monthlymusic.it

The Duckworth Lewis Method – Sticky Wickets

Data di Uscita: 01/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Più Bruno Schulz che Witold Gombrowicz. Più Bruno Schulz che Stanislaw Witkiewicz.
L’arte del perdersi nella forma prevale, rendendo accessorio lo spareggio per la piazza d’onore.
Nella canzone d’autore di oggi torna la moda dei pazzi annegati, e poco importa se il ribellismo e la disperazione delle seconde scelte varrebbero vendite assai migliori. Per delucidazioni rivolgersi a Luke Haines e Cathal Coughland, genitori scriteriati di tante band di qualche successo (Auteurs, Black Box Recorder, Microdisney e Fatima Mansions), approdati lo scorso anno al progetto monstre dei North Sea Scrolls, condiviso nel segno d’una superba follia revisionista. Super-concept prima che supergruppo, nutrito da elefantiaca grandeur dada, impeccabile humour british e finezza narrativa che sarebbe riduttivo definire d’altri tempi. Prima di loro un azzardo simile era già stato tentato da un’altra coppia di colleghi dalle smodate inclinazioni letterarie, seppur esercitate su terreni prossimi più alla farsa che alla libera astrazione surrealista. Neil Hannon e James Walsh, ovvero i Divine Comedy e gli assai meno noti Pugwash, in una festosa joint venture Irlanda del Nord / Irlanda tout court promossa per celebrare il mito senza tempo del cricket. Tema alquanto insolito in ambito musicale, e tuttavia già cantato dai 10cc di “Dreadlock Holiday” come dal Roy Harper di “When an Old Cricketer Leaves the Crease”.

I Duckworth Lewis Method – questo il nome della bizzarra accoppiata – sono andati però molto al di là del nostalgico e sterile tributo. Hanno sublimato una semplice passione in qualcosa che rasenta l’esperienza mistica, tra slanci d’entusiasmo bambinesco e plateale nozionismo da maniaci. Nel loro incredibile album eponimo, appena quattro anni fa, si respirava l’aria frizzante dei trivia. Aneddoti a profusione, curiosità celate tra le righe in ogni strofa, così da trasporre specifiche e regole secolari in un’inesauribile fonte di metafore già pronte all’uso, filtro nella lettura del presente e patrimonio tascabile di natura quasi filosofica. Due cantori dalle parti della Village Green Preservation Society, insomma, ostinati nella salvaguardia di un mondo sopravvissuto a tutta una sfilza di rivoluzioni sotto le spoglie del dorato anacronismo. Giunti a un passo dall’aggiudicarsi il premio Ivor Novello, il minuto dandy biondo e il suo pacioso sodale hanno brigato parecchio per smentire una critica che troppo seriamente li aveva recepiti, spiegando apertis verbis che di un episodio estemporaneo si sarebbe trattato, con seguiti improbabili e comunque non più prossimi di un paio di decadi. Un successore tanto precoce, in perfetto orario per le Ashes Series di questo 2013, attesta impietoso che sotto quel paio di poderosi mustacchi e favoriti demodé dovevano ridersela proprio di gusto, gli impostori manigoldi.

E rieccoli, dunque, calati nei loro bei costumi di scena da avventurieri all’equatore. Intenti a vergare con pugno sicuro cronache da un lontano impero di cui non restano che pallidi ricordi, diligentemente idealizzati. Alla maniera degli spiriti affini North Sea Scrolls, brandiscono l’iperbole kitsch quasi fosse una spada d’audace foggia, sposando l’eleganza delle atmosfere oniriche con lazzi e smargiassate di bassa lega. L’elitario incontra il popolare per regalarsi una sbornia con tutti i crismi, magari nell’attimo stesso in cui si racconta il malinconico trapasso di una sobrietà ormai inservibile. E’ il caso di ‘The Umpire’ e del fascinoso soft focus adottato con mano scaltra dal crooner di Londonderry, direttore della fotografia in fissa per le suggestioni umide, il lirismo rigoglioso e quel tocco di ineffabile decadentismo esposto in bella mostra, là sulla mensola più alta: Just a relic of yesterday, ovvero come un giudice di gara soppiantato dalla tecnologia possa farsi paradigma di un’inadeguatezza più universale, disincantata, strisciante. E’ la stessa regia a evocare con grazia i fantasmi dell’era coloniale e a curare il catalogo di esotismi sinfonici nel gustoso pastiche dedicato a Shahid Afridi, stella pakistana che per il cricket odierno dovrebbe valere quanto Pelé o Maradona nel calcio di ieri.

Hannon è decisamente in parte e si da pena per dimostrarlo. Soltanto quei suoi occhi svelti e volpini restano fuori inquadratura, ma li si intuisce. Mattatore ben più che nell’esordio, affida al compagno ruoli significativi solo nei frangenti in cui un brio à la McCartney non suoni sfrontato: una ‘Third Man’ che in tema d’esagerazioni è ben piazzata, visto il cammeo con spoken word per Harry Potter in persona, e quella ‘Out in the Middle’ che sembra riesumare il Paul sbarazzino della lunga parentesi Wings. Mentre par quasi di sentire Linda ai cori, nelle retrovie, il mimetismo espressivo approda a esiti davvero sensazionali, plasmando un fedelissimo calco vintage dei tardi seventies con tanto di turgida chitarra addetta alle precisazioni calligrafiche. Quando già ci si è incamminati verso la conclusione, riammiriamo in ‘Judd’s Paradox’ gli estenuati tramonti dei Divine Comedy di “Victory For the Comic Muse”. Neil quieta le acque con la necessaria perizia, per offrire poi il meglio del repertorio in quelle sue inconfondibili pose estatiche, da contemplativo vagheggino di casta superiore. Gli “Sticky Wickets” cui allude la raccolta sono i campi da gioco di difficile praticabilità e, per estensione nel figurato, tutte le circostanze amletiche o disagevoli in cui ci si trovi coinvolti in quel gioco ben più arduo che è la vita. Nella categoria rientra per forza anche il paradosso che presta il titolo all’episodio ed è affidato all’aspro recitativo dell’inglesissimo attore Stephen Fry: il conflitto intimo tra la gioia dell’atto ludico in sé e le implicazioni meno lusinghiere che questo sport si porta dietro in quanto simbolo di una violenta prevaricazione culturale.

Chiedersi quale delle due anime abbia la meglio al termine della fiera suonerà come il più futile degli esercizi retorici, considerati stoffa e trascorsi degli interpreti. L’impronta di massima resta quella delle silly songs impregnate di pungente arguzia, e con una cover goliardica come questa dello striker d’annata sul bel pitch immacolato non potrebbe essere altrimenti. I momenti di pura ilarità non si contano. Dal divertissement sovraccarico che apre le danze in un clima di lussureggiante eclettismo pop anni ’70 (il medesimo – marca Electric Light Orchestra – già sfoggiato nel precedente inning) e strizza l’occhio a “Sticky Fingers” degli Stones, alle vaghe reminescenze dei Kinks di “Arthur” nell’eccentrico e squillante vaudeville intestato ai “gaudenti cavalieri”, un po’ marcetta e un po’ provocazione guascona à la Monty Python. Neil recita senza fallo nei panni del professore di facezia, tra vertiginosi scioglilingua con tastierina in accompagnamento (‘Mystery Man’), spacconate electro-funk circa primi ’80 (‘Line and Lenght’) e toni da frivolo circo equestre stile “Bang Goes the Knighthood” opportunamente rispolverati (‘It’s Just Not Cricket’). Il Duckworth Lewis Method della ragione sociale non è altro che l’astrusa modalità di calcolo dei punteggi finali nelle partite interrotte da un clima particolarmente bizzoso. Di tutti questi arzigogoli nell’omonima brigata a due non vi è però traccia, tranne forse quell’implicita ironia di fondo che ogni sproposito tende a portare con sé.

Quella di Hannon e Walsh è musica da sole splendente. Che non si fa scrupoli quando si tratta di condurci a bella posta in una dimensione altra, immaginaria. E che bissa con profitto i registri ampollosi e fiabeschi dei Magnetic Fields di “Realism”, nei suoni l’aura ovattata di un sofisticato balocco, di una giostra, di tanta magia vittoriana. La costruzione ossessiva e ritornante dell’interminabile sfilata d’ospiti (Neil Finn e Carl Barât, tra gli altri) che chiude il disco può riportare alla mente quella della vecchia “The Booklovers”, e non per caso. Incastonata nel ciondolante motivetto riproposto fino alla nausea, risplende infatti un’altra perla identitaria che vale l’intera posta: “We don’t want to be superstars / cause that’s not really who we are”.
Neghiamo loro le colorate architetture di quel pretesto concettuale e avremo solo – si fa per dire – due splendidi esemplari di pazzi contemporanei.
Umanissimi, serafici, sorridenti.
Rigorosamente sommersi.

Stefano Ferreri

Comments are closed.