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David Lynch – The Big Dream

Data di Uscita: 16/07/2013

Un breve ascolto, durante la lettura

Le parole “Hong Kong”, letteralmente, significano “Porto Profumato”.
Il nome della Regione deriva da una rappresentazione fonetica approssimativa, certo, ma quello vuol dire.
Porto profumato.
Lin pensa che ora, da quando non arriva nemmeno più l’odore dell’incenso delle fabbriche dal litorale a nord di Kowloon, quell’appellativo tanto romantico abbia perso leggermente di significato.

La famiglia di Lin (sua madre, suo fratello più grande, sua sorella più piccola e il nonno materno) vive tutta a bordo della “America”. Il nome lo ha scelto Lin in persona, e nessuno ha mai posto veto. Forse perché a nessuno è mai interessato davvero battezzare quella lisa e vetusta imbarcazione da pesca. Lin l’ha chiamata così in onore dello schooner con cui il New York Yacht Club vinse quella che può considerarsi come la prima America’s Cup. Sfidato dal Royal Yacht Squadron, l’America riuscì ad aggiudicarsi la vittoria, e a strappare di mano il trofeo messo in palio dalla Regina stessa in occasione della prima esposizione universale di Londra. Era il 22 agosto 1851. L’orgoglio inglese per la propria potenza marina tentò di rientrare in possesso della coppa innumerevoli volte, ma il NYYC vinse per ben 25 competizioni consecutive in 132 anni. La serie di vittorie senza soluzione di continuità più lunga che la storia sportiva ricordi. E questo Lin lo sa, lo sa benissimo. È un grandissimo appassionato della regina di tutte le regate. Anzitutto, però, è un grandissimo appassionato degli Stati Uniti d’America.

Anche oggi non è un gran giorno per il pesce. C’è n’è sempre meno, in un mare sempre più inquinato, sporco. Suo nonno pensa che la natura si stia ribellando all’essere umano, la più grande macchina di distruzione mai esistita. Sua sorella pensa che se anche oggi non si pesca nulla, non potrà permettersi quel paio di jeans nuovi che la madre le ha promesso per il compleanno. Suo fratello, lui non pensa: guarda il mare. Sua madre impreca, districa dalle reti tutta quella immondizia: bottiglie di plastica, buste, imballaggi, lattine di Coca Cola, qualche stivale da pesca, pezzi di vecchi computer, cadaveri di gabbiani, e una volta persino una bicicletta per bambini; poi le rigetta in acqua.
Lin pensa che tutto quello, la sua vita così com’è, gli sta stretta come un cappio alla gola.
Lin si sente come un delfino bianco.
Quei poveri animali si stanno estinguendo, nonostante gli sforzi di tutti (biologi marini, associazioni, abitanti del posto, pescatori stessi) perché ciò non accada. Ma il mare è troppo inquinato e troppo povero di risorse. La presenza di imbarcazioni è asfissiante. I delfini bianchi non trovano sostentamento, e piano, muoiono. O si spostano altrove.

Quella mattina, al porto, Lin era seduto a guardare le onde che, senza fare rumore, piegavano la barca e la facevano danzare come in una sorta di rito ancestrale tra le anime che popolano le acque profonde.
Da lontano, Lin, vide il dorso di uno splendido esemplare di delfino bianco affiorare sulla superficie, per poi scomparire quasi d’incanto. Subito dopo ne vide un altro. Un altro; e poi un altro ancora. Poi due assieme.
La timida luce dell’alba si infrangeva sulle gocce d’acqua salata che scivolavano dal dorso dei delfini, e il riflesso di questo incantesimo negli occhi di Lin, gli fece prendere “la” decisione una volta per tutte.
Non poteva rischiare di estinguersi. Lottare per accaparrarsi risorse in un mare che di risorse da offrire non ne ha quasi più. Non poteva consolarsi nel claustrofobico accorpamento di entità di cemento e carne che facevano dell’isola un gigantesco acquario. Era stanco di vedere la vita attraverso un vetro.

Quella mattina, al porto, Lin era seduto a guardare le onde che, senza fare rumore, piegavano la barca e la facevano danzare come in una sorta di rito ancestrale tra le anime che popolano le acque profonde.
A cullarlo, dalle auricolari del suo IPod, un modern-blues torbido e psichedelico, suoni di chitarre si mischiano a loop e bassi profondi; voci acide e oscure tratteggiano meravigliosi origami attraversando suoni elettronici che compongono un caldo trip-hop che fa sognare.
Il giorno stesso avrebbe annunciato alla madre la sua decisone. Mamma: parto per gli Stati Uniti, avrebbe detto. Non posso fare la fine dei delfini bianchi, avrebbe aggiunto, voltandosi per non incrociare il suo sguardo, profondo come il Fiume delle Perle.

Lin aveva un sogno. Un grande sogno.

Samuele Pica

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