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Fuck Buttons – Slow Focus

Data di Uscita: 22/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

In quel giorno di luglio, a Tulsa l’aria era umida e torrida e apparentemente immobile come l’asfalto infocato delle strade, non si muoveva di un soffio.
Summer cercava refrigerio nell’acqua della piscina gonfiabile in giardino: con i gomiti appoggiati ai bordi e un bikini verde menta che copriva a malapena le forme esplose all’improvviso all’indomani del suo tredicesimo compleanno, biascicava chewingum creando palloni enormi che faceva scoppiare sonoramente per attirare l’attenzione del suo aitante vicino di casa; poi prendeva la gomma da masticare con le dita e la estraeva dalla bocca in un lungo filo penzolante, fingeva di contemplare il cielo mentre sbirciava da sopra le lenti dei grossi occhiali a specchio sperando in una reazione interessata al di là della rete metallica.
Jim lucidava la moto ogni giorno, dopo pranzo, al centro del vialetto di ingresso alla casa, palcoscenico per la sua abilità nell’addomesticare i motori, per i suoi bicipiti gonfiati, jeans stretti e abbronzatura costante di ordinanza; un Narciso di periferia dagli scarsi ideali, si bullava poi la sera al bar con gli amici per le conquiste di cui aveva perso il conto. L’ultima era quella ragazzina alle prime armi con la malizia e la seduzione, e a lui piaceva troppo darsi delle arie come se non provasse alcun sussulto alla vista dei segnali lanciatigli a pochi passi da lui; in realtà veniva colto da un desiderio inconfessabile, proibito. Summer aveva solo tredici anni.
Hank e Miranda avevano ospiti e si davano un gran daffare intorno al barbecue per servire un arrosto che restasse indimenticabile nella memoria dei loro invitati. La villetta era stata rassettata alla perfezione in vista di quel pranzo tanto atteso, ma sul più bello l’aria condizionata aveva smesso di funzionare ed era stata rimpiazzata da un vecchio ventilatore trovato tra gli scatoloni del garage che sibilava fastidiosamente tra le conversazioni intavolate tra i commensali, la ventola di poco disassata andava a sfiorare il grigliato anteriore provocando delle vibrazioni moleste.

A un osservatore esterno, abbassando lentamente la focale a partire da quegli scenari, si dispiegava davanti agli occhi un tessuto urbano via via più articolato e fitto e in scala ridotta, dalla strada si passava all’isolato e poi al quartiere e infine all’intera area della città di Tulsa, Oklahoma. Una panoramica più complessa consentiva di cogliere un’infinita varietà di situazioni, e in ogni giardino, in ogni incrocio, ci si poteva imbattere in un Jim o una Miranda; bastava solo decidere quale spaccato scegliere.
La CNN da qualche ora aveva diramato un’allerta uragano, entro la notte era prevista una brusca variazione dei venti e la formazione di un vortice di immane potenza, ma la Tornado Alley delle Grandi Pianure era così profondamente avvezza a tali allarmi che ultimamente la gente aveva addirittura iniziato a diffidare di comunicati a loro avviso troppo frequenti e a scongiurare la paura rimanendo fedele alla propria routine.
In città da alcune settimane erano arrivati due ragazzi inglesi; a detta delle autorità si trattava di due esperti storm chasers specializzati in fisica al punto di essere in grado di ampliare le conoscenze relative alla previsione dei tornado, ma soprattutto di captare l’energia sprigionata dagli eventi atmosferici e tramutarla in altra forma innocua, una sorta di principio di conservazione dell’energia totale per intenderci. Andrew e Benjamin – questi i loro nomi – avevano preso in affitto un bunker sotterraneo al limite dei sobborghi occidentali di Tulsa, al confine tra l’abitato e le distese d’erba bassa senza soluzione di continuità; avevano portato con loro delle apparecchiature sofisticate accanto a strumenti più noti quali il GPS, quegli attrezzi mai visti suscitavano però alcune perplessità agli occhi dei locali intenditori del settore.

Il pomeriggio trascorse e venne la sera; l’aria, da umida e densa che era, prese a muoversi innescando correnti disordinate che col tempo si facevano sempre più insistenti. Summer e gli altri abitanti di Tulsa e dintorni si arresero all’evidenza e si videro costretti a mettere da parte i piaceri e le prese di posizione davanti a un cielo plumbeo foriero di cupi presagi. L’intera popolazione scomparve, la città precipitò in un silenzio irreale carico di attesa e inquietudine. Andrew e Benjamin, di contro, spalancarono la porta del bunker e uscirono in preda all’eccitazione e all’adrenalina, presero il vento in faccia e aprirono le braccia per essere, anche un solo istante, investiti dal connubio di correnti fresche e calde che di lì a poco si sarebbero sollevate mulinando poco lontano, al di sopra delle loro teste. Carichi degli strumenti portati, si avvicinarono gradualmente al fulcro del vortice mentre rovesci di pioggia impietosa avevano cominciato ad abbattersi sui loro impermeabili. Nel momento stesso che la tromba d’aria spiccò il volo in un turbine distruttivo, i due si schierarono nella spianata erbosa deserta dov’erano giunti e azionarono i dispositivi di contro-azione; la CNN era collegata per trasmettere in diretta lo scontro tra natura e uomo, nessuno riusciva a credere che potesse esistere una resistenza, o ancor più una risposta, alla forza atmosferica a cui già l’Oklahoma era stato costretto a piegarsi e cedere numerose volte.
Dissero che l’energia che scaturì dall’impatto fu di una potenza sconosciuta fino ad allora, il cielo fu investito da scie scure e fluttuanti frammiste a materia assimilabile a quella interstellare; ci furono esplosioni, un rumore di fondo di drone accompagnava le scintille e poi suoni prendevano a galoppare battenti tra i mulinelli fino a venire risucchiati per poi deflagrare di nuovo, dirompenti, dal cono del vortice. Quando anche l’ultimo dei synth si fu estinto, rimase una patina bianca accecante che occultò ogni cosa, talmente violenta da costringere a coprirsi gli occhi per alcuni secondi. Tolte le mani lo stupore generale fu inaudito, di quelli che si sa già che sarebbero finiti nelle pagine della storia: ogni cosa era rimasta al suo posto malgrado il tornado, niente s’era spostato nemmeno di un millimetro, e brillava di nuova luce.

Federica Giaccani

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