nera quando il treno entra in una galleria e dal vetro nel quale mi specchio scivolano via le gocce di pioggia. Cambio città senza un valido motivo apparente; avevo un lavoro a tempo determinato che serviva a pagarmi l’affitto in una casetta sgangherata con un letto ad una piazza e mezza ed un frigorifero. Ho una minuscola borsa al seguito dove tengo le cose davvero importanti per me, tra le quali la mia foto preferita di lei, sorriso primaverile verso il sole accecante e quel misterioso bigliettino che dice solamente “Ho bisogno di un trasloco dell’anima, tu non c’entri nulla, riguarda il mio essere, addio amore mio”.

Falso Movimento: Sento improvvisamente freddo tra queste lenzuola, cerco di tirare a me il copriletto, che si sposta con una facilità insperata. Arriva il tepore eppure rimane una certa inquietudine… rimugino tra la veglia ed il sogno, le lancette dell’orologio avanzano ma non riesco a capire a quale velocità. D’improvviso, come una doccia fredda realizzo tutto, tendo il braccio verso di lei senza trovarla, sarà in bagno, eppure non sento alcun rumore in casa. Non apro gli occhi per paura di scoprire un’amara verità. Con la punta di un dito sento come la consistenza della carta, un foglietto mezzo stropicciato sul suo cuscino, un ultimo messaggio tra l’incomprensibile e lo sconcertante!

Primo Movimento: C’è un tempo in cui bisogna camminare con le proprie gambe, confrontarsi con i propri limiti, senza alcun condizionamento esterno. Ti guardo mentre dormi e lacrime di dolore solcano il mio viso. Recupero il biglietto appallottolato che ho nei jeans e lo lascio sul cuscino. Non appena mi volto per rivestirmi ho le vertigini, come se stessi saltando da un treno in corsa. Solo la convinzione di poterti prima o poi riabbracciare mi da la forza di dirigermi verso la porta di casa. Prima di varcare la soglia mi approprio di un tuo cd, “No Better Time Than Now” dice la copertina, mi sarà d’aiuto per affrontare questo mio trasloco dell’anima.

Maurizio Narciso

Julianna Barwick – Nepenthe

Data di Uscita: 20/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Tu lo sai, straniero, dove stai andando? Sai qual è la tua direzione? Quale il tuo paese di partenza e quale la tua meta?

Io ho mangiato un fiore che non mi fa ricordare più niente e non so nemmeno più se sono stato un uomo felice oppure no, so soltanto che è scomparso ogni mio dolore e mi pare che col dolore scompaia pure la vita.

Tu invece, pellegrino, sai con certezza dove stai andando e la tua è una grande meta a cui si arriva con piccole mete.

Ho riletto un vecchio diario che avevo ed ho scoperto che anch’io volevo essere un pellegrino ma non ne ebbi la forza, fui un viandante che si fermava a guardare il cielo da ubriaco, come un vecchio poeta cinese, e coglieva i folli fiori della luna e le stelle, portandosi con loro i semi bianchi e neri dell’estasi e dell’orrore. Ho letto inoltre che l’unica cosa che rimpiangevo era il non sapere amare abbastanza, perché –a quanto scrivevo- l’amore era l’unica salvezza dell’essere umano dal nulla, l’unica cosa che poteva scacciare la morte della vita. Leggo che vedevo le persone impegnate a fare tutto per non amare, per non appassionarsi, per non impegnarsi.
Ma ora non voglio leggere più niente, non voglio più nessuna etica, nessuna passione, nessuna parola; ora vivo nel vuoto, nel nulla, e volere qualcosa mi pare un atto bestiale e colmo di vanità. Evito il giudizio degli uomini e so che non spetta a me giudicarli, come non spetta ad alcun fiore il giudicare un altro fiore.
Mi rendo conto di non essere nemmeno più umano, ma so che è stato un processo lento e irreversibile che mi ha portato a non essere più pieno.
Come ho detto col dolore sembra che sia scomparsa anche la vita, certo, la mia vita, ma la grande vita, quella che non si distrugge ne si crea, va avanti e la sento sempre più potente e più assoluta, e il mio Nulla privo di ricordi, privo anche di me, si avvia ogni giorno ad essere l’infinito bagliore del Tutto.

Marco Di Memmo

Ty Segall – Sleeper

Data di Uscita: 20/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

All’aumentare della confusione di un periodo della vita cerchiamo di abbassare il volume della musica e comporre file interminabili di chitarre acustiche intrecciate, suonarle con ancora più grinta, lasciando che i capelli caschino ancora davanti agli occhi, senza dimenticarsi, come sempre, di rilassarsi per un momento tra una canzone e l’altra, bere un sorso di qualsiasi bibita e scambiare qualche battuta, non dimenticarsi di come il pubblico si sia avvicinato a queste storie improvvisate nate da una miscela di noia da sconfiggere e tanto umile lavoro. Racconta dei tempi in cui alcuni rapporti cambiano e non ci si ritrova pronti, da nessuna delle due parti, e allora la realtà non la si intravede più obiettivamente, viene tutto trasfigurato, sciolto dal caldo e dall’allucinazione, dalle palme del lungo mare e dalle tempere che colano dalla tela che si è dimenticata ad essiccare in una mansarda, quel lavoro per cui volevi ispirarti al tuo Klimt. Una canzone che per il suo pubblico più giovane racconta di chi vorrebbe mettersi a correre come se fosse nel pieno della sua adolescenza, per raggiungere la casa della sua ragazza preferita, pescare in un giardino lì accanto dei fiori e presentarsi così, pettinato come non mai, davanti ai suoi genitori, fare una buona impressione, passare almeno il pomeriggio con lei sdraiati sul divano cercando di non parlare del futuro ma solo di magliette nuove da comprare. Lei non ci pensa più, lei non se ne accorge più, intanto una musica lì vicino si sposta da un’altra parte, rallenta, riflette su sé stessa, sempre senza chiedersi perché, si ritrova ad essere vicina alla parola generazionale, si aggiungono continuamente nuovi amici alla causa incontrati tra San Francisco e Los Angeles, si aprono le porte anche della televisione, cerca di continuare a suonare sempre senza cercare di analizzare dove potrebbe andare a parare tutto questo, porta altri appassionati a riconoscere e ad interessarsi a questa situazione, al suo creatore, al gruppo che continua a creare intorno a questa avventura. E non ci si ferma mai, si passa attraverso una vecchia stanza, a un poster appeso dietro alla porta con scritto Che ne sai tu della California?, ritorni nei locali e nei bar più piccoli del quartiere da dove proveniamo, dopo esser ritornati anche nel garage dove lui ha scritto la prima canzone, lei non ci pensa più, trovi Fiona che ti racconta delle tre settimane da cui non vede Emily e tu rimani ad ascoltare anche se sapete benissimo che sono passati quei giorni perché E. suona la batteria nel tuo gruppo ed eravate in giro dall’altra parte della nazione, poi vedi Fiona che s’illumina in viso quando la scorge sul retro del palco, Emily con l’indice della mano destra arricciato tra due ciocche di capelli neri e, soprattutto, non può che notare quanto sia cresciuto il numero di tatuaggi sul suo braccio sinistro. La saluti, la lasci ai suoi ricordi e al suo drink, le racconti un aneddoto ambientato in una città di cui non conoscete il nome, noti come entrambe abbiano un rossetto rosso che non mettono mai, la tua giacca sproporzionata invece continua a farsi spazio tra sagome di un mondo che non vi appartiene più e così, senza parlarne, sapete già che siete pronti a riprendere il cammino e andare a cercare posti dove non siete mai stati, con questa musica che viene da lontano e che continua ininterrottamente a suonare nella tua testa, in tutte le sue possibili direzioni dove tu la devi portare. Trovi delle fotografie degli ultimi dieci anni e non riesci più a ricollegare tutti i luoghi e le facce, a parte quelle di chi ha lavorato con i tuoi dischi, a parte di chi ha condiviso con te qualsiasi palco, poi sento nell’aria una canzone, Sleeper, e mi ricordo dei Nirvana, la tua vita diventa quella di tanti altri come te, come lei, come noi, fino al momento in cui i violini mi trasportano verso altri paesaggi, e dopo scopriamo insieme una ballata beatlesiana completamente messa sottosopra, capovolta liricamente, intensissima, già scritta sui muri di ogni città di provincia, tra i sogni di ogni surfista mancato, sulle magliette di qualche ragazza perduta che ha ritrovato sé stessa, She don’t care, e così non si può fare altro che continuare a correre e a farsi portare dal suono di questa chitarra, e se ci porterà sulla costa di est oppure su quella di ovest non ci importerà più, ora che dobbiamo trovare ancora una volta una casa diversa, in questo tempo in cui in cui l’anima di una canzone si ritrova costretta a passare dai treni merci agli appartamenti in affitto, questa chitarra, siamo sicuri, non smetterà mai di graffiare.

Filippo Redaelli

Pat LePoidevin – American Fiction

Data di Uscita: 27/08/2013

Un  breve ascolto, durante la lettura

I sensi sprofondavano nella poltrona. Un misto di tela verde e polvere. Espirava lentamente. Il fumo andava a raccogliersi negli angoli della stanza. Ad ingiallire la vecchia tappezzeria. Che sicuramente non necessitava di essere ulteriormente ingiallita. Una tappezzeria che non attendeva altro che la fine dei suoi giorni. Di essere staccata metodicamente pezzo per pezzo. Stufa di starsene lì immobile ad osservare quelle vite raccolte ai suoi piedi. Vecchi scrittori in disuso. Giovani poeti già stanchi. Musicisti insapore in smoking non più eleganti. Ma la tappezzeria non pensava. E se anche fosse stata in grado di pensare avrebbe sospirato senza riuscire a dire una parola.
Espirava un fumo dolce. Lieve sentore di limone. Caleidoscopico profumo. Trascinato lontano. Una valigia di propositi. Un sentiero tracciato su una mappa mentale cangiante. Mentre ripensava senza nostalgia ad ogni luogo in cui aveva pisciato. Senza marcare alcun territorio. Ripensava senza alcun entusiasmo ad ogni stanza nella quale avrebbe voluto dormire. Senza essere accusato di violazione della proprietà privata.
Scorreva col pensiero le strade che avrebbe percorso domani. Ed il giorno dopo ancora. Immaginava i paesaggi sconfinati. La risacca delle onde nel grano. Le fattorie che formano costellazioni in quel vuoto microcosmico. E poi le feste di piccoli villaggi alla luce delle lanterne. Celebrazioni patronali. Santi provinciali. Mentre giovani vergini si concedono per un primo ballo a vecchi coetanei sbiaditi. Mentre madri insoddisfatte piangono l’ennesima bottiglia vuota ai piedi del letto. Mentre anziane dagli occhi brillanti raccontano di come una guerra così lontana da non poter essere indicata sulla cartina che campeggia nella piazza principale abbia portato via loro l’unico vero amore. Hanno gli occhi brillanti e lucidi. Ma quando raccontano la solita storia alle amiche piangono sul serio. Mentre allargano le mani come vecchi pescatori che narrano di imprese mai compiute.
E poi via in un altro villaggio. Quando ormai è la stagione del raccolto. E le osterie si riempiono. E per le strade si alza tra la polvere l’odore del mosto. Moscerini sparsi. Mosche provinciali. Mentre giovani imberbi mostrano soddisfatti i primi calli a coetanee dagli occhi innocenti che ancora non sanno che odore hanno le lenzuola sudate. Mentre padri stremati imparano i caratteri incisi sul fondo dei boccali. Mentre vecchi dagli occhi vitrei rimpiangono i tempi in cui si spezzavano la schiena ma ancora riuscivano a soddisfare le loro mogli.
E poi via. Nel fumo dolce. Dove la città non è che un racconto di chi c’è stato. E ha visto taxi e grattacieli. Colletti bianchi e aspiranti attori. E poi in una giornata più incolore delle altre ha pianto la nostalgia. In un grigio monolocale di una periferia troppo poco bucolica. E forse ha trovato l’amore. Una studentessa che come lui viene da dove la città non è che un racconto di chi c’è stato.
Ora. I sensi sprofondano in una poltrona nell’attesa che sopraggiunga il sonno. La polvere vortica nel fumo. Si sposa alla tappezzeria ingiallita. I polmoni si riempiono di aspettative già infrante. Nella stanza accanto qualcuno invoca dio mentre celebra un rito pagano. Desolante scenario di un viaggio mai cominciato.

Pietro Liuzzo Scorpo

King Krule – 6 Feet Beneath the Moon

Data di Uscita: 24/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

La città d’inverno è preferibile, non ci sono gli altri e restiamo tranquilli, nessuna festa a scopo turistico, le luci sono essenziali, e l’inverno benedice e suggella il tutto con la patina di brina che ricopre ogni cosa. Il mare d’inverno, ecco cosa si perdono gli sciocchi, come se fosse tutto fare il bagno e prendere il sole, che ne sanno del canto delle Erinni, di quell’amplificatore di sensi di colpa e tragedia che è lo scrosciare delle onde quando fa un freddo gelido, che taglia la faccia e vuole, pare voglia, abbracciarti nelle sere più fredde. Quasi a dire, fa freddo, troppo per sopportarlo e non esserlo. Diventa freddo, diventa freddo con me. Sarebbe tutto così perfetto, spicciolerei abbastanza per portare a casa la pagnotta col mio solito e sicuro spettacolo da bar, tastiera e basi, se non fosse per quel ragazzino. Piccolo, iracondo, ragazzino. Sembra che mi segua, viene con la sua chitarrina, sputa veleno come un vecchio negro stanco, ha dentro tutta la rabbia di un adulto e nessun graffio in vista, è vestito bene, perché ha gli occhi in brace? E porca puttana mi fotte il lavoro, viene, suona gratis, elemosina le birre che sono certo non potrebbe bere, chi cazzo ci crede che ha diciotto anni. A fine serata prendo la busta e i locandieri mi guardano come un ladro, ti sei portato la spalla o quello ha suonato al posto tuo? Bastardo, cosa dovrei fare? Mica posso cacciare i tuoi clienti? Non lo sopporto più.
Anche oggi, anche oggi dannazione, basta, ora vado e ci parlo. Ehi, ehi tu, moccioso! Io? Tu! Prima che tu mi dica qualsiasi cosa, sei Corgy Del Perno vero? Ti chiamavano così per via di quel collo inesistente e delle mani affusolate, sei tu vero? Vuoi che ti spacchi la faccia? Sei tu vero? Sì, sono io. Figlio di puttana, ho conosciuto Elly, era la mia babysitter, m’ha insegnato a suonare la chitarra, mi raccontava sempre di te, l’hai mollata per la metropoli, volevi sfondare, ora sei in una topaia a fare le marchette. Come cazzo ti permetti, stai zitto e ascolta, lei ti cerca ancora, dopo tutti questi anni? Sì, idiota, e lei è più stupida di te, non posso tornare, allora almeno suona qualcosa di decente e mollami un LA che devo accordare.

Alfonso Errico

Tired Pony – The Ghost of the Mountain

Data di Uscita: 19/08/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Ceci n’est pas un compte rendu

Una catasta di considerazioni lasciate fuori a prender aria, semmai.
Pensieri affettuosi invecchiati in fretta, nei lunghi attimi di confino tra una scintilla e l’altra.
E quando questa s’accende, eccomi ancora una volta lì, a soffermarmi su Bill e Peter. Occasioni molto rare ormai, un tempo frequenti quanto gli sguardi al calendario sul muro della mia camera, dove Mr. Berry e Mr. Buck trovavano spesso spazio in ampi ritratti giovanili. O quei loro passaggi invocati come benedizioni sul mangianastri, sul walkman, sullo stereo. Sul videoregistratore anche, dovunque mi riuscisse di raggiungerli.
Bill e Peter sono stati i prediletti in una compagnia di beniamini senza pari. Escluso Michael, certo, voce carsica e feticcio scapigliato al di fuori di ogni catalogo. Tra gli umani però c’erano loro, soldatini umili e compagni spassosi, destinati a restare intagliati nel cuore. Bill la scimmia, che sperimentò ogni sorta di droga non letale prima di legare con Mike e di regalare a me, almeno a me, un modello inarrivabile di sezione ritmica. E Peter il fratello maggiore, quello da cui farsi consigliare e prestare i dischi, quello che mai ti avrebbe bucato le palle, in senso letterale e figurato.
Del batterista trattengo con piacere la curiosità di un privilegio. Prescindendo dalle pallide comparsate di copertina per i tre veterani agli ultimi fuochi della carriera, è stato proprio lui il solo a venire immortalato sulla cover di un loro album. Lo sguardo malinconico incorniciato da quel suo sensazionale ponte ciliare e, appena sotto, un paio di bisonti virati in seppia. Spettri di una probabile estinzione dalla ricca sfilata della vita? Non è dato saperlo, ma gli incalliti dietrologi di “Abbey Road” e dello scalzo rimpiazzo di McCartney avrebbero anche potuto spenderci qualche riga, volendo.
Bill amava concedere il pass per concerti a una torma di dinosauri in plastica amici suoi, per esorcizzare forse le ombre del proprio declino artistico. Ma potrei sbagliarmi, e sarebbe Peter quello che stipava all’inverosimile i cocuzzoli degli amplificatori per far vibrare di passione triceratopi e stegosauri, finalmente alleati. Sia come sia, proprio nel potere allegorico dei grandi rettili risiede un ultimo nesso tra i due, oggi così distanti. A un estremo Bill, chiamatosi fuori al momento giusto per non privarsi dell’opportunità di una seconda vita. Da comune mortale. Da farmer in Farmington come recita Wikipedia, anche se si stenta a crederci. Dalla parte opposta Peter, che è rimasto invece fino all’ultimo e nemmeno avrebbe chiuso bottega, immagino, fosse dipeso da lui. Ha recitato con abnegazione persino commovente la parte del sopravvissuto, un po’ come i R.E.M. degli ultimi dieci anni e più, quelli senza Bill insomma. Più che interpretarla l’ha introiettata, quasi si trattasse di una missione. Con sincerità, virtù che nessuno si sognerebbe di contestargli, ma anche con patetica prevedibilità e occhi ogni giorno più tristi.
Non ha mai smesso i gilet scuri e le orribili camicie da cowboy del ragazzino lungagnone e magrissimo approdato ad Athens dalla California, quello che lavorava al negozio di dischi dalle parti dell’Università. Il fisico però non è stato altrettanto perseverante, integerrimo né collaborativo, e oggi Buck ha l’aria di un vecchio levriero afgano, mogio e appesantito. Nella band la sua chitarra aveva perso spazio e smalto in egual misura: non più il jingle-jangle byrdsiano che rese classico il marchio, né le sventagliate aggressive degli album più impegnati o la scorpacciata di tremolo ed e-bow lungo tutti i ’90. Al loro posto, una manierata controfigura del felice populismo acustico sfoggiato in quel paio d’anni di frastornante sovraesposizione planetaria – il segmento lampo “Out of Time” —> “Automatic For The People” – costretta a sgomitare oltretutto col pianoforte sempre più ruffiano di Mills e con il fluo pacchiano della sua scorta di sintetizzatori.
Ridimensionato in casa ma riluttante per carattere al capriccio polemico, Peter ha silenziato la sua bulimia di musicista insaziabile ricercando gratificazioni anche minime in un’operosa marginalità collaterale. Dai Minus 5 ai Venus 3 ai Baseball Project. Da Ken Stringfellow a Robyn Hitchcock a Steve Wynn. E dai Tuatara ai Tired Pony, sempre un gradino più in basso e sempre in compagnia del quasi-R.E.M. Scott McCaughey. Particolarmente crudele il Nomen omen dietro l’ultimo progetto, con un pony stremato al posto del baldanzoso purosangue di ieri. Dopo la discreta confessione della prima fatica – “Il posto da cui siamo scappati” – e lo sfizio di un esordio solista a cinquantasei anni suonati, arriva oggi un sophomore destinato a smorzare ulteriormente gli entusiasmi degli affezionati. Un prodotto gradevole, confezionato con garbo e attento alla calligrafia. Ma anche troppo timido e immacolato, laddove il tocco ruvido non passerebbe certo per una pretesa spropositata. Se perfino una canzone intitolata “Sangue” suona minata in partenza dall’anemia, fingere che sia tutto a posto varrà quasi quanto una medaglia olimpica del metallo più prezioso. Il grosso problema di questo “The Ghost of the Mountain” è che tutto sembra costruito per assecondare la levigata malinconia e quel tono da crooner al velluto del frontman belloccio, Gary Lightbody, col gruppo sacrificato alla stregua di una lussuosa appendice. Per Peter è lecito parlare di umiliazione, anche se lui non lo ammetterebbe neanche sotto tortura. Si limita a firmare qualche autografo con la Rickenbacker, prima di scomparire nel marasma biancorosso di coretti e organi vaporosi, intruppato senza fiatare come un beffardo Wally alla fiera sui Docks. Gli arpeggi leggendari della sua elettrica ridotti a semplici orpelli decorativi, un motivo bluastro sulla tappezzeria di un anonimo alberghetto in provincia.
Non me ne voglia Buck, se scelgo di usare contro di lui le parole del primo titolo in scaletta.
I don’t want you as a ghost.
Non abbiamo bisogno di surrogati, di riempitivi, di talenti sbiaditi e consumati. Non vogliamo anime dannate dalla beatitudine fasulla di sogni protratti troppo a lungo. L’album dei ricordi è già completo, ed è bellissimo. Quasi quanto un musicista famoso che si reinventi contadino.

Ma questa, in fin dei conti, non è nemmeno una recensione. Soltanto un cruccio personale senza alcuna impellenza. Lo scherzo di una memoria che si sia dimenticata di quanto può fare cilecca. O una preghiera senza destinatari nelle alte sfere, se preferite.
E finisce qui.

Stefano Ferreri